GLI ATTIMI PERFETTI

Lucilla Gattini

Una riflessione, un viaggio all'inferno e una rinascita.

Sono le tre del mattino, ho appena finito un libro, bello. Seducente anche il titolo “Le perfezioni provvisorie”… Non sono ancora pronta per consegnarmi al sonno ma la mente intorpidita si ribella all'idea di iniziare una nuova lettura e si trastulla con quelle parole. Mi sono sempre stupita di come l'umanità proclami di perseguire la felicità, non sono un'infelice cronica né una persona votata alla perenne scontentezza, ma non ho mai capito come si possa sperare di vivere in uno stato di continua felicità, che poi come si configura? Una condizione stabile può sicuramente essere serena, realizzata, soddisfatta e gioiosa ma personalmente ho la sensazione che certe percezioni totali siano fugaci o, appunto, provvisorie. Anche periodi lunghi nei quali le persone si sentono realmente felici sono sicuramente adombrati almeno da qualche fastidio, da inconvenienti di ordine pratico o malesseri fisici Penso che nessuno, pur col migliore dei caratteri e nella più invidiabile condizione, sia esente da momenti di malumore già sufficienti a turbare il concetto astratto e un po' stucchevole di felicità.

E poi ci sono gli attimi perfetti.

Avvolta dai fumi notturni mi chiedo se ho avuto attimi perfetti nella mia vita.

Sì, certo.

Galleggiando arrivano, sono compiaciuta che questo rarefatto affiorare sia nutrito, alieno da gerarchie e molto eterogeneo.

 

Il giorno dopo ci ripenso lucidamente, evidentemente non è stata una di quelle inconsistenti fantasie che la notte porta via. Tanti minuscoli gioielli si sono affollati sopra il mio letto, ma adesso nella luce estiva mi rendo conto che sicuramente il primo Attimo Perfetto di cui ho consapevole e cosciente memoria è l'annuncio di una nascita imminente: quella di mia sorella. Avevo cinque anni e mi sembrava di avere atteso così tanto…Provai una gioia incontenibile, di quelle che si srotolano dentro e allagano tutto, trionfanti e luminose. Avevo la sensazione che l'auspicato evento fosse in qualche modo merito mio e di assumere in quell'istante un impegno totalizzante e eterno, mi sentii grande.

 

Adulta e un po' trasgressiva, invece, mi credo adesso. Sono passati dodici anni, amo sempre mia sorella e anche il sopraggiunto fratello ma sono un'adolescente inquieta, in lotta con se stessa e quindi con tutti, cerco goffamente di conciliare il mio innato bisogno di libertà con una passionalità vagamente visionaria … Quasi inevitabile vivere un grande amore proibito, una relazione per varie ragioni costretta alla clandestinità. Tappa scontata, costruzione melodrammatica forse, ma in un pomeriggio di febbraio io e il mio sognante innamorato, costretti a evitare luoghi frequentati, percorremmo abbracciati stradine deserte già piene di oscurità, sorpresi da un temporale implacabile che vanificava ogni ombrello vagammo a lungo mentre la pioggia ci inzuppava isolandoci da tutto e una bolla fuori dalla realtà ci regalava un frammento d'incancellabile perfezione.

 

…..Un attacco d'ilarità irrefrenabile, di quelli che uniscono due persone come poche altre situazioni riescono a fare; siamo io e la mia amica di sempre, conosciuta quando entrambe eravamo figlie uniche e con la quale ho condiviso l'infanzia. Il filo che tra noi non si è mai spezzato ora ci sta avvolgendo nei lacci saldi di un sodalizio adulto e inestinguibile. In questa serata estiva nella casa campestre di comuni amici ci ritroviamo spensierate, inclini a risate accese dalle più effimere ragioni, i nostri vent'anni esplodono di allegria complice, rimbalziamo puerilmente sui letti invase da un soffio inebriante che nutre e purifica: l'ineffabile leggerezza della vita.

E ancora con lei: io mi sono stabilita a Roma, viviamo entrambe ospiti in una casa che sembra un porto di mare e di notte percorriamo baldanzose la città che ci accoglie morbidamente distratta. Cantiamo a squarciagola violentando il buio, i vicoli e le piazze, nessuno protesta e noi ci crogioliamo in questi attimi esuberanti e condivisi di inconsapevole giovanile protervia…

Attimi perfetti da innamoramento vero, anche questi non mi sono mancati. All'inizio del rapporto che poi sarebbe durato lunghi decenni, per tutta la mia giovinezza e oltre, per tutto il tempo concesso al mio compagno… ci sono state molte schegge di luce, nello stupore incantato di sentirsi in totale sintonia, nelle notti di rapimento estatico quando una misteriosa sinergia concede l'illusione che due menti e due corpi possano quasi fondersi. Altre, disseminate tra le falangi degli anni a rendere importante e gloriosa una storia.

