Chiuso per fioritura

tommasomeozzi

Cornici, fiori, uno straniero.

...Che poi non è così male, voglio dire avere un negozio di fiori secchi. Vengono pochi innamorati, questo sì. Per lo più signore sole, collezionisti, talvolta un esperto di design. Io me ne sto dietro il bancone, din don fa il campanello, alzo lo sguardo sul prossimo viso che verrà a muovere l'aria della mia bottega, a portare un po' di frescura piegata su se stessa. Questo è un viso, non trovi Giacomo? Un fiore chiuso in sè per non morire».

Giacomo posa un attimo il volume che sta trasportando sul tavolo. Si tratta di un catalogo di botanica del Cinquecento. Una riproduzione anastatica. Lui fa il suo tirocinio dal vecchio Salimbeni, non è che gli freghi poi tanto di patacche gialle spiaccicate sotto una cornice, ma ascolta volentieri il vecchio quando parla.

«Ma lei, maestro, non ce l'ha una moglie? Che gliene frega di guardare gli altri innamorati?».

«Ma sì, ma sì, in fondo hai ragione. La mia Bettina non è niente male».

Fuori inizia a piovere, l'aria si è fatta fresca tutto a un tratto, la strada si è svuotata. Solo una bicicletta passa veloce, Salimbeni fa appena in tempo a vederla dalla vetrina.

«Ehi, Giacomo, ma hai mai pensato che forse sono loro, quelli là fuori, a stare sotto una cornice, e noi qui, che li guardiamo, ne facciamo l'inventario?».

Questa poi è bella, pensò Giacomo.

«Che vuol dire? Che guardiamo i visi, i capelli...».

«Le coscie, i seni, gli inguini...».

«Maestro!».

«Brutta cosa essere giovani Giacomo, si è più bacucchi dei padri. Un culetto non toccato vale più di due parole scambiate».

«Se lo dice lei...».

«Sai, conoscevo un tipo denso di meditazione, uno di quelli che sembrano non essere mai toccati in terra. Quello se ne stava tutto il giorno su una panchina, a meditare, diceva lui. Ma io direi piuttosto che la sua anima era continuamente in erezione».

Giacomo riprese il volume, e spostò con la mano libera una stella alpina dallo scaffale di sinistra a quello contenente i quadretti scontati. Fuori aveva smesso di piovere. C'era ancora un po' di luce che scendeva obliqua sulla città, ma Giacomo aveva adocchiato l'orologio e sapeva che ormai erano le sei.

«Bene, io vado...».

«Vai vai, Giacomo, io resto. Ancora un po'».

Salimbeni accompagnò il suo garzone sul marciapiede, annusando l'aria, che si era fatta pronta, satura di profumi, non si sa verso che cosa. Guardò Giacomo sciogliere la catena alla bici, e poi lo aspettò, mentre già in sella alzava la mano per salutare, come una bestia di pochi bocconi, che ha fatto il suo, senza disturbare, e ora se ne va a rosicchiare un altro pezzo di mondo. Gli sembrava, a lui che aveva vissuto gli addii della guerra, uno sputazzo sulla vita, su tutta la solennità, quell'andare scanzonato, senza mai guardare negli occhi l'interlocutore.

Poi rientrò nel negozio. I fiori stavano immobili sotto le cornici, i colori iniziavano a spengersi nella penombra. Egli, fermo sulla sedia, a scaricare sul legno tutto il peso della giornata, iniziò a pensare. Era un pensare senza oggetto, un accogliere le immagini della propria vita, ma con una pietà che scioglieva in sorriso.

A un tratto la vide: era un'immagine come dentro un acquario, eppure si sviluppava nell'aria. Aprì una bottiglia di liquore, se ne versò un po' nel bicchierino che teneva sempre vicino alla cassa.

