GLI ELLENI

Gianfranco Menghini

Un industre popolo che dalla Magna Grecia, a causa di un’esplosione terrificante dell’Etna oltre tremila anni fa, varca le colonne d’Ercole e, ramengo e prossimo alla fine per lo stremo, approda in un

Un industre popolo che dalla Magna Grecia, a causa di un'esplosione terrificante dell'Etna oltre tremila anni fa, varca le colonne d'Ercole e, ramengo e prossimo alla fine per lo stremo, approda in una grande isola in mezzo all'Oceano Atlantico. Dotato di una forza di volontà straordinaria e di una compattezza d'intenti, si dà leggi semplici ed efficaci. Si dedica a migliorare la sua situazione. Grazie anche alla fertilità dei terreni dell'isola-continente e alle sue immense risorse minerarie e ittiche. Tuttavia una cosa, purtroppo, il popolo degli elleni (così si definiscono gli abitanti della grande isola-continente) condividono con il genere umano: l'aria che respirano, e dato che sono sensibilissimi a ogni sia pur minima variazione negativa del composto aereo nonostante l'isola sia situata sulla faglia che taglia in due il fondale dell'Atlantico, l'aria inquinata arriva anche là...



GLI      ELLENI

 

(Kallitala)


1          L'ISOLA DEL MISTERO

  

Lascò un po' la randa non perché il vento soffiasse con intensità, anzi, l'aura proveniente da ovest era pure leggera, ma per farsi un po' d'ombra. Aveva lasciato il cappellino nella cabina e nessuna voglia di mollare il timone per andare a prenderlo, seppure il sole gli martellasse in testa. Si toccò i capelli che aveva fitti e lunghi, li sentì brucianti e allora, dopo essersi dissetato con l'acqua della bottiglia piena a metà di acqua diventata calda come l'urina, si versò il resto sulla testa cosicché, almeno per tirarsi indietro la ciocca di capelli che gli stava gocciolando in faccia, dovette lasciare sia la ruota del timone sia un po' anche la cima che teneva la randa, per una manciata di secondi. Quanto bastò, tuttavia, perché il boma si intraversasse e, per la leggera onda lunga dell'oceano, lo scafo sbandò e la randa, abbandonata a sé stessa, ritornò indietro andando a sbattergli sulla testa, facendolo svenire.

  Con l'afflosciamento del suo corpo nel pozzetto, la sagola legata al braccio destro andò in tensione quanto bastava per tenere fermo il boma, per cui quando il vento rinforzò, gonfiò vela e fiocco, la barca si inclinò di qualche grado a babordo e filò in mare dritta come un fuso finché sparirono dietro l'orizzonte le isolette delle Florida Keys e, per ultime, le costruzioni a torre di Key West.

  Unici compagni di viaggio, un branco di delfini di diversa appartenenza agli ordini dei mammiferi marini conosciuti dall'uomo. Non giocavano come sono usi fare, saltando tra un'onda e l'altra formata dalla scia della barca, anche perché la sua velocità non era tale da suscitare un'onda abbastanza alta per poterci infilare la testa a cuspide, ma sembravano gli dovessero fare da scorta, quattro per lato, due coppie a prua e altrettante a poppa. Tutto lasciava credere che sotto la loro protezione non dovesse accadere al natante niente di più che positivo, visto che filava liscio come se avesse un motore elettrico sembrando pure che allo skipper, anziché la botta al capo del lento ritorno del boma, nemmeno tanto violenta, fosse stata inoculata una sostanza anestetica, giacché passò un certo lasso di tempo, dal piccolo incidente e ancora rimaneva esanime.

  E la barca, invece, un cutter d'epoca di cinquanta piedi perfettamente attrezzato con la più moderna avionica per il lungo corso, ma dal boma troppo basso rispetto agli standard attuali, soprattutto per uno skipper troppo alto, nel frattempo doveva avere percorso un'infinità di miglia e quando il velista solitario stava riprendendo i sensi, sebbene non ancora in grado di governare la barca né di rendersi conto lucidamente di quello che stava accadendo, aumentò l'andatura in un mare che si era fatto liscio come l'olio, tanto da far segnare al solcometro elettronico una velocità di oltre trenta nodi. Tutto ciò senza provocare sia il grosso sbaffo di prua che le accentuate vibrazioni allo scafo se non quelle che di solito verrebbero suscitate da un vento teso, ma non troppo gagliardo.

  Quando il velista riprese interamente i sensi, vide davanti a sé il profilo di due promontori che si protendevano in mare a formare un'ampia ansa verso cui la barca si stava dirigendo veloce senza che lui, malgrado avesse provato a girare il timone, potesse impedirlo e mentre si stava preoccupando per un eventuale guasto al timone, gli otto strani delfini emersero con la testa dal mare emettendo i loro tipici suoni che l'uomo capì come se gli avessero parlato i suoi simili: ‘Lasciati guidare. Non vai incontro ad alcun pericolo.'

  Il giovane, poiché solo una persona nel pieno possesso delle sue forze fisiche poteva mettersi in mare da solo per governare una barca a vela di quelle dimensioni seppure l'avesse fatto con l'intenzione di costeggiare le Keys e circumnavigare le Marquesas, a meno di quindici miglia da Key West per poi tornare indietro, decise di lasciarsi guidare perché non aveva alcuna possibilità di contrastare quella suprema volontà che lo stava attirando verso terra.

   Era arrivato da New York tre giorni prima per prendersi un periodo di riposo e di riflessione e, esperto velista che aveva fatto innumerevoli esperienze nel Nantucket Sound, quel giretto in un mare appena increspato da una leggera brezza, più che una prova di capacità, l'aveva considerata una normale escursione turistica.

  Non si rendeva conto, tuttavia, come non riuscisse a governare il cutter, che ora si stava dirigendo, spinto da una forza sconosciuta e con quegli otto strani quanto bei delfini ai fianchi, verso il centro della profonda insenatura che via via che vi si addentrava, mostrava una vasta spiaggia ad arco orlata del tipico giallo oro della sabbia corallina. Si accorse che i raggi del sole non erano più infuocati come qualche ora prima, il mare era una tavola e le vele quasi flosce. Eppure, lo scafo filava a sette nodi come vide nel solcometro. Più interessato ad ammirare il magnifico paesaggio che veniva a pararsi davanti ai suoi occhi che a indovinare quale propulsore lo spingesse, non si era accorto che i delfini non contornavano più la barca. Forse se n'erano andati a divertirsi con le onde delle scie di altri natanti o forse inabissati in mare. Mai si sarebbe immaginato che, invece, i cetacei si erano posti sotto la chiglia e, come i pesci pilota con i pescicani, vi si erano attaccati e spingevano la barca dirigendola, grazie alle loro capacità di orientamento, verso l'approdo. Che si materializzò qualche minuto dopo come un ben attrezzato molo a cui, con una manovra degna del migliore skipper, la barca si affiancò e un giovane dall'apparente età di vent'anni, saltò a bordo e senza proferire una parola, prese le cime di prua e di poppa e la ormeggiò.

  L'uomo, incantato dal magnifico paesaggio e da tutte le operazioni marinare eseguite a regola d'arte, credette di sognare. La giornata, che stava volgendo al termine, era splendida, con un Sole che rutilava ancora alto sui lontani picchi delle violacee montagne che si stagliavano nel rosa-azzurro del cielo. Nelle ultime ore non aveva fatto il caldo soffocante di quando era sbarcato all'aeroporto di Key West e tutto sembrava paradisiaco, con un'aria balsamica che sapeva degli intensi profumi della primavera in cui gli unici rumori erano quelli del leggero sciabordare dell'acqua e gli altri, garruli più che stridenti, emessi dalle gole dei diversi uccelli marini che gli volteggiavano intorno.

  Quando uscì dalla cabina dov'era andato per prendersi lo spolverino considerato che, con il Sole calante l'aria incominciava a frescheggiare, non trovò più il giovane che aveva legato le cime della barca con due perfette gasse d'amante. Si guardò intorno stranito e, non scorgendo nessuna presenza umana, si avventurò sul molo arrivando fino alla sua base che finiva sul duro terreno dopo avere superato, con un sottostante lungo ponte ad altezza d'uomo, la bella spiaggia di sabbia rosa dorata. Il terreno pianeggiante ricoperto dalla tipica vegetazione che cresce in prossimità del mare, si estendeva a perdita d'occhio fino alle lontane colline dietro le cui tondeggianti cuspidi si intravedeva la cornice seghettata delle montagne.

  Ritornò lesto verso la barca per prendere i binocoli. Aveva intravisto alcune macchioline chiare sulle pendici delle colline più vicine e quando mise a fuoco le lenti, scoprì con soddisfazione che si trattava di costruzioni o di case, insomma, probabilmente abitazioni. Quella constatazione gli alleggerì l'animo, poiché la magia in cui aveva vissuto finora lo aveva tenuto in apprensione, sebbene si fosse sforzato di credere che tutto era nella norma e che quegli strani delfini… e pure quel bel giovane che aveva legato le gomene… ma, infine, tutte stranezze che si sarebbero svelate in seguito essere usi e costumi del luogo, dato che quelle case che aveva appena intravisto in lontananza, gli restituivano il senso della realtà. L'indomani, se non fosse venuto alcuno al molo, vi si sarebbe recato ma prima, prima… doveva consultare le carte di bordo e mangiare pure qualcosa. Non aveva fatto caso se nel frigorifero c'era del cibo. Quando aveva affittato la barca, si era impegnato a ritornare prima del tramonto che, a quelle latitudini, nel pomeriggio avanzato. Poteva darsi, quindi, non ci fosse nient'altro che qualche bottiglia d'acqua o, al massimo, le solite bibite analcoliche. Non si sognava neppure lontanamente di trovarci della birra, di cui sentiva tanto il bisogno. L'acqua in bottiglia bevuta durante la navigazione costiera, l'aveva acquistata all'ultimo momento, nel bar attiguo agli uffici della società di noleggio.

  Rientrò in cabina, ma prima ancora di pensare al cibo, si premurò di consultare la carta della Florida. L'unico posto dove si trovava non poteva che essere l'arcipelago delle Bahamas oppure… certo! Non sapendo quanto tempo la barca avesse navigato senza governo, anche l'isola di Cuba. 

  ‘Ma no!' ebbe a dirsi. ‘Cuba è troppo lontana e poi, figuriamoci se alla vista di una barca americana, non sarebbero venuti in frotte ad accogliermi… magari pure ad arrestarmi!'

  Nella sua mente scattò un'idea improvvisa. 

  “Il navigatore satellitare. Che stupido non averlo neppure consultato!” esclamò a voce alta, battendosi la base del palmo della mano destra sulla fronte.   Salì i quattro scalini che davano sulla coperta e si mise davanti agli strumenti di navigazione.  Il monitor del satellitare, però, era spento. Stava per pigiare sul nottolino di accensione, quando si accorse che era già in posizione di ‘On'. Diede un lieve colpetto sulla base, ma lo schermo rimase buio. Non mancava la corrente perché aveva lasciato accese le luci in cabina e, infine, la barca, oltre ad essere dotata di una grossa batteria di riserva, disponeva anche di un piccolo generatore di corrente autonomo che veniva alimentato da un serbatoio supplementare di gasolio e, entrambi i depositi, così come aveva controllato assieme all'uomo della manutenzione la mattina prima di partire da Key West, erano pieni. Cambiò programma e pigiò su ‘Menu' e subito lo schermo si illuminò illustrando gli accessi ai vari programmi, ma non a quello del ‘punto nave'. Pensò ciò dipendesse da qualche interferenza del satellite e non se ne diede pensiero. Presto quel piccolo problema, sempre che lo fosse, si sarebbe risolto. In caso di emergenza, c'era pur sempre la radio. La banda di frequenza della società di noleggio era su dodici punto nove. Certo non era l'ora adatta per chiedere assistenza. Forse l'indomani, decise, confortandosi. E poi, entro quell'ora, senza dubbio, l'interferenza satellitare si sarebbe risolta…

  Alla curiosità delusa, diede precedenza all'appetito e questa volta, nell'aprire il frigorifero ebbe un moto di gioia nel vederlo pieno di ogni cosa per mantenere un intero equipaggio di sei persone, tante infatti poteva contenere la barca con le sue tre cabine, di cui una spaziosa e comoda con proprio bagno, adiacente all'elegante dining-sitting-room. Guardò pure nella dispensa e vide che c'era una certa quantità di scatolame compreso pane a cassetta e biscotti dolci e salati.  Non aveva dimestichezza con forno e fornelli, per cui mise in tavola un piatto con due spesse fette di prosciutto cotto e un altro di salmone affumicato, pane in cassetta che mise a tostare mentre beveva una delle birre scoperte nel ripiano inferiore del frigo. 

  Poi, pranzato e rimesso tutto in ordine, prima di andarsi a coricare, uscì all'aperto, andandosi a sedere sulla banchetta a fianco della ruota del timone. Il buio tutt'intorno era impenetrabile e il cielo, invece, un diamantifero pavé di scintillii. Mai in vita sua aveva visto tante stelle. Alcune gli apparivano come l'anello con un diamante solitario grosso come un cece, identico a quello che aveva regalato a Liza. Quel ricordo gli diede una stretta al cuore e per farlo svanire, ridiscese nella cabina per prendere binocolo e torcia elettrica. Poi, nel ritornare al suo posto di osservazione, spense le luci e incominciò a osservare con attenzione verso le colline dove nel pomeriggio aveva notato le macchie chiare delle costruzioni. Ma fu un inutile sforzo degli occhi. Intorno a lui, era buio profondo e nessun lucore trapelava da quella massa di terre, di cui gli innumerevoli diamanti di stelle disegnavano i labili contorni.

  La visione del cielo lo aveva eccitato, neppure intimorito all'idea di trovarsi in un paese sconosciuto e all'apparenza disabitato… o quasi. Chissà da dove era spuntato fuori quel giovane gentile che lo aveva aiutato a ormeggiare la barca né il solitario navigatore aveva più avuto sentore della presenza dei delfini. 

Delfini rimorchiatori,' disse fra sé. ‘Che strano!' E mentre si stava svagando ad ammirare le stelle con i binocoli che gliele facevano vedere non di certo più grandi, semmai più fitte, il cielo si oscurò improvvisamente e incominciò a cadere una fitta pioggerella, obbligandolo ad accendere la torcia elettrica e andarsi a riparare nella cabina, che chiuse a doppia mandata. ‘Non si sa mai,' ebbe a riflettere, ‘che inopinatamente com'è già successo, qualcuno si introduca nella barca.'

  Si sdraiò sul letto e, per maggior precauzione, non disponendo di altra arma, mise a portata di mano la pistola lanciarazzi nella quale aveva inserito una cartuccia. La pioggia era talmente lieve che non faceva quasi rumore cadendo sulla tuga, tanto che fece scorrere il vetro della finestrella per mettere fuori la mano. Trovò piacevole il contatto con l'acquerugiola. Era leggera e tiepida. Rimase ad ascoltare i tenuissimi rumori che provenivano da fuori e, con i sensi acuiti più dalla novità del mondo che lo circondava che dalla tensione di sapersi sperduto chissà dove, non riuscì a prendere sonno, cosicché appena due ore di riposo, si alzò dal letto e dopo aver acceso solo la piccola luce di lettura, prese la torcia elettrica e uscì all'aperto. Non pioveva più e il cielo era stellato ma… guardandosi meglio intorno, vide baluginare piccole luci sulle colline e un chiarore che si spandeva nel basso cielo contornante la collina meno elevata, protendentesi in lungo sul mare. Di primo acchito pensò fossero stelle al tramonto oppure il chiarore del sorgere della luna ma poi, guardando meglio con i binocoli, ebbe la certezza che le luci provenivano dalle abitazioni che aveva intravisto nel pomeriggio e il chiarore non poteva che essere quello di un grosso centro abitato.

  'Una stranezza davvero,' si disse 'prima tutto buio e ora, pare che le due ore di pioggia abbiano rianimato questa terra sconosciuta! Ma sarà o no un'isola?'

  Meno convinto adesso che si trattasse sia delle Bahamas o di Cuba, armeggiò con il satellitare, ma il monitor, agli insistiti tentativi per ottenere la posizione-nave, rimase scuro. Il satellite geodetico doveva essere seriamente danneggiato, tuttavia, ragionando a mente fresca, dovette convenire trattarsi dell'apparecchiatura della barca, non più funzionante come al mattino ma, considerato che di satelliti che dessero la posizione di ogni cosa sulla Terra, ce n'erano più di uno, non se ne preoccupò. Avrebbe visto l'indomani, ebbe a promettersi con uno sbadiglio. La stanchezza gli piombò improvvisamente su tutto il corpo e il sonno tanto invocato gli arrivò subito dopo essersi disteso sul letto.

  E quando un'alba luminosa indorò dei suoi raggi le terre circostanti andandosi a specchiare sull'ampio pelago appena increspato da una leggera aura, uno spicchio di mare fece da specchio riflettente e rilanciò il barbaglio del Sole appena sorto, sulla finestrella lasciata aperta nella cabina dove dormiva il biondo Henry che, ormai riposato dopo otto ore di sonno, alla luce si svegliò. Come sua abitudine, l'ardito navigatore si alzò e, riandando immantinente il suo pensiero alla sera prima, lo prese una leggera angoscia, per cui salì a poppa e dal pozzetto di manovra si mise a scrutare in circolo. Il Sole rutilava in un cielo limpido e le terre tutt'intorno erano ammantate di una fitta sequela di toni verdi. La visuale era chiara. La leggera pioggia della notte aveva cancellato nell'aria ogni traccia di pulviscolo facendogli vedere più distintamente sia le colline che le montagne sullo sfondo. Ma una cosa o, meglio, alcune cose che non aveva notato al suo arrivo, attirarono la sua attenzione. Non riuscendo, però a distinguerle a occhio nudo, dovette scendere nel saloncino per prendere i binocoli. Quando riprese il suo posto al timone, ebbe quasi uno spavento. Una persona stava percorrendo il lungo pontile, in direzione della sua barca. Non la distinguendo bene dato che l'immagine era controsole, credette si trattasse del giovane che lo aveva aiutato a ormeggiare, ma poi, via via che la figura si avvicinava, ebbe la certezza essere una donna e, finalmente, la vide. Una donna… una ragazza, molto giovano e… molto bella, di una beltà per lui incredibile in un luogo così immaginifico.

  Lo guardava fisso negli occhi ed esprimeva con un mezzo sorriso il piacere di accogliere uno sconosciuto. Aveva i capelli di un nero corvino che le incorniciavano un viso bellissimo dove due occhi grandi ombreggiati da ciglia lunghissime, esprimevano una grande dolcezza. Si avvicinava con un incedere elegante e lento, tanto che gli orli del leggero abito ondeggiavano armoniosamente al ritmo della falcata. Indossava un leggero bustino che le modellava i seni, all'attaccatura dei quali si intravedeva dal largo spacco che le lasciava scoperto il collo e finiva sugli omeri. Tutta la pelle scoperta era del dorato colore del miele.  Quando si trovarono di fronte l'una all'altro, nessuno dei due pronunciò una parola se non dopo essersi scrutati attentamente negli occhi. Parve alla ragazza che in quelli di Henry non vi fosse alcuna traccia di diffidenza, cosicché fu la prima a parlare.

  “Benvenuto. Sono la sorella del giovane che ieri ha ormeggiato la tua barca. Sono venuta a invitarti nella nostra casa.”

  “Dove?” chiese Henry, trascurando le buone maniere per dare la precedenza al desiderio di sapere in quale luogo si trovasse.

               “Là,” fece la ragazza, indicando con un grazioso movimento del braccio le colline lontane.

  “E dovremmo andarci… a piedi?”

  “Io mi chiamo Fedra,” lei disse, dando un conseguente avvio per conoscersi. “E tu?”

  “Ah. Scusami. Io sono Henry. Ma com'è che parli la mia lingua?” chiese ancora da incorreggibile curioso.

  “Vieni, allora?” disse la giovane, non dando risposta alla sua domanda. 

Sì, certo. Un momento che prendo le mie cose. Intanto… potresti accomodarti in barca.”

  “Preferirei andare a passeggiare sulla spiaggia,” rispose la ragazza. “Ti attenderò alla base del molo.”

  Henry prese le sue cose, ma le mise alla rinfusa nella sacca. Gli era preso il timore che se non l'avesse tenuta sott'occhio, la ragazza, così come il fratello il giorno prima, sarebbe sparita. Per cui non staccava gli occhi dalle finestrelle e quasi non si accorgeva di quello che infilava nel bagaglio marinaresco. Poi, quando la vide passeggiare con levità sulla spiaggia, come se i suoi piedi non dovessero lasciare orme, uscì nel pozzetto di poppa e nemmeno chiuse a chiave la porta della cabina per non perderla di vista, ma l'appoggiò appena. Lanciò la sacca sul pontile ed eseguì un elegante volteggio atterrandovi da atleta. In quella maniera, risparmiandosi di assuccare le cime per avvicinare la barca al molo, per non perdere di vista, nemmeno per un attimo, la graziosa figuretta di Fedra.

               ‘Che nome! Sa di antico. Classico, direi. Però non mi dispiace,' e, riflettendo sulla facilità con cui aveva eseguito il salto e l'insolita leggerezza del bagaglio, ‘mi sento leggero come una piuma. Che questo paese…' 

  Sacca in spalla alla maniera dei marinai, senza farsi altre domande, si affrettò a raggiungere la ragazza che, nonostante fino a quel momento gli avesse mostrato le spalle mentre camminava sulla battigia, fece dietrofront e, con la solita andatura carezzante la sabbia e guardando assorta dove metteva i piedi, raggiunse l'attacco del molo nello stesso istante in cui vi arrivava anche Henry. Lei gli inviò un sorriso luminoso e, con il braccio, un aereo cenno per invitarlo a seguirla. Mentre si inoltravano tra i cespugli cresciuti sulle dune di sabbia, arrivarono dove la vegetazione si faceva più fitta. Dietro una barriera di un compatto gruppo di alberi c'era una macchina o, meglio, qualcosa di diverso dalla concezione che Henry si era fatto fino ad allora dell'automobile, poiché quel veicolo era un incrocio tra un mezzo spaziale e una comune autovettura sportiva a due posti, ma con un ampio bagagliaio dove, a un cenno gentile della sua ospite, Henry vi infilò alla svelta la sacca da velista.

  Non si accorse nemmeno che Fedra aveva acceso il motore quando l'astromobile, così nella sua mente aveva già battezzato quella vettura, incominciò a percorrere, prima a lenta andatura la stradina attraverso il bosco poi, quando si immise in una grande strada, al momento deserta, aumentò la potenza raggiungendo una velocità particolarmente elevata, tale da non essere in grado di distinguere neppure da vicino cosa fossero quelle specie di bagliori che aveva intravisto dalla barca.

  La ragazza, seria e presa dalla guida dell'auto, non aggiunse altre parole a quelle scarne che gli aveva rivolto per invitarlo a seguirla e Henry stette al gioco, sempreché di cosa giocosa si trattasse, sollecitato dalla viva curiosità di venire a sapere quando infine sarebbero giunti a casa di Fedra, in quale paese fosse approdato e che gente vi vivesse. Quando lo strano veicolo arrivò alle pendici di una delle tante colline che facevano da barriera al grosso centro abitato che aveva intuito esistesse dalle luci che Henry aveva scorto emettesse nel cielo notturno, lasciò la grande direttrice e prese a salire, ma non percorrendo una strada secondaria, giacché non gli pareva ci fosse ma, semplicemente levitando su un cuscino d'aria, tuttavia non sollevando affatto polvere e avanzando veloce, ma sempre senza emettere alcun rombo di motore.

  La costruzione davanti alla quale si fermarono era indubitabilmente un'abitazione, ma le sue forme differivano alquanto dalle case tradizionali. Le sue linee erano pure ed essenziali e, a prima vista non sembrava che avesse porte e finestre. Il tetto poi, aveva una forma stranissima. Piatto con i bordi a cunetta. C'erano una miriade di cose che doveva venire a sapere e la ragazza, invece, non aveva proferito una parola, anzi, una volta scesi dall'automobile, gli fece cenno di seguirla verso la costruzione senza neppure aprirgli il vano dove aveva riposto la sacca. Come lei si avvicinò al muro, improvvisamente si materializzarono porta e finestre e, a un leggero tocco, la porta a scorrimento si aprì su di un vestibolo dalle pareti chiare illuminato da luci a diffusione di cui non si scorgeva l'origine. Una grande porta a vetri scorse silenziosamente nella parete e, seguendo Fedra, Henry entrò in una vasta sala arredata con mobili ultramoderni lucidissimi sui cui piani non c'era alcun oggetto ornamentale, come si era abituato a vedere in casa della sua amica Liza, che aveva trasformato ogni piano orizzontale di ciascun mobile in un piccolo altarino pieno di immagini in cornici lignee o metalliche. Era stata anche quella una delle innumerevoli ragioni per la quale aveva provvisoriamente lasciato New York per un periodo di riflessione. Del resto, d'accordo con il suo capo ufficio, approfittava per godere delle ferie completandole con la rimanenza dei dieci giorni dell'anno prima.

  Un giovane, lo stesso che lo aveva aiutato a ormeggiare la barca il giorno prima, si alzò dal divano e gli andò incontro per salutarlo. Henry non si era accorto della sua presenza in casa. Probabilmente era disteso a guardare il grande schermo televisivo e il divano-letto era rivolto nel verso opposto all'entrata. Non appena gli strinse la mano, lo schermo scomparì nel muro e, quando Henry si volse verso la sorella, si accorse con stupore che non c'era più.

  “È andata ad avvertire i nostri genitori,” fece il giovane, sempre tenendogli la mano e inviandogli uno sguardo divertito. “Io sono Paride.”

  “Ed io Henry. Henry Campbell, per l'esattezza. Ma… come…” balbettò per un attimo, ma poi un po' più deciso: “Dove siamo?”

  “Ah! Ecco Fedra con i miei genitori. Vieni Henry, andiamo loro incontro.”  Seppure indispettito nel constatare come gli abitanti di questo territorio facessero di tutto per non dargli una benché minima spiegazione, seguì Paride attraverso il vasto salone, venendosi a trovare ai piedi di un'elegante scala ellittica di cui non aveva indovinato la presenza, a metà della quale stavano scendendo, con innegabile grazia, sia Fedra che i suoi genitori. Il primo a omaggiarlo fu il padre che, compiaciuto, si presentò stringendogli vigorosamente la mano.

  Henry, da buon tecnico americano, non aveva studiato troppo a fondo la storia antica greca e romana, ma da certe letture nella biblioteca dell'Università di Princeton dove aveva conseguito la laurea in Ingegneria, aveva appreso qualcosa della mitologia greca e quei nomi gli stavano chiarendo che non si trovava affatto nelle isole Bahamas né a Cuba, ma in luoghi tanto strani da fargli credere di sognare.

  Nel presentargli i genitori, Fedra intercalava a parole comprensibili, anche uno strano idioma incomprensibile. La madre, il cui nome Ecuba gli ricordava di averlo già letto sui libri, era una bella donna appena sfiorita di cui Fedra sembrava la copia conforme, gli porse la mano che strinse appena, tanto la trovò delicata al tatto da avere l'esagerato sospetto di arrecarle dolore e quando fu la volta del padre, che Fedra gli sussurrò chiamarsi Alcinoo, a Henry venne voglia di riderne, poiché in quel momento si risovvenne di quell'appellativo che aveva appreso dalle sue uniche letture dell'Iliade, dell'Odissea e di un libro della storia greca, che tutto gli sembrò una commedia montata ad arte.

  Si meravigliò lui stesso nel sentirsi dire: “Ma cos'è tutto questo? Mi sembra di trovarmi in mezzo a una recita. Tutti questi nomi della Grecia antica…” guardando fisso negli occhi di Alcinoo, anche lui poco invecchiato e assomigliante come una goccia d'acqua al figlio Paride, il quale gli sorrise benevolmente.   “Scusate… ma voi chi siete?” soggiunse timidamente Henry.

  “Siamo la famiglia degli Achelai…” rispose, sempre sorridendo, il padre, “e abbiamo mantenuto i nomi dei nostri antichissimi antenati.”

   “È tradizione del nostro popolo,” gli fece eco Fedra che, con un gesto elegante, accennò a tutti di seguirla per andarsi ad accomodare nell'ampio salone.  Henry non se la sentì di chiedere altro. Paride gli pose amichevolmente una mano sulla spalla e lo condusse leggiadramente verso lo stesso divano dove poco prima si trovava comodamente disteso. I suoi genitori e Fedra si erano già accomodati sulle poltrone, il padre in atteggiamento di curiosa attesa per ascoltare la storia di quel gradito ospite non inatteso, mentre la madre e Fedra stavano confabulando a bassa voce nel loro strano linguaggio.

  “Siamo lieti di ospitarti nella nostra modesta casa. A quale onore dobbiamo la tua visita?” chiese Alcinoo, con malcelata curiosità.

“Ma veramente…” rispose indeciso Henry, guardando ora Paride ora Fedra come a significare che loro due ne sapevano più di lui, “non saprei, signor Achelai.”        

  “È in uso in queste terre di chiamarci per nome e darci del tu, Henry. Vorrei ricordarti che il mio nome è Alcinoo. Allora, vuoi gentilmente dirmi per quale ragione sei approdato nella nostra isola?” ripeté blandamente il padrone di casa.

 “Ah, dunque, è un'isola!” esclamò l'americano.

  “Quasi un continente, però!” disse in tono soddisfatto Paride.

  “Grande come? E dove è situato rispetto all'America?” di nuovo a chiedere con foga Henry e, non arrivandogli la risposta da Paride, il quale guardava muto suo padre come a chiedergli il permesso di parlare, aggiunse: “Forse Cuba?” 

  “Niente di tutto questo,” rispose Alcinoo. “Il nostro è un piccolo continente sconosciuto, o meglio, sconosciuto a tutti gli altri abitanti della Terra.”

  “Non è possibile,” scappò detto a Henry che, per scusarsi, aggiunse: “Cioè, volevo dire, senza volerti mancare di rispetto, Alcinoo, non risulta esista più alcun angolo di mondo a noi sconosciuto. Sai con i nostri satelliti che girano numerosi nello spazio…”

  “Già, i vostri satelliti…” fece di rimando Alcinoo gorgogliando un lieve accenno di riso, imitato dalla moglie e da Fedra, mentre Paride non poteva trattenere una risata chioccia, “vedono tutto, qualsiasi cosa, anche una fogliolina caduta nell'intrico della foresta amazzonica… ma non noi né le nostre terre, il nostro mare e neppure il nostro cielo,” e con un tono leggermente aspro, “niente del nostro ambiente potrà mai essere visto se non da coloro che saranno invitati dal nostro Arconte. E per questo, ti domando: chi ti ha dato la facoltà di entrare nel nostro mondo?” Poi, visto che con le sue ultime parole stava intimorendo l'ospite, “caro ragazzo, tu ne sai qualcosa, per caso?”

  “Sono svenuto sotto la ruota del timone della mia barca per un colpo di boma sulla testa e non so per quanto tempo sono rimasto incosciente. Poi ho visto otto strani delfini che hanno pilotato l'imbarcazione fino alla grande spiaggia dov'era un pontile e vostro… tuo figlio Paride l'ha ormeggiata.”

  “Allora sei stato invitato dall'Arconte. Solo lui può dare ordine alle fere di fare entrare un estraneo nelle nostre acque.”

  “Ma io non conosco nessun arconte né alcuno mi aveva informato di niente…” rispose lamentosamente Henry. “Non mi sembra un modo, questo, di invitare la gente… e poi devo rientrare a Key West per restituire la barca e da là ritornare a New York…”

“Io non ne so niente esattamente e, mi immagino, nemmeno i miei figli,” rispose Alcinoo e, volgendo lo sguardo prima verso Paride e subito dopo in direzione di Fedra, si accertò che non ne avevano alcuna idea nemmeno loro. “Rimani qui da noi. Vedrai che non tarderanno a venirti a prendere da Poseidonia, la nostra capitale.”