Ma cosa rende perfetto un attimo? Domanda assolutamente pleonastica e molesta, assurdo farsela, folle ipotizzare una risposta, se si potesse spiegare e capire fino in fondo, la magia stessa come una spuma svanirebbe trasformando le onde in lago immobile. Non è dato capire per quale motivo una giornata al mare, non particolarmente diversa da tante altre con amici legati all'intimo del cuore, diventi qualcosa che si auto proclama speciale, e lì con la sabbia e il sale incrostati addosso, il sole al tramonto negli occhi, col vento che crea serpenti tra i capelli e rincorre le briciole di vettovaglie assaporate come un banchetto da divinità pagane, sai già che il presente si sta incidendo nella memoria per sempre.

L'indecifrabile equilibrio della perfezione è generoso con l'infanzia e non è raro avvertirlo in compagnia o a causa dei bambini, a volte basta sedersi in terra con uno di loro, guardare il viso ansioso che ti si rivolge balbettando o il sorriso radioso con cui ti offre un sasso, per sentirti pacificato, momentaneamente posseduto di beatitudine. Oppure renderti conto che essere presente mentre una persona che ami molto allatta il bambino appena nato è in qualche modo un privilegio, che tra madre e figlio insieme al nettare vitale corre un'alleanza antica come il mondo e tu sei stato ammesso alla celebrazione di un rito dal sapore ancestrale, sacralmente legato alle radici profonde dell'esistenza.

E alcuni incantati istanti che emergono prepotenti fra la moltitudine delle ore trascorse col proprio cane o il proprio gatto... So che è difficile capirlo per chi non ha uno stretto legame con gli animali, ma davvero questi possono creare piccole oasi totalmente felici semplicemente eleggendoci a compagni di gioco o impreziosendo il nostro riposo con una vicinanza calda e avvolgente, un abbraccio cosmico.

Cosmico come la comunicazione stabilitasi all'improvviso un giorno col creato, mentre galleggiavo le membra abbandonate all'acqua, sentendomi la prima creatura del mondo, inebriata dalla fiducia con cui consentivo al mare di cullarmi, imbevuta di una solitudine grandiosa momentaneamente autonoma e libera da qualsiasi necessità. Un attimo perfetto che mi ha trafitto meravigliosamente innocente, aiutandomi a uscire dalla zona più oscura e dolente del mio privato cammino.

 

Perché può succedere che il mondo diventi in bianco e nero, poi tutto grigio, e tu sai che lui non c'entra niente, è la tua esistenza che ha perso i colori. Sei tu che hai avuto uno scollamento prima graduale poi drastico da quella corda funambolica fragile e precaria sulla quale si cammina, si danza, si cade e ci si rialza, a volte con slancio energico altre con fatica o sbandando senza controllo ma ritrovando poi sempre un sufficiente equilibrio.

Sappiamo, già nei primi turbamenti infantili, che la vita è strana stupenda e terribile, che nascendo abbiamo approfittato di un'inspiegabile occasione capace di donare gioie sublimi e grandi dispiaceri. Siamo consapevoli che niente è eterno, il nostro stesso tempo avrà sicuramente un termine e lo avrà quello di tutti, compresi coloro che amiamo. Ci minacciano malattie più o meno gravi, incidenti costantemente in agguato, e la vecchiaia è lì vista negli altri con timore fino al giro di boa che getta su di noi la sua ombra inquietante. Non ci sono garanzie che assicurino le necessità primarie, ancora non siamo adulti e già si profila l'interrogativo sull'attività da svolgere per guadagnarci la tranquillità mentale e pratica. Eventi naturali possono distruggere in un attimo la nostra realtà o quella altrui. Impariamo presto che se l'umanità fonda il suo benessere morale e spirituale sull'amore questo è però un'entità inafferrabile, ambigua e mutevole, ci sono sentimenti inalterabili ma è possibile che affetti ritenuti granitici e immutabili si sgretolino inaspettatamente e ci abbandonino. Dobbiamo fare i conti con aspetti sinistri dei nostri simili, con la violenza, la follia, la sopraffazione e l'arroganza, con le guerre… Ed è estremamente arduo vedercela con noi stessi, col nostro inconscio, forzatamente costretti a tentare di risolvere, ognuno secondo le proprie capacità, interrogativi fondamentali.