«Un liquore modesto, da supermercato», pensò. Eppure il corpo era diventato caldo, e quell'immagine, nell'aria, continuava a svilupparsi. Ora poteva distinguere i contorni: si trattava di una fioritura, veloce come lo scoppio di una bomba, eppure lenta. Gigli, rose, gelsomini, tutto gonfiava fino a spaccare i vetri, prima quelli delle cornici, poi quelli del negozio. Gli occhi di Salimbeni erano pieni di tanto rigoglio, si colmavano, per poi svuotarsi, e colmarsi ancora.

«Che cos'è, che cos'è questo?».

Fuori aveva ricominciato a piovere. Due donne, con i cappotti grigi, aperti a coda, passarono davanti al vetro. Lo scalpiccio dei tacchi sull'asfalto.

Ora tutto era finito. Salimbeni si alzò, ancora umido nel cervello. Si mise a disporre il piano dove c'era la cassa, il blocco delle fatture, la penna. Sbrigò le ultime cose, accatastando i quadri ormai invenduti in una scatola. Poi spense la luce e, con nella mente il brusio dei petali, aprì la porta per andarsene.

La strada era silenziosa, ognuno, pensò Salimbeni, era già a casa occupato in qualche faccenda: pulire le stanze, o la stanza nel caso di studenti e poveri, raccontare ai famigliari gli eventi del giorno, rilassarsi dietro le pagine di un libro. E anche lui sarebbe tornato a casa, quando...

Un corpo, c'era un corpo a terra. Era nudo. Aveva le braccia chiuse sul petto, come per proteggersi da qualcosa che, anche se se ne era andato, gli si era impresso negli occhi.

«Ehi... chi sei? Tutto bene? Ti serve aiuto?».

Salimbeni vide che il corpo non si muoveva, ma che solo un sorriso, lento, pacato, si apriva fino a sfiorare l'asfalto bagnato.

«Sì, mi serve aiuto».

Lo aiutò ad alzarsi, gli mise un braccio sotto l'ascella e lo accompagnò al centro del marciapiede, dove le pietre lasciavano il posto al cemento e si poteva camminare più agevolmente. Per un attimo pensò di portarlo a casa, ma non gli andava di spiegare tutto a sua moglie. Di spiegare cosa, poi, neanche lui lo sapeva. Così invertì l'andatura di marcia, e si diresse nuovamente verso il negozio. Era comodo portare quel peso con sé, lo sforzo delle articolazioni era compensato dal non dover dare spiegazioni. Mentre si avvicinava al negozio, riavvolgendo il nastro della strada, Salimbeni pensava: «Come i killer, faccio come i killer, che tornano sul luogo del delitto». Un altro pensiero però iniziò a farsi strada in lui: «O forse come un fiore, sfogliato petalo dopo petalo, luoghi, orientamenti diversi, che si infittiscono attorno a un unico segreto».

Ricordava quando aveva smesso di andare a messa, perché non trovava più senso in quelle voci che si ripetevano sempre uguali, in quell'attesa che culla le tempie, come in un'ipnosi.

«Che sto facendo, compio la mia personale liturgia?».

Erano ormai arrivati al negozio. Salimbeni vide la porta a vetri, dietro cui, nella penombra, sostava la sua merce. A questo punto sentì il peso sul braccio sparire, voltò la testa, avvolto in un calore sconosciuto e vide una luce talmente intensa che si faceva paesaggio. E da quel viso trasfigurato, che era un paesaggio, sentì una voce: «Bene, ora entrerai nel negozio, ti siederai e chiuderai gli occhi. Quando gli avrai riaperti saprai cosa fare». Salimbeni, senza poter vedere, ascoltò il rumore della chiave nella toppa dell'uscio, entrò, e obbediente si sedette. Dietro le palpebre chiuse sentiva ancora il calore.

Quando riaprì gli occhi le cornici non c'erano più. Una matassa di steli, foglie e petali aveva invaso il pavimento e si arrampicava sulle pareti. Salimbeni guardò quella foresta riempire di sé la stanza. Ora non riusciva a smettere di sorridere.

«Dovrò chiudere – disse piano – dovrò chiudere per fioritura».

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