  Sul volto di Henry si leggeva un evidente sgomento, per cui Alcinoo ritenne opportuno interrompere la conversazione. “Ti lascio alle cure di Fedra che ti sistemerà nella camera degli ospiti e ti illustrerà il nostro paese come sa fare lei, in maniera che tu possa recepire queste notizie a poco a poco, poiché tutto ti sembrerà molto strano.” E così dicendo, presa per mano la moglie Ecuba, i due si diressero verso lo scalone in fondo alla sala.

  “Io devo andare,” fece a sua volta Paride, inviando uno sguardo d'intesa alla sorella e battendo la mano sulla spalla di Henry a mo' di amichevole commiato.

  “Suvvia, non ti sgomentare, Henry,” fece Fedra con voce vellutata. “Vedrai quanto è bella quest'isola. Durante il tuo soggiorno qua, te la farò visitare e ti spiegherò alcune cose riguardanti le nostre origini.”

            “Da dove siete venuti, insomma, i tuoi antenati…”

  “Una cosa alla volta. Prima andiamo a prendere le tue cose che hai lasciato nella barca.”

  “Non ho più nulla in barca. Fedra. Tutto quello che avevo l'ho messo nella sacca che è ancora dentro la tua… la… come si chiama… forse astromobile?”  Fedra proruppe in una risata argentina. “No, astromobile, no,” rispose garrula, “noi la chiamiamo automobile come voi.”

            “Ma se non ha le ruote… e poi vola!”

  “Ha le ruote, anche se tu non le hai potute vedere e poi per volare… be', Henry. Queste cose tecniche te le spiegherà a suo tempo Paride che è uno specialista in materia, È ingegnere e lavora in una grande fabbrica a Poseidonia.”      

“È la città di cui ho visto i bagliori notturni provenire da dietro quella lunga collina?”

  “Esattamente e dista da qua più di centocinquanta chilometri.”

  “Così lontano! Ma com'è possibile vedere le luci a quella distanza e poi, quest'isola dev'essere davvero grande!”

           “Come ti ha detto mio padre, è un piccolo continente.”

           “Ma com'è possibile che noi… come ci chiamate?”

           “Uomini.”

            “Perché voi cosa siete?” rispose Henry con un sorrisino sarcastico.

“Elleni.”

            “Elleni! Che vuol dire?”

  “Che i nostri antichissimi avi provenivano dalla Magna Grecia e, prima ancora dal Peloponneso…” Leggendo lo stupore stampato sul viso di Henry, Fedra, proseguì: “La Magna Grecia era in Italia. Esattamente al sud dove il clima era dolce come il nostro… ma come ha detto Alcinoo, dammi il tempo di spiegarti le cose un poco alla volta per farti capire.”

             “Va bene,” convenne Henry un po' intimidito. ”Non farò più domande.”

              “Ora andiamo all'automobile a prendere la tua sacca.”

  Nel momento in cui Fedra azionava il telecomando che faceva scattare il coperchio della bauliera, Henry cercò, chinandosi, di scoprire dove fossero le ruote ma, non potendo farlo fino a terra per non infastidire la ragazza, con suo disappunto non riuscì a vederle, seppure il veicolo poggiasse su qualcosa. Fedra fece finta di non accorgersene e quando Henry si mise la sacca in spalla, gli fece strada verso casa dove, salito lo splendido scalone, arrivarono al piano superiore. Meraviglia delle meraviglie, con le vetrate aperte si vedeva tutta la campagna circostante e sebbene Henry li considerasse lontanissimi, perché per venire dalla barca a casa avevano impiegato un po' di tempo con l'automobile - che per lui era pur sempre un'astromobile, visto che in una certa maniera volava - anche la spiaggia, il pontile e la barca ormeggiata. Pensò che di stranezze in questo paese di elleni ce ne fossero anche troppe oltre a quella di vedere a grande distanza come se avesse inforcato i binocoli e, pure un'altra cosa, di cui solo adesso si rendeva conto dopo aver fatto le scale. Non potendo quantificare il peso della sacca, dato che era la seconda volta che se la metteva in spalla, giacché nel porto turistico di Key West l'aveva portata un inserviente della ditta di noleggio, si sentiva più leggero. Ecco spiegata la leggiadria di Fedra quando passeggiava sulla spiaggia mentre lui riempiva in fretta il bagaglio delle sue cose. Si sentiva come se avesse perso almeno una decina di chili, lui che, alto un metro e ottantaquattro, quand'era in forma ne pesava ottantacinque. Si disse che se non avesse mostrato troppa curiosità, forse Fedra e dopo di lei il fratello e chissà, in seguito anche il loro genitore, gli avrebbero chiarito tutti quei misteri, il primo dei quali era la loro illogica illazione che fosse stato fatto venire apposta in questo continente da un arconte. E cos'era un arconte… forse, ebbe a dirsi, un monarca assoluto oppure un tiranno. Tra i due sperò nel primo. Un monarca può essere illuminato, ma un tiranno… bè, non c'erano stati casi nella storia in cui i tiranni non avessero dimostrato di mancare di qualche rotella…

Ah, giustappunto. Fedra gli stava facendo cenno dallo stipite dell'ultima porta del salone di seguirla al piano superiore, cosa che Henry fece immantinente e si trovò nella ‘sua' camera, spaziosa e luminosa visto che anche se non le avesse viste da fuori, la strana casa doveva avere molte finestre, e pure ampie. Se dall'esterno la costruzione poteva sembrare opera di un estroso architetto, per quanto riguardava l'arredamento, tutti i mobili erano abbastanza convenzionali, tuttavia rigorosamente moderni, lucidi tanto da specchiarvisi e senza alcun ninnolo né cornici sui piani orizzontali esterni, mentre in quelli interni… aprì un'anta dell'armadio e vide che vi erano appesi molti vestiti. Poi, tirò a sé un cassetto che rigurgitava di camicie perfettamente stirate e, per non incuriosire troppo Fedra che lo stava guardando senza nascondere un sorrisino di complicità, posò la sacca sul grande tappeto e si sedette sul letto a due piazze. Della giusta compattezza come piaceva a lui, non troppo arrendevole, in maniera da non formare una fossa dove avrebbe disteso il corpo, garantendo così un riposo naturale.

  “È di tuo gusto, a quanto vedo,” disse Fedra, che si era messa davanti alla finestra.

  “Sempre meglio della cabina della barca,” fece si rimando Henry, per non darle troppa soddisfazione. Seppure incuriosito, era indispettito di trovarsi in quella situazione della quale, inconsciamente, si riteneva responsabile. Ma poi avvicinandosi a lei tanto da sentire il lieve profumo simile a quello che emanano i primi fiori della primavera, ne rimase inebriato in tal maniera da volerla abbracciare. Si dominò distogliendo lo sguardo dal petto della ragazza al panorama sottostante e se prima dal salone del piano inferiore ne era rimasto colpito, ora vedendo lo stesso paesaggio da una posizione più elevata, rimase estasiato. Era straordinario che per la differenza di un solo piano, la sua vista potesse spaziare così ampiamente. Si vedevano cose che non aveva ancora notato. Intanto la grande strada che aveva percorso per alcuni minuti, si perdeva in un lontanissimo orizzonte, trafficata da scarse astromobili ma, dove si dissolveva alla vista, si stagliavano contro il cielo cinerino le altissime guglie di montagne, violacee per la distanza.

  Fedra, che aveva seguito lo sguardo di Henry, quando lo vide fermarsi sul profilo delle montagne, gli disse: “Quello è il gruppo montuoso dell'Olimpo, con il monte Ida al centro.”

  “Olimpo, Ida, arconte, elleni…” intonò sarcasticamente Henry, “non vorrai mica dirmi che ci troviamo nella Grecia antica, vero?”  

“Quasi,” rispose la ragazza.

“Sarebbe a dire?”

   “Che non è la Grecia antica poiché, come sai benissimo, viviamo nell'era moderna e ci troviamo nell'Oceano Atlantico, ma qualcosa che, almeno per quanto riguarda alcuni riferimenti, i nostri padri hanno voluto ne avesse una certa rassomiglianza.”

  “Bene. Ammettiamolo pure, visto che non ho dimestichezza con la storia della Grecia antica ma, seguendo il tuo ragionamento aggiornato ai tempi attuali, oltre ai nomi di uomini e cose, spero non ci siano altre attinenze.”

  “Infatti, non ce ne sono. Nemmeno per quanto riguarda il governo del paese.”   

“È una democrazia?” chiese Henry da buon americano.

           “Non credo, ma ti sarà più preciso mio padre.”

  “Allora, potresti spiegarmi, perlomeno, perché queste terre sono sconosciute a noi… uomini?”

   “Questo te lo spiegherà Paride. Io ti posso solo dire che questo piccolo continente si chiama Kallìtala.”

  “Kalli...tala. Strano. Un nome, immagino, importante. Meno male che non l'abbiano chiamato, che so Peloponneso che so, Attica,” rispose Henry, per la prima volta sorridendo, malgrado si considerasse in grave pericolo. “Che vuol dire?”

  “Atala è il nome di una fanciulla che seguì gli Argonauti alla ricerca del Vello d'Oro, dai nostri avi ritenuta a ragione il simbolo della scoperta e Kallistea, nella lingua aulica, significa bellezza. Qua le donne sono... molto indipendenti e ...” ebbe un attimo di esitazione, “belle come l'isola. Ed è stato appunto verso Kallìtala che i miei antenati, per colpa del vulcano, più di duemilacinquecento anni fa si sono avventurati per mare per ritrovarsi, il cielo solo sa come, forse fermandosi qualche mese sulle coste africane per essere sopravvissuti così tanto, in queste lontanissime terre in mezzo allo sconfinato oceano.”

  “Ma se non ci sono mai state…” venne spontaneo dire a Henry, che subito si pentì correggendosi, “allora, certo, adesso ho capito. Siamo alle Canarie. Ecco perché quel monte alto…”

  “E tu con la tua barca avresti attraversato l'Atlantico in meno di un giorno di viaggio…” replicò ironicamente Fedra. “Via, sii ragionevole e ascolta quello che ho da dirti. Sono, le mie, spiegazioni semplici che ti aiuteranno a comprendere meglio le altre di Paride e, infine, quelle che ti darà mio padre.”

  Henry rimase confuso e non se la sentì di formulare ulteriori domande. Già la consapevolezza di trovarsi in un mondo sconosciuto, inesistente per gli uomini giacché, come avevano voluto ben rimarcare i suoi ospiti, gli abitanti di Kallìtala, non lo erano seppure ne fossero simili, ma si definivano elleni che poi, in fin dei conti significava appartenenza a un popolo o a una razza, ma non a un genere di esseri viventi: mammiferi evoluti, ma sempre uomini. ‘Diamine!' si disse, ‘come si può concepire non essere umani?' Eppure, poteva anche darsi… se in questo territorio, bellissimo e sconosciuto a tutti, accadevano cose al di là di ogni fantasia umana, definirsi elleni anziché uomini, doveva pure avere una sua giustificazione. E, infine, erano tutti belli, gli elleni s'intende. Già Fedra con la sua bellezza e la sua leggiadria gli stava indebolendo le difese tanto che non pensava più intensamente come prima alla situazione di cuore lasciata a New York, anzi, e quasi non gli interessava nemmeno più il suo importante impiego in un laboratorio fisico industriale dove con la sua équipe stavano conducendo ricerche sperimentali che li avrebbero portati molto lontano. Ma, in confronto a quello che stava vedendo in quest'isola, c'era di che scoraggiarsi.

  Mangiavano poi, questi elleni? Dacché aveva lasciato la barca, era passato un giorno intero e nessuno si era messo ancora a tavola, salvo bere acqua, che si trovava dappertutto, anche in camera. Ne aveva bevuta e, dissetante come nessun'altra bevanda avesse mai assaggiato in vita sua, era di una purezza e di una leggerezza inusitate e, ogni volta, gli si cancellava dalla mente l'istinto famelico. ‘Strana cosa,' rifletté, ‘mica si nutriranno di sola acqua, spero…'

  Non si nutrivano di sola acqua, infatti. Gli elleni mangiavano come gli umani. Ma una volta sola al giorno e prima che calasse il sole che, nelle zone che per Henry erano pur sempre caraibiche o del centro atlantico, tramonta abbastanza presto.

  La tavola imbandita si trovava al piano terreno, in una sala attigua al grande salone dove si era incontrato con la famiglia al completo. Questa volta, però, si erano aggiunte due ancelle, così gli venne spontaneo definirle, visto che gli usi e costumi locali erano dell'antica Grecia…

  Paride gli venne incontro con fare fraterno e, anziché porgergli la mano come si usa nel mondo degli uomini, gliela pose sulla spalla. 

  “Allora Henry, Fedra ti ha chiarito qualche mistero?” chiese sorridendogli e, non venendogli una risposta subitanea, aggiunse accigliato: “Mi raccomando, durante il pranzo non fare domande a nessuno, ma mangia in silenzio e limitati ad ascoltare. Dopo, io e te faremo una passeggiata in giardino.”

  Tuttora sotto l'influsso di Fedra cui non aveva più rivolto la parola, Henry si limitò ad annuire, cercando di imitare ogni movimento che faceva Paride, il quale si era accostato alla finestra. Entrarono Alcinoo con la moglie Ecuba, preceduti da Fedra e da un'ancella e, una volta sistematisi tutti intorno a una tavola rettangolare apparecchiata riccamente con tovaglia e tovaglioli di finissimo tessuto e con stoviglierie in ceramica semitrasparente e in metallo lucentissimo come lo è il palladio, la seconda ancella portò in tavola una zuppiera fumante, che spandeva un odore molto appetitoso.

  “Oggi minestra di funghi,” disse Alcinoo, seduto a capo tavola con alla sua destra Fedra e dall'altra Henry. Ecuba di fronte al marito e la seconda ancella al suo fianco. Lo spazio rimasto libero veniva utilizzato per il servizio.

  ‘Dunque,' si disse Henry, ‘qualsiasi forma di governo abbia questo popolo di elleni, si comportano da veri democratici facendo sedere alla loro tavola anche un'ancella. O, forse, questa ha ben altri compiti…'

  Ma non aveva ancora compiuto queste riflessioni, che la seconda ancella, una volta serviti tutti, posò la zuppiera della minestra in mezzo alla tavola e si sedette per iniziare a mangiare quando Alcinoo portò alle labbra la prima cucchiaiata. E nel farlo, con l'altra mano fece un gesto papale invitando i commensali a imitarlo e a Henry: “Spero ti piaccia. È fatta esclusivamente di funghi porcini che coltiviamo nei nostri boschi, identici a quelli che, immagino, avrai già mangiato.”

  Henry, ligio alle indicazioni ricevute, come risposta inviò un sorriso al padrone di casa e assaggiò la minestra, che era veramente deliziosa, tanto che dopo quasi si vergognò a essere stato il primo a finirla.

  “Ne vuoi ancora?” gli chiese l'ancella che aveva servito in tavola e anche a lei, anziché rispondere con le parole, Henry fece solo un cenno che, seppur negativo, fu sorridente.

  Intervenne, come al solito, il capo famiglia, giacché pareva che durante il pasto nessuno volesse parlare, tutti presi com'erano a gustare la zuppa. “Fai bene, amico Henry. Per dopo ci sono altre portate che credo ti piaceranno.”

  E, infatti, quello che Henry mangiò quella sera, gli fece dimenticare ogni preoccupazione sul suo futuro in quello strano paese ma, per il momento, molto piacevole. Venne servito un pesce dalle bianche carni tenere, molto simile al branzino, profumato alle erbe di bosco di cui nell'isola-continente gli abitanti pare ne avessero il culto. Dopo il pesce, la carne. Deliziosa e tenera come il filetto che aveva mangiato tante volte quand'era stato a Dallas, in Texas. Le verdure fresche di contorno al pesce erano croccanti come fossero appena colte e le patate cucinate assieme al pesce al forno, si scioglievano in bocca. Come bevanda, non venne servito altro che acqua il cui sapore, stranamente, si adattava a ogni pietanza come gli intenditori fanno con i vini. Già provava la sensazione di essere satollo quando l'ancella, di nome Deianira, portò il dessert in un enorme vassoio colmo di ogni tipo di frutta sia tropicale che delle latitudini più settentrionali, come pere, arance, mele, uva assieme a manghi, papaie e banane, rimanendo scosso più della constatazione di avere assunto la capacità di vedere molto lontano e di sentirsi irragionevolmente leggero.

  Fu Paride, quando tutti si alzarono da tavola per spostarsi nel vasto salone che, fatto un cenno convenuto ai suoi, lo prese in disparte e lo invitò, mettendogli la mano sulla spalla, a scendere in giardino illuminato da una luna stranamente gigantesca. Almeno il doppio di quella che Henry aveva sempre conosciuto, tanto che credette si trattasse di un altro pianeta. Tutto ormai era come in un sogno…  E con la più naturale indifferenza, Paride gli svelò l'arcano dicendogli: “È la luna, non ti spaventare. La vediamo così grande per l'effetto della cupola che ricopre l'isola.”

  “Cupola?” fece Henry sgranando tanto d'occhi. “Vorresti dirmi che quello lassù non è il cielo?”

  “Certo che lo è, altrimenti come faremmo a sopravvivere? È abbastanza complicato per te capire come siamo riusciti a crearla. Sappi che si tratta, per spiegartelo nella maniera più semplice possibile, di un campo magnetico che ci nasconde dall'esterno oltre a garantirci, per ora, un'aria perfettamente pura come quella…”

   “Che i tuoi antichissimi avi respiravano quasi tremila anni fa. È così?”

             “Pressappoco. Bravo, Henry, hai dedotto giusto.”

  “Non è merito mio. Mi ha messo sulla buona strada tua sorella. Ma spiegami un'altra cosa: e la pioggia, eh? E il vento?”

  “Durante la notte equinoziale, dato che qui il giorno dura quanto la notte per tutto l'anno, l'umidità dovuta all'evaporazione diurna, si concentra sotto la cupola e, a un dato momento dopo la mezzanotte, ricade al suolo sotto forma di pioggia…”

  “Acqua purissima come quella di tremila anni fa,” fece Henry con una nota ironica.

  “Perfettamente.”

  “E il vento?”

  “Non esiste il vento da noi. Solo le brezze di terra e di mare, ma che hanno un'intensità talmente lieve che ti accarezzano la pelle. Da noi la temperatura diurna e notturna si mantiene costante da tempo immemorabile, ormai. Sui ventotto gradi di giorno e quattro o cinque in meno di notte, salvo le due ore canoniche della pioggia.”

  “Ah, ecco! L'avevo notato ieri. Due ore di pioggia fitta ma leggera per l'assenza del vento.”

  “Serve per irrigare i campi e ad alimentare i bacini fluviali e lacuali. Un giorno ti porterò a visitare il nostro maggior fiume che percorre per intero il territorio, scendendo la sua sorgente dal Monte Ida.”

        “Che fa parte dal gruppo montuoso dell'Olimpo, come mi

ha detto Fedra.”

  “Proprio così”

  “Non è che…” disse Henry, “su quei monti vivano…” la sua voce prese un tono gorgogliante come di presa in giro,” Giove e tutti gli altri dei?”

  “Vedo con piacere che la cosa ti diverte. Bene, è il modo migliore per scoprire questo mondo a te completamente sconosciuto dove i valori sono molto diversi da quelli in uso nel tuo.”

            “Dove tornerò al più presto…”

            Paride non tenne conto di queste parole. 

  “Non abbiamo dei da adorare, noi e, come più tardi ti renderai conto, questo è uno dei segreti che hanno fatto di noi un popolo che è riuscito a sopravvivere e a crearsi questa situazione. Ma ogni cosa a suo tempo. Dunque, la prima. Avevamo iniziato con la luna. La ragione per la quale la vediamo più grande, per l'esattezza tre volte e mezza di quanto normalmente viene osservata nel mondo occidentale, è dovuta all'effetto della calotta che ci sovrasta che, vedrai quando il cielo sarà illune, ci mostrerà le stelle e i pianeti in maniera tale da distinguerli come se fossero dieci volte più vicini.”

            “E il sole, allora?” fece gongolante Henry.

  “Durante il giorno, la calotta svolge un altro compito molto importante, che è quello di fare rimbalzare nell'atmosfera esterna i raggi cosmici più pericolosi, assorbendo solo neutrini e luce. Per questa ragione godiamo di una temperatura costante, tipica della primavera inoltrata con una produzione agricola di tutto rispetto. Tre raccolti all'anno.”

 “Perché, allora, non lo vediamo ingrandito come la luna?”

  “Durante il giorno la nostra protezione s'inverte, appunto, per respingere le radiazioni ionizzanti e nasconderci meglio alla vista dall'esterno. Tutto ridiventa regolare…”

  “E ci fa vedere…”

“Direi distinguere bene anche il paesaggio più lontano,” fece di rimando Paride, che aggiunse: “Affinché tu non faccia confusione, bisogna che le cose ti vengano spiegate un poco alla volta. Adesso ne sai abbastanza sulla nostra protezione celeste. Rifletti sulle nuove conoscenze e domani sera continueremo. Penso che sarebbe opportuno rientrare in casa per scambiare due chiacchiere con i miei.”

 “Un'ultima cosa, Paride.”

 “Sì? Dimmi, Henry,” lo esortò Paride mentre si stavano incamminando sul vialetto che portava verso casa.

 “Perché sono stato prescelto a entrare in quest'isola?”

  “Non lo so. Posso dirti soltanto che siamo stati incaricati, la mia famiglia ed io, di cercare di farti ambientare. Dopo di che…”

 “Che succederà… dopo?”

 “Non lo so, ma abbi fiducia, assolutamente niente di male.”


2    UN MONDO DI FIABA

  

  Henry non riusciva a prendere sonno. Come gli aveva indicato Fedra, utilizzò il minuscolo telecomando affinché la grande finestra della sua camera scorresse silenziosamente dentro il muro. Lo spettacolo era fantastico. La luna piena appena tramontata dietro gli acuti picchi neri delle lontane montagne faceva risplendere il cielo di stelle bianco-azzurrine, pulsanti di luce. Era vero quanto gli aveva detto Paride qualche ora prima, stelle e pianeti gli apparivano grandi come perle. Guardando quell'inusuale spettacolo, si sentì soffocare dall'angoscia latente che ora più che mai sembrava volergli scoppiare nel cuore. Non sapeva se bearsi di tale magnificenza o aspettarsi una morte straziante da fine del mondo. Appesantita pure da un silenzio assoluto. Un paese senza insetti, uccelli o animali domestici. Non ne aveva visti né sentiti durante il giorno. Si distrasse nel pensare come potevano coltivare quella magnifica frutta che gli era stata servita a pranzo, senza la presenza degli agenti impollinatori né da dove venisse quella carne squisita che aveva gustato. Passi per il pesce, visto che il calmo pelago che contornava l'isola doveva esserne ricco, ma buoi, cavalli, asini, capre, pecore e animali da cortile, dove venivano allevati? E anche quella che gli era sembrata campagna, non lo era affatto tanto tutto era mantenuto in perfetto ordine e tutti i bagliori intravisti in mezzo al fitto verde mentre l'attraversavano velocemente con l'astromobile, altro non erano che pannelli solari. A cosa servissero, poi, considerato che la casa dov'era ospite era autonoma per quanto riguardava energia e disponibilità d'acqua, poiché il tetto a terrazza non era altro che un grande pannello che accumulava energia dal sole, mentre la pioggia notturna, oltre a irrigare le terre, andava a riempire i capaci depositi per gli usi domestici quotidiani. Aveva bevuto parecchi bicchieri di quell'acqua. Era di una leggerezza inimmaginabile né esisteva nel suo mondo - ormai doveva chiamarlo così per distinguerlo da questo fiabesco - alcun'acqua minerale, neppure la più costosa, che potesse essere paragonata a quella.

  Queste riflessioni lo eccitavano dando argomenti alla sua fantasia di immaginare cose che magari in questo nuovo mondo non esistevano affatto e chissà dove si sarebbe spinta se a un certo punto non avesse incominciato a piovere. Così, improvvisamente, quando ancora il cielo era punteggiato di stelle. Tutto era piombato nel buio più profondo. Si vedevano solo i fili di pioggia illuminati dalla luce che emanava la stanza. Una pioggia simile a quella che aveva osservato dalla barca la notte prima. Calma e silenziosa, sembrava che dovesse prendersi tutto il tempo per farsi assorbire dal terreno e non volesse svegliare i dormienti, accarezzando con tonfi lievissimi i tetti e le chiome degli alberi.

  Non ritenendo più interessante rimanere alla finestra, Henry la chiuse e si coricò. Con lo stesso telecomando spense anche la luce, spingendo un bottoncino rosso come gli aveva indicato Fedra e, senza che se ne rendesse conto, i pensieri smisero di vorticargli nella mente e immediatamente si addormentò.

 

ΩΩΩ

 

Una figura si materializzò davanti al suo letto, soffusa di una luce propria né parve a Henry, svegliatosi con dolcezza, trattarsi di una visione che gli causasse spavento, ma sin dal primo momento la considerò, invece, come familiare.

“Buongiorno, Henry,“ disse Fedra con voce vellutata. “Dormito bene ?

Lui la guardò né poteva rivolgere lo sguardo altrove, visto che nella stanza solo lei emetteva luce. Rimase silenzioso a godere quella bella figura coperta appena da trasparenti veli azzurrini che facevano intravedere le sue forme statuarie e l'intimità dei seni ben proporzionati ed eretti. Henry non poteva rivolgere lo sguardo altrove perché nella stanza tutto era immerso nel buio più profondo e di visibile c'era solo la ragazza. Rimase silenzioso davanti alla sua immagine, perfettamente immobile anche quando Fedra si avvicinò al letto e, con naturale indifferenza, gli si sedette a fianco. Una situazione abbastanza ridicola per Henry considerando che con la luce soffusa del suo corpo, la giovane gli sembrava, in grande, la figura di Campanellino della favola di Peter Pan. Lei se ne rese conto e, avvicinandoglisi fino a far collidere con le sue, le gambe di lui gli sfilò da sotto il cuscino il piccolo telecomando con il quale inviò l'impulso per aprire la finestra. Il gesto, però, fu male interpretato dal giovane che, inebriato dalla fragranza del corpo di Fedra il cui viso stava sfiorando il suo, la baciò castamente sulla guancia. Mai ebbe a provare una sensazione di tale struggimento a quel contatto; le braccia gli si fecero molli proprio nell'attimo in cui stava per avvincerla a sé, mentre lei, con una mossa elegante, si ritirava per dirigersi verso la finestra. Fosse stata un'umana nel paese degli uomini, avrebbe detto: ‘Guarda che bella giornata e come il sole renda sgargianti i colori', ma era un'ellena e per lei sarebbe stato pleonastico dirlo, giacché nel suo  paese il sole era di casa tutti i giorni, dodici ore su dodici e la notte era sempre serena e, sempre serenamente, per due ore dopo la mezzanotte, non a ore fisse ma prima che spuntasse l'alba, cadeva dal cielo, provvisoriamente oscurato da nuvole come fossero un gregge comandato da un pastore celeste, un'acqua fatta a gocce che nel mondo occidentale sarebbe stata pioggia, ma che in questo era un'umida carezza con una caduta senza rumore dovuta alla minore gravità, per cui era come un manto liquido che irrorava la pelle della Terra come quando ci si massaggia con l'acqua dopo essere stati troppo esposti ai raggi del sole.

Tuttavia, seppure non pronunciasse quell'ovvia frase, Henry la raggiunse e le si mise a fianco presso il davanzale della finestra e, lui sì, ammirò quel bellissimo lucente paesaggio, già visto è vero, ma ricco ogni volta di particolari nuovi come quello di distinguere bene, questa volta, i lucidi specchi sparsi per la campagna e vedere, finalmente! - dovevano averglieli celati il giorno prima - gli animali e i contadini che curavano le coltivazioni. Vide anche un gruppetto di bambini che giocavano sulla spiaggia e una persona che, incamminatasi sul molo, stava per avvicinarsi alla sua barca.

“Cosa va a fare, quello, sulla mia barca ?” chiese a Fedra che da sin da quando le si era avvicinato lo guardava in volto dov'era ingenuamente stampata un'espressione di meraviglia.

“Non va sulla tua barca, Henry, ma si avvicina per osservarla meglio,” rispose serafica. “Qua nessuno si permette simili indiscrezioni.”

Era il momento di prendere la palla al balzo per saperne di più su questo popolo misterioso. “Perché, è proibito dalla legge ?”

“Non c'è bisogno della legge per non fare una cosa del genere. Non la si fa e basta.”

“Come sarebbe a dire ?”

“Che ciascuno di noi agisce così. Fa parte del nostro comportamento usuale.”

“Vorresti dire che in quest'isola nessuno ruba ?”

“Ruba ?”

“Sì, rubare, cioè appropriarsi delle cose che non gli appartengono.”

“Ridicolo !” esclamò ridendo, Fedra. “Non concepiamo certe azioni che da noi non possono accadere.”

“Nemmeno… che so… avere la curiosità di toccare una cosa nuova come è la mia barca oppure, semplicemente, introdurvisi per visitarla ?”

“Niente affatto e poi, la tua barca per noi non è affatto una novità. Nulla del tuo mondo ci è sconosciuto ed è per questa ragione che il mio popolo vive. Ma, come ti ho già detto, le cose tecniche te le spiegherà Paride ogniqualvolta si troverà a casa.”

“Lavorate anche voi, quindi…”

“Tutti noi lavoriamo. La nostra organizzazione sociale è simile alla vostra, con la differenza che qua il lavoro è garantito a tutti secondo le capacità, i meriti e i titoli di ognuno.”

Come quelle vermiglie ciliegie grosse compatte e saporitissime che non si smetterebbe mai di mangiare, così in Henry montò forte il desiderio di continuare a fare domande a Fedra, talmente innumerevoli erano gli argomenti di confronto dei quali voleva scoprire ogni similitudine, ma gli bastò che la ragazza si allontanasse dalla finestra e gli sussurrasse: “Vestiti. Ti aspettiamo per la colazione,” che l'americano si arrendesse e, moscio e insoddisfatto, rispondesse al lieve cenno della mano di Fedra che scivolava via dalla stanza, con uno stanco annuire del capo.

Strano come Ecuba, che era la padrona di casa, parlasse così poco. Forse sarebbe stata l'unica a ‘tradirsi' dicendo cose che avrebbero aperto la mente di Henry. Ma la consorte di Alcinoo, lui sì unico a proferire scarne parole quando la famiglia si riuniva intorno al desco, non parlava mai se non con gli occhi, che aveva espressivi e azzurri come il cielo del mattino, con cui salutava cerimoniosamente l'ospite, più calorosamente i figli e con gentilezza le due ancelle, per approvare o meno il loro operato. Di sicuro in cucina ce ne doveva essere un'altra a preparare i cibi, che erano squisiti, sebbene a colazione, visto che in quella casa si mangiava solo una volta al giorno, di pasto vero e proprio non si poteva parlare, almeno secondo le abitudini degli americani, ma semplicemente sorbire una o più tazze di caffè con o senza latte, addolcite da uno zucchero dal colore citrino e filamentoso al tatto.

“Mettine pure un po' di più, Henry,” disse Alcinoo, vedendolo incerto mentre dirigeva la mano verso la zuccheriera. “La dolcificazione è sempre la stessa, ma l'energia sarà potenziata e, visto che non sei abituato a rimanere digiuno fino al tramonto, aiuterà il tuo corpo a mantenersi in forze per tutto il giorno.”

“Non è solo zucchero, allora…” rispose timidamente Henry.

Alcinoo non proferì altre parole, ma anch'esso si comportò come sua moglie, inviandogli un benevolo sguardo di approvazione.

Solo dopo, quando tutti si alzarono, Paride lo invitò a seguirlo nel giardino per fare una passeggiata. Era solito farla prima di recarsi nella grande città dove svolgeva il suo compito di ingegnere in una grande industria.

“Fedra mi ha riferito che vorresti sapere qualcosa sul nostro livello tecnologico. Ci sono talmente tante cose da spiegarti che è stato chiesto ad Alcinoo, mio padre, di ospitarti per un mese.”