Eppure nella grandissima maggioranza dei casi tutto questo è dato per scontato, è accettato senza eccessivi traumi, con naturalezza e una certa incoscienza perché così vuole l'istinto della sopravvivenza che ci sorregge persino eroicamente e ci spinge a ricercare il benessere e il piacere.

Suppongo che ognuno abbia un suo limite, una linea di demarcazione oltre la quale eventi dolorosi sfilacciano le fibre più intime svuotando corpo e anima di ogni palpito. E quando la sofferenza prende il sopravvento ti perdi, smarrito il senso tutto si confonde, senza quell'imperscrutabile fremito che non riesci più ad afferrare sei una marionetta odiosa a se stessa che inciampa nei propri fili e cerca inutilmente le tracce dei suoi passi. Non lasci impronte o non le distingui più fra tante sconosciute. Può essere un processo irreversibile.

Cosa fa sì che qualcosa nell'intimo contrasti a tua insaputa il dilagare di una marea cupa e vischiosa, qual è la misteriosa energia che sommessamente ostacola il vuoto e il nulla facendo balenare impercettibili scintille, fuochi fatui ma tenaci di cui confusamente raccogli i segnali? Forse è la tua stessa voce che tenta di vincere una paralizzante afonia per suggerire che non è finita, che sei proprio tu a non volere che sia finita, perchè da quella palude di sgomento vuoi uscire, lo vuoi disperatamente e ogni tua molecola aspira ancora a vivere, alla gioia, al respiro sotterraneo che si rinnova, grandiosamente banale e infinito. Le mani avvilite di inutilità evocano il flusso che le animava, lo stimolo inviato dalla mente per rendere materia le sue invenzioni.

Perché tu vuoi volare.

Non ci stai a questo inferno piagnucoloso che mortifica la vita, che ti umilia, che ti strapazza a suo piacimento, trascina le tue ore deserte e le tue notti scorticate attraverso meandri nebbiosi, manovrandoti sfacciatamente e privandoti di te stessa. Adesso non sai se esitanti bisbigli si dipanano da lontananze anagraficamente immense, se è la tua adolescenza che ti ritrova in questa stagione inerme e ferita e dissotterra le armi della sua forza per infonderla ai tuoi giorni stremati. Perché lei volava.

Imbronciata e ruvida, come le rondini sfiorava la terra e poi si ergeva verso l'azzurro, spigolosa e impavida disperdeva le lacrime nella luce. E in alto oltre le nuvole e sfidando i temporali volava la giovinezza, sono volati gli anni a seguire.

E allora inspira forte, non importa se l'aria fa male e tutto sanguina, bevi il vento col suo gelo e il sale e la polvere, la sabbia rubata al mare che graffia la gola e le mille stalattiti della paura, solo così si asciugherà il muschio umido e le pareti di carta della tua essenza riprenderanno vigore, tornerà a scorrere la linfa. Bisogna volare.

Antenne sotterranee intuiscono che puoi farlo come mai prima, adesso da questo precipizio pietroso puoi salire più in alto e più libera che in tutto il tempo vissuto, le ali atrofizzate hanno un potenziale mai spiegato, gonfia il petto fai scoppiare i nervi.

La volontà della vita. Un serpente fuori dalla pelle, un bruco che specchia nella rugiada i suoi colori di farfalla, un gabbiano prepotente, un'aquila che aggredisce il cielo. Perseguendo il suo scopo ha cercato sepolti nel fondo frammenti di personalità soffocati per timore, per civiltà, per cortesia e per amore, aspetti che sembravano ingestibili e quindi ridotti a zavorra. Adesso si può. Ammaestrata dall'esperienza l'identità sa affermarsi senza superbia e con rispetto, sicura dei suoi spazi difesi serenamente. Conosce la potenza delle tempeste e come ripararsene, dosa le picchiate e sfrutta le correnti ascensionali. Ride spesso e sa che coglierà altri attimi perfetti.

Il burattino conserva un posto defilato, involucro pesto e muto a ricordare il percorso, le amputazioni volute e subite, una catalessi vicina al non esistere. A osservare il resto del viaggio, ignoto, che le grandi ali hanno ancora davanti, verso la fine celata tra le pieghe del caso.

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