“Un mese ! Ma io devo rientrare a New York dove ho una serie di impegni che…”

“Scordateli, dovrai rimanere qua,” lo interruppe Paride, per la prima volta con un certo cipiglio che non ammetteva repliche. “Ma tranquillizzati. Non appena conoscerai qualcosa di più e potrai muoverti a tuo piacimento qua da noi, vedrai che tutto ti sarà reso più facile quando verrai convocato dall'Arconte.”

“Dall'arconte? Chi è questo mitico personaggio che pare non abbia un nome né una figura distinta. Mica un orco !”

“No, certo che no !” rispose Paride sorridendo. “L'Arconte è un elleno come me, ma ricopre la massima carica istituzionale del nostro governo, che termina dopo un anno dalla sua nomina,” e, dopo una breve riflessione, aggiunse: “Un anno dei nostri, s'intende.”

“Che significa un anno dei vostri ? Mica…”

“Ecco la cosa che Fedra mi aveva chiesto di spiegarti. Un anno dei nostri vale quattro del tuo mondo che noi chiamiamo occidentale, giacché non consideriamo civili parecchi popoli della Terra, i quali sono ancora parecchio indietro nel tempo…”

“Non vorrai, spero, dirmi che anche un mese…”

“Esatto. Moltiplica il tuo per quattro,” e allo sgomento che si palesò sul viso congestionato di Henry, aggiunse: “Non ti crucciare, amico. Ti renderai conto quanto sia piacevole vivere nell'isola di Kallìtala.”

 

                                           ΩΩΩ

 

Era come mangiare qualcosa che piace molto quando non si ha fame. Questo era lo stato d'animo di Henry che, preoccupato di non tornare più a casa a riprendere la sua vita un po' sconclusionata di sempre, si sentiva prigioniero fino al punto, visto che non osava neppure pensarlo, benché il suo subconscio glielo paventasse, di essere sacrificato sull'isola misteriosa. Non ne sapeva granché di questo popolo di elleni e anche se era pacifico, purtuttavia lo aveva attirato nel suo raggio d'azione e ciò doveva avere una ragione fondata, sennò chissà quanti altri uomini del mondo occidentale si sarebbero impigliati nella loro tela di ragno. Per cui non riusciva ad apprezzare appieno la magnifica campagna dove lo stava accompagnando, a piedi, Fedra né lo commossero i graziosi uccellini che al loro passaggio non scappavano affatto e alcuni, addirittura, si facevano allisciare la testolina dalle leggiadre dita della sua accompagnatrice. Neanche apprezzava le sue forme che intravedeva tra i veli, poiché la bella ellena indossava un peplo che sembrava far tutto trasparire. Il sole era caldo ma non bruciante come ci si poteva aspettare a quelle latitudini. Un sole da eterna primavera e i suoi raggi, accompagnati da un'aura carezzevole, instillavano la sensazione di essere in un paradiso e, infine, si sentiva leggero come quand'era ragazzo e mai stanco di camminare. La campagna degli Achelai doveva essere vastissima, considerato che il suo orologio contava già due ore da quando, con Fedra, erano partiti da casa e ancora non erano arrivati ai suoi confini. I pochi contadini che avevano incontrato nel lungo cammino, nonostante fossero presi dai loro compiti, si mostrarono gentili e servizievoli e offrirono loro da bere quell'acqua che a Henry pareva magica tanto era leggera e gradevole al palato.

Gli alberi erano carichi di frutti di ogni specie, senza alcun difetto e di dimensioni inconsuete, così come i grappoli di un'uva dai chicchi dorati e grossi come noci. Fedra gli spiegò che l'uva veniva consumata a tavola, ma non utilizzata per fare il vino perché non era quella del tipo adatto e perché nell'isola di Kallìtala non veniva prodotto l'alcool che a nessuno piaceva, l'unica bevanda essendo quell'acqua stupefacente che manteneva il corpo integro, il suo sapore adattandosi a qualsiasi vivanda.

“Ah !” esclamò Henry. “Volevo chiedertelo e spero tu non mi rimandi a Paride per questa spiegazione. Ho notato che, seppure di diversa età, voi elleni avete un aspetto florido che denota una salute perfetta.”

“Sì, è vero. Ciò è dovuto alla nostra alimentazione, all'aria che respiriamo e al cielo racchiuso nella cupola che ci preserva dai mali, nell'evitarci gli sbalzi di temperatura delle diverse stagioni, dai venti impetuosi, dalla salsedine. Per cui…”

“Campate quattro volte un qualsiasi essere umano,” la interruppe Henry, la cui voce neutra rivelava uno spavento interiore.

“Chi te l'ha detto ?”

“Lo intuisco dalle informazioni che mi ha dato tuo fratello. Qui da voi un mese ne vale quattro dei nostri e così un anno, di conseguenza è facile dedurre che anche la vostra età debba essere conteggiata secondo i tempi del mondo dal quale provengo, moltiplicata per quattro. A giudicare dalla tua persona, tu non dovresti avere più di diciotto anni, per cui…”

“Secondo i tuoi tempi sarebbero settantadue,” rispose scherzando Fedra. "Ma ne ho diciotto e, ti assicuro, sono genuini. Da noi all'età che hai indicato non si arriva. L'elleno più vecchio che esiste a Kallìtala non supera i sessanta anni e, ti assicuro, neppure a quell'età avanzata mostra segni di grave decadenza fisica e quando muore, ciò accade senza sofferenza e, come un breve soffio, la sua anima se ne va.”

“Dove ?” chiese Henry, più interessato di conoscere se avessero una religione più che sapere dove andasse a ricoverarsi l'anima, se in un altro corpo o in cielo a fianco del Creatore.

“Come dove ? L'anima se ne va. Svanisce, diventa aria che verrà respirata da ogni cosa vivente in queste terre.”

  “Ma come! Non va a raggiungere il suo Creatore ?” E, guardando il cielo, disse con una nota di umiltà: “Su nell'alto dei Cieli ?”

“Sciocco. Sciocco come tutti gli uomini. Non avete ancora capito in millenni della vostra semi-civilizzazione, che la miglior religione è non averne affatto? E poi, religione !” soggiunse Fedra con una lieve vena polemica. ”Non ve ne bastava una, ne avete inventate a decine, a centinaia, e vi scannate pure, giacché le vostre maggiori religioni sono anche assassine !”

“Ma, solo una volta, quando c'era l'Inquisizione…”

“Uno scherzo in confronto a quello che sta succedendo nel vostro mondo. Giovani musulmani che in nome di un dio si immolano al solo scopo di uccidere il più alto numero possibile di propri simili. Che razza di religione è quella ? Pensi davvero che un Dio, se davvero esistesse, accetterebbe tutto ciò o non fulminerebbe all'istante chi programma questi eccidi ? Perché credi che ci siamo isolati e che abbiamo rifuggito dall'annoverarci nella razza degli uomini ? Siamo elleni, ma potremmo essere anche pesci scimmie cavalli cani o qualsiasi altro essere vivente, ma mai uomini. Centinaia di generazioni vissute senza conflitti ci hanno trasformato in esseri ben lieti del soffio della vita, che conduciamo per il piacere di viverla né ci illudiamo che alla sua fine ci sia qualcosa di simile alle vostre invenzioni, dettate più dalla paura che da convinzioni scientifiche.”

Henry non sapeva granché di teologia, essendo un normale ingegnere alle dipendenze di un importante laboratorio scientifico, ma anche se fosse stato un esperto teologo, di fronte alle argomentazioni della giovane, non avrebbe avuto niente da opporre. In effetti, doveva convenire con Fedra che quello che stava succedendo in Medio Oriente non aveva niente che potesse meritare un premio dopo la vita. Le sue sperimentazioni lo avevano confortato. Senza il soffio della vita, che è l'anima di ogni individuo vivente, questi diventa una cosa inerte che enzimi e agenti atmosferici avrebbero dissolto nel tempo anche se meno velocemente degli altri corpi, poiché per un'irrazionale credenza, più folcloristica che scientifica, il cadavere umano viene protetto da una bara al riparo anch'essa, in molti casi, dentro a un sacello.

L'argomento poco si confaceva, tuttavia, alla magnificenza della campagna intorno e a ogni espressione di vita, cosicché Henry ritenne di non continuare a stimolare Fedra, anche se aveva in animo di chiederle altre cose che soddisfacessero la sua curiosità. Il muggito di una mucca, ingigantito dall'interno dove si trovava, gli venne in soccorso. Evidentemente si stavano avvicinando a una stalla e, infatti, davanti a loro si profilò una costruzione dalla strana forma cilindrica, all'apparenza di metallo, perché aveva il colore dell'alluminio e sembrava la carlinga di un aereo, ma dalle dimensioni più che decuplicate.

Tutto là dentro era in ordine e, compatibilmente per una stalla, quasi asettico. Ma c'era solo una mucca sdraiata sul fieno, accudita da due persone, una delle quali venne loro incontro e rivolse a Fedra alcune parole incomprensibili.

“Orfeo, parla pure in inglese in modo che il nostro ospite possa capirti,” gli chiese Fedra, facendo un elegante gesto con la mano verso Henry che si trovava a qualche passo dietro a lei.

“Ti stavo dicendo, o Fedra, che la mucca sta per partorire la vitellina. E che entrambe sono in ottima salute. Le abbiamo inoculato lo Stetopan per non farla soffrire e se l'hai sentita muggire, è solo perché ha paura. È giovane ed è al suo primo parto.”

“Lo Stetopan ?” fece timidamente Henry all'indirizzo di Fedra. “È un medicinale ?”

“No, è solo un ritrovato che usiamo da tempo immemorabile per cancellare il dolore.”

“Un narcotico, allora.”

“Anche se capisco di cosa tu stia parlando, da noi queste droghe non esistono. Lo Stetopan annulla il dolore e basta. Prenderlo è come bere un bicchier d'acqua. Della nostra, s'intende !”

“E chiunque, dunque…”

“No, mio caro Henry. Solo in caso di necessità. Una giusta dose di dolore ci avvantaggia per avere diritto a un'altrettanta giusta dose di piacere,” rispose Fedra, con parole carezzevoli, non scevre da una certa intenzione.

Che Henry colse al volo. “Ah, ecco una cosa interessante. Credevo che l'argomento fosse tabù. Intendevi il sesso.”

“Anche quello, ma traiamo piacere soprattutto da altre cose e, ti assicuro che il mio popolo non teme quelle proibite da voi, che chiamate ‘tabù', ma vi sono regole talmente fondamentali, che ci viene naturale osservarle. Tuttavia, se ti stuzzica l'argomento sesso, sono pronta a rispondere a qualsiasi tua domanda.”

“Vorrei dire…” balbettò Henry, timoroso di ferire la suscettibilità di una diciottenne, “che fate all'amore… cioè… vorrei sapere se…”

“Se formiamo coppie ?” rispose con disinvoltura Fedra, gorgheggiando pure una breve risatina. “Ma certo che lo facciamo. La nostra condotta di vita è simile all'occidentale, escluse certe aberrazioni morali e materiali di cui voi, purtroppo, non potete più fare a meno.”

Henry non fece caso alle ultime parole. Voleva stringere d'assedio Fedra sull'argomento che gli stava più a cuore. “Amore libero ? Tu, per esempio, non sei sposata. Fai l'amore con qualcuno ?”

Sempre senza scomporsi, Fedra gli rispose: “Solo con colui che sarà il mio sposo.”

“Vai in città a trovare il tuo… fidanzato ?”

“Non ne ho. Ma non avrei alcuna difficoltà a trovarlo. Nonostante tu non li abbia visti, in questa zona ci sono parecchi abitanti, tra cui molti giovani dai diciotto ai trentacinque anni. Non ci sarebbe che l'imbarazzo della scelta.”

“E non pensi di sposarti, oppure esiste da voi un'altra specie di donna destinata alla procreazione ?”

“Questa è una domanda veramente sciocca. Ti avevo già detto che conduciamo un'esistenza simile alla vostra. Solo che, considerata l'aspettativa di vita nel nostro paese, diciotto anni sono davvero pochi per convolare a nozze.”

“Vero, sarebbe come camparne fino a duecentoquaranta…”

“Per l'appunto. Ne ho di tempo davanti, non ti pare ?”

Henry si considerò davvero stupido. Quelle parole gli chiusero la bocca. Ma cosa volevano da lui ? Non era il loro, già un popolo felice che campava quattro volte di più degli umani, beveva acqua rinvigorente, mangiava cibi deliziosi, respirava l'aria dei primordi del mondo animale, godeva di dodici ore di sole blando tutti i giorni, mentre pioveva per solo due ore la notte, quindi, né freddo o troppo caldo, niente temporali né vento impetuoso, in un'isola che da quel poco che aveva visto doveva essere di pura bellezza, contornata per di più da un mare dalle acque cristalline e calme come un pelago dove, ci avrebbe scommesso, i pesci si moltiplicavano come nella parabola del Vangelo per essere facilmente catturati e mangiati. E allora, cosa diamine poteva interessare loro un ingegnere ricercatore, sia pure nel campo della fisica energetica ?

  “Andiamo a vedere le mucche e i buoi al pascolo. Vuoi ?” propose Fedra e al cenno di assenso di un Henry pensieroso, aggiunse: “Sbrighiamoci, ci sarà almeno un altro quarto d'ora di cammino.”

Nell'affrettare il passo dietro la giovane, Henry pensò quanto strane fossero le abitudini nella famiglia degli Achelai. Camminare tanto per visitare la loro sterminata campagna, quando disponevano di quella comoda astromobile con cui in poco tempo avrebbero visto tutto.

Sembrò che Fedra gli avesse letto nel pensiero. “In famiglia disponiamo di due automobili. Quella con la quale ti ho condotto a casa è di mio padre che oggi l'utilizza per recarsi con mia madre  a Poseidonia. L'altra è di Paride, il quale, come ben sai, lavora in quella stessa città.”  Poi, scrutando negli occhi del suo compagno, gli chiese: “Sei stanco ? Davvero ti pesa tanto dover camminare ? Ti sei accorto, spero, che per effetto di una diversa magnetizzazione, il nostro peso risulta più lieve rispetto al mondo da cui provieni ?”

“Di quanto ?”

“Credo di un buon quaranta per cento, ma ti sarà più preciso Paride quando rientrerà stasera. È suo compito svelarti poco a poco certe cose tecniche.”

“Ma perché, Fedra ?”

“Non sono stata autorizzata a rivelartelo. A suo tempo te lo dirà Alcinoo.”

La delusione di Henry svanì quando arrivarono in una bella vallata liscia come un tappeto e verde come lo smeraldo, punteggiata da molte macchie bianche in movimento. L'armento bovino della proprietà degli Achelai. L'effetto era stupefacente, giacché di questi paesaggi l'occidente si era scordato di averli avuti, forse, solo ai tempi dell'antica Grecia. In mezzo alla valle scorreva un placido fiume e le sue sponde, via via che si avvicinavano a dove i buoi pascolavano, erano coperte di migliaia di fiorellini dai più variegati colori. Ci mancavano Nausicaa e le sue ancelle che vi giocassero per completare la visione d'incanto che si era formata nella sua mente quando aveva studiato l'Odissea.

“Ecco laggiù Menelao e Agamennone che ci vengono incontro,” disse Fedra. “Sono i due guardiani delle mucche.”

“Ma come, Fedra. Dare nomi così importanti a due vaccari! Non è irriverente ?”

“Combinazione, sono due fratelli. Usiamo i nomi della mitologia greca per semplice tradizione dato che è da lì che provengono i nostri antenati, i quali hanno colonizzato prima e creato poi l'ambiente adatto su quest'isola. Ma è il solo legame, direi affettivo e folcloristico, che per una lieve debolezza ci lega alle tradizioni. Devo specificarti, tuttavia, che ognuno nel nostro paese ha un compito preciso, scelto liberamente. Non sono vaccari come li definisci tu, bensì due professionisti che svolgono il loro precipuo compito con cognizione di causa. Sono loro che, assieme ad altri, fabbricano i formaggi e tutti i prodotti derivanti dal latte.”

“Immagino che macellino anche le bestie.”

“Quello che stai dicendo, Henry, è un'enormità, che ti perdono considerato che non ci conosci ancora,” replicò Fedra un po' stizzita. “Noi non ammazziamo gli animali, che sono i nostri compagni di vita e partecipano come tutti gli elleni a rendere florida e vivibile l'isola di Kallìtala.”

“Scusa, Fedra, non sapevo,” rispose umilmente l'americano. Ma poi, ripensando a quello che aveva mangiato la sera prima, non riuscì a trattenere una domanda. “Ma la carne che abbiamo consumato a tavola… allora, da dove proveniva ?”

“Non era carne, ma un prodotto vegetale che, previo un particolare trattamento, assume la forma e il sapore della carne. Gli elleni sono parzialmente vegetariani da millenni poiché, pur non avendo una religione ed essendo arrivati su quest'isola dopo innumerevoli difficoltà assieme agli animali, stabilirono, nella costituzione del nuovo Stato, la parità dei diritti alla vita sia di se stessi che di tutti gli animali terrestri. Purtroppo, non abbiamo le innumerevoli varietà del mondo occidentale, perché l'isola era abitata solo da uccelli, insetti e pesci. Come carne, nel senso che intendi tu, mangiamo solo quella dei pesci. Paride te ne spiegherà la ragione. Di animali terrestri ne abbiamo a sufficienza, alcuni per aiutarci a sopravvivere e altri a deliziarci l'esistenza.”

“Non ho visto cavalli né somari,” disse Henry che, a questo punto, non si meravigliava più tanto facilmente.

“Non ce ne sono,” rispose sospirando la giovane. “I miei antenati, nel periglioso viaggio attraverso l'oceano, preferirono portare sulle loro piccole navi solo gli animali che avrebbero prodotto cibo per sopravvivere. Quindi, mucche, un toro, galline, oche e galli e poi pecore, una coppia di cani e un'altra di gatti e capre. Queste ultime, con il passare dei secoli, si sono scisse le diverse razze, per cui ora abbiamo gli stambecchi, i mufloni, i camosci, i cervi e i daini, che popolano le foreste, le montagne e le terre incolte. E, ovviamente, le galline con i galli, ma gli scopritori di queste terre non trascurarono di portarsi appresso anche due coppie di cani e di gatti.”

“Peccato,” interloquì Henry, “con tutti quegli animali avrebbero risolto il problema del cibo, in attesa dei primi raccolti.”

“Ne trovarono in abbondanza nelle piante spontanee, specie i frutti tropicali che ancora coltiviamo. Ne furono ben lieti, visto che si erano affezionati agli animali che si erano portati, i quali avevano sofferto per giorni e giorni, come loro, la fame e la sete, senza un lamento come se fossero coscienti di arrivare ad approdare in paradiso.”

“E da quanto ho visto finora, lo è davvero, un paradiso !” affermò Henry.

“Non lo è come lo intendi tu e tutti gli uomini. È stata la terra promessa, questo sì. Ma è solo grazie alla determinazione dei primi coloni, al loro lavoro e acume e soprattutto, all'aiuto degli animali, che siamo arrivati ai risultati attuali. Già da secoli, quando voi uomini vi scannavate in battaglie campali o in insidie traditrici, i nostri avi avevano raggiunto un grado tale di tecnologia da garantire a tutti una vita piacevole e duratura sull'isola di Kallìtala.”

“Con la quale potreste sicuramente conquistare il mondo intero. Da quello che ho già provato viaggiando sulla piccola astromobile…”

“Non vogliamo conquistare niente e nessuno. La nostra tecnologia, di cui ti spiegherà Paride, non deve andare oltre i limiti dell'utilizzazione a fini ellenici,” rispose un po' risentita, Fedra.

E Henry ritenne utile non fare più domande né affermazioni inopportune. Si disse, anzi, che doveva tenere la bocca chiusa e stare ad ascoltare tutto quello che gli avrebbero detto. Se, come riferito dai due fratelli, doveva restare un mese nell'isola, e quindi quattro della civiltà umana, era certamente per fargli apprendere cose inesistenti in occidente e, ove una volta fosse riuscito a ritornare a casa, avrebbe messo a buon frutto tutte queste nuove conoscenze.


3    SCOPERTE E INVENZIONI,        PASSIONE TERRENA

  

  ‘Ma hanno sentimenti questi elleni?' così ebbe a pensare Henry, quando, dopo essere rientrato a casa con Fedra, che gli era sembrata così imbronciata da non ardire porle qualche altra domanda, nel mettersi a tavola con la famiglia al completo, lei, accogliendolo in sala da pranzo, gli andò incontro e, gioiosa, lo baciò su una guancia. Proprio lì, di fronte ai genitori, al fratello Paride e ad una delle due ancelle. Un contatto che a Henry rimescolò il sangue. Cosa avevano di magico questi esseri che bastava sfiorare loro una mano per trasmettere sensazioni così sentimentalmente appaganti, mentre con il bacio su una guancia, espressione in occidente di amicizia, gli sembrava quasi di sentirsi innamorato.

Con animo lieto, ovviamente accompagnato da un grande appetito, quindi, consumò il pasto della sera che consisteva in due portate principali dal gusto squisito. Una zuppa di dentice e verdure, laddove i pezzi di pesce erano stati tagliati a bocconcini che si scioglievano in bocca, lasciandovi un sapore delicato e voluttuoso, tanto che si vergognò un poco quando si accorse di essere stato il primo a finire. Né poté impedire che Cerere, l'ancella addetta a quel servizio, gli riempisse ancora la scodella. Henry, imbarazzato, guardò i suoi commensali. Nessuno di loro aveva assunto la tipica espressione di benevola ironia, ma ognuno era intento con serietà a terminare di mangiare quello che rimaneva nel piatto.

  A seguire, una spessa fetta di carne simile al filetto di bue mentre invece era di quel composto vegetale cui gli aveva accennato Fedra, accompagnata da un contorno di patatine rosolate a dovere. Piatto delizioso, terminato il quale, Henry si sentì satollo tanto da rinunciare a servirsi la frutta, cosa che suscitò il gentile intervento di Fedra, la quale lo esortò a mangiarne per il buon equilibrio nutrizionale, poiché i suoi enzimi garantivano una perfetta digestione.

Della torta meringata, allettante alla vista e all'olfatto, poté fare a meno per quanto ne avrebbe volentieri mangiato una fetta. Ma il piatto di zuppa di pesce in più gli aveva colmato lo stomaco. Si prefisse, per il prossimo pranzo, di stare più attento a non strafogarsi alla prima portata. Doveva prendere l'abitudine di comportarsi a tavola come coloro che lo ospitavano, ormai rassegnato a passare con i suoi ospiti parecchio tempo. Il che avrebbe avuto come conseguenza la perdita del posto di lavoro a New York se non, addirittura, essere considerato naufragato in mezzo all'oceano. Aveva pensato a una fuga notturna con la sua barca che sapeva non essere sorvegliata, ma per il momento, sollecitato dalla curiosità di imparare cose interessantissime che, se le avesse bene apprese, avrebbe avuto un bagaglio di conoscenze tecniche tali, una volta rientrato negli Stati Uniti, da porle in pratica diventando uno scienziato di fama mondiale che avrebbe rivoluzionato il sistema di vita del mondo occidentale. Ricco pure di tanto denaro da non saperne cosa farne ma, soprattutto, liberato dalla presenza di Liza che tante angosce gli aveva procurato negli ultimi tempi. Per questa ragione era fuggito da lei, andandosi a rintanare nel punto più estremo della Florida.

Come al solito, Paride lo invitò a fare la passeggiata nel bel giardino. Il buio era calato all'improvviso, ma un'efficiente quanto perfetta illuminazione restituiva come il sole i colori sgargianti delle fitte siepi perfettamente pareggiate e dei fiori che sembravano non chiudessero mai le loro corolle.

“Fedra mi ha detto che siete andati a passeggiare in campagna. Hai conosciuto Agamennone e Menelao ?” chiese Paride a un Henry tutto assorto a guardare il cielo pieno di grosse stelle.

“Bella campagna, davvero…” bofonchiò Henry, con l'aria di una persona poco interessata a quei ricordi. “Tu, invece, stasera, che mondo vorresti farmi scoprire?”

“Ti sei reso conto, spero, quali siano le basi della nostra sopravvivenza. Il cibo soprattutto, per cui teniamo in gran conto i prodotti della nostra terra ferace.”

“Be', se è per questo, anche da noi, c'è la stessa attenzione…”

“Dalle informazioni che ci pervengono copiose, giorno dopo giorno, non mi sembra proprio. Modificazioni genetiche fatte con troppo ritardo, inquinamento dell'aria e delle falde acquifere, distruzione demenziale di intere foreste, estinzione di intere razze di animali, aumento spaventoso della popolazione e, conseguentemente, delle malattie, nessun controllo antiparassitario, formiche che si contano a migliaia di miliardi, topi che superano di quattro volte la già grande quantità di esseri umani, buona parte dei quali soffre ancora la fame… e poi le guerre. Ci sarebbe da fare un elenco lungo quanto il perimetro del nostro piccolo continente.”

Poco toccato da quell'esposizione di fatti tragici, Henry prese la palla al balzo per chiedergli: “A proposito, quanto misura il perimetro di Kallìtala ?”

“Lo saprai a suo tempo. Non è particolarmente importante per te, adesso.”

“E che cosa sarebbe di più importante, per me, ora ?” chiese con acrimonia.

“Non ti innervosire, amico mio. Ho il compito, anzi, tutti noi abbiamo il compito di illustrarti come si vive nel nostro paese.”

“Tutti voi, chi ?”

“Fedra ed io. In seguito, mio padre Alcinoo te ne spiegherà la ragione e, infine, sarai accompagnato a Poseidonia dove verrai ricevuto dall'Arconte.”

“Per che cosa ?”

“Frena la tua curiosità, amico americano o perlomeno abbine per ciò che prima ti dovrà essere chiarito.”

“Va bene, ti ascolto. Quale sarebbe l'argomento di questa sera ?”

“Stasera…” intonò con voce flautata Paride, non senza prima avere posato amichevolmente la mano sulla spalla di Henry, “ti voglio illustrare il nostro sistema di drenaggio delle acque, chiare e luride. Sai che cosa intendo, vero ?”

“Certo. Ma mi pare un argomento che mi riguardi poco.”

“È, invece, una cosa molto importante per noi, per poter vivere sul nostro territorio che conservi acque pure e cristalline. È dal mare che proviene quasi la metà del nostro sostentamento alimentare.”

“Non ho visto barche di pescatori, in giro,” osservò Henry.

“Non ce ne sono da queste parti. Ma ogni cosa a suo tempo,” rispose Paride. “Dunque. Ciascuna abitazione, come hai visto in questa dei miei genitori, esistono comodi bagni dove ci laviamo spesso ma, anche, espletiamo i nostri bisogni corporali. Le nostre deiezioni vanno negli scarichi e, se imitassimo buona parte del mondo occidentale, inquineremmo il terreno e, a lungo andare, quei liquami penetrerebbero fino alle falde acquifere per poi finire in mare. Senza contare che alimenterebbero una fauna microbica spontanea che non escluderebbe la nascita di esseri simili ai topi. Naturalmente ti sto parlando di tempi lunghi che però, se rapportati alla durata della nostra vita, lunghi, alla fin fine, non sarebbero proprio. Senza contare le vostre malattie endemiche che da noi sono inesistenti.”

“E quindi ?”

“Ogni scarico viene convogliato da apposite tubazioni che sono ramificate in tutto il territorio, a circa seicento metri di profondità, verso il Monte Taigeto da dove nasce il fiume Flegetonte. Proprio alle sue pendici esiste un'enorme vasca-laboratorio che riceve le acque luride già trattate in un pozzo elicoidale con enzimi e prodotti naturali che noi coltiviamo, pompate in alto in maniera che quei liquidi, una volta all'aria aperta, rimangano nella vasca ancora ventiquattrore per ossigenarsi a dovere. Dopo essere state vitaminizzate, vengono fatte scorrere a valle assieme alle acque che scendono dai monti e, attraversata tutta l'isola per una lunghezza di quattrocento chilometri, vanno a rifluire in mare dove arricchiscono le colture di alghe, iniziando con quelle il ciclo della vita. Pesce che mangia pesce. Per questo noi ne mangiamo le deliziose carni, mentre per gli animali terrestri, non esistendo nel nostro territorio quello stesso ciclo di predazione, giacché tutte le poche specie di animali che convivono con noi sono mansueti erbivori, noi li consideriamo compagni nell'avventura della vita, di conseguenza non li macelliamo né li cacciamo per ucciderli per poi cibarci delle loro carni.”

“Ma, come gli elleni…” fece Henry, preso da un subitaneo interesse, “anche loro campano quanto voi ?”

“Il rapporto è il medesimo del mondo occidentale,“ rispose Paride. “Ogni animale segue il suo ciclo genetico. Tuttavia, se la sua vita è stabilita in tot anni, qui da noi questo periodo viene espanso per quattro dei vostri.”

“Ma perché in quest'isola, che fa parte della Terra, il tempo è dilatato fino a quattro volte ?”

“Il tempo scorre come da voi. Sono stati i nostri avi ad avere iniziato a conteggiarlo in questa maniera per adeguarsi alla maggiore longevità di tutti gli esseri viventi - in terra e non in mare, salvo le nostre fere - ma i giorni, come avrai notato, sono gli stessi.”

“Le fere… ecco una cosa che volevo chiederti da quando hanno accompagnato la mia barca sulla spiaggia. Sono i vostri delfini ?”

“No. Sono cetacei che fanno parte della famiglia dei Focenidi, ma molto più sviluppati di quelli che vivono nel mondo occidentale. Arrivano alla lunghezza di oltre quattro metri e hanno le pinne di coda come i delfini, tali da imprimere loro una velocità elevata. Queste nostre fere sono state addestrate da secoli a fare i guardiani di tutto il mare che contorna l'isola fino ai confini ideali che ci siamo imposti, che non superano le quaranta miglia dalla costa. Miglia uguali alle vostre, per carità, all'incirca settanta chilometri che sono i limiti della cupola magnetica di protezione visiva e di penetrazione materiale, per un'altezza che supera i diecimila metri.”

“Cosa succede allora, se questo cielo viene sorvolato dai jet di linea ?”

“Nessun aereo può attraversare il nostro cielo, semplicemente perché le indicazioni magnetiche della longitudine e della latitudine sono diversificate dalle radiazioni emesse dalla cupola. La nostra posizione, per voi umani, non esiste in nessuna carta geografica.”

“Nemmeno per i satelliti ?”

“Per loro siamo come un granello di polvere su un immenso mare. Impossibile vederci nemmeno se disponessero del più sofisticato laser scannerizzatore.”

“Un vero portento, frutto, mi immagino, di una tecnologia sofisticatissima, molto avanzata davvero! Sarei curioso di conoscerla.”

“Se voi umani ci aveste scoperto, già da secoli non esisteremmo più. Vedi cosa ha fatto quel diavolo di Cortés con gli aztechi. Le vostre civilizzazioni e religioni, caro Henry, vi hanno reso infelici e i vostri sforzi per esplorare il cosmo, sono la prova della vostra smisurata ambizione che, se indirizzati, invece, al benessere delle genti, vi avrebbero avvicinato ai nostri risultati. Allora, forse, ci saremmo fatti scoprire e  ci saremmo considerati anche noi uomini e non elleni. Durante tutto il Medioevo, malgrado le forti spinte della civiltà greca prima e di quella romana poi, anziché continuare a evolvervi in tutti i campi dello scibile umano per arrivare a sviluppare enormemente la tecnologia, vi siete adagiati nella religione, a cercare di scoprire quello che era solo frutto dell'immaginazione, senza assicurarvi il minimo per la vostra migliore sopravvivenza, utilizzando gran parte delle risorse che la natura vi offriva nell'edificazione di enormi chiese e di altrettanti orribili castelli, preferendo vivere in schiavitù sotto la tirannia dei vostri simili, pensando stupidamente a un inesistente ultraterreno riscatto dopo la morte. Bè, te lo dico io cosa c'è dopo quella: niente, nemmeno quel granello di polvere che noi saremmo per i laser dei vostri satelliti.”

 

ΩΩΩ

 

Il mattino seguente, come fosse un rito quotidiano, Henry si svegliò al lucore che emetteva Fedra, entrata nella sua camera, non sapeva da quando. Probabilmente da molto, poiché la vide seduta sulla poltroncina in fondo al letto che lo osservava. Ormai rotto ad apprendere cose incredibili, non se ne meravigliò. L'avrebbe fatto se avesse intuito di essere in pericolo, ma sapeva di non esserlo. Questa gente che si definitiva ‘ellena' forse per ripudiare la sua progenie rea di tante efferatezze, in fin dei conti altro non erano che uomini come lui che si erano imposti un modello di vita salubre con un comportamento civile. Di sicuro, non avendone necessità, non avevano sviluppato quegli istinti di sopravvivenza che rendono aggressivi gli umani per conquistarsene i mezzi, per cui erano mansueti come tutti gli animali che vivevano con loro, ma i loro geni non potevano essere stati modificati in maniera da cancellare quel fondo di crudeltà, egoismo, invidia, odio e tutte le amene sensazioni che avevano fatto degli uomini le belve più spietate esistenti sulla Terra. Kallìtala, isola paradisiaca quanto poteva essere, faceva pur parte della sfera terrestre e chissà se…

Un pensiero improvviso gli scaturì nella mente: ‘Avranno almeno gli istinti dell'amore, del sesso? In fin dei conti l'erotismo non è una cosa malvagia. È il succo della vita. Dovranno pure accoppiarsi per perpetuare la razza, o no ?'

Quasi avesse captato quei pensieri, Fedra, intuito il suo risveglio, si avvicinò al letto e, come il giorno prima, si sedette in modo da trovarsi faccia a faccia con lui.

Era quello che Henry si aspettava. Le circondò la vita con le braccia e la strinse a sé, dandole un bacio sulle labbra. Riprovò la stessa sensazione inesprimibile, ma quando la giovane, senza fare alcuno sforzo, si liberò dal suo abbraccio, la delusione di Henry fu talmente intensa che per un qualche minuto perse i sensi ricadendo la sua testa sul cuscino e lasciando esterrefatta la ragazza. La quale, come fosse la cosa più naturale del mondo, prese il telecomando e inviò l'impulso affinché la grande finestra si aprisse. E come la luce del giorno illuminò della sua pacata luce l'intera stanza, il suo corpo perse la luminosità notturna e Henry si risvegliò, avendo come immediata visione Fedra che se lo rimirava con uno sguardo dolce e languido.

Non poteva che essere un invito a ripetere il lieve amplesso di prima che Henry non volle farsi sfuggire, cosicché si alzò immantinente dal letto e con due falcate la raggiunse. Stava per baciarla di nuovo, allorché lei lo fermò respingendolo delicatamente con i palmi delle mani, sussurrandogli : “Non adesso. Ci attendono per la colazione. Dopo, potremmo fare un giro sulla tua barca. Vuoi ?”

Per lui fu come l'assenso a baciarla di nuovo e, pregustando quell'atto di cui sentiva tanto il bisogno, giacché si stava innamorando della splendida creatura, si accinse a fare quelle cose che ci rendono presentabili ai propri simili dopo una notte di sonno, mentre Fedra con la sua levità lasciava la stanza.

Alcinoo, quella mattina, quando fece il suo ingresso nella sala da pranzo con al braccio la moglie Ecuba, la donna-che-parlava-con-gli-occhi, come l'aveva già battezzata Henry, fu particolarmente cordiale e, per la prima volta, fece il gesto solito di Paride, battendogli brevemente la mano sulla spalla. “Come sta il nostro gagliardo giovanotto ?” disse con voce stentorea.

Battuta non sua, ma appresa dal linguaggio degli uomini, dato che come gli aveva spiegato Paride, gli elleni degli uomini sapevano tutto, essendosi adattati ai loro usi e costumi da tempo immemorabile scartando, ovviamente, tutto ciò che li avrebbe indotti anche nel minimo errore. Pareva ci fosse una commissione di saggi che vagliava queste informazioni, facendo filtrare solo quelle che sarebbero state utili agli abitanti di Kallìtala.

Paride li accompagnò entrambi con la sua macchina fino alla base del molo dov'era ormeggiata la barca e li precedette per mollare gli ormeggi non appena Fedra e Henry vi fossero imbarcati. Alla richiesta di spiegazione, durante il breve tragitto, di come quella strana automobile si muovesse così velocemente senza emettere rumore, Paride rispose all'americano che la lezione del dopocena avrebbe avuto come argomento principale i mezzi di trasporto e l'energia che li faceva muovere su tutta l'isola, oltre a chiarimenti ulteriori sul mare circostante.

Sembrava che qualcuno avesse fatto le pulizie perché l'interno della barca era lindo e splendente. Si ricordava di avere lasciato il letto disfatto e, guardando nella cabina, lo vide invece rifatto e ricoperto da una fodera di una stoffa quasi impalpabile, simile al vestito che indossava Fedra. La sollevò con attenzione e vide che le lenzuola non erano quelle in dotazione, bensì altre di un candido bianco e leggere come veli di seta simili a quelle della sua camera.

Sapendo che Paride, in attesa sulla banchina di ricevere l'ordine di mollare le cime, non indugiò a esplorare se vi fosse stata apportata qualche altra modifica e, salito sul pozzetto dove si era già installata Fedra, girò la chiavetta di accensione del motore ausiliario per effettuare la manovra di partenza. Ma, così com'era accaduto con il risponditore satellitare, il contatto elettrico non avvenne.

“Allora, Henry, devo mollare le cime ?” chiese Paride, con un'aria un po' strafottente.

“Ma senza motore, come faccio a fare la manovra ?” rispose Henry che, alla vista del viso ridente di Fedra, aggiunse: “Non c'è nemmeno vento sufficiente, sennò la farei con le vele.” Tuttavia, scorgendo i due fratelli che, guardandosi l'una con l'altro, ridevano sotto i baffi, “cosa c'è, mi state prendendo in giro ?” chiese sorridendo, ma riprovando inutilmente a girare la chiavetta dell'accensione.

“Vuoi, per favore, dire a Paride di mollare le gomene ?” bisbigliò Fedra avvicinandosi al suo viso. "Sei tu lo skipper e… non starti a preoccupare. Le fere sono già pronte.”

“Le fere ?” fece stizzito. Ma poi si ricordò di due giorni prima. “Ah, già! I delfini… ci spingono loro…” disse con una cert'aria quasi schifata.

“Rassicurati,” rispose Fedra quando Paride, mollate le cime e fatto un cenno di saluto a entrambi, si era già incamminato per raggiungere la sua auto. “Sono mammiferi discreti e non appena lo vorremo, a un mio semplice cenno, ci lasceranno galleggiare liberi. E poi, una volta al largo, potresti anche utilizzare la grande vela e lo spinnaker. Non ci sarà molto vento, ma quell'aura sempre presente sui nostri mari è più che sufficiente per una moderata andatura di bolina.”

“Bolina, gomene, spinnaker… Fedra, parli come uno skipper. Per caso saresti pure in grado di condurre una barca a vela ?” disse Henry, incredulo.

“Se tu mi insegnassi, forse. Comunque, ricordati di quello che ti abbiamo sempre detto. Sappiamo tutto su voi uomini. Ci teniamo sempre aggiornati su tutto ciò che fate di buono.”

“È più o meno del… cattivo ?”

“Per tua fortuna, caro Henry, molto di più.”

Quelle poche parole lo fecero riflettere e mentre pensava profondamente a cosa fosse destinato a fare in quest'isola per lui ancora misteriosa, non si era accorto che la barca aveva preso il largo dirigendosi, anche se non aveva ancora manovrato con il timone, in direzione di un promontorio che si protendeva verso la barriera di nuvole che affogavano dietro un indistinto orizzonte.

“Non sarà che cambierà il tempo mentre siamo in mezzo al mare ?” chiese, vedendo quel formidabile sbarramento di vapore acqueo.

“Ti ripeto che qua non piove mai di giorno, salvo due ore la notte,”  rispose Fedra, distanziando le parole una dall'altra come si fa con i bambini al primo anno di scuola. “Quelle nuvole, per un effetto di cui a suo tempo ti spiegherà Paride, visto che anche lui è ingegnere come te, copriranno l'isola e il mare immediatamente vicino alle coste e scaricheranno quell'acqua che garantisce la nostra sopravvivenza. Questo, da centinaia di anni, ormai.”

“Ho capito. Ma… e prima ?”

“Credo sia stata dura, ma gli elleni nello stesso periodo in cui gli uomini arrestarono la loro sete di conoscenza per superstizione religiosa, raggiungevano risultati tecnologici importanti e, prima che arrivassero quelle tre misere navicelle dalla Spagna, comandate da un uomo intelligente, ma inviso ai dogmatici, avevano già inventato il sistema per chiudere l'isola sotto la campana impenetrabile alla vista, seppure non all'aria. A quel tempo già sfruttavano le onde radio e avevano inventato il sistema per non farle andare oltre la cupola protettiva. Così pure la televisione che dopo duecento anni venne definitivamente abbandonata perché riduceva il quoziente intellettivo della gente. Da allora fu maggiormente sfruttata l'industria editoriale. Tutti gli elleni leggono. Da un recente sondaggio, che qua da noi non viene fatto a campione, ma ci possiamo permettere nel giro di un giorno di esperirlo con tutti, sappiamo che ogni elleno legge un libro a settimana, sia in edizione cartacea che in disco.”

“In disco? Allora lo inserite nel computer e…”

“No. Si tratta di dischi miniaturizzati, della forma di una moneta da dieci dracme, che hanno la capacità di contenere fino a quindici miliardi di dati. Insomma, per capirci meglio, tre volte un vostro DVD. Molta gente si viene a trovare a fare il pastore o il contadino o altri mestieri, anche se non ne hanno la vocazione e durante le lunghe transumanze o per il pascolo oppure per il lavoro dei campi, ascoltano i libri.”

“Mai sentito dire che uno ascolta i libri. Semmai li legge.”

“Bene. Da noi, chi non può distrarre la vista, considerato che deve controllare quello che gli succede intorno, ascolta le voci che raccontano i libri. Se si tratta di un saggio o di un libro convittuale o di istruzione per l'apprendimento di un nuovo mestiere, questo viene letto da una voce sola, sia femminile che maschile, mentre invece…”

“Invece un romanzo…”

“Per quello vengono impiegate voci diverse a seconda di quanti personaggi intervengano nella storia oltre, naturalmente all'io narrante, se ce n'è uno.”

“Questi libri, insomma, sia in dischetti che in edizione cartacea, sono recitati o scritti nella vostra incomprensibile lingua ?”

“Per voi americani, tutte le lingue che non siano la vostra barbara, recitata dalla maggior parte della popolazione con parole blese e nasali quasi fosse un birignao, sono incomprensibili. La nostra è una lingua nobile perché proviene da quella greca e dall'idioma della Trinacria ma, ti assicuro, ha subìto una tale evoluzione nel tempo, che adesso è una lingua completa e non ha bisogno di essere imbastardita da parole straniere, in specie della vostra. Tuttavia, essendo il vostro idioma il più diffuso nel mondo occidentale e volendo noi seguire tutto ciò che vi accade, l'intera nostra popolazione già dai primi anni di convitto la apprende e non c'è alcun elleno, maschio o femmina, che non la parli e non la scriva alla perfezione.”

“Convitto ?”

“Quelle che voi chiamate scuole, ma che da noi…” Fedra interruppe il suo discorrere e, guardandosi intorno, “le fere ci hanno lasciato a galleggiare in prossimità del promontorio. Guarda quanto è bello il paesaggio tutt'intorno e… guarda… guarda, quante varietà di pesci che pasturano sul fondale.”

Henry avrebbe voluto che Fedra continuasse il discorso inerente al periodo di apprendimento dei piccoli elleni, ma decise che se avesse insistito, la ragazza si sarebbe infastidita e in quel momento tutto voleva fuorché Fedra non fosse disponibile. Questa gita in barca era stata dettata dall'esigenza di entrambi di stare vicini tra loro e lontani da occhi indiscreti. Guardò dove gli stava indicando la ragazza e, in effetti quella visione era semplicemente incantevole. Il fondale, che sembrava a portata di mano, distava dalla chiglia della barca almeno trenta metri, ma l'acqua era così limpida da farlo sembrare ad appena dieci volte di meno.

Per un po' rimase incantato a guardare pullulare la vita sotto di sé né si accorse che il tempo trascorreva, poiché la lenta corrente spostava la barca su nuovi paesaggi sottomarini laddove l'inusuale quantità e qualità di esseri acquatici viventi si muovevano da un luogo all'altro, ora presso un enorme ciuffo di gorgonia a piluccare con indifferenza, facendo sembrare che lo facessero più per passatempo che per necessità, ora giocando a rincorrersi attraverso piccole caverne che avevano un'uscita sul retro e gli inseguitori, abili e guizzanti, parevano frecce lanciate dietro di loro, specie quando si contorcevano nella velocità, mostrando i ventri d'argento. Poi si accorse che quella che aveva scambiato per una piccola caverna, altro non era che la bocca aperta di un'enorme cernia, furbescamente posizionatasi all'uscita del passaggio roccioso cosicché, sia inseguito che inseguitore andavano a finirgli in bocca che il grosso pesce, in attesa dell'arrivo di altri due incauti, chiudeva per un attimo per deglutire i primi. E ancora, quando la barca si stava avvicinando a una barriera sottomarina coperta di una fitta erbetta come fosse una spessa moquette, presenziò a una battaglia all'ultima… grampia. Un polpo preso al laccio dalla tentacolare murena che con i denti taglienti come piccoli rasoi gli staccava di netto, a pochi centimetri dal mantello, un tentacolo e stava contorcendosi per liberarsi dalle ventose che comunque non potevano fare presa sulla sua viscida livrea, per portarlo nella sua tana e assaporandolo comodamente.

Quando, ricordandosi che Fedra lo aspettava, Henry si alzò dalla posizione supina in cui si trovava, si avvide che la ragazza stava ruotando il timone e la barca, rapidamente aveva preso velocità. Le fere erano ritornate e stavano spingendo il natante verso la spiaggia da dove erano partiti.

Rifletté che la manovra di Fedra era dovuta al dispetto provato dal fatto che lui aveva preferito osservare i paesaggi marini piuttosto che farle compagnia, approfittando di un'occasione che forse non gli si sarebbe più presentata, almeno a breve termine.

Cercando di raddrizzare la situazione a suo favore, le disse: “Scusa l'involontaria distrazione, ma il paesaggio marino era talmente bello e per me, ti assicuro, così inusuale, che ti ho trascurata. Ti prego, Fedra, rimaniamo ancora in barca per un altro po'. Il sole è alto. Basta che tu rinvii le fere…”

“Non mi sono affatto infastidita. Siamo qua apposta affinché tu ti renda conto anche del territorio acquatico di Kallìtala, dal quale traiamo il cibo per la nostra sopravvivenza e…” dovette frenare la discutibile reazione di Henry, ponendogli davanti un palmo della mano, “quella dei pesci, dei molluschi e dei crostacei, è l'unica carne che mangiamo per la semplice ragione che l'habitat marino non è stato portato qua dai miei avi, ma trovato allo stato in cui tu lo vedi oggi. Non hanno potuto impedire la selezione naturale del pesce che mangia pesce, per cui anche gli elleni lo mangiano.”

“E, devo dirti, che è un cibo veramente squisito,” fece Henry, indirizzandole un sorriso invitante. “Allora, restiamo ?”

“Sì, ma adesso le fere ci portano verso gli allevamenti di mitili e di crostacei che si trovano oltre quel promontorio,” rispose lei, indicandogli con un gesto soave quello opposto a quello cui si erano avvicinati.

“Davvero interessante…” fece Henry, con aria che denotava una lieve delusione e, riprendendosi subitamente, “… a me piacciono molto.”

“Dici sul serio? Ancora non li abbiamo mangiati a casa. Mia madre aveva il timore che tu non li gradissi.”

“Perché, li mangiate crudi ?”

“Oh, no! Ti renderai conto quanta attenzione ci imponiamo per la profilassi del cibo e di ogni cosa che venga a contatto con la pelle. Tutto ciò che mangiamo, a esclusione delle verdure che subiscono un trattamento particolare, viene rigorosamente cucinato. Mica siamo come gli uomini del Giappone, noi !”

“Noi del Maine, sai io sono originario di Portland, li mangiamo crudi e le ostriche, poi! A proposito, avete anche allevamenti di ostriche ?”

“Quelle crescono spontaneamente in tutto il mare, specie nella costa nord e le mangiano le fere. Sono la loro leccornia preferita, seppure la loro dieta preveda solo il pesce azzurro, come sgombri acciughe e sardine di cui il mare abbonda specie laggiù dove raggiunge profondità considerevoli.”

“Voi non ne consumate ?”

“Preferiamo il pesce dalle carni bianche, tutti i crostacei, i molluschi e i frutti di mare. Non che non ci piacciano, ma abbiamo fatto un patto con le fere, animali intelligenti che sono da secoli al nostro servizio. Il pesce azzurro lo lasciamo solo a loro e ai predatori.”

“Ai pescicani ?”

“Anche, ma le fere li tengono lontani dalle coste, quasi al limite della calotta. Per quanto il pescecane sia un formidabile predatore, niente può contro una fera che ne potrebbe uccidere anche cinque alla volta, per cui l'attività dei predatori si limita alla pulizia in mare delle carogne dei pesci morti per qualsiasi causa. Anche di vecchiaia.”

“Pure per i pesci vale il periodo di vita di voi elleni e dei vostri animali ?”

“No, per loro il tempo scorre come nei vostri mari,” rispose Fedra che, scorgendo le prime barche degli addetti alla cura delle coltivazioni dei frutti di mare, salutò quelli che si trovavano sulla prima imbarcazione cui si stavano avvicinando. “Adesso guarda, Henry. Siamo arrivati al limite dei grandi bacini dei mitili. Le fere terranno la barca perché c'è basso fondale e questo scafo, che ha una chiglia piuttosto profonda, si arenerebbe, di conseguenza noi, per una veloce visita, dovremo trasbordare su una delle lance addette al servizio.”

In effetti, una delle barche che si trovava nel centro dell'immenso bacino, si avvicinò a forza di remi. Gli occupanti, due elleni dall'apparente età di trent'anni – ma chissà se ne avevano, invece, centoventi – salutarono Fedra con una certa cordialità.

“Anteo e Zenone…” disse loro Fedra, non appena si fu accomodata sulla prua con Henry a fianco, “questi è l'americano che sapete.”

Ognuno a turno, i due barcaioli andarono a posare la mano sulla spalla di Henry. Lo stesso gesto che gli faceva spesso Paride e, qualche volta, Alcinoo. Quindi, quel modo di fare, come ebbe finalmente a capire, poiché nessuno glielo aveva ancora spiegato, sostituiva la stretta di mano in uso tra gli uomini.

Il fondale, in quell'immenso allevamento, non superava i tre metri, molto meno, quindi, della chiglia della barca a vela, per quanto la sua visione non si discostasse particolarmente dal fondo del mare che aveva finora osservato. Con la differenza che qua era piuttosto piatto e fitto di vegetazione somigliante a un orto coltivato a lattuga di piccole dimensioni. Sospesi a estese intelaiature, i mitili erano raccolti in lunghe spirali dalle quali uscivano miliardi di bollicine che andavano ad aprirsi sulla superficie del mare, dando l'effetto dello spumante versato in un bicchiere. Procedendo verso il litorale sabbioso, altri elleni erano all'opera per raccogliere le vongole che vivevano sotto la sabbia. Uno di loro, giovanissimo, addetto a quel particolare lavoro, si presentò con il nome di Archidamo e gli porse tre grosse vongole che, al contatto della sua mano, ritirarono i neri sifoni che si chiusero nella conchiglia. E infine, cappesante nei loro pettini, cannolicchi e tutte le varietà dei frutti di mare, di dimensioni maggiori di quelli che Henry conosceva e, in particolare una specie di litodomi, la cui raccolta era stata da tempo proibita nel suo mondo perché crescevano nelle rocce costiere: quelli che generalmente erano chiamati datteri di mare, il frutto marino più squisito che esista.

 “I nostri maestri acquacoltori, dopo anni di esperimenti, sono riusciti a far crescere e moltiplicare i datteri di mare, anziché sulle rocce che andrebbero sbriciolate per raccoglierli, dentro una sabbia composta unicamente di sedimenti tipici delle rocce di gneiss. Sono particolarmente apprezzati anche da noi e la loro produzione è appena un decimo di quella di mitili e vongole.”

Di nuovo in barca a vela in alto mare, Fedra ebbe la compiacenza di allontanare le fere, dando così inconsciamente impulso al compagno di farle la corte. Henry provò la medesima sensazione della prima volta che l'aveva baciata e ne rimase quasi stordito ma quando, ripreso il controllo, incominciò a carezzarla, la bellezza ellena che solo per fargli piacere aveva accettato quel suo fare affettuoso, accortasi che Henry desiderava ardentemente ben altro, riuscì a sgusciargli con tale gentile abilità, che l'americano agitò a vuoto le braccia per qualche attimo prima di rendersi conto che la ragazza si era staccata da lui ed era in procinto di battere le mani per richiamare i grossi mammiferi marini.

Imbarazzatissimo, Henry non fiatò e lasciò che le fere spingessero la barca verso la spiaggia di sabbia color giallo-rosa e, per dimostrare a Fedra che, seppur deluso, non era affatto in collera con lei, si prestò affinché la manovra di ormeggio avvenisse nel migliore dei modi, saltando sul pontile con le due gomene in mano, non appena la barca vi si avvicinò di circa un metro. Anziché bloccarla con le gasse d'amante, la ormeggiò con le due cime messe a doppino in maniera da ritirarle a bordo senza fare tante acrobazie, nel caso ne avesse avuto ancora bisogno. La ripulsa di Fedra e le stranezze che aveva appreso e chissà quante altre che gli sarebbero state chiarite da Paride dopocena, gli avevano messo una certa idea in testa…

 

ΩΩΩ

 

Sebbene non ci avesse più pensato dopo la lunga ricognizione, tuttavia aveva intuito che a cena sarebbero stati serviti i frutti di mare. Una varietà tale che Henry, già dimentico delle delusioni, ne mangiò tante da stupire i commensali, giustificandosi che per lui erano come le ciliegie, vista l'abbondanza dentro il vassoio postoli davanti al piatto, che ne mangiava uno dietro l'altro. Nella famiglia degli Achelai, se a tavola si rispettava il silenzio, fatte salve parche parole da parte del padre, si apprezzava molto chi faceva onore ai cibi. E Henry, quasi esausto dalla lunga escursione e deluso che le sue profferte fossero state respinte dalla bella Fedra, aveva riversato il suo malumore sul cibo e poi di che qualità e con quale perizia preparato! I mitili serviti nella loro metà conchiglia, erano stati cucinati alla marinara con aglio, olio e qualche goccia di limone da non inasprirne il sapore, che era delizioso. Le vongole in 'sauté' servite su fette di pane abbrustolito e appena strusciato di aglio. Ma il re di tali considerevoli principi e duchi della tavola, fu il dattero di mare. Bocconcini deliziosi cucinati con una leggera salsa di pomodorini colti in giornata e una lievissima spolverata di un peperoncino piccante al punto giusto che ne esaltava il già grato sapore.

Con animo greve, finita la cena e vedendo che Fedra, contrariamente al suo comportamento da quando era arrivato nell'isola, si teneva discretamente in disparte, Henry si accinse a fare l'inevitabile, canonica passeggiata in giardino a fianco di Paride, il quale doveva spiegargli come a Kallìtala gli elleni utilizzassero propulsori o cose di questo genere che facessero spingere i veicoli - che ormai non li chiamava altro che astromobili - e per quanto la cosa, essendo anche lui ingegnere, lo interessasse vivamente, il suo animo era esacerbato giacché, respinto da Fedra e non subendo più l'incantesimo del luogo né la speranza di baciarla, gli era ripreso l'assillo di ritornarsene da dove era venuto e, da lì, raggiungere in aereo New York per riprendere il tran tran della vita quotidiana, seppure risultasse ancora in ferie. La ditta che gli aveva noleggiato la barca, lo aveva dichiarato senz'altro naufragato dopo le inevitabili, quanto infruttuose ricerche della Guardia Costiera. Quello era il meno e si sarebbe giustificato con il fatto di essersi perso in mezzo all'Atlantico. Di Kallìtala non avrebbe assolutamente parlato. Forse, con le spiegazioni di Paride, avrebbe appreso il congegno per far funzionare i propulsori inventati dagli elleni che producevano forza cinetica e non inquinavano assolutamente l'aria, sviluppando energia senza far rumore. Fenomeno, questo, non valutato nella giusta misura per il nefasto impatto sulla psiche umana. Tutti i suoi simili essendosi interessati alla polluzione dell'aria che gli utilizzatori dei veicoli non volevano risolvere, troppo abituati ad andare in giro motorizzati più per divertimento che per necessità. I fabbricanti neppure, visto che riponevano tutti i loro sogni nel vedere la freccia del grafico delle vendite delle automobili costruite nei loro stabilimenti salire rapidamente, significando maggiore ricchezza e importanza sociale per i loro già lussuosi agi e vanità. Ma quelli cui meno interessava riportare l'aria a essere respirata senza timore di bronchiti croniche se non il colmo, per alcuni, l'insorgenza di mali irreversibili quali il cancro o l'enfisema ai polmoni sia pure coadiuvati dal fumo del tabacco, erano i politici. I quali, vero è che non mancavano mai di presiedere o semplicemente partecipare a importanti riunioni in ogni angolo del mondo, venendo per ciò profumatamente pagati, trasportati, alloggiati e rimpinzati di cibo costoso - genuino, quello! - ma ritornavano in patria con roboanti promesse e… nessun risultato. Era come la caccia alle balene o ai cetacei in genere, compresi i gioiosi delfini. Tutti la esecravano, ma nessuno faceva niente di concreto – salvo esprimere belle quanto vuote parole di solidarietà, che non si negano a nessuno, nemmeno agli animali – ma il depauperamento faunistico continuava la sua insensata corsa.

“Allora, amico Henry, com'è andata l'escursione marinara ?” chiese in tono garrulo Paride, quella sera di un umore particolarmente giulivo, battendogli l'ormai canonica pacca sulla spalla. “In compagnia di Fedra, poi! Dì, non è che te ne sei innamorato, eh ?”

“Accidenti, Paride, come correte in quest'isola. Va bene essere così avanti nella tecnologia, ma i sentimenti, che siate elleni o uomini, sono sempre gli stessi, anche se vi siete trasferiti in un mondo sconosciuto.”

“Giusta osservazione, Henry,” fece Paride con voce resa neutra da un senso di colpa, ma che riprese subito il suo tono usuale, quando disse: “Spero avrai capito che scherzavo.”

“Anch'io scherzavo,” rispose pronto Henry, ma senza sorridere. “Non posso dire che sia amore, tuttavia ammetto che tua sorella mi piace molto ma pare, però, che io non sia il suo tipo.”

“Bè, questo mi mette in imbarazzo. Non vorrei che per una battuta scherzosa che mi sono permesso volendo solo imitare i vostri modi d'espressione, ne nasca una polemica. Per cui andiamo all'argomento di questa sera, che sarebbe il sistema di produzione di energia già in atto nel nostro paese da centinaia di anni. Vuoi ?”

“Sì, certo, Paride. Scusa il mio sciocco risentimento.”

“Di niente. Devo dirti, però, che non è vero che Fedra non ti abbia in simpatia. Direi tutt'altro e se non ci fossero certe complicazioni con voi umani…”

“Sarebbe a dire ?” chiese Henry, più curioso di sentire quella spiegazione piuttosto che la tiritera riguardante la produzione energetica di Kallìtala.

“Sono situazioni che gestiscono meglio le donne. Te la spiegherà a suo tempo Fedra. Io ho il compito di illustrarti tutto ciò che fa parte di quella tecnologia a voi umani ancora sconosciuta.”

“Che sarà mai !” replicò Henry, un po' toccato dalla pedanteria del suo ospite.

   “Non indispettirti, Henry. Non sei stato tu a battezzare le nostre automobili come astromobili ?”

“Ebbene ?”

“Forse perché le avete anche voi ?”

“Le abbiamo già utilizzate sulla luna, noi !” disse con fierezza, non riuscendo, però, a nascondere una certa soggezione.

E, infatti, suscitò la risata aperta di Paride. “È tutta un'altra cosa, amico mio,” rispose. “Per quanto debba ammettere che avete fatto cose eccellenti. Se solo aveste incominciato prima…”

“Quando sarebbe questo ‘prima' ?”

“Almeno subito dopo l'Impero Romano,” gorgheggiò Paride. “Ma ora, bando a ogni suscettibilità. Si sta facendo tardi ed io domani mattina ho un impegno più gravoso del solito nel mio stabilimento. Dobbiamo sbrigarci.”

Henry fece un gesto che meravigliò lui stesso: batté due colpetti sull'omero sinistro di Paride a mo' di esortazione affinché iniziasse con le spiegazioni.

“Abbiamo due realtà in tema di energia. La prima, che potremmo considerare casalinga e la seconda, ovviamente più potente, che è industriale,” cominciò a dire Paride. “Della prima, credo che tu te ne sia già reso conto. Si tratta dell'energia solare che ciascuna casa, specie in campagna, accumula per i suoi bisogni con pannelli fotovoltaici che hanno la potenza mille volte maggiore dei vostri e una durata illimitata. Con dodici ore di sole al giorno, tutti i giorni, ti puoi immaginare quanto consumo di energia elettrica possano coprire. Il surplus di ogni abitazione, tramite un capillare impianto di distribuzione, viene convogliato alle grandi centrali di accumulazione situate in prossimità del Monte Taigeto. Quei piccoli pannelli che hai visto disseminati in tutta la campagna, servono per i consumi energetici che ci impone l'agricoltura per alimentare le macchine elettriche utilizzate per la raccolta e il riciclaggio dei prodotti convogliando, anch'essi, il surplus verso le stesse grandi centrali termiche di trasformazione.”

“Che alimentano, mi immagino, la grande città di Poseidonia…” lo interruppe Henry.

“No…”

“Di altre città ?”

“Niente affatto, Henry. Ogni città ha la propria produzione che eccede sempre di un buon trenta per cento i consumi…”

“Che viene inviato nelle centrali di raccolta di Monte Taigeto…”

“Questo è giusto. Ma ora, stammi ad ascoltare. Non trarre conclusioni che al momento potrebbero confonderti. Ascolta quello che ti devo dire.”

“Scusa…”

“Scusato. Dunque, a grandi linee, ora sai come i consumi di ogni famiglia di Kallìtala, vengano assicurati dai pannelli solari sia in campagna, in città o lungo le coste. Così pure, come avrai notato, per l'acqua. In quelle due ore di pioggia durante la notte, seppure sembri una pioggerellina, viene giù tanta acqua da sopperire a ogni consumo domestico e, ovviamente, a fertilizzare il terreno e ad alimentare le falde acquifere, fiumi torrenti e canali di irrigazione laddove ce ne sia bisogno come per la coltivazione del riso o altro prodotto della terra. Veniamo alla produzione di energia industriale che, oltre a fare funzionare fabbriche e opifici, agisce da propulsore a quelle che tu chiami ‘astromobili' mentre sarebbe più giusto definire con quel nome i nostri aviolobi, che ancora non hai visto perché operano tra città e città e volano soltanto lungo le coste.”

“È con quelli che volate verso il mio mondo per tenervi aggiornati su di noi ?”

“Stai tirando a indovinare. Conclusione illogica e affrettata. Noi non usciamo mai dal nostro territorio. Della nostra tecnologia introspettiva a largo raggio, ti parlerò in un prosieguo di tempo e, di sicuro, prima che scada il mese. Adesso ti dico una cosa che forse ti strabilierà, giacché voi umani l'avete già fantasticata facendo pure un ridicolo esperimento. L'energia atomica.”

“Ridicolo esperimento, dici ?” esclamò trionfante Henry. “Ma se nel mio paese, gli Stati Uniti, l'hanno già sfruttata per la produzione di energia elettrica, per i propulsori e…”

“Bombe, americano,” replicò Paride. “Che, in definitiva, sono tutti pericolosi ordigni esplosivi a orologeria e se accade un incidente, non solo molti di voi muoiono, ma inquinano l'ambiente peggio di quello che state facendo con i fumosi scarichi dei motori. Lascia perdere. Per fortuna la nostra calotta elettromagnetica è in grado di bloccare, già a cento chilometri oltre i suoi confini, ogni e qualsiasi radiazione nucleare.”

“Quindi anche l'aria inquinata…”

“Quello è un altro argomento. Il più spinoso, per noi. Ma ne parleremo al termine di queste nostre conversazioni, che potremmo definire un corso. Non di certo oneroso, ti pare ?”

“Perché, allora, non ridurre i tempi della mia permanenza nella tua isola e impartirmi queste lezioni per tutto il giorno ?” domandò Henry, non riuscendo a mascherare una nota di speranza.

“Per il semplice fatto che ti si confonderebbero le idee. Il miglior sistema è che, oltre a conoscere le nostre conquiste, tu ti acclimatimi. Credimi, Henry, non è facile e noi stiamo facendo il possibile affinché tu ci riesca.”

“Ciò starebbe a giustificare una mia permanenza più lunga del previsto ?” fece Henry, con voce resa monocorde da un presagio che gli era balenato. ‘Cribbio !' si stava dicendo, ‘che questi replicanti di uomini, abbiano intenzione di tenermi sequestrato chissà per quanto…'

“Potrebbe anche essere. In tutta franchezza, amico Henry, non saprei dirtelo. Già prima del tuo arrivo, mio padre Alcinoo aveva ricevuto disposizioni di ospitarti. Fedra ed io sulle prime non sapevamo niente. Solo il secondo giorno siamo stati incaricati di farti da mentori.”

“Ma se tuo padre, quando mi ha visto, non sapeva nemmeno da dove venissi…”

“Era un modo per non spaventarti. Ti ha ricevuto come un ospite, che per noi è sacro.”

“Per poi sacrificarlo sull'ara…”

“Esagerato! Non uccidiamo nessuno, noi ! Né facciamo sacrifici a una religione inesistente, ma solo una condotta di vita tutta intesa a essere vissuta al meglio. Tanto è vero che abbiamo sviluppato una tecnologia genetica, chimica e fisica che ce lo permette. Ed è per l'appunto di quella parte della fisica che deve vertere la mia lezione di stasera. Dunque, incominciamo da quelle che tu chiami astromobili. Da quale propulsore sono mosse e perché il loro motore è così silenzioso e potente tanto che, fuori dalle strade principali, sfiora qualsiasi tipo di terreno senza sollevare polvere ?”

“Già, sarei curioso…”

“Finalmente ci siamo. Ascoltami bene: fusione nucleare fredda. Quella che voi uomini state tentando di ottenere, ma non ci riuscite. La ragione è semplice. Vi mancano due elementi importanti affinché questo tipo di fusione avvenga. Uno di questi elementi noi l'abbiamo ottenuto chimicamente e l'altro è un minerale che non esiste in natura, ma è stato creato dagli elleni già da cinquecento anni dei vostri. Il primo viene chiamato istro e l'altro menganeo. Uniti al cesio 66 e al deuterio 15, si scompongono generando un'energia che è dieci volte maggiore di quella che voi avete realizzato con la fusione dell'atomo, senza emettere radiazioni di sorta né generare scorie pericolose, poiché nella scissione a freddo il materiale impiegato, la cui quantità è trascurabile, viene completamente consumato. Ogni propulsore o generatore di energia, quindi, funziona con questo principio con rese astronomiche e consumi ridottissimi. Voi per fare andare i vostri motori dovete utilizzare un carburante che vi consente un'autonomia limitata. Una volta bruciato, dovete rinnovarne la scorta, in media per ciascuna auto ogni sei-settecento chilometri, con conseguenze terribili per la salute di tutti gli esseri viventi a causa dell'inquinamento prodotto con lo scarico di quelle che voi definite ‘polveri sottili'. Noi inseriamo nelle nostre automobili una specie di saponetta contenente tutti gli elementi per la scissione a freddo che avviene dentro un motore, che nessuno degli umani potrà mai concepire se non dopo centinaia di anni di studi e di prove, sufficiente per percorrere centomila chilometri, cosicché coloro che la usano poco fanno il 'pieno' ogni tre anni. Dei nostri, s'intende !”

“Anche le fabbriche ?”

“Certo. Ogni e qualsiasi cosa che abbisogni di energia.”

“E allora perché tanta abbondanza di pannelli solari ?”

“Ecco un'osservazione intelligente. La scissione a freddo dell'atomo così come l'abbiamo inventata noi, genera molta energia controllata ma, strano a credersi, se volessimo produrre con essa anche quella elettrica, questo tipo di energia nucleare subirebbe un contraccolpo molto pericoloso. Tutti i veicoli sono dotati di speciali pannelli solari per le funzioni della strumentazione e dell'illuminazione per quanto, di notte, il traffico sia abbastanza scarso. Ogni abitazione, come hai visto in quella dove siamo, ha questi pannelli che trasformano i neutrini che ci invia il sole, in energia elettrica più che sufficiente per la totalità dei servizi, mentre tutti quelli che vedi disseminati un po' ovunque, la trasmettono verso le grandi centrali, di cui ti parlerò in un altro momento.”

“Ma… Paride, spiegami un po' meglio come siete riusciti a ottenere la scissione nucleare a freddo…”

“Esattamente non te lo saprei dire. Dovrei consultare gli appositi manuali ma… a te cosa interessa ?”

“Semplice curiosità,” rispose prudentemente Henry. “Sai, essendo ingegnere anch'io…”

“Devo esortarti, ancora una volta, a non chiedere troppe spiegazioni. Serba la tua curiosità per le molteplici altre cose che dovrai conoscere e non apprendere. Quando sarai al corrente di come si vive qua a Kallìtala, potrai essere ammesso davanti al Gran Giurì presieduto dall'Arconte. E, una cosa importante, amico Henry. Se ci faciliterai nei nostri compiti, a Fedra e a me, il tempo di attesa per andare a Poseidonia si accorcerà notevolmente. Non essere troppo insofferente.”

 

ΩΩΩ

 

Doveva visionare il motore della loro automobile, al più presto. Ma come fare, se i due veicoli erano quasi sempre occupati tanto che lui e Fedra dovevano spostarsi a piedi ? Henry si ripromise di convincere Fedra ad andare verso la grande catena montuosa per rendersi conto dell'estensione dell'isola. Gliel'avrebbe chiesto l'indomani mattina, quando la ragazza sarebbe venuta a svegliarlo.

Si coricò pieno di speranza, accantonando la stupida idea di fuggirsene con la barca. Senza motore e con il solo ausilio di un debole vento, non sarebbe andato lontano. E poi, le fere lo avrebbero ricondotto al punto di partenza. Anche se Paride e la sorella lo avessero scusato, avrebbe fatto una figura davvero meschina quando si fosse presentato dinanzi a Ecuba e ad Alcinoo. No. Se doveva fuggire, bisognava che lo facesse con un mezzo che funzionasse. L'astromobile, per esempio. Sempre che Fedra gli spiegasse come si usava. Se, cioè, la velocità dei veicoli vincesse la forza di attrazione che i bordi della cupola esercitavano per impedire sia l'entrata che l'uscita. Ma poi, quella strana automobile, avrebbe corso sull'acqua ? Se superava le asperità del terreno, in una certa qual maniera volando raso, avrebbe potuto farlo anche su una superficie liquida. Si, no? Oppure… non poté pensare ad altro perché, pigiato il telecomando che chiudeva la finestra, si addormentò di colpo.

Nessuna luce lo svegliò. Lo fece da sé, dopo otto ore filate di sonno. Si aspettava la figura iridescente di Fedra, ma guardando il suo cronometro da barca con il quadrante luminoso, vide che era stato superato il tempo, dato che erano già le nove. Ciancicò sotto il cuscino e afferrò il telecomando. Fece attenzione a non pigiare altri tasti che quello che sapeva essere il terzo a destra. Sfiorò con l'indice i primi due pulsanti e premette con decisione il terzo. La finestra si aprì facendo fiottare nella stanza ondate di luce e l'allegro cinguettio degli uccelli, passerotti e fringuelli e i melodiosi usignoli, che avevano elevato il giardino degli Achelai a loro dimora definitiva.

Adattata la vista all'intensità della luce, Henry si alzò e andò alla finestra, dalla quale si sporse con una certa discrezione per vedere se Fedra fosse in giardino. Intravide appena la bella chioma, nera come l'ala della rondine, spostarsi da una siepe all'altra. Si domandò cosa stesse facendo in quel luogo e solo dopo appena un minuto la vide andare allo scoperto e fargli un gesto di saluto. Come questa gente sapesse di essere osservata... mah ! Non se lo spiegava. Quante cose non sapeva ancora… la promessa di Paride di accorciare il periodo di sosta ospite degli Achelai, gli sembrava infinito se doveva essere messo a conoscenza di tutto. Ma il suo pessimismo si annullò all'idea che Fedra lo avrebbe condotto in giro con l'automobile. Vide, infatti, quella stessa sulla quale lo aveva condotto a casa sua, parcheggiata davanti all'ingresso.

“I tuoi genitori devono andare a Poseidonia ?” chiese sommessamente, non appena la ragazza fu a portata di voce.

“No. Ci sono stati ieri mattina. Mio padre dovrà andarci domani per assistere alla riunione del Consiglio.”

Seguendo il suo istinto naturale, gli venne il desiderio di chiederle se quel Consiglio era per caso il Gran Giurì accennatogli da Paride, ma si frenò in tempo. “Andiamo a visitare i monti lontani, stamani ?” chiese, facendo dentro di sé gli scongiuri che Fedra non gli rispondesse il contrario.

“Certo. Era nel programma,” rispose la ragazza, ma poi dubbiosa, soggiunse: “Come fai a saperlo? Io non te l'avevo mica detto. Forse Paride ?”

“No. Ho solo tirato a indovinare. Mi vesto e vengo subito giù.”

“Prima devi fare colazione. Non si esce dalla casa degli Achelai senza avere assunto energie.”

Evidentemente si riferiva al prodigioso zucchero filamentoso che si scioglieva nel caffè.


ΩΩΩ

 

I comandi erano tutti sul volante e sul suo piantone, a portata di mano, senza che il movimento del braccio presupponesse lo spostamento del busto in avanti. Non esisteva pedaliera come nelle normali automobili. Il display sulla plancetta era formato da un piccolo televisore all'incirca di otto pollici che dava al guidatore non solo tutte le informazioni riguardanti la velocità, le spie di tutte le parti del motore e dell'assetto del veicolo ma, anche la sua posizione sul terreno con un led rosso che si spostava su una carta geografica che via via che l'automobile correva, avanzava sempre di più nella direzione di rotta.

Fedra che, con finta indifferenza aveva notato come Henry stesse guardando con attenzione tutte queste cose, quando lo vide osservare il paesaggio che fuggiva veloce ai lati, gli disse: “Sulla macchina funziona un dispositivo, simile all'incirca alla nostra cupola protettiva, che respinge ogni e qualsiasi corpo estraneo si venisse a trovare sul suo percorso.”

“Vorresti dire le altre automobili che incrociamo ?”

“Certo. Per quanto sia per la velocità che per l'ampiezza della strada, sarebbe oltremodo difficile anche senza questa protezione, che una macchina ci venga addosso o noi ci scontrassimo con lei. Tutti noi procediamo alla medesima velocità, che è notevole, come vedi dal display. In questo momento sfiora i trecento chilometri, di conseguenza sulla strada non si formano code né c'è la necessità di sorpassare un'altra automobile.”

“Ma se, come succede spesso da noi, parti con un'altra macchina davanti di pochi metri, che fai, gli rimani incollata dietro ?”

“È impossibile,” rispose la ragazza con un lieve accenno di riso. “Fintanto che quell'automobile non è distante almeno tre chilometri, la mia, come qualsiasi altra, non può immettersi in quella stessa strada. Lo fa solo quando è garantita la sicurezza. Ovviamente, s'intende solo per le grandi vie di comunicazione.”

Inutile guardare ai lati più prossimi. L'elevata velocità non faceva vedere che una striscia biancastra e il grande nastro della strada che sembrava una freccia. La strada era livellata, nel senso che non c'erano curve improvvise o salite impervie. Ci si accorgeva di fare una larghissima curva solo con l'indicazione del display e così pure una salita con l'indicazione del livello di altitudine. Quando, dopo un viaggio di appena un'ora, arrivarono alle pendici di un'imponente catena montuosa, l'automobile ridusse la velocità e uscì dalla strada principale per incominciare a salire i declivi, galleggiando a non più di un metro dal terreno.

“Il Monte Ida è alto cinquemila ottocento metri e l'Olimpo, come vedi dalla sua cresta, laggiù, culmina a seimila cinquanta. L'abbiamo chiamato così perché quelle rosse rocce dolomitiche, da lontano sembrano la corona di un re.”

“Ma non c'è alcuna traccia di neve. A quell'altezza, i monti dovrebbero essere imbiancati…”

“La temperatura dentro la calotta non scende mai al di sotto dei venti gradi e l'aria ha la stessa consistenza di quella che respiriamo al livello del mare. Meno lo iodio, s'intende.”

Davanti a loro si profilò una fitta barriera di abeti che sembrava estendersi per qualche chilometro. Henry si domandò come avrebbe fatto l'automobile a superarla. Rimase deluso quando Fedra con un leggero tocco sterzò per andare a infilarsi in uno stretto passaggio che tagliava in due l'abetaia.

“Ah !” disse meravigliato, Henry. “Un tagliafuoco. Anche nelle nostre foreste usiamo separare gli alberi per dare modo alle squadre di pompieri di spegnere gli incendi. Pure da voi, a quanto vedo…”

“Non è quello che tu intendi. È solo un passaggio per le automobili perché con questo mezzo possiamo salire fino a pendenze del trenta per cento e, appena trovato uno spiazzo, fermarci. Ecco, guarda quel bel prato fiorito. Andiamo là.”

Sembrava che il veicolo fosse telecomandato per la perfetta manovra di ‘atterraggio' che eseguì Fedra. O, forse, lei era particolarmente provetta…

“È difficile pilotare questa astr… automobile ?” chiese Henry prima di uscire dall'abitacolo.

“Nient'affatto. Basta pigiare i pulsanti giusti e seguire la strada principale. Poi, quando se ne esce, seguire le indicazioni della mappa.”

“E io…” fece Henry quasi balbettando. “Potrei anch'io…?”

“Ma certo !”

“Davvero? E… se te lo chiedessi… tu mi insegneresti a guidarla? Ora? Cioè… quando ritorneremo?”

Fedra, che stava aprendo la portiera per uscire, si voltò di colpo e scrutò negli occhi del suo compagno con curiosità mista a un certo fare indagatore, per poi, alzate le spalle, rispondergli con indifferenza: “Prima di ripartire, ti istruirò sui comandi. È abbastanza semplice.”

“Ah, solo i comandi…”

“Te la farò anche guidare. Ma solo fino alla strada. In seguito…”

“Grazie, Fedra,” disse Henry. “Sei davvero gentile.”

Le montagne che li sovrastavano sembravano un baluardo inespugnabile. Il piccolo pianoro dove Fedra aveva parcheggiato l'automobile, era a quota cinquemila metri, il massimo oltre il quale potevano andare, salvo che entrambi non fossero provetti alpinisti. Ma, come ebbe a spiegargli la ragazza, l'elleno, popolo molto pratico, non amava quello sport pericoloso che non fruttava niente di concreto ma, soprattutto, perché avevano la possibilità di sorvolare le cime più alte con gli aviolobi, veicoli aerei che collegavano le diverse città, otto in tutto, fra loro. Non esistevano aeroporti a Kallìtala, poiché tutti i mezzi aerei erano in grado di scendere e di salire in verticale su qualunque spiazzo li potesse contenere. Il sistema aeroportuale era tra i più semplici. Una volta arrivato a destinazione, il passeggero ritirava il suo bagaglio da un nastro trasportatore che usciva dalla pancia dell'aviolobo e, se non aveva la propria automobile o non fosse venuto qualcuno espressamente a prenderlo, si serviva di un'auto pubblica. In città non circolavano che automobili. Tutti, giovani, anziani e vecchi, ne possedevano una che sapevano pilotare alla perfezione, mai scontrandosi con altri veicoli in movimento, per la protezione geostatica che respingeva qualsiasi ostacolo. I rumorosi e inquinanti mezzi di trasporto di massa del mondo occidentale, come gli autobus, i tram, i pullman o i treni in genere, a Kallìtala non esistevano, seppure la sua popolazione, che secondo l'ultimo censimento semestrale risultava stabile, come lo era da tanti anni, contasse sei milioni trecento trentatremila individui divisi perfettamente a metà tra i due sessi, si spostasse continuamente da un luogo all'altro.

Fedra gli avrebbe spiegato volentieri a proposito del problema del controllo delle nascite sia per numero che per sesso, ma Henry era stranamente irrequieto. Da quando la ragazza gli aveva promesso di pilotare l'automobile fino alla grande autostrada, niente lo interessava più, neppure il magnifico panorama che si godeva da quell'altitudine. Sebbene la barriera di montagne impedisse la vista del restante terzo dell'isola, quello che avevano di fronte dava l'idea della grandezza di Kallìtala, a buona ragione definita isola-continente e, dato che la vista aveva la potenza di un cannocchiale, per la prima volta Henry vide la città di Poseidonia. Bellissima nel suo biancheggiare in mezzo al verde e coricata in un'insenatura in cui il mare scintillava. Né si accorse che negli scarsi banchinaggi a fianco della città, ci fossero dei natanti. La sua idea fissa era quella di sbrigarsi a osservare quello che doveva e, in seguito, montare in automobile per pilotarla con le sue mani.

‘Ma è facilissimo !' si disse qualche minuto dopo aver preso in mano il volante. L'automobile era docile ai comandi e rispondeva immediatamente al sia più lieve tocco di qualsiasi pulsante. Provò pure a forzare l'andatura pigiando un po' più del dovuto la piccola ruota dell'accelerazione, ricevendo però uno sguardo di riprovazione da Fedra cosicché, per darsi un contegno, le disse: “Sembra di volare. Ma, non è che si può aumentare di quota ?”

“Non è un aereo. Il sistema di ipersostentazione agisce fino a un metro, massimo un metro e mezzo dalla superficie,” rispose Fedra.

Trovò magica la parola ‘superficie', giacché il suo pensiero era fisso su quella del mare sin da quando la ragazza gli aveva permesso di pilotare lo strano veicolo. “Funziona in questa maniera anche sul mare ?”

“Per niente. È stata progettata e testata solo per l'attraversamento di fiumi, canali e torrenti, ma dopo appena un chilometro non riesce più a sostentarsi se la superficie sulla quale corre è liquida. Il motore si ferma automaticamente e l'automobile rimane a galleggiare. Resta attivo solo il pannello solare che alimenta le apparecchiature elettroniche per il rilevamento della posizione e l'utilizzo dell'impianto automatico per la chiamata di soccorso.”

“Non c'è pericolo che affondi, dunque.”

“No. Solo la certezza di fare una brutta figura, pagare l'intervento, a meno che non si dimostri il caso fortuito, più la costosa verifica del veicolo, che viene fatta in un'officina specializzata, ubicata nella periferia di Poseidonia. Città che avrai visto dal Monte Ida e notato, spero, che vi sono ormeggiate diverse imbarcazioni.”

“Non ci ho fatto molto caso. Però se ho capito bene, se uno vuole andare per mare, deve usare proprio quelle.”

“Esatto. Ci sono appassionati che lo fanno. Davvero pochi. Agli elleni andare per mare non piace.”

“Strano per degli isolani. Di solito…”

“Gli elleni hanno combattuto contro il mare per secoli e secoli e quando finalmente sono riusciti a imbrigliarlo - tu m'intendi cosa voglio dire, cupola e fere - si sono limitati soltanto ad avere contatto con il mare lungo le coste sabbiose, difficilmente avventurandosi, a nuoto, oltre i cento metri dalla riva.”

“Allora, quelle imbarcazioni a chi servono ?”

“Agli appassionati o ai pescatori. Paride ne possiede una che utilizza per qualche giorno durante il periodo di ferie. Prima che tu me lo chieda, ti dico che i due propulsori che vi sono installati sono simili a questo dell'automobile, modificati per funzionare a contatto dell'acqua di mare.”

“Due motori. Chissà come fila…” fece Henry quasi fra sé.

“Non credere. Arriva appena ai cinquanta nodi.”

“Le velocità delle fere, quindi,” replicò furbescamente lo skipper.

Fedra non colse la maliziosità della domanda e rispose di getto: “Ma che dici! Le fere non superano i venti nodi. La loro specie si è evoluta trascurando la velocità per una maggiore potenza di spinta.”

“I piccoli rimorchiatori del mare,” disse Henry con un sorrisino sotto i baffi.

Ormai erano arrivati in prossimità della grande arteria stradale e Henry, in ubbidienza alla promessa fatta, fermò l'automobile su uno spiazzo. Aprì la portiera per lasciare il posto di guida a Fedra, quando la ragazza lo richiamò posandogli una mano sulla spalla. Lui si voltò e vide il volto di Fedra vicinissimo al suo, in atto di essere baciata. Lo fece castamente sulle labbra, provando l'indefinibile stordimento della prima volta e quando lei gli cinse la nuca con entrambe le mani attirandolo a sé, stampandogli un bacio sul viso, suscitò nel giovane un piacere così struggente che si sentì svenire. Fedra, come aveva già fatto altre volte, gli sgusciò a lato.

“Eh, no. Ancora !” sbottò lui, riafferrandola per un braccio. “Non puoi stordirmi in questa maniera e poi fare la fanciulla pudica. Se è vero che voi elleni siete giusti e rispettate la natura, ricordati che anch'io ne faccio parte e che queste brusche interruzioni mi debilitano. Oppure voi, che non volete essere annoverati tra la stirpe umana, non avete sangue nelle vene ?” concluse con fare accorato.

Lei si sedette composta e lo guardò negli occhi e lui fece altrettanto, come non aveva ancora fatto e, in quelle iridi dalle lamine d'oro messe ordinatamente in circolo, inframmezzate da altre di cangiante opale in cui gli sembrava di affogare, perse ogni raziocinio e, non considerando quello che aveva appena detto, la baciò sulla guancia, stringendo a sé quel bellissimo viso. Fedra, questa volta staccatasi con un lieve movimento aggraziato, lo ricambiò facendogli una carezza.

“Non voglio fare la vergine disdegnosa, caro Henry, ma tu non puoi baciarmi in continuazione,” disse, intonando una voce leggiadra e convincente. “Non perché io non lo desideri, ma per il semplice fatto che il tuo corpo avrebbe una tale reazione traumatica che ti porterebbe alla morte. Mi piaci e forse mi innamorerò di te…”

Henry le mise una mano sulla bocca. “Anch'io. Scusami, ma dovevo dirtelo. Io lo sono già. È talmente vero da essermi dimenticato della mia ragazza che mi aspetta a New York e… anche mia madre e… mia sorella… tu hai assorbito tutti i miei sentimenti… Fedra, io…”

“Taci, ti prego,” rispose la ragazza dopo aver sollevato la mano di Henry dal proprio viso. “Perché tu possa baciarmi, è necessario che prima ti acclimatimi nel mio paese, che per te è un nuovo mondo. Non ti sei accorto, forse, che la tua vista può spaziare con l'acutezza di un occhio di falco, il tuo peso si sia ridotto quasi della metà e le tue sensazioni si siano acuite di almeno cinque volte? Non provi struggimento solo a toccarmi e un grande godimento quando mi baci? Potrà mai il tuo cuore di umano, sopportare quello più intenso, parossistico della ripetizione dei nostri baci? No, ne moriresti.”

“Non fa niente,” rispose lui con voce arrochita dalla passione.

“Vorresti dire che, malgrado il rischio, vorresti lo stesso baciarmi ?”

“No. Intendo esprimere tutta la mia gioia nel sapere che mi ami. Mi piace stare con te, adoro la tua voce carezzevole, il tuo corpo da dea e il tuo viso da Madonna. Toccarti e baciarti, per me è il paradiso. Purtroppo, l'istinto di maschio mi incita ad andare oltre. Non ci proverò più anche se tu sei abbastanza accorta da evitarlo.”

“Grazie, Henry. L'Arconte, una volta ancora ha dimostrato la sua saggezza nello scegliere un umano che ha ancora sani princìpi e sentimenti sinceri. Bene. Adesso ritorniamo a casa. Immagino che avrai fame. Io ne ho.”

Henry si accinse a ripetere la manovra per uscire dall'abitacolo per ridare i comandi del veicolo a Fedra.

“Conducila tu fino a casa. Voglio che mio padre veda come ti stai abituando al nostro modo di vivere.”

“Ma non so se a quella velocità, sarò capace…”

“È più semplice che guidarla fuori strada. Suvvia, metti in moto e imbocca il nastro di direzione. Magari per i primi chilometri tieni la ghiera dell'acceleratore a livello sessanta, poi la porterai piano piano su ottantacinque, che è l'andatura di crociera.”

Henry eseguì quelle semplici manovre e mentre il display stava indicando la velocità di trecento chilometri all'ora che, in mancanza di traffico e, soprattutto, per l'ampiezza della strada, sembrava essere di molto inferiore, gli venne da chiedere: “Ma se il limite dell'accelerazione venisse portato a cento, che velocità potremmo raggiungere ?”

“Hai mai provato, sulla tua macchina, a portare l'ago dell'indicatore del contagiri nella parte rossa? Forse per qualche secondo, in caso di emergenza, ma se tu ce lo tenessi fisso, imballeresti in motore, guastandolo. Facendo la stessa cosa sulle nostre automobili, dopo appena dieci secondi, uno speciale dispositivo spegnerebbe il motore.”

“Se non ci fosse quello?”

“Correremmo due rischi. Il primo che perderemmo aderenza e la protezione contro eventuali ostacoli e il secondo che il motore si fonderebbe divenendo un blocco compatto di, come dite voi, ‘ferraglia'.

“Perché, non è di ferro ?”

“Niente di metallico, da noi, è ferro. Ma questo te lo spiegherà Paride. Ora puoi portare la ghiera a ottantacinque, Henry, se non vogliamo arrivare in ritardo. Alcinoo è sempre puntuale come un orologio.”

Si stava abituando al vivere elleno. Non solo aveva guidato con perizia l'automobile, arrivando proprio quando Alcinoo e la moglie Ecuba erano in giardino per una passeggiata prima di pranzo, ma operato una perfetta manovra di parcheggio tanto da attirare l'attenzione dei due coniugi.

Alcinoo lasciò per un momento il braccio di Ecuba e si avvicinò all'automobile nel momento stesso in cui Henry, fatta scendere Fedra, si accingeva a farlo a sua volta dopo essersi accertato di non aver lasciato in funzione alcun pulsante dei pannelli interni.

“Bravo figliolo,” lo accolse. “Vedo con piacere che ti stai abituando al nostro modo di vivere. Già guidi l'automobile. È un buon progresso.”

“È di una facilità estrema, Alcinoo.”

“Questo lo so, ma non mi riferivo a quello. La mia soddisfazione è che ti stai adeguando. Già ho visto quanto apprezzi il nostro cibo, ora piloti uno dei nostri mezzi di trasporto e chissà in seguito quante altre cose riuscirai a fare. I miei figli mi dicono che stai facendo progressi. Sai, ci è già capitato che…”

“Padre,” si intromise Fedra. "Il pranzo è pronto e hai lasciato la mamma sola,” poi, guardandolo con un lieve cipiglio, “ti prego… Alcinoo.”

Henry capì al volo. Se lo aveva chiamato con il suo nome, voleva dire che suo padre stava dicendo qualcosa che non doveva. Pensò subito che qualcuno, tempo prima, era approdato nell'isola e non si era comportato come stava facendo lui. Forse, come stava pensando di fare, era riuscito a fuggire dopo avere appreso qualche formula… ma quando e come ? E quale nuova invenzione aveva apportato nel suo mondo… non gli risultava che negli ultimi tempi ce ne fosse stata una del tutto rivoluzionaria. Gli occidentali, dopo la scoperta della fusione nucleare, non avevano inventato più niente, salvo mettere a punto le apparecchiature che si erano evolute fino all'eccesso, ma la radio, il telefono, il motore a scoppio, l'aereo e tante altre cose, erano stati inventati al principio del secolo, mentre soluzioni come la creazione di una cupola protettiva e soprattutto la fissione a freddo, erano di là da venire, sempre che qualcuno riuscisse a realizzarle. Allora quel tipo che prima di lui era stato ospite di Kallìtala, non poteva che esserci stato nell'altro secolo, il tempo per gli elleni essendo molto più lento che per gli uomini… ma sì, certo! E se n'era fuggito, non poteva non avere portato un segreto e poi ‘inventato' qualcosa di rivoluzionario per quel periodo, una cosa che poteva essere la radio, o il modo di produrre l'elettricità oppure, meglio ancora, il motore a scoppio… No, no, la sua era solo una sciocca fantasia. Quelle invenzioni erano nate troppo primitive e se un suo simile fosse riuscito a fuggire dalla grande isola atlantica con il segreto, l'avrebbe messo in pratica allo stesso livello di come l'aveva appreso. Una stupida idea la sua, seppure Alcinoo si fosse fatto sfuggire alcune parole significative, troncate sul nascere dal deciso intervento di Fedra. Quali segreti nascondeva questo popolo così evoluto… e se quell'essere umano fosse stato ripreso dalle fere e gli elleni lo avessero imprigionato visto che non uccidevano alcun essere vivente e colà morto di vecchiaia? Forse lui era destinato alla stessa sorte, e se sì, per quale recondita ragione ?


4 - LA FUGA

  

Paride e Fedra, nel momento in cui Henry era in camera sua, ebbero modo di scambiarsi le opinioni.

“Mi sembra piuttosto nervoso,” disse Paride. “Quando gli spiego le cose, lo sento abbastanza assente. E tu ?”

“Ho capito che vorrebbe fuggire. Mi ha fatto tante domande sulle possibilità dell'automobile e quando gli ho detto che non può volare sul mare, è rimasto molto deluso come un bambino cui si nega un dolce. Però, strano, ha confessato di amarmi…”

“E chi non lo farebbe? Sei bellissima, cara sorella e chiunque ti stia vicino, si innamorerebbe di te. Attenta, però, a Meleagro.”

“Chi, quel presuntuoso collega di ufficio ?”

“Non uscivate sempre assieme?”

“Ma che dici, Paride ! È accaduto solo una volta, tra l'intervallo del lavoro. A proposito, visto che la faccenda per me si protrae più del dovuto, non rischio di perdere il lavoro, per poi essere destinata a farne un altro? Non ne sarei affatto contenta. Quello che ho mi piace e quest'incarico di fare compagnia a Henry…”

“Nessun rischio del genere, Fedra. E poi, dì la verità… non ti piace quest'umano? Non hai sempre detto che i tuoi spasimanti sono… un po' insipidi? Come si comporta con te… è abbastanza invadente ?”

“Non perde mai occasione. Mi tocca sempre dappertutto come farebbe un cieco… ma è piacevole, solo che sai benissimo che non può continuare a baciarmi…”

“Se tu lo lasciassi fare, sarebbe un guaio, Fedra. Invece di consegnarlo sano e ben istruito all'Arconte, glielo porteremmo morto.”

“Non ti preoccupare. Riesco a fermarlo in tempo. Piuttosto però, dovremmo risolvere il suo problema più assillante, in maniera che una volta fattone il tentativo, non ci riproverà più e si metterà l'animo in pace, divenendo uno di noi.”

“Stai parlando della fuga, vero ?”

“Non rischieremmo di perderlo come con lo scienziato che venne fatto entrare a Kallìtala venticinque anni fa ?”

“Nessun rischio, per due ragioni. La prima, che costui veniva da un mondo troppo arretrato in fatto di tecnologia, per cui subì terribili traumi psichici nel rendersi conto della nostra e, secondo, non venne impiegata una bella donna per distrarlo. Se Henry ti ha dichiarato il suo amore, stai tranquilla che non gli dispiacerà, alla fine, rimanere.”

“Quindi ?”

“Diamogli la possibilità di fuggire. Non  ha detto che sarebbe interessato a fare una gita in barca ? Bene, accontentiamolo. Troveremo il modo che riesca a ‘‘rubare' la mia. Lo lasceremo vagare qualche ora, poi le fere lo riporteranno indietro. Considerato che per ora gli è proibito andare a Poseidonia, domani farò ormeggiare il mio cruiser dietro la sua barca a vela. Poi, penserai tu a…”

“Buona idea. Sarà d'accordo Alcinoo ?”

“Credo di sì. Prima di pranzo gliene accennerò, così domani lo riferirà in gran segreto a Pausania, il tuo protettore.”

 

  ΩΩΩ

 

Il pranzo, quella sera, si protrasse più del solito. Dopo una squisita zuppa ai frutti di mare, vennero servite le aragoste e visto che la parte più saporita del crostaceo si trova nelle chele, tutti si diedero un gran daffare per ripulirle del loro contenuto.

Henry, però, non fece un grande onore alla tavola. La dichiarazione d'amore fatta a Fedra, in parte ricambiata con un ‘quasi', lo faceva intensamente riflettere sul mistero di Kallìtala. Se da un lato, quello preponderante, era il desiderio di ritornare a casa a riprendere il suo impiego di ingegnere ricercatore, sebbene ci fosse ancora l'ostacolo della convivenza con Liza che il solo pensarci gli faceva male al cuore, per l'altro, a distanza di tre giorni dallo sbarco sull'isola magica e misteriosa, ma allo stesso tempo paradisiaca, gli si era sviluppata una certa acquiescenza a rimanervi per il periodo previsto. Giacché, oltre all'amore che stava provando per quella leggiadra giovane donna che lo accompagnava dal mattino all'ora del pranzo, c'era il pungolo di un'accentuata curiosità per venire a conoscenza se non di tutti, almeno di una buona parte dei segreti del popolo elleno, sopravvissuto ai normali stermini degli umani, i quali, se avessero scoperto l'isola di Kallìtala come Colombo aveva fatto con le Antille o Cortés con i territori degli Incas, li avrebbero cancellati dalla faccia della Terra. Con il fanatismo religioso, poi, che contraddistingueva quei periodi bui in cui si dava maggior importanza all'edificazione di templi e alla stesura di canti osannanti e di preghiere autoflagellanti, l'isola ora sarebbe un territorio in mano ai Caribi che, come fecero con Cuba, con Hispaniola e con tutte le altre isole del Centro America, le avevano  invase dopo lotte sanguinose e fratricide che ancora continuavano se non esplicitamente, di sicuro sotto forma di prevaricazioni, imprigionamenti ingiusti, scomparsa degli oppositori al regime, prostituzione, lenocinio e tanta, ma proprio tanta, miseria. Ma cosa nascondeva quest'isola ? Abbastanza disincantato del mondo in cui aveva finora vissuto, sebbene avesse solo trentadue anni, non credeva alla perfezione. L'animo umano come, inevitabilmente, anche quello elleno, che per lui era la stessa cosa, è basilarmente corrotto o, perlomeno, corruttibile. Troppe le passioni della vita perché un essere umano possa rimanere puro e poi, per tutto quel tempo in cui vivevano, via, non era concepibile. Addirittura, fino a duecento quaranta anni! Un tempo lunghissimo che sul pianeta Terra, checché lo considerassero loro, scorreva per tutti uguale. Finora gli avevano presentato la facciata più affascinante. L'isola era indubitabilmente bella, come i suoi abitanti, considerato che quei pochi che finora aveva incontrato o conosciuto, non portavano sia nel viso che nel corpo i difetti della degenerazione umana laddove si contavano uomini e donne brutti, molti con difetti congeniti dovuti al sangue guasto per antiche unioni consanguinee, pieni di malattie che li portavano precocemente alla morte. Forse la consapevolezza di essere brutti, deformi e malati, aveva indotto i suoi simili, cioè gli uomini, a essere malvagi e a scatenare le guerre trovando la scusa dei princìpi. I princìpi, la religione e una filosofia bacata, ecco la vera iattura del mondo, del suo mondo, corrotto e ipocrita. Che, però, tra stragi, ingiustizie, inquisizioni, eventi bellici e tragedie naturali, dopo il buio di dieci secoli, era assurto a una dignità tale da far valere il desiderio di rimanere in vita e godere, se non più delle bellezze naturali quali quelle che racchiudeva questo meraviglioso scrigno dell'isola di Kallìtala, di quelle rimanenti ma, soprattutto, della scienza medica e della tecnologia industriale che avevano, in non rari casi, più che triplicato l'aspettativa di vita nel breve lasso di tempo cosmico contato dagli uomini in soli duecento anni.

E, visto che pensava intensamente a queste cose e non continuava a mangiare, ricevette il leggero tocco di piedi di Fedra da sotto la tavola. La ragazza lo richiamò con un'occhiata, perché i commensali lo stavano osservando un po' stupiti. Di solito era lui che faceva più onore al cibo, a volte facendosi servire dall'ancella un'altra porzione della pietanza che più aveva stuzzicato la sua golosità.

“Amico Henry…” fece Alcinoo, l'unico deputato a parlare durante il pranzo, “non ti senti bene oppure non trovi di tuo gusto il crostaceo che ti è stato servito ? Eppure, avevi detto che ne eri ghiotto.”

“Chiedo scusa, Alcinoo e anche a tutti voi, amici cari. L'aragosta è molto gustosa. Stavo solo riflettendo intensamente. Sapete, con tutte le novità che apprendo ogni giorno, mi sono lasciato trasportare dai pensieri,” rispose Henry, prendendo in mano l'aggeggio per schiacciare una grossa chela e toglierne la polpa.

 

ΩΩΩ

 

“Amico Henry,” disse Paride quando, finito di pranzare, uscirono in giardino per la solita canonica passeggiata informativa. ”Se ieri ti avevo detto che, forse, il tuo periodo di soggiorno nella casa dei miei poteva accorciarsi, stasera purtroppo mi sono reso conto che, invece, c'è il rischio che si allunghi.”

"Non ne vedo la ragione, Paride. Ci mancherebbe !” rispose  allarmato Henry. “E poi, perché ?”

“Quelle tue profonde riflessioni in cui ti isoli quando sei in compagnia, mi fanno pensare che occupino la tua mente per tutto il tempo che rimani sveglio e, chissà, magari senza rendertene conto, anche quando dormi. Non è un buon segno, perché ciò significa che non riesci ad acclimatarti. Sai almeno cosa intendiamo noi con questo ?”

“Che mi adatti al vostro clima, il che è facilissimo essendo sempre primavera e impari i vostri usi, mi abitui ai vostri cibi e…”

“No, Henry. Quello è il meno. Noi ci aspetteremmo ben altro da te.”

“E che sarebbe mai !” replicò l'americano che, quando non capiva bene una cosa, si irritava.

“L'acclimatazione significa divenire uno di noi. Ti spiego meglio. Dentro di te pensi che sia una stupidaggine il fatto che il tempo da noi scorra più lentamente, contrariamente a quanto accade nel mondo dal quale provieni e che, alla fin fine, grazie alle tue conoscenze della fisica, non ti sarà difficile aprire una maglia nella rete. Ebbene, ti sbagli. L'Arconte e, con esso, tutto il Gran Giurì, vogliono che quando ti presenterai davanti al loro consesso, tu ragioni alla nostra stregua come si fa per imparare una lingua diversa da quella madre. Devi pensare come noi, il tempo deve scorrere quattro volte più lentamente e che, se non lo permettiamo noi, non hai alcuna possibilità di andare via con la tua barca.”

‘Sì, con la mia barca, magari no,' si disse Henry, ‘ma con una come la tua, vorrei un po' vedere…' E a Paride: “Non è facile, credimi…“ rispose nella maniera più umile che gli riusciva, “le mie profonde riflessioni sono dettate dalla volontà di adeguarmi. Fortuna che tua sorella mi agevola, insegnandomi cose che, unite al piacere di visitare luoghi esotici, sono le più facili da apprendere.”

“Hai ragione. Devo riconoscere che le mie sono più pedanti perché tecniche e, inoltre, te le spiego camminando in questo giardino illuminato dalla luce artificiale. Ti prometto che tra due giorni ti dedicherò una giornata intera del week-end e ti porterò a fare un'interessante escursione con la mia barca.”

“Ma tra due giorni sarà martedì e non è affatto week-end.”

“Giusto. Usando il vostro linguaggio, lo chiamiamo impropriamente così anche noi, seppure per ognuno che lavora, sia proprio il fine settimana, cioè quei giorni di stacco dal lavoro per un meritato riposo.”

“Ma non è sabato né domenica,” insistette Henry.“Da noi non esiste, perché il lavoro non si ferma mai e ciascuno ha diritto a due giorni di riposo su sette, oltre alle ferie.”

“Vorresti dire che scaglionate ferie e i fine settimana ?”

“Esattamente e con grande soddisfazione per tutti. Il clima essendo sempre costante, non c'è ragione di adottare quelle pessime abitudini che avete voi. Affollamento nei posti di interesse turistico, strade intasate dalle vostre macchine inquinanti, incidenti, morti e feriti…”

“Perché, qua da voi, niente di tutto questo ?”

“Direi proprio di no. Sì, qualche incidente, non di certo in automobile che, come hai appreso, è impossibile, però accidenti per certe escursioni imprudenti in luoghi impervi da parte di elleni poco accorti o distratti nel fare le cose, accadono, sebbene non causino mai la morte, ma solo ferite più o meno gravi che vengono curate negli ospedali.”

“Gli ospedali ! Quindi, li avete anche voi.”

“Ma certo ! E perché non dovremmo ?”

“Mi ero fatto l'idea che, oltre che longevi, foste anche esentati dagli inconvenienti di noi umili uomini…”

“Fai pure dell'ironia a buon mercato. Lo vedi che hai idee preconcette ?”

“No, no, ti prego Paride. Era solo una battuta scherzosa e … infelice. Qual è il tema di questa sera ?” chiese per dimostrare il suo più vivo interesse.

Paride lo guardò negli occhi e vi lesse un sincero rammarico, per cui affrontò quell'argomento che anche a lui rimaneva ostico, ma che tuttavia faceva parte del programma.

“Dunque...” iniziò, “ti sarai domandato perché accumuliamo l'energia del sole attraverso speciali pannelli che la convogliano verso le grandi centrali per dare elettricità alle industrie e il surplus, che rappresenta il cinquanta per cento della produzione, viene immesso nella grande centrale di trasformazione del Monte Taigeto.” Interruppe la descrizione per chiedere a Henry: “Sai perché si chiama Taigeto ?”

“Cosa, il monte ?” chiese Henry un po' stralunato. “Da quel poco che so di storia della Grecia antica, mi pare fosse il luogo da dove venivano gettati i bambini deformi. Mi sbaglio ?”

“Venivano gettati nella voragine di Apotete, poiché gli spartani vantavano il diritto di allevare i bambini che per diventare guerrieri non dovevano avere alcun difetto fisico. Comunque, come ti ha ben spiegato Fedra, per non perdere un certo legame affettivo dalla patria da cui i nostri antichissimi antenati provenivano, utilizziamo nomi della mitologia e non c'è alcun nesso tra il nostro Monte Taigeto e quello del Peloponneso. Però c'è la voragine che si perde nelle viscere di Kallìtala andandosi a congiungere con un cono vulcanico che si trova a più di dodici chilometri in profondità, quindi sotto l'Atlantico. La nostra isola fa parte della catena di monti sottomarini che rappresentano la congiunzione o, se preferisci, la cicatrizzazione di una ferita causata dallo spostamento dei continenti, che arriva fino all'Antartide. Il nostro è l'unico territorio emerso e si trova tra la zolla continentale nordamericana e quella africana, esattamente sul Tropico del Cancro.”

“Come avrebbe fatto una barca a vela a percorrere tutta quella distanza… credevo di essere arrivato alle Bahamas o, tutt'al più, a Cuba !” disse con una certa meraviglia, Henry. “È una distanza enorme !”

“All'incirca tremilacinquecento chilometri. Ma le fere sanno fare miracoli, credimi. E, infine, sai quanto tempo sei rimasto svenuto ?”

“Ma, al massimo qualche decina di minuti. Il colpo alla testa del boma non è stato, poi, tanto violento…”

“Pensi davvero di essere stato colpito dal boma ?”

“Eh, sì, Ero in coperta al timone, mi ero appena bagnato la testa con l'acqua della bottiglia e ho lascato troppo… e bum ! O no ?”

“Ma come poteva essere possibile? La randa ti avrebbe colpito se tu fossi rimasto in piedi sulla coperta, ma se mi dici che eri al timone, per di più tenendo la cima che la comanda…”

“Ma se l'avevo lascata di parecchio !”

“Una fera-madre ti ha addormentato spruzzandoti un liquido di nostra invenzione che ti ha narcotizzato. È lo stesso che usiamo per gli interventi chirurgici.”

“E mi hanno spinto ? Ma in quanto tempo ? So che la velocità delle fere non supera i venti nodi.”

“Che sono all'incirca trentotto chilometri all'ora, se nuotano liberamente in superficie e non sono contrastate dal mare mosso. No, anche sforzandosi, non potrebbero raggiungere quella velocità in pieno Atlantico che non è mai perfettamente calmo, con il rischio, poi, di attraversare la rotta di qualche nave. Quello che ha portato la tua barca nel nostro mare, è stato un aviolobo da trasporto, che l'ha automaticamente imbracata, sollevata a una quota di appena quindici metri sul pelo dell'acqua e deposta oltre i nostri confini. Dopo sono intervenute le fere del mare interno. Sono loro che ti hanno portato a banchina in meno di due ore. Capisci che, trainando una barca, non potevano sfruttare tutta la loro velocità. Infine, ti hanno svegliato in pieno pomeriggio, perché quando avevi pensato fosse stato il boma a colpirti alla testa, era passato appena mezzogiorno.”

“Così ho creduto di avere percorso al massimo cento miglia, all'incirca la distanza per approdare in qualche isola delle Bahamas oppure sulla costa di Cuba più vicina alle Keys,” rispose Henry con voce monocorde, tanto quella spiegazione lo aveva depresso.

“Bene, amico Henry. Ora sai come sei arrivato da noi e, di conseguenza, prescelto per una missione.”

“Missione ?” stralunò Henry, riprendendo tono. “Quale, dimmi, ti prego. Sono pronto a qualsiasi compito, purché…”

“Mi lasciaste ritornare a casa, vorresti dire, vero ?” cantilenò Paride. “Capisci che non sei prigioniero ?” aggiunse con cipiglio.

“E allora, lasciatemi andare.”

“È come il cane che si morde la coda. Se ti fanno andare, giacché non dipenderebbe da me né da Fedra o da Alcinoo, cosa credi perché sia stata messa in opera tutta questa manovra ? Non è semplice, sai, nemmeno per gli elleni, credimi.”

Continuare a piangersi addosso, non gli sarebbe servito a niente se non a farsi considerare un pavido, per cui Henry non stette a insistere e tirò fuori dalla gola tre parole chiare dette con tono deciso: “Allora, questa voragine ?”

“È un forno. Strano, vero? Un forno sopra un altro forno, quest'ultimo perpetuo… bè, finché dura.”

“Non capisco.”

“Tutta la cicatrice che taglia in due l'oceano, non racchiude nient'altro che magma, non rocce fuse come dite voi, ma rocce in formazione, come abbiamo scoperto noi.”

“Scusa, ma non riesco a seguirti.”

“Il motore della Terra, amico Henry, si trova nelle sue viscere. Ed è tutto relativo al tempo che per noi esseri viventi è molto più breve, ma anche per il nostro pianeta esso ha un termine. E questo termine è dato dal suo fuoco interno. Finché questo granello di polvere che è il nostro pianeta nel contesto cosmico implode dentro, si assicura la vita con la rotazione su se stesso e intorno al sole, sviluppando tanto magnetismo da trattenere l'atmosfera e, con essa, l'acqua, elementi base che ci permettono di vivere. Quando il fuoco si spegnerà come sta facendo adesso a poco a poco perdendo vigore dai vulcani che vomitano da millenni lava aumentando la crosta terrestre, il nostro pianeta si disintegrerà nella sua corsa nel cosmo dove impatterà con altri corpi vaganti. Ma questo fa parte del futuro, sebbene nemmeno la nostra tecnologia avanzata riesca a quantificarlo. Per intanto, con quella voragine che abbiamo creato, teniamo acceso un fuoco che impedisce la fuoriuscita del magma terrestre. Il cinquanta per cento dell'energia catturata con i pannelli solari serve a mantenere la calotta protettiva, il venti per le grandi industrie e il rimanente, trasformato in calore convogliato in Apotete, viene trasformato in fuoco con le stesse caratteristiche del magma che, scendendo nel buco, impedisce a quello delle viscere della Terra di salire. Ma non è solo questo lo scopo per cui lo teniamo perennemente acceso, ci serve anche per eliminare ogni e qualsiasi rifiuto organico, perché niente deve assolutamente decomporsi sul nostro territorio esposto all'atmosfera.”

“Sarebbe a dire ?” fece Henry, intrigato da quella visione catastrofica.

“Che tutto ciò che è morto o scartato, viene fatto precipitare nel grande forno, in maniera che in un milionesimo di secondo si trasformi in magma.”

“Quindi, gli animali, le scorie organiche e…”

“Anche gli elleni. Niente deve corrompere la nostra aria preziosa né la terra e le falde imbrifere e, tantomeno, il nostro mare.”

  “Non avete i cimiteri, allora.”

  “Li abbiamo, ma non come intendete voi umani. Per ciascun elleno che muore, viene aggiunta una lastra di fresite che lo ricorda, posta in luoghi deputati alla memoria.”

  “Fresite ?”

  “Per non esaurire le disponibilità di questa terra generosa di tutto, abbiamo trasformato ogni elemento minerale pregiato, come i metalli e le rocce, in composti con elementi della produzione industriale. Così sono stati inventati la fresite, che è bella come il marmo di Carrara, ma indistruttibile nel tempo e quello che è il metallo più importante per noi: il rocroasio. Quest'ultimo ha caratteristiche formidabili. Pesa un decimo del vostro titanio e ha una resistenza dieci volte maggiore, grazie pure alla sua estrema elasticità.”

  “Scommetto che con quel materiale avete costruito gli aviolobi, le automobili e, mi immagino, anche le barche,” azzardò l'americano.

“Scommessa vinta. E tanti altri utili congegni. Per esempio, le camere interne di produzione energetica dei motori, quella che voi umani chiamate camera di scoppio e, di conseguenza, grazie a un procedimento che comporta una doppia lavorazione del composto, abbiamo ottenuto il ruprizio con cui fabbrichiamo le parti principali dei motori e tutti gli ingranaggi. Poi ci sono i vari materiali per le costruzioni edilizie, quelli per la pavimentazione delle strade, gli altri per gli infissi e molte altre cose, ma di questo parleremo in seguito. Non è una cosa importante. Adesso dobbiamo ritirarci. È tardi e domani devo essere al lavoro prima dell'orario solito per compensare il giorno di festa di posdomani, che mi sono riservato per portarti in giro con la mia barca.”

“Certo, Paride. Si è fatto tardi,” rispose con un soffio Henry dopo aver guardato il suo orologio da polso, che stranamente si era adeguato molto prima di lui al tempo di Kallìtala.

Non riusciva più a connettere bene. Tutte le informazioni su cose che, per capirle una alla volta avrebbe impiegato parecchio, lo spaventavano. Se in un primo tempo aveva pensato di portarsi dietro il segreto della fissione nucleare fredda, adesso con tutti quei nomi che gli schizzavano fuori dalla testa e chissà se li avrebbe ricordati, non se la sentiva di adattarsi a questo genere di vita. Era come se Leonardo da Vinci, che pure aveva avuto una fortunata serie di intuizioni geniali, dovesse risvegliarsi nella sua città: New York, dove i suoi epigoni utilizzavano gli ultimi ritrovati della tecnologia occidentale. Che reazione avrebbe avuto! Di sicuro quella di ritornarsene nel castello di Amboise per dedicarsi ai suoi amati studi, nella pace della campagna francese a respirare un'aria pura e balsamica. L'aria! Di questo non avevano ancora parlato sia Paride che Fedra, salvo farvi un breve accenno subito interrotto, però, come se il discuterne fosse tabù. Poteva andare avanti in questa maniera? No di certo, ebbe a convincersi. Domani e domani ancora, i due fratelli gli avrebbero riempito la testa di altre cose sconosciute che lo confondevano. Già non ricordava più il nome del ritrovato per far cessare il dolore e, di sicuro, al suo risveglio avrebbe dimenticato anche quegli strani nomi che gli aveva appena detto Paride riguardo ai composti metallici e ai conglomerati pietrosi. Nomi strani, ma affascinanti come fresite, ruprizio e rocroasio.

Singolare paese dove il suo corpo si era alleggerito di quasi la metà, la vista potenziata di almeno cinque volte come un normale cannocchiale, ma la memoria era rimasta tale e quale. Se almeno avesse avuto l'accortezza di segnarsi tutto con carta e penna… ma era il caso di farlo? A cosa sarebbe servito se non aveva la minima idea di come quei composti fossero stati creati ?

Tutto era piombato nel silenzio più assoluto. Anche gli uccellini del giardino dormivano come gli elleni e tutti i loro animali e pure Argo, il cane pastore di Alcinoo, che non lo lasciava mai un attimo dovunque egli andasse, dormiva nella camera del suo padrone. Fedra non si era fatta vedere. Di solito lo aspettava quando lui rientrava con Paride dalla passeggiata serale ed era l'ultima a dargli la buonanotte. C'era qualcosa di magico quella sera, il che era pleonastico in un luogo che gli sembrava il paese delle fiabe. Uno spicchio di una luna gigantesca stava spuntando dalla possente catena montuosa dei Monti Ida e Olimpo, ma già le stelle e i pianeti, ingranditi a dismisura dall'effetto ottico della cupola elettromagnetica, stavano rischiarando tutt'intorno. Forse era per questo che gli Achelai dormivano con le finestre ermeticamente chiuse. Che a lui quelle luci stavano facendo l'effetto contrario. Non solo non aveva sonno, ma non si era neppure spogliato per infilarsi nudo sotto le carezzevoli lenzuola e se avesse pigiato il pulsante per chiudere la finestra, si sarebbe addormentato di colpo. Quel telecomando doveva contenere qualche sonnifero che si sprigionava assieme all'impulso elettronico che chiudeva le imposte.

Guardò nella resede antistante la casa e vide le due automobili parcheggiate. Gli venne lo strano impulso di prenderne una e… andare a visitare la barca di Paride, ormeggiata dirimpetto alla sua. Sapeva che se l'avesse messa in moto, non avrebbe fatto il minimo rumore e anche se per caso il motore a freddo avesse sibilato un poco, la distanza era bastante a non farlo sentire, visto che l'abitazione era insonorizzata. Non poteva, però, uscire attraverso la casa. Nonostante gli Achelai e le ancelle non si fossero svegliati, ci sarebbe stato Argo che, come i suoi simili, aveva un udito molto fine e dormendo più di dodici ore al giorno, non cadeva mai in un sonno profondo. Tuttavia, la sua finestra distava da terra almeno sette metri e fare un salto di là voleva dire, se non morire, come minimo spezzarsi le gambe. Però… però… a pensarci meglio, il suo peso era semi-dimezzato e forse, tenendosi al parapetto della finestra, considerato che era alto un metro e ottantacinque più le braccia distese, avrebbe ridotto la distanza a qualcosa in più di quattro metri. C'era da provarci. Ma, e la finestra aperta ? Poteva portarsi dietro il telecomando e chiuderla dall'esterno. E se poi, pigiando il pulsante, si fosse addormentato ? No, doveva lasciare tutto così, magari dopo aver spento le luci… però non poteva più rientrare dopo l'escursione notturna se non dalla porta e allora Argo lo avrebbe sentito e, uggiolando alla sua maniera, avrebbe svegliato Alcinoo.

Doveva prendere una decisione. Non era possibile uscire non visto né sentito, per cui se avesse lasciato la casa, sarebbe dovuto fuggire.

‘Dio, le fere !' fece fra sé. ‘Coraggio! Se parto con la barca di Paride che, come mi ha spiegato Fedra, ha gli stessi comandi dell'automobile e due motori, le fere non ce la faranno a starmi dietro.'

Guardò ancora di sotto. La luce era notevolmente aumentata perché la luna, in tutta la sua metà illuminata, era spuntata dai monti. L'illuminazione più intensa gli diede la spinta a decidersi, senza stare a riflettere sulla buona riuscita o meno del tentativo di fuga e sulle conseguenze se lo avessero ripreso. Si calò lungo il muro e una volta allungatosi, chiuse gli occhi e si lasciò cadere. Come essere per l'appunto, proprio sulla luna ! Toccò il suolo senza danni, anzi, rimbalzò pure di una decina di centimetri. Le cose si stavano mettendo bene. Entrò nell'automobile e pigiò il pulsantino rosso della messa in moto. Nessun rumore tanto che credette non si fosse acceso, ma poi, guardando la console con tutti gli indicatori, vide che il motore girava al minimo. Non accese le luci e, seguendo l'itinerario già percorso a fianco di Fedra, si diresse verso la grande strada scivolando sulla campagna, poi accelerò e in meno di venti minuti raggiunse la parte brulla antistante la spiaggia. Lasciò il veicolo alla base del molo e, ormai conscio di averla combinata grossa, raggiunse con il cuore che gli batteva a mille, le due barche. Diede un'occhiata compassionevole alla sua e si imbarcò su quella di Paride. Il mare era come una tavola e non si sentiva nemmeno un leggero sciabordio.

‘Questo silenzio assoluto mi fa impazzire. E poi le luci del cielo, il chiarore di quell'enorme mezzaluna mi fa sembrare di essere il protagonista di Odissea nello spazio,' si disse Henry, provando un brivido che gli percorse tutta la spina dorsale.

Non certo che i motori della barca non facessero rumore, ma se anche l'avessero fatto nessuno l'avrebbe sentito, provò a pigiare uno dei due pulsantini rossi. L'indicatore della potenza del motore oscillò verso destra. Allora fece la stessa operazione con l'altro e tutto funzionò nella norma. Neppure rendendosi conto di come fosse l'interno della barca né se per caso ci fosse acqua e anche un po' di cibo, saltò lesto sul pontile e mollò l'ormeggio di prua. Poi sfilò dalla bitta la cima di poppa e tenendola in mano, non appena la barca si intraversò leggermente, saltò a bordo. Prese il timone, aumentò di poco la potenza dei motori e fece rotta verso nord-ovest. Percorse una decina di miglia a leggera andatura giacché, impaurito di ciò che stava facendo, guardava più indietro che davanti per scorgere se qualcuno lo inseguiva e quando si rese conto che sulla superficie liscia illuminata dai raggi lunari non c'erano le scie delle fere e nessun pericolo che qualcuno lo inseguisse, si divertì a portare al massimo consentito i due motori, tanto che la barca planò sull'acqua quasi volando, a una velocità che non aveva mai provato in mare, specie in assenza del rombo dei propulsori atomici, ma solo con quello vellutato dell'onda infranta che gorgogliava lungo lo scafo per essere poi frullata dai  turbofans. La direzione era giusta, anche il navigatore gli stava indicando la punta estrema delle Florida Keys.

Nonostante avesse calcolato che alla velocità in cui stava navigando, in un'ora dovesse arrivare al confine della cupola e neppure si immaginasse cosa fare una volta arrivatoci, tirò a sé la piccola levetta verde del timone automatico e si accinse a scendere nella cabina per vedere se nella dispensa e nel frigo c'erano viveri sufficienti nel caso, come temeva, avesse dovuto fare il giro completo dell'isola-continente per trovare una via di uscita.

La cabina era immersa nell'oscurità più profonda. Aveva notato, prima di entrare in barca, che tutti i vetri avevano le tendine tirate ma, preso dalla frenesia di partire, non aveva dato peso a quella sciocchezza, seppure avesse involontariamente pensato che questi elleni, forse stanchi di vivere tutti i giorni sotto i raggi del sole, quando si ritiravano in un luogo chiuso, preferivano la luce artificiale. Che cercò di accendere tastando con la mano sul pannello interno, come era uso fare sulla barca che aveva noleggiato. Niente a sinistra né a destra. Timoroso d'inciampare facendo al buio i pochi gradini, stava per andare a cercare se nel posto di guida c'era una torcia elettrica, quando tutte le luci dell'interno si accesero rischiarando un saloncino arredato signorilmente con al centro, verso prua, un corridoio in pannelli marmorei che conduceva alle cabine. Poi, la sorpresa.

“Cosa… che ci... Cristo, Fedra !” esclamò Henry, sgranando tanto d'occhi.

  “Vieni qua a sederti vicino a me,” disse Fedra con voce melodiosa.

“Ma la barca… sai… non vorrei che…”

“Lasciala andare. Non c'è pericolo.”

Ma Henry non riusciva a controllarsi. Sembrava un ragazzino sorpreso dalla mamma a rubare la cioccolata che gli era stata proibita. Doveva riprendere il controllo delle parole. Non voleva presentarsi davanti alla ragazza a balbettarle ancora la sua inaspettata sorpresa sicché, dopo averle sussurrato di aspettarlo un momento, si mise davanti alla console dei comandi e si avvide sul pannello navigatore che il grosso motoscafo aveva cambiato direzione e si stava dirigendo verso sud-ovest. Come aveva immaginato, nell'avvicinarsi al confine della cupola, i comandi elettromagnetici lo respingevano, come avrebbero fatto con un qualsiasi natante che fosse venuto dal mondo occidentale. Però, lui era entrato con la sua barca, quindi un passaggio doveva pur esserci. Scacciò dalla mente l'idea balzana di indurre Fedra a fuggire con lui e, infatti, la voce della ragazza che lo richiamava, lo riportò alla realtà.

Aveva ripreso il controllo dei suoi atti, perché nello scendere i cinque scalini per entrare nel saloncino, ebbe la spudoratezza di dirle: “Non avevo sonno e ho voluto provare questo magnifico motor-yacht.”

Lei come tutta risposta, gli fece cenno di venire ad accomodarsi sul divano, battendo la mano sull'imbottitura.

“Anche tu non avevi sonno ?” le chiese stolidamente.

“Amico Henry,” disse Fedra. “È così che ti chiama Paride, no ?” E al cenno affermativo dell'americano, proseguì con dolcezza: “Quello che hai fatto è semplice pazzia. Ma non te l'abbiamo impedito affinché ti rendessi conto che da Kallìtala non puoi più uscire. Mettiti il cuore in pace, amico Henry,” concluse con una punta di sarcasmo.

“Ma come! Prima mi dite che il mio soggiorno da voi sarà di un mese, che sarebbero quattro del mio mondo, e adesso affermi che resterò qua tutta la vita. Fedra, ti prego !”

“Non dipende da me, ma da voi uomini del mondo occidentale.”

“Che cosa avrò mai fatto di male, io !” fece Henry con voce lamentosa.

“Tu, niente. Ma i tuoi simili e forse anche tu, sia pure indirettamente, state portando il pianeta a morte prematura.”

“Morte ? E perché ?”

“Non fare finta di non saperlo, Henry. In ogni caso, queste cose te le dirà l'Arconte. Ormai…” rispose con una punta di rassegnazione.

Gli occhi di Henry brillarono. “Ah, bene! Era ora, così saprò quale sarà il mio destino.”

“Attenua quest'aria tronfia, Henry. Se l'Arconte venisse a sapere di questo tentativo di fuga, verresti relegato a Boadicea.”

“Che cos'è, un carcere ?”

“Non abbiamo carceri qui da noi, come non abbiamo cimiteri, come li intendete voi umani. Boadicea è una bella vallata al centro dell'isola, in corrispondenza dell'apertura della cupola da dove entra l'aria, che gli elleni hanno mantenuto con le caratteristiche del mondo occidentale. Là ci sono vissuti quei pochi tuoi simili che sono stati fatti entrare a Kallìtala per scopi scientifici ma, non avendo voluto collaborare come stai facendo tu, vi sono stati relegati.”

“A fare cosa ?”

“Le attività di tutti voi uomini. Sopravvivere, quindi coltivare la terra, subire le inclemenze del tempo, la troppa siccità o le piogge abbondanti, il freddo, il caldo e nessun mezzo meccanico che possa alleviare la durezza del lavoro dei campi. E non credere: là non potrai godere della riduzione di peso né dell'acutezza della vista. Il cielo lo vedrai come nel tuo mondo, quando le nuvole te lo permetteranno e, cosa più importante, il tempo scorrerà come da voi e sarai soggetto ad ammalarti e a morire quando verrà il tuo turno. Non potrai più uscire di là e se ti ammalerai, ti dovrai curare con le erbe officinali. Ultima cosa: a Boadicea il tempo si è fermato all'anno Mille. Ti ricorda qualcosa quel periodo ?”

“Il Medioevo. Il periodo più buio dell'umanità.”

“Esatto, Non è una prospettiva allettante, ti pare ? In quella vallata sono stati ospitati tanti scienziati riottosi, uno dei quali, un bravo fisico nucleare italiano, arrivato a Kallìtala nel vostro anno 1938, si rifiutò di collaborare e, non avendo avuto – fortunato tu – l'alternativa che ti si prospetterà, ha finito i suoi giorni zappando la terra.”

“Ah, dunque !” fece Henry con una nota di speranza. “Quindi io avrei un'alternativa a quel limbo. Quale sarebbe ?”

“Prima che io te lo dica, vai a spegnere i motori. Questo fruscìo d'acqua e il dondolio della barca, mi stanno dando fastidio. Sai, non tutti gli elleni amano navigare… Paride è uno dei pochi ed io non ho mai voluto accettare i suoi reiterati inviti a fare una gita intorno all'isola.”

Il tempo che Henry salisse in coperta, disinserisse l'automatico e spegnesse i motori, non senza dare un colpo di timone per dirigere l'abbrivio della barca verso terra, che le luci del salottino si spensero, salvo quelle del corridoio. Fedra non era più sul divano. Un'armonia di suoni celestiali giungeva dalla camera, diffondendosi dappertutto. La musica aveva la capacità di attirare come fosse magica ed Henry non poté sottrarsi a quell'invito, malgrado paventasse un pericolo. Dalle sue poche letture studentesche, quello gli parve il canto delle sirene tra Scilla e Cariddi solo che, come Ulisse, lui non era legato, ma stava dirigendosi verso la stanza sconosciuta dove, forse, lo aspettava un pericolo che lo avrebbe visto soccombere.

Era là, distesa sul letto come la Maya, ma Fedra era di una beltà tale che né Goya, ma nemmeno Leonardo da Vinci o il Botticelli, l'avrebbero mai resa tale sulla tela. Rimase sbigottito sulla porta della cabina dove solo il corpo della giovane donna era illuminato. Qualcosa di quelle curve armoniose tra i veli, come il petto e le dolci forme, gli dava l'idea di trovarsi al cospetto di una dea.

“Distenditi accanto a me,” disse la giovane donna. E quando Henry lo fece così com'era, lei guardandolo con quel suo fare tra l'ironico e il divertito, gli sussurrò: “Intreccia le tue mani con le mie.”

“Ma Fedra… mi avevi detto che…”

“Vedi quella scatolina sul comodino? Aprila, togli la siringa e iniettatela sottopelle.”

Vedendolo che la guardava reticente, lo esortò: “Dai, Henry, non è affatto dolorosa. È Bufutrin, la sostanza che attenua il godimento giacché, proprio da adesso la tua vita mi è diventata cara.”

“Perché, ora mi ami senza il ‘quasi'?”

“Ti ho amato fin da quando ti ho visto sulla tua barca. Nonostante tu avessi un'aria così stralunata!”

“Davvero ?” rispose Henry con un sorrisino diabolico e dopo essersi iniettato il Bufutrin, mise una mano sulla spalla e l'altra sulla testa di Fedra e dopo tre casti baci, improvvisamente si addormentò.

Aveva dovuto accettare l'accordo. Fedra avrebbe fatto credere che il suo non era stato un tentativo di fuga che gli sarebbe valso il confino a Boadicea, bensì un convegno per dichiararsi innamorati l'uno dell'altra, lontano da testimoni indiscreti. Del resto, Henry si era innamorato di Fedra già da quando gli era entrata in camera la prima volta, ma dopo averla baciata una, due, tre volte, grazie al formidabile Bufutrin che gli aveva fatto toccare i vertici di una grande pace interiore mai provati prima nemmeno con Liza al loro primo incontro, si era sentito pago della vita e gli era svaporata per sempre dalla mente l'ossessiva idea di tornare negli Stati Uniti. Con lo svolgimento delle nozze, sarebbe stato considerato un elleno a tutti gli effetti, salvo apprendere molte altre cose del loro vivere quotidiano. Ma Henry non aveva fretta per questo. Lo intrigava, invece, conoscere le ragioni di questo simpatico popolo che aveva scelto proprio lui tra tanti miliardi di uomini, per farlo entrare a Kallìtala e a quale missione fosse destinato. Assaporava il piacere che gli sarebbe derivato dal visitare Poseidonia, città di cui tutti in casa favoleggiavano e di essere ammesso al cospetto dell'Arconte e di tutto il Gran Giurì.

Se di una piccola delusione soffrì in quell'apoteosi idilliaca tra le braccia dell'amata, questa fu la constatazione, quando si avvicinarono al solito pontile, di non vedere più la sua barca a vela. Guardò interrogativamente negli occhi di Fedra, ma la ragazza non seppe dargli una spiegazione. Ormai con il pensiero al suo più alto appagamento, Henry non se preoccupò più di tanto. Già incominciava a pensare come un elleno. Non antepose al suo buonumore qualche sospetto malevolo, ma credette di interpretare quella sparizione come la necessità di ricoverare il natante in altro luogo. Forse, addirittura nel porticciolo di Poseidonia dov'erano ormeggiati i motor-yachts di quei pochi amanti del mare come Paride. 

Alcinoo, ma più di lui, Ecuba, che in quell'occasione pronunciò la frase di rito per esprimere la sua contentezza, furono felici di accogliere nella famiglia l'amico Henry, come ormai lo chiamava sempre Paride, diventato a tutti gli effetti loro figlio, perché tra poco avrebbe impalmato la splendida Fedra. La quale, bella era sempre stata, ma da quando il suo amore veniva corrisposto, si era trasformata in una creatura meravigliosa che, a vederla, a Henry pareva una Madonna tanto che se non fosse stata la sua futura sposa a invitarlo con gli occhi, non l'avrebbe nemmeno sfiorata con un dito per il rispetto che sentiva di doverle.

Il matrimonio così come l'intendevano gli abitanti di Kallìtala, non poteva essere più semplice. Si trattava di apporre le proprie firme su uno schermo sul quale si poteva scrivere come in un foglio di carta, che veniva trasmesso immediatamente all'anagrafe centrale della Capitale. Per ben tre volte nel giro di un mese, così ebbe a spiegargli Fedra, quella schermata sarebbe stata riproposta alla famiglia degli Achelai e allo sposo, come a chiunque voleva accedervi. Ricevute poi le riconferme, veniva trascritto. Henry e Fedra erano così definitivamente sposati. In seguito, sarebbe stato chiesto loro se desiderassero rimanere nella famiglia degli Achelai oppure formarne una propria e, se del caso, indicare il nuovo nome patronimico che nella loro situazione, visto che il cognome di Campbell non poteva essere accettato, quello di famiglia che ne evocasse uno della classicità o della mitologia della Grecia antica.

Tuttavia, prima di unirsi in matrimonio, Henry doveva presentarsi all'Arconte per farsi dire quale fosse stata la ragione del suo accoglimento a Kallìtala e quali i suoi compiti futuri.

Da buon americano, benché felice di unirsi in matrimonio con la bellissima Fedra, Henry non poteva non porre la legittima domanda se a Kallìtala esisteva il divorzio. Fedra prese tempo e una sera, sceso in giardino dopo il pranzo, Henry attese invano che Paride lo raggiungesse per la solita passeggiata durante la quale gli doveva spiegare una delle tante cose ancora da apprendere. Più volte si era voltato, mentre camminava verso casa, curioso di vedere se il fratello di Fedra fosse uscito e l'ultima volta che lo fece, ben deciso a rientrare, vide invece venirgli incontro Ecuba, la madre silenziosa. Che silenziosa, almeno in quell'occasione, non fu affatto perché lo prese a braccetto e con grazia e levità lo indusse a passeggiare con lei per i vialetti illuminati da una luce celeste, in quello che sembrava un giardino incantato.

“Caro figlio…” iniziò il suo dire la gentile moglie di Alcinoo con voce vellutata, “a Kallìtala non esiste il divorzio. Non perché ci sia l'imposizione a che una coppia sia obbligata per legge a rimanere unita per sempre, ma per la semplice ragione che da noi non esiste la trasgressione. In parole povere, non siamo in grado di commettere torti o quelli che voi umani definite ‘reati'.”

“Tutti in Paradiso, dunque…” interloquì ironicamente il promesso sposo.

“Paradiso, figliolo… ma questo lo è… il ‘vostro paradiso'. I nostri avi hanno sudato lacrime e sangue per renderlo così, riuscendo a modificare anche i cromosomi.”

“Davvero ?” fece di rimando Henry con estrema curiosità, senza neppure un'ombra di sarcasmo.

“Non te l'aveva ancora detto Paride ?”

“Forse questo era l'argomento di stasera, ma non è venuto.”

“Scusami, ma ho ritenuto dare la precedenza al mio intervento per soddisfare la tua curiosità quando hai chiesto a mia figlia se a Kallìtala si praticasse il divorzio. Non ce n'è alcuna ragione.”

“Ma io non ho il vostro DNA. Un giorno potrebbe accadere che…”

“Stai diventando elleno, mio caro,” disse Ecuba con un'inflessione nella voce che a Henry sembrava quella di un confessore.

“Va bene,” convenne il giovane. “Sto sforzandomi di apprendere tutto quello che mi viene spiegato, ma…”

“Non è solo per quello, figliolo…”

“Sarebbe a dire ?”

“Che con il matrimonio…"

Non le fece terminare la frase, poiché credette di completarla lui con: “Diventerò a tutti gli effetti un elleno come voi tutti.”

“Così come sei, caro figlio, non potrai mai essere come noi. Solo dopo che, come posso dire…” la voce soave di Ecuba incominciò a incrinarsi.

“Mica mi sottoporrete a…”

“A niente di grave. Solo una modificazione genetica per l'inserimento di alcuni cromosomi nel tuo DNA e la soppressione di alcuni altri.”

“Ma io…” farfugliò appena Henry, conscio che ormai non aveva altra scelta.

“Sarai felice… vedrai.”

Ormai erano ritornati sotto casa e il cane Argo venne incontro a Ecuba per leccarle la mano, visto che Alcinoo e Fedra li attendevano. Quando i due coniugi lo salutarono per ritirarsi nelle loro stanze, Henry prese a braccetto Fedra per continuare con lei la passeggiata in giardino. Aveva la testa in fiamme e il suo istinto gli stava suggerendo di mettersi a urlare la sua disperazione, ma chissà per quale strana alchimia, non riusciva a farlo. Forse, prevedendolo, gli avevano messo qualcosa dentro il cibo, forse il Bufutrin o qualche altra diavoleria.

“Mi è stato messo qualche calmante nel cibo ?” chiese senza altre tergiversazioni a colei che sarebbe diventata la sua sposa, la quale non ebbe alcuna esitazione a rispondergli.

“Il Cardilox, un calmante che evita ogni e qualsiasi trauma psico-fisico.”

“Un anti-stress, dunque…”

“Sai che reazione avresti dovuto quando mia madre ti avesse confidato che per diventare mio sposo e, quindi, a tutti gli effetti elleno, dovevi subire la modificazione del tuo DNA !”

Quel ritrovato chimico doveva essere veramente portentoso, poiché Henry non ebbe altra reazione che di volere che lei gli illustrasse quella novità.

“È per questo che tutto è in ordine in quest'isola ?”

“Molto tempo fa, quando i miei avi avevano già messo in sicurezza l'esistenza di Kallìtala, ci furono contestazioni da parte di un gruppo di elleni piuttosto facinorosi che volevano a tutti i costi arrogarsi il diritto di governare il paese. Avevano sviluppato dentro di loro la malattia dell'onnipotenza, quello stesso male di cui soffrono molti umani attualmente al potere nel mondo esterno. Una cacofonia di pareri discordanti, solo per affermare ciascuno la propria personalità. Bene, tutto ciò stava accadendo anche da noi, quando un gruppo di ricercatori portò a termine gli studi sull'acido desossiribonucleico, individuando tutti i cromosomi. Così riuscirono a modificare alcuni codoni in maniera da annullare certe reazioni del carattere ancora umano degli elleni. Per questo ora ci definiamo tali e non come sei tu, ma ancora per poco.”

“Per quanto ancora ?” chiese con finta indifferenza Henry.

“Dobbiamo attendere che tu venga presentato all'Arconte, il quale dovrà spiegarti la ragione per la quale sei stato prescelto a entrare nel nostro mondo.”

“Perché, tu non lo sai ? Ora potresti dirmelo.”

“Ne so solo qualcosa, ma ho la consegna di non dirti nulla. Lascia stare, Henry. Dunque, ti stavo dicendo che, una volta portati a termine gli studi sul DNA e trovato il sistema per modificarlo, vi fu la necessità di inocularlo a tutti gli abitanti dell'isola che a quel tempo non superavano il milione di unità. Per gli abitanti delle città di Poseidonia, Katane e Nasso, le uniche allora esistenti, non ci furono problemi di sorta, ma per la minoranza che viveva nei nuclei delle campagne che, come hai visto, come la nostra casa, sono piuttosto isolate, fu un vero e proprio problema, peggiorato pure dal fatto che i più recalcitranti e i contestatori si trovavano proprio in quelle zone. Considerato che da noi non sono mai esistiti mezzi coercitivi né, tantomeno armi, l'unica maniera fu quella di intrappolare i più retrivi nella valle di Boadicea, come si fa con le mandrie di buoi per farli entrare negli stallaggi. E, una volta che vennero sospinti con un movimento accerchiante e si ritrovarono in quella vallata dove le condizioni di vita erano pari a quelle in cui vivevate voi uomini al tempo del medioevo, nel giro di appena tre mesi diventarono tutti mansueti com'è nel nostro retaggio e non ci fu difficoltà alcuna affinché anche il loro DNA venisse leggermente modificato. Con l'occasione, però, i miei avi preferirono non ‘bonificare' quella vallata, lasciandola così com'era, prevedendo di utilizzarla per scopi simili o per quegli umani che, di volta in volta, un Arconte riteneva opportuno invitare a Kallìtala e che, se non avessero accettato di trasformarsi in elleni come sei in procinto di fare tu, venivano obbligati a viverci fino alla fine della loro vita terrena.

“Ce ne sono, attualmente ?”

“L'ultimo è morto di vecchiaia due anni fa, ma c'è stato un periodo che ne entrarono diversi. Allora ci fu una serie di Arconti, i quali avevano stabilito che sarebbe stato meglio studiare gli esseri umani più da vicino, non escludendo di trasformarli in elleni per ragioni genetiche o per clonarli.”

“Per clonarli ? Dio, che enormità ! Da noi è proibito per legge,” protestò Henry.

“Perché non potrete mai raggiungere la nostra perfezione chimico-tecnica. Quando viene clonato un uomo, esso non è la sua replica, ma il trasferimento delle sue caratteristiche caratteriali con tutte le conoscenze acquisite, su un elleno, il quale, pur acquisendo quei nuovi dati, rimane con le sue cognizioni, cosicché può interagire come l'uomo senza rinunciare, però, alla sua personalità.”

“A cosa servirebbe tutto ciò ?”

“A introdurci nella vita di tutti i giorni di voi umani in modo da essere aggiornati sul modo di pensare della gente comune. Mentre tutti i vostri dati tecnico-scientifici ci vengono trasmessi da una speciale apparecchiatura che li assorbe attraverso le onde elettro-magnetiche che viaggiano liberamente nell'aria, l'unica cosa che entra liberamente nel nostro mondo.”

“Ecco, l'aria. È la stessa che respirano gli umani ?”

  A quella domanda diretta, Fedra titubò un po', ma rendendosi conto che se avesse esitato troppo Henry si sarebbe insospettito: “La nostra è pura come quella di cent'anni fa… però… ci viene dall'Atlantico,” rispose, sebbene le ultime parole fossero pronunciate con voce neutra.

Ma Henry era ancora troppo umano per coglierne la sfumatura, più curioso di sapere chi fossero gli uomini ‘catturati' a Kallìtala. “Dimmi, chi erano questi uomini che avete ospitato ?”

“Oh, solo alcuni aviatori che per certe nostre interferenze magnetiche avevano perduto la rotta e che, per non farli cadere con i loro apparecchi, li abbiamo fatti atterrare sul mare senza danni. Poi le fere, ricevuto l'ordine dall'Arconte, li condussero su una spiaggia.”

“La stessa dove sono arrivato io ?”

“No. Un'altra deserta, dalla parte opposta dell'isola.”

  "Non furono, per caso, quelli di cui si è parlato tanto essere stati inghiottiti dal Triangolo delle Bermude ?”

  “Davvero sciocchi, voi umani. Il Triangolo delle Bermude… di fantasia ne avete da vendere,” ridacchiò Fedra.

        “Più di tremila chilometri fuori rotta…  mi sembra esagerato.”

  “Solo quelli che avevano abbastanza autonomia, tanto da arrivare presso i nostri confini. E tu, come credi di esserci arrivato, eh ?”

“Ah, già! Li avete aiutati con i vostri av… aviolobi. E che ne è stato di loro ?”

  “Siccome erano militari, non accettarono di trasformarsi in elleni, per cui vennero confinati a Boadicea e là sono morti chi di malattia, chi di vecchiaia, così come lo scienziato italiano.”

  “Quindi ora non c'è più nessuno,” affermò con un leggero tremito di voce Henry paventando che se non avesse accettato di diventare elleno, vi sarebbe stato confinato da solo.

  “Proprio così,” rispose Fedra, che indirizzò al suo amato uno sguardo significativo.

  “Devi promettermi di andare a Poseidonia, Fedra. Il tuo compito è terminato e penso che dovrai riprendere il tuo impiego. Me l'ha detto Paride.”

  “Sì, ma ho il permesso di rimanere assente fino al compimento dell'incarico ricevuto.”

“Che è stato quello di convincermi a sposarti…”

“No. Si trattava solo di trasformarti in elleno. La mia simpatia, e l'amore dopo, si sono sviluppati naturalmente, Henry. Io ti amo davvero e farei qualsiasi cosa per te.”

“Anche quella di fuggire assieme da Kallìtala ?”

“Anche. Ma è impossibile. Salvo con l'aiuto delle fere, che però rispondono solo agli ordini dell'Arconte.”

“Potremmo imitarlo. Non mi avevi detto che avete la possibilità di clonare la gente ?”

“Sei proprio sciocco, umano. L'Arconte, una volta eletto, non è assolutamente imitabile e, inoltre, per clonare un essere qualsiasi, bisogna accedere con complicatissimi e numerosi codici in una macchina speciale, che funziona solo quando riconosce tutti i sensi dell'Arconte in carica, compreso l'imposizione della sua vista e delle mani. Non vorrai farmi fare l'ancella, spero !”

“Che significa ?”

“Pensi davvero che nella nostra isola si siano adottate le pessime regole che vigono da voi… con differenze di censo e di posizione tra le più ingiuste e criminali ?”

“Ma…”

“Sai bene di cosa parlo. Di coloro che sono obbligati a fare i lavori più umili e, peggio ancora, di quelli che muoiono di fame o a cui mancano i mezzi necessari per vivere dignitosamente. Eppure, voi umani non campate poi tanto !”

Henry stava per replicare, quando con mossa ieratica la dolce Fedra lo fermò con uno sguardo serio. “Presso di noi, tutti gli elleni sono uguali con pari diritti e doveri e tutte le opportunità che offre la vita politica e naturale. Le scuole sono per tutti e non costano, c'è cibo in quantità, gli abiti, di qualsiasi foggia, hanno tutti lo stesso prezzo e, molto importante, tutti gli abitanti hanno un reddito che permette loro di vivere una vita agiata, anche se fanno un mestiere che voi umani considerate umile. Non c'è niente di umiliante da noi e… neppure di eccelso. Molti, come il giovane Archidauro, Anteo e Zenone che, assieme ad altri, coltivano vongole e mitili o i fratelli Menelao e Agamennone che fanno i casari e accudiscono alle mandrie di buoi, lo fanno per libera scelta, così come Deianira in questa casa, mentre altri si sono obbligati a farlo per scrupolo di coscienza.”

“Com'è possibile esercitare un mestiere per scrupolo di coscienza… siete ben strani, voi !” riuscì a replicare Henry.

“Semplice, futuro elleno !” affermò Fedra, toccata nel vivo. “Come ti avevo detto, a Kallìtala non esistono le prigioni né, ovviamente, le condanne. Quando qualcuno si macchia di una colpa, sempre lieve da noi, giacché i nostri cromosomi non ci permettono di compiere reati veri e propri, si condanna da sé, lasciando l'incarico di prestigio che svolge per uno di più basso livello, seppure tutti i lavori da noi siano dignitosi. Ciò per un tempo stabilito dal codice deontologico di ciascuno.”

“E se uno è sposato e ha figli ?”

“Niente viene modificato. La moglie e i figli continuano a vivere la loro vita mentre il marito è molto distante dal luogo di residenza. Capita pure che rientri a casa la sera per il pranzo. Come avrai visto, le nostre automobili sono molto veloci e in meno di mezzora ciascun ‘autopunito' è in grado di ritornare a casa, anche perché la scelta del nuovo posto di lavoro è imposta in una regione diversa dalla propria. La città di Poseidonia, che è la principale dove risiede il Gran Giurì, dispone della regione più vasta che è di trentamila chilometri quadrati.”

“E l'impiego che ciascuno ha lasciato ?” disse Henry con aria sgomenta, pensando al suo che non avrebbe più riavuto.

“Viene occupato temporaneamente da un altro fino a che il titolare non ritorni. Comunque, mio futuro sposo, fai conto che a Kallìtala si svolga la vita nella maniera identica come nel mondo occidentale, ma senza l'assillo della delinquenza né delle cose inutili.”

“Come la televisione e…” gli venne in mente una cosa che finora aveva trascurato, “e il telefono! Come mai non avete il telefono ? Noi abbiamo anche i portatili, in maniera che…”

“Passate tutto il vostro tempo a parlarvi anche quando non ce n'è bisogno. Certo che abbiamo la televisione che trasmette solo filmati e nessun sit-in né intrattenimenti vari, tantomeno quella detestabile pubblicità che svuota il cervello degli uomini. Per quanto riguarda il telefono, ognuno ha su di sé un apparecchietto che tu non hai mai visto e che serve a essere individuati solo in caso di pericolo. I telefoni veri e propri, quelli che servono per svolgere ogni qualsiasi attività, sono tutti collegati via cavo per non interferire con la cupola magnetica né con l'aria che ci sovrasta. Avrai notato, immagino, che da noi non esistono i cavi della corrente elettrica. Sono tutti interrati a seicento metri di profondità e dispongono di accessi per le autoriparazioni e la manutenzione. Speciali apparati che gli umani chiamerebbero robot, quando ce n'è bisogno, scendono nelle viscere della terra e svolgono il loro compito. Non abbiamo mai lamentato inconvenienti di sorta. Ma adesso, ti prego, rientriamo perché si è fatto tardi e domani dovremo andare assieme a Poseidonia.”

“A Poseidonia ? Non me l'avevi ancora detto…”

“Prima dovevo spiegarti queste cose, Henry. Che c'è, non ne sei contento ?”

“Felicissimo. Finalmente, Fedra !”


5    UNA CITTA' CAOTICA

  

Per quanto si fosse preparato, la confusione dell'aeroporto lo mise in subbuglio. Eppure, fino ad allora tutto era filato liscio, riuscendo a far capire al diffidente direttore dell'impresa Rentin'Boats, che gli aveva noleggiato la barca, non rispondere a verità che si era perso in mare ma che, visto che nella piccola cambusa e nel frigo c'era di che sfamarsi per diversi giorni, si era allontanato dalla costa per godere il silenzio dell'oceano.

'Per quattro giorni !' aveva esclamato mister Ridges, con un'espressione tra la meraviglia e la collera. 'Ma se la Guardia Costiera aerea si è spinta fino a oltre duecento miglia dalla costa e non ha visto la barca neppure con il radar a lungo raggio, eppure…' ed era rimasto con quest'ultima parola sulle labbra credendo opportuno, considerato che Henry Campbell aveva tirato fuori dalla tasca un bel pacchetto di dollari per pagare in contanti quanto gli doveva, di non stare a insistere.

Henry aveva dovuto fare una serie di telefonate in ufficio giacché, essendosi sparsa la voce che era scomparso in mare, non lo sostituissero nel suo importante e delicato incarico. Poi fece la stessa cosa con Liza, chiedendole perdono per non averla portata in vacanza con sé, promettendo di spiegarle tutto al suo ritorno di lì a due giorni. Lei aveva bofonchiato un po' ma poi, felice che Henry si scusasse per il suo comportamento quando sapeva benissimo per quale ragione lui l'avesse lasciata dopo avere appreso che lo aveva tradito con un altro improbabile fidanzato', le convenne non fare troppe querimonie, convinta che la prolungata gita in barca lo avesse un po' rintronato nel cervello, facendogli perdere la memoria dei fatti più recenti.

Ed eccolo, appena sbarcato dal rumorosissimo aereo che aveva impiegato più di quattro ore per raggiungere New York, in un aeroporto così affollato che quando si immise nella lunga coda di passeggeri che attendevano di essere palpati in ogni parte del corpo, si sgomentò. L'attentato alle Twin Towers aveva reso gli americani isterici e, neppure paghi di avere invaso sia l'Afghanistan e in procinto di farlo con l'Iraq per scacciarne il dittatore assieme ai peggiori terroristi, continuavano a condurre la guerra anche in casa propria, segno che tutti gli apparati investigativi, resi famosi in tutto il mondo attraverso numerosi film, facevano acqua in ogni settore. Era come un passante che, una volta trovata per caso una banconota da cento dollari per terra, avesse continuato per tutta la vita a guardare dove metteva i piedi nella speranza di trovarvene ancora. Henry sopportò con una pazienza degna di Giobbe tutte quelle formalità e l'incalzante fastidio dello sciamare di gente con il suo vociare talmente insistito da mascherare in parte il continuo rombo dei motori degli aerei in movimento. Quando uscì dall'aerostazione, dovette sopportare ancora due cose molto importanti, tanto da parergli pericolose per la sua sopravvivenza. La prima, l'aria gelida che gli punse i polmoni quando ne respirò le prime boccate e la seconda ben più grave, che la stessa aria era particolarmente inquinata da temere di rimanerne soffocato. Riuscì però a adattarvisi e quando stava per sgomentarsi di non vedere Liza che gli aveva promesso gli sarebbe venuta incontro all'uscita, vide affiancarglisi una limousine. Il vetro della portiera posteriore abbassarsi e una simpatica testolina, quella di Liza per l'appunto, inviargli un sorriso smagliante nel dirgli: “Presto Henry, entra. Non possiamo fermarci qua !” Infatti, due poliziotti si stavano già avvicinando alla lunga macchina con l'evidente intenzione di farla allontanare. Henry vi entrò lestamente, mentre l'autista sistemava in fretta le due valigie nel bagagliaio.

“Cattivo !” fece Liza non appena Henry le si sedette a fianco. “Lasciarmi sola mentre te ne andavi a scorrazzare per l'oceano !” Sistema molto femminile per evitare di essere rimproverata, ma che Henry aveva appreso alla perfezione, per cui non le fece caso.

“Avevo bisogno di riposo e, soprattutto, di riflettere,” fece eco lui, sfiorandole appena la guancia con un bacio frettoloso.

Ormai la macchina stava correndo sull'autostrada Van Wick diretta verso l'Upper East Side dove, in Park Avenue, proprio di fronte a Central Park, Liza Limerick, unica figlia, per di più molto viziata del presidente dell'USOIL, la maggiore industria petrolifera mondiale, era ubicato il suo magnifico appartamento che occupava metà del ventisettesimo piano del grattacielo che portava il suo nome.

Da quasi sei mesi era stato convinto da Liza a convivere con lei in un appartamentino pressoché indipendente nella sua grande residenza perché, oltre all'ingresso principale, aveva un'entrata posteriore e che, secondo il consiglio della sua ragazza, poteva utilizzare quando lei non era in casa. Henry aveva accettato malvolentieri quella sistemazione. Avrebbe preferito abitare nel suo quartierino nei Queens nei pressi di Oak Gardens ma poi, sia per le reiterate insistenze della fidanzata che per il fastidio di sobbarcarsi ogni giorno lavorativo più di un'ora all'andata e un'altra al ritorno sui mezzi pubblici per raggiungere il posto di lavoro nei laboratori della Westcox Engeenering Research situati nella Quattordicesima Ovest, si era arreso. Ma già dopo due mesi di convivenza, il loro rapporto aveva incominciato a scricchiolare e dato qualche cenno di cedimento al quarto, al quinto e al sesto, per cui non era cosa rara che i due piccioncini non avessero il loro alterco quotidiano, che avveniva nella più parte dei casi dopocena, quando Liza aveva ingurgitato il suo terzo bicchiere di bourbon, arrivando a quel punto a sragionare.

Gliel'aveva detto a più riprese: non doveva bere. Era un vizio quello che, insieme al fumo delle sigarette, gli aveva sempre dato la percezione che il loro rapporto avrebbe subìto una rottura definitiva e, prima che ciò avvenisse, aveva chiesto di usufruire di una parte delle ferie. Liza aveva accettato con fairplay quella decisione, nascondendo abbastanza bene il suo risentimento. Che Henry se ne andasse al diavolo per un po'. Era certa che, abituandosi a non vederselo più per casa, lo avrebbe più facilmente dimenticato. Ma poi, trascorsi appena due giorni dalla breve telefonata annunciante che era felicemente arrivato a Key West, lo aveva richiamato e, non trovandolo, lo aveva cercato con isterismo quando era venuta a sapere dalla società di noleggio che Henry Campbell, non essendo rientrato la sera del giorno in cui aveva noleggiato una delle loro barche a vela, era stato dato per disperso in mare e la Coast Guard aveva appena iniziato a effettuarne le ricerche. Per fortuna la notizia non era stata data ancora ai giornali del nord, ma solo il Florida News aveva collegato quel fatto a una probabile sparizione nel Triangolo delle Bermude dove in passato si erano persi sia navi mercantili che aerei militari. Poi, neppure il ritrovamento ma, dopo quattro giorni, il semplice atterramento della barca che non mostrava neppure i segni di una improbabile burrasca, non aveva più interessato nessun giornalista se non il proprietario della società di noleggio. Il quale, riscosso il compenso pattuito moltiplicato per quattro, cui Henry aveva aggiunto una generosa gratifica affinché su quel fatto venisse messa la parola fine, aveva dato la versione che il suo cliente, essendosi guastato il trasponder satellitare, aveva vagato per tre giorni in mare aperto, riuscendo alla fine a ritrovare la via del ritorno.

L'impatto, per Henry, era stato abbastanza traumatico. Tutta quella gente, curiosi soprattutto, quando aveva ormeggiato con un'abile manovra, aiutato solo da un giovane che si trovava sul pontile, il quale aveva incappellato le cime di prua e di poppa, poi, il contatto. Non lo avevano lasciato un attimo come fosse un'attrazione da circo. Meno male che con tutti quei soldi di cui disponeva, pagando generosamente mister Ridges, proprietario dell'agenzia e della barca, il quale lo aveva pure accompagnato all'aeroporto, era riuscito a defilarsi ma dopo, quando si era recato allo sportello per acquistare il biglietto sul primo volo shuttle per New York, si era reso conto quanto fosse fastidioso essere contornato da così tanta gente rumorosa e, in certi casi, altrettanto maleducata. Ognuno pensava egoisticamente a sé. Aveva notato come un'anziana signora, in difficoltà per sistemare il grosso bagaglio a mano, non trovasse una persona che l'aiutasse e come lui, che era a una decina di file distante, si fosse fatto strada fra i passeggeri, frettolosi – ma poi chissà perché visto che l'aereo era ancora collegato alla rampa telescopica d'imbarco – per sistemarle il borsone nell'apposito vano sopra le poltrone. Le hostess poi, talmente abituate a fare quel lavoro di routine, avevano perduto di grazia e gentilezza nel servire i passeggeri e quando Henry aveva rifiutato, con un lieve cenno del capo, il vassoio che conteneva il pasto di mezza giornata, aveva ricevuto in cambio un'occhiataccia.

E ora che si stava avvicinando la sera, trovandosi nell'appartamento di Liza, incominciò a sentire un certo appetito, giacché non mangiava da quella avanti, per cui si guardò intorno se per caso il maggiordomo, il quale lo aveva ricevuto in un modo piuttosto sussiegoso, facesse loro strada verso la sala da pranzo che Henry immaginò fosse apparecchiata per la cena. Niente di tutto questo. Anzi, a complicargli la vita era intervenuta Liza, che aveva voluto che si sistemasse nella propria camera. Le valigie erano già là e più tardi la cameriera avrebbe provveduto a sistemare i suoi indumenti nell'armadio. Ora… subito...

‘Proprio ora !' si disse il povero Henry.

Lo sguardo della sua fidanzata lo fece fremere. Lui, che non si era illuso sulla voglia di Liza di baciarlo e di ricevere le sue moine, ma aveva sperato che ciò dovesse succedere dopo essersi rifocillato come di solito accade, fortificandosi l'animo, si preparò a quell'incombenza.

Il desiderio di Liza era così evidente che Henry non volle per niente al mondo deluderla. Prima, però, le chiese il permesso di appartarsi nella sala da bagno. Che proprio sala sembrava, poiché era grande quando la sua camera nei Queens. Là si tolse la giacca e indossò la bella vestaglia di cashmere che Liza gli teneva sempre a disposizione e si mise in tasca un'iniezione di Bufutrin. Dato che quell'essenza biologico-chimica doveva essere iniettata appena sottopelle, possibilmente nella pancia, meno sensibile al dolore di una puntura, gli sarebbe riuscito facile fare quella piccola operazione quando si fosse avvicinato al corpo della giovane donna.

“Ahi !” strillò Liza. “Ma cos'è… uno spillo, forse… ma togliti quella ridicola vestaglia !”

“Ah, giusto, scusami,” fece Henry, nascondendo nella tasca quello che aveva ancora in mano. “È che non volevo che tu mi rimproverassi di rimanere in maniche di camicia…”

“Cosa ?” domandò la ragazza, alzandosi anch'essa e rimanendo attonita nel rendersi conto di quanto Henry fosse in imbarazzo. “Oh, Henry…” sospirò poi, specchiandosi nei suoi occhi azzurri e dimenticando di essere stata punta. “Non credevo che… di turbarti. Stai pure comodo. Strano, però, perché fa abbastanza caldo !”

I due baci che Henry scambiò con Liza, ebbero su di lei l'effetto di riandare indietro nel tempo quando, ragazzina non ancora troppo viziata, aveva un carattere dolce e remissivo. Da quando, seppure svogliatamente, si era staccata dal suo innamorato, ritornò tale e da quel momento si comportò con un'umiltà improntata alla migliore educazione, tanto da stupire tutti i componenti il personale di servizio dell'enorme abitazione, i quali non si aspettavano di essere salutati per primi né che Liza Limerick facesse loro domande riguardanti la famiglia di ciascuno. Credettero si trattasse di una sosia oppure di una sorella gemella finora nascosta in qualche luogo segreto, come descritto in certa letteratura ottocentesca. Henry rideva sotto i baffi. Sapeva quali fossero gli effetti dei suoi baci pur attenuati dal Bufutrin, sostanza che impediva l'eccesso, ma lo diluiva nel tempo, cosicché Liza ora si trovava in uno stato semi-ipnotico che sarebbe durato minimo ventiquattrore, quanto bastava per dargli la possibilità di ripresentarsi al lavoro l'indomani mattina. Poi, al suo ritorno a casa, avrebbe ripetuto l'operazione. Era stato dotato dai suoi mandanti, oltre che di altre cose importanti, anche di una decina di fiale di Bufutrin, tanto quanto gli sarebbe occorso per portare a compimento la missione.

Non aveva tenuto conto, però, delle esigenze di affetto della sua fidanzata. Rincasato verso sera dal suo impiego dov'era stato ricevuto come normalmente succede a chi ritorna dalle ferie, la trovò piuttosto nervosa e con gli inequivocabili segni dell'impazienza dipinti nel volto. Era chiaro che non gli avrebbe dato neppure il tempo di farsi una doccia e di mangiare, perché avrebbe voluto che la raggiungesse nel salottino per scambiarsi i segni del loro affetto. Henry non si aspettava questo atteggiamento morboso che, in buona parte, sconvolgeva i suoi piani malgrado finora tutto fosse filato liscio. I suoi colleghi non gli avevano rivolto domande imbarazzanti né il suo superiore diretto, Ernst Whiting, ingegnere a capo della ricerca su un certo materiale accumula-energia, gli aveva chiesto se si era trovato bene nelle Keys, ma al contrario, lo aveva interrogato se per caso gli fosse capitato, durante tutto quel tempo libero che per uno come lui era da considerare sprecato, aveva ponderato con la dovuta calma su quei magri risultati cui erano finora pervenuti.

‘In effetti, molto scarsi,' si era detto, mascherando appena un sorrisetto ironico. ‘Con quello che ho portato con me, sconvolgerò buona parte dei loro princìpi fisici e chimici, risolvendo tutti i problemi, così che io possa…' chiuse con un sospiro.

Purtroppo, non riuscì a far sfuggire un altro acuto ‘ahi !' dalla gola di Liza, già ai primi spasmi di piacere, ma poi andò tutto per il meglio, perché al secondo bacio le inoculò un'altra buona dose di Bufutrin. Con quell'iniezione se ne sarebbe stata tranquilla per almeno trentasei ore, in maniera che non ne avrebbe avuto più desiderio fino a metà mattina di due giorni dopo, quando si sarebbe trovato al suo posto di lavoro. Se invece, considerata la predisposizione della giovane donna, il Bufutrin non avesse sortito l'effetto sperato, le avrebbe fatto respirare un po' di Sapotran.

Doveva ridurre il tempo previsto per le operazioni da portare a termine. Si sentiva già i bronchi infiammati per aver respirato tutta quell'aria inquinata. Fortuna che l'appartamento di Liza disponeva di climatizzatori che filtravano l'aria proveniente da fuori, ma quando usciva non poteva di certo andare in giro con indosso la maschera antigas ! Di conseguenza, era obbligato a respirare l'aria ammorbata di veleni e di odori sgradevoli, senza contare il rumore assordante del traffico veicolare che per lui era uno strepito. Fortuna che gli aerei di linea non sorvolavano più New York da quando erano state distrutte le Twin Towers seppure gli elicotteri, sempre più numerosi, lo facessero in continuazione e, infine, le auto che, come un torrente in piena, ingorgavano tutte le strade. Né poteva fare altrimenti che raggiungere il suo ufficio con la limousine che Liza gli metteva a disposizione, servendogli il suo impianto di climatizzazione, ad attenuare in parte il grosso inconveniente della respirazione.

Anche negli uffici della Westcox Engeerering c'era un efficiente impianto di filtraggio aria e nel laboratorio diretto dall'ingegner Whiting l'aria era resa addirittura sterile, prima condizione, quella, per garantire un minimo risultato positivo per le loro ricerche scientifiche.

Henry sapeva bene cosa stessero facendo. Erano ancora al punto di ricercare certi componenti biologo-metallici di natura filamentosa, i più sensibili alla luce, non tenendo in alcun conto che del sole non bisognava sfruttare solo la luce ma, soprattutto, l'energia, che si poteva scindere dal calore che emanava sul nostro pianeta. Non appena si fosse reso conto delle temute reazioni del suo superiore e dell'impossibilità che, almeno durante le prime fasi della sua dimostrazione, non trapelasse alcuna notizia all'esterno, avrebbe sottoposto alla sua attenzione uno dei pannelli che si era portato in valigia e che, per fortuna, a prima vista potevano essere scambiati per quadretti naif per turisti, dipinti dai molti mulatti che affollavano le Florida Keys, sebbene fossero incorniciati da una sottile striscia di metallo simile all'acciaio e coperti da un cristallo scurito antigraffio.

Quella era la prima chiave per aprire la speranza per la buona salute degli esseri viventi. Un solo pannello sarebbe stato in grado di produrre in un giorno un'energia pari a quella sviluppata da un motore che avesse bruciato duecento litri di benzina e di kerosene o da trecento di gasolio, combustibili che stavano distruggendo il mondo. Una volta applicato a un veicolo che necessariamente doveva essere dotato di motore elettrico, di cui aveva i progetti, garantiva in pratica un moto perpetuo, senza causare alcun inquinamento atmosferico, mantenendo le stesse caratteristiche propulsive e di funzionamento di un equivalente motore a scoppio.

C'erano, tuttavia, due grosse incognite. Non conosceva abbastanza a fondo l'ingegner Whiting, per cui temeva una reazione diversa da quella della semplice ammirazione per un'invenzione così importante e, peggio ancora, le reazioni del mercato. Quali sarebbero state ? Sapeva di quali pazzie sono capaci gli uomini, determinate in massima parte dai loro interessi di guadagno. In tutti i campi avevano dimostrato di adorare il vitello d'oro piuttosto che un principio filosofico.

 

  ΩΩΩ

 

“Ingegner Whiting,” Henry iniziò il suo contatto con il suo principale, non appena i due si trovarono soli in un angolo del laboratorio di fisica nucleare.

“Sì, Campbell ?” rispose l'ingegnere capo.

 Henry si guardò di nuovo intorno e si avvide che John Frederick, nella zona opposta alla loro dov'era la grande console dei computer, stava lavorando al suo e pareva tutto intento a ricercarvi qualcosa.

“Si ricorda di avermi chiesto se durante le mie… ehm… vacanze, avevo pensato agli studi del nuovo componente del pannello solare ?”

“Bravo! Ci hai pensato allora !”

“Sì e no, signor Whiting.”

“Sarebbe a dire ? Ti vedo un po' indeciso. L'hai fatto o no ? E allora, se ci hai pensato, ti è venuta qualche nuova idea ?” insistette l'ingegnere capo con voce che nelle ultime parole si era alzata di tono, tanto da far voltare Frederick.

“Vede, ingegnere…”

“Cos'è che non va ? Qualche problema ?”

“È che…” titubò a bassa voce Henry, “vorrei parlargliene in privato. Si tratta di una cosa molto riservata.”

“Personale ? Hai qualche problema con la tua ragazza ?” L'ingegner Whiting conosceva bene il signor Limerick e, di conseguenza, di quali pazzie fosse capace sua figlia Liza. “Sei di nuovo alloggiato in quel po' po' di appartamento della tua fidanzata e quindi…”

“No, no, signor Whiting… tutto va per il meglio,” rispose Henry abbassando la voce e, facendosi dappresso al suo capo tanto che sembrava dovesse dirglielo in un orecchio, sussurrò : “Si tratta per l'appunto del pannello solare. Io avrei trovato che…”

“Ok, Henry. Andiamo nel mio ufficio,” rispose l'ingegnere capo e, rivolgendosi a Frederick che nel laboratorio era l'unico che li stesse osservando con interesse mentre gli altri tre addetti erano assorti nel loro lavoro, gli disse: “Ehi, John, vado nel mio ufficio per una mezzoretta. Continua la tua ricerca, poi vedremo insieme il risultato.”

E quando lui e Henry entrarono nella zona amministrativa dov'era il suo ufficio, alla segretaria che si era distolta dal suo lavoro per ricevere eventuali disposizioni: “Signorina Marta, per favore non mi passi telefonate. Non ci sono per nessuno,” le disse frettoloso prima di chiudere la porta dietro di sé.

“Allora Henry ?” chiese al suo giovane e promettente assistente una volta che si furono accomodati alla scrivania, entrambi seduti nelle due poltroncine degli ospiti per guardarsi bene in faccia. “Quale sarebbe questa tua nuova trovata ?”

“Trovata ?” fece Henry sgranando tanto d'occhi.

“Insomma… mi pare che avrai sviluppato il nostro progetto iniziale…” rispose con voce neutra l'ingegner Whiting.

“No, proprio quella, no, signor Whiting,” replicò deciso Henry, con un lieve sorriso ironico, proseguendo, “la nostra ricerca non potrà mai avere uno sbocco o, meglio, può sensibilmente migliorare la resa dei pannelli solari attualmente in uso, ma i costi saranno elevati e credo che, commercialmente parlando, non avrebbe successo.”

“Diamine, Henry !” sbottò l'ingegnere capo. “Allora per che cosa mi hai chiamato a parte a fare ?”

“Per mostrarle questo,” rispose con voce angelica il suo interlocutore, prendendo dalla tasca del camice un foglio ripiegato in quattro e dispiegandoglielo davanti sulla scrivania.

L'ingegner Whiting studiò per qualche minuto il progetto in completo silenzio e fin dalle prime righe che leggeva annuiva con convinzione ma poi, a un certo punto: “Che significa questa formula, Henry ? Non riesco a capirla,” disse stupito.

È semplicemente la chiave che porta a sfruttare non già la luce del sole per generare energia, bensì ogni fonte di calore che ci pervenga dall'atmosfera, quindi sia del sole stesso che dall'inquinamento prodotto dall'uomo.”

“Vorresti dire l'effetto serra ?”

“Esattamente. Assorbendo l'effetto serra, non solo ridurremmo l'inquinamento del pianeta, ma con il moto della turbina, ogni veicolo purificherà l'aria.”

Whiting non gli rispose, ma si mise a studiare ancora il progetto, tuttavia, oltre alle prime indicazioni della formula che gli aveva appena illustrato Henry, non riuscì a proseguire. Quei susseguenti calcoli ed equazioni esulavano dalle sue conoscenze per cui, dandosi un tono di chi ne sa più del suo allievo, disse, caricando la sua voce di una certa imperiosità: “Forse era meglio che tu ti fossi dedicato a fare il turista, Henry, piuttosto che a inventare favole.”

Ma ingegner Whiting, questo è un vero progetto e le assicuro che l'ho sperimentato.”

“Dove, in barca, forse? E come avresti fatto, nei pochi giorni in cui sei stato assente ? Lo sai benissimo che tra il progetto e la sperimentazione passano almeno dai sei ai dodici mesi. E poi, via! È tutta un'assurdità. Henry. Ti prego, non farmi perdere tempo prezioso. Questo lo considero uno scherzo, che accetto di buon grado, ma ora ritorniamo al nostro lavoro. Mi è venuta una certa idea…”

“Non mi sarei mai permesso di farle uno scherzo. Lei è il capo del più importante laboratorio di ricerca della Westcox. È stato ed è tuttora il mio maestro. Come può pensare che io la possa prendere in giro ? Ingegner Whiting, la prego, mi dedichi un altro po' del suo tempo… la prego…”

Quelle parole accorate colpirono Whiting, anche in virtù del fatto che il suo migliore collaboratore si era sempre dimostrato un intelligente ricercatore e forse qualcosa di serio da sottoporgli doveva pur averlo, per insistere tanto.

“Va bene Henry, ti accordo il mio tempo. Anche tutta la mattina se ce ne sarà bisogno.”

“Grazie signor Whiting. Vedrà che non la deluderò.”

Rientrarono nel laboratorio dove, oltre a Frederick, c'era il personale al completo. Henry sussurrò al suo capo che sarebbe stato meglio fare l'esperimento senza alcun curioso. Era molto importante, perché si trattava di una scoperta rivoluzionaria e sarebbe stato imprudente che qualcuno, assistendovi, ne parlasse fuori del loro ambiente.

“Non possiamo mandarli via, Henry. Li metteremmo subito in sospetto. Ma infine, cosa ti servirebbe ?”

“Mi basta un motore elettrico.”

“Non saprei quale. Tu ne hai idea ?”

“Sì. Quello dell'ascensore di servizio che porta al garage. Basterebbe che lei desse disposizioni che nessuno lo usi solo per una mezzora.”

Whiting si fece di nuovo seguire da Henry per raggiungere il suo ufficio da dove chiese ai guardiani di turno di isolare l'ascensore. Del resto, si trattava di appena tre piani…

Henry tolse i contatti elettrici di alimentazione del motore elettrico, liberò dall'involucro di plastica trasparente quello che tutti credevano fosse un quadretto acquistato nella Florida del sud e lo appoggiò sul soffitto dell'ascensore, collegando i suoi due poli con le prese del motore. Poi scese attraverso la botola e si mise a fianco dell'ingegner Whiting che lo guardava attonito, mentre scuoteva deluso la testa.

“Bene, signor Whiting, vuole entrare con me per salire al terzo piano ?”

“Henry…” disse il suo capo con fare piuttosto dimesso, “non è che rischiamo di rimanere chiusi dentro, oppure, anche di peggio ?”

“Ma signor Whiting, che pericolo vuole che ci sia ! Al massimo l'ascensore rimane fermo dov'è. Ha visto bene che ho staccato i fili elettrici, no ?”

“Già, che sciocco !” esclamò Whiting con un appena represso gorgoglio di soddisfazione, convinto che l'ascensore non si sarebbe neppure mosso. “Andiamo pure !” E vi entrò per primo, invitando Henry a seguirlo. “Su, adesso dammi questa bella dimostrazione. Pigia pure il tasto del terzo piano.”

Henry lo guardò bene negli occhi e quel suo sguardo che aveva qualcosa di magico, intimorì l'ingegnere-capo che si mise in un angolo e assunse un'aria molto seria.

Henry pigiò il tasto del tre. I due battenti scorrevoli si chiusero e l'ascensore salì al terzo piano a una velocità leggermente superiore a quella precedentemente programmata, con il motore che emetteva appena un sibilo.

“Ma hai davvero staccato i fili della corrente, Henry ?”

“Certamente. Adesso scendiamo e le farò verificare.”

Quando però arrivarono al piano terra e uscirono dalla cabina, si trovarono di fronte a un poliziotto della sicurezza interna e, guarda caso, anche a John Frederick, il quale li aveva raggiunti in quel luogo per comunicare all'ingegnere-capo di aver scoperto una cosa che riteneva molto importante e abbastanza urgente che aveva provvisoriamente registrato sul desktop del suo computer.

“Non ne vedo l'urgenza, Frederick. Mica si cancella e poi, non l'hai copiato ?”

“No, ingegner Whiting… è che… mi è sembrato così importante che ho creduto fosse più urgente venirla ad avvertire subito,” rispose Frederick con una certa piaggeria.

“Ma è davvero così importante, dico…”

“Capo, non sarei venuto a disturbarla…” e intanto guardava Henry che, con l'ingenuità che gli era naturale, lo osservava con espressione neutra.

“Beh, prima devo fare una piccola verifica e subito dopo salirò in laboratorio,” rispose Whiting e, rivolto alla guardia: “Per favore mi sistemi quello scaleo dentro l'ascensore.”

Frederick lo anticipò e forse già sapendo quale fosse la verifica che doveva fare il suo capo, lo sistemò lui nella cabina e, con la scusa di proteggere l'ingegnere Whiting perché non cadesse, lo aiutò a salire sul tetto dell'ascensore e lui stesso, una volta liberato quello spazio, vi si affacciò a osservare con attenzione lo strano pannello e ciò che stava facendo il suo principale.

Henry, preso alla sprovvista, non poté intervenire anche perché se si fosse mostrato troppo riservato, avrebbe dato conferma dei sospetti del suo collega, di cui conosceva la curiosità, sebbene credesse non rappresentasse un pericolo. Inoltre, era curioso di sapere che razza di scoperta avesse fatto con i calcoli nel suo computer. Era fermamente convinto che gli studi condotti finora non avrebbero condotto a null'altro che a un ridicolo aumento di capacità energetica del nuovo pannello solare, con maggiori costi per le industrie che non avrebbero ritenuto conveniente costruirlo in serie.

“Davvero straordinario !” si lasciò sfuggire l'ingegner Whiting, scorgendo con quanto interesse Frederick seguisse ogni cosa. Per cui ritenne opportuno correggersi. “Non so come tu ci sia arrivato, Henry, ma prima di farti i complimenti, è necessario fare altri test di laboratorio. Qua, tra il salire e scendere, scusa sai, ma non mi capacito perfettamente.”

Henry non lo poteva sentire dato che era già salito sul tetto dell'ascensore a smontare il pannello e a ricollegare i fili della corrente elettrica. Quando scese, riportando lo scaleo, fece cenno alla guardia che tutto era a posto e che poteva renderne di nuovo accessibile l'utilizzo.


4   - POSEIDONIA  

  

Era andato a letto trepidante, ma ciò non gli aveva impedito di dormire, poiché come aveva inviato l'input per chiudere la finestra, il gas soporifero che emanava automaticamente il telecomando, lo aveva immediatamente addormentato. Fedra gli aveva promesso che si sarebbe fatta trovare in camera al suo risveglio e, per un tacito accordo, proprio accanto a lui. Dopo, finalmente, lo avrebbe accompagnato a Poseidonia con l'automobile. Paride li avrebbe attesi all'ingresso del Palazzo del Consiglio, mentre Alcinoo ed Ecuba sarebbero rimasti a casa.

  Il programma mattiniero si svolse come previsto. Effusioni amichevolmente amorose infarcite di baci e di carezze, di buon mattino, dopo una salutare dormita respirando l'aria balsamica dell'isola, con una bellissima giovane come Fedra, è cosa celestiale, ebbe a riflettere Henry, per quanto gli rimanesse nell'animo il desiderio di provare a farlo senza quella fastidiosa iniezione ventrale di Bufutrin. Fedra gli aveva spiegato che solo dopo il suo incontro con l'Arconte, se questi lo avesse accettato come era ormai scontato e il suo DNA subìto la modificazione necessaria, sarebbe diventato a tutti gli effetti un elleno. In quel modo dal suo animo si sarebbe cancellata la voglia di fare ritorno nel mondo degli umani, seppure mantenesse intatta la memoria della sua vita di quand'era uomo. Il suo orologio biologico avrebbe seguito il ritmo che scorreva a Kallìtala.  Si sarebbero sposati nei giorni seguenti e dopo cinque anni, giacché ora erano ancora troppo giovani, Fedra ancora ai diciotto e lui retrocesso a ventuno, avrebbero iniziato a concepire i due figli concessi per ogni famiglia.

  Dopo il matrimonio, considerato che era ingegnere, avrebbe seguito un corso di due anni e preso servizio nella stessa industria dove lavorava Paride. Quella fabbrica produceva, oltre agli aviolobi sperimentali anche i plopidoni, strumenti che ogni uomo avrebbe considerato dei computer, ma che erano dei veri e propri cervelli pari a quelli degli umani, con la differenza, però, che mentre quelli non riuscivano a utilizzare più del quaranta per cento della propria potenzialità, i plopidoni arrivavano a moltiplicarla in numero esponenziale a seconda della potenza progettata. Erano in massima parte destinati all'avionica di bordo degli aviolobi. Era stato uno di questi prototipi a ideare la cupola magnetica che prima ancora della scoperta del continente americano da parte di Cristoforo Colombo proteggeva alla vista l'isola di Kallìtala. Per parecchi anni erano state le fere, già addestrate da secoli, a evitare che qualsiasi natante potesse penetrare nelle acque territoriali che si erano date gli elleni. Poi, com'era inevitabile, il plopidone era stato sviluppato tecnologicamente in maniera tale da rendere impossibile a qualsiasi strumento umano di individuare le giuste coordinate atte a scoprire l'esistenza del loro piccolo continente.

  ‘Ma com'è possibile ?' si chiedeva Henry, mentre si vestiva. Ormai non utilizzava più i suoi abiti, bensì quelli molto più comodi che gli aveva procurato Paride. Erano fatti di una stoffa morbidissima e leggera, tanto da sentirsi il corpo nudo, senza ritenzioni di sorta. Aveva provato quella sensazione quando si era recato in vacanza con Liza a Los Roques, l'arcipelago di fronte al Venezuela e, visto che le isolette erano per la massima parte disabitate, nella bellissima spiaggia di una di quelle, da loro battezzata Heaven e raggiunta con una barca che avevano noleggiato sull'isola di Gran Roque, l'unica abitata da un centinaio di nativi, avevano trascorso tutta la giornata in costumi succinti, completamente liberi e soli a percorrere la spiaggia corallina, fare il bagno e godere dell'immenso silenzio. Con quegli abiti, ora, si sentiva ancora meglio, seppure in ogni momento dovesse guardarsi allo specchio per accertarsi che non trapelassero imbarazzanti nudità. Lo chiese pure a Fedra quando, con naturale timidezza, scendendo lo scalone, la vide che lo attendeva per colazione.

  “Stai benissimo,” gli disse. “Posso affermare, anzi, che ti trovo più elegante con questi vestiti piuttosto che con i blue jeans. Voi umani siete davvero strani! Avete elevato a simbolo cult quella rude stoffa usata dagli operai. Se ve lo permettessero, ci andreste anche ai ricevimenti ufficiali. Non trovi quanto sia ridicola questa mania ?”

  “Un po'… ma sai sulla barca…” rispose Henry, dandole un casto bacio sulla guancia. “Dai, sbrighiamoci, dobbiamo andare a Poseidonia !”

  “Sei contento ?”

  “Felicissimo di averti vicina e, poi, meraviglia, andare a visitare quella città che a me pare mitica !”

  “Prima, però, dovrai presentarti all'Arconte,” puntualizzò Fedra e, leggendo nel viso dell'amato un lampo di soddisfazione, soggiunse: “Da solo. Io non posso essere presente al colloquio.”

  Lui si sentì come un eroe che dovesse andare a fronteggiare il fiabesco Drago, per cui approfittò per chiederle: “Allora, mi farai guidare l'astr… automobile ?”

  “Non conosci ancora come si debba guidare nel traffico in città. Avrai tutto il tempo di apprenderlo.”

  In effetti, nonostante nei grandi viali della Capitale circolassero molte automobili e si vedessero diversi aviolobi che la sorvolavano, le strade non erano ingombre di veicoli fermi lungo i marciapiedi, com'era abituato a vedere nella metropoli dove aveva vissuto. Né, a prima vista si rendeva conto dove andassero a parcheggiarsi. Poi, via via che procedevano nel cuore di una città che Henry trovò bellissima, si accorse che ciascun veicolo s'infilava in certi sottopassaggi presenti in ogni via. Probabilmente era là sotto che si fermavano, perché anche Fedra, appena arrivati nei pressi di un lungo e ampio viale contornato da palme che terminava di fronte a un'imponente scalinata al di sopra della quale si ergeva un bellissimo palazzo simile al Partenone, pilotò l'automobile dentro un fornice, immettendosi nel sottosuolo dentro il quale percorsero sette rampe per arrivare a un grande spiazzo sotterraneo dove la parcheggiò. Camminarono per un centinaio di passi appena e vennero attratti, senza che Henry se ne accorgesse, da un nastro trasportatore con altri elleni sopravvenienti da chissà dove che, velocissimo, li trasportò in meno di un minuto all'uscita numero tredici dove, con una manovra simile a quella che li aveva attratti, li sbarcò assieme ad altri. Un grande ascensore senza alcuna bottoniera di comando così come il nastro trasportatore, velocissimo anch'esso, effettuò due fermate prima di arrivare al piano del palazzo, in cui alcuni degli elleni di entrambi i sessi e dall'aria indaffarata, scesero. Poi, finalmente, di nuovo all'aria aperta e, quando si trovarono nell'ampio spiazzo antistante le colonne doriche dei propilei dell'enorme palazzo, Henry volle fare una sosta prima di entrarvi per ammirare parte della città di Poseidonia ai suoi piedi. Tutto era bello. Le costruzioni, non più alte di cinque o sei piani, si armonizzavano perfettamente tra loro, sia per colore che era esclusivamente bianco, benché nelle sue varie gradazioni fino ad arrivare a un tenue beige, che per l'architettura molto moderna evocante, ma in maniera molto leggera, quella classica greco-romana. E, tra un palazzo e l'altro, bellissimi alberi di una specie a lui sconosciuta, dalle fitte chiome verdeggianti da sembrare essere stati modellati dall'uomo, tale era la perfezione delle loro forme che si attagliavano perfettamente nel contesto urbano a loro più prossimo. Non si vedevano insegne pubblicitarie di nessun tipo e nemmeno quei pochi negozi che riusciva a scorgere con la vista potenziata, che esponevano la merce in bellissime vetrine, non avevano insegne vistose, ma erano tutte rigorosamente di uguali dimensioni. Nessuna insegna finora osservata, era scritta nella sua lingua ma, di certo in quella che gli elleni parlavano tra loro, di cui stava apprendendo una decina di vocaboli al giorno. Non era difficile ricordarli, per quanto la fonetica, per uno come lui abituato allo slang americano, gli fosse abbastanza ostica. Di quelle parole si doveva pronunciare tutto, sia le consonanti che le vocali, le doppie, i dittonghi e la perfetta interpunzione. Per quanto gli sembrasse difficile, dopo i primi cinquanta vocaboli memorizzati, gli sembrava dovesse essere dolce e armoniosa.

  Fedra non volle distoglierlo dal contemplare quel paesaggio che, ogni volta la estasiava, con la solita frase banale di doversi sbrigare per non fare tardi. A Kallìtala pareva non ci si desse appuntamento, così come non c'era bisogno di pigiare qualche bottone sia sul nastro trasportatore che in ascensore, per prenotare l'uscita o l'entrata. Un vero e proprio mistero per l'americano. Fu quello, infatti, piuttosto che il richiamo della sua donna, a dissuaderlo dal continuare a guardare oltre il grande viale.

  “A proposito, Fedra. A che ora dovrò presentarmi ?”

  “All'ora stabilita,“ rispose lei, atteggiando un lieve sorriso.

  "Va be', e quale sarebbe ?”

  “È abbastanza complicato spiegartelo. Lo farà senz'altro Paride, che è un ingegnere come te, io…”

  Ma Henry, che aveva intuito qualcosa, le rispose: “Insomma, Fedra, non mi dirai che è stato Paride a far sì che il nastro trasportatore e l'ascensore si fermassero al punto giusto e, ora, a stabilire anche l'appuntamento con l'Arconte… ti pare ?”

  “Se ti accontenti, te lo spiego in parole povere, ma per favore, non chiedermene il meccanismo.”

  “Credo di arrivare a capire, Fedra. Ormai sono quasi un elleno,” rispose con un lieve sospiro l'americano.

  “Il nostro cervello invia impulsi, formula desideri, idee, recepisce sensazioni, come il tuo, del resto. Ebbene, tu ancora non ce l'hai, ma in ciascun elleno, a tre anni dalla nascita, considerato che fino a quell'età la famiglia lo mantiene sotto stretta sorveglianza, vengono inoculate alcune sostanze… niente di pericoloso… come a voi umani quando vi fanno la prevenzione antivaiolosa. Dunque, a noi, invece, queste sostanze nel giro di due o tre giorni, a seconda dei tipi, si trasformano in un vero e proprio piccolo cervello elettronico che, via via, con l'età si tecnologizza sempre di più. È questo elaboratore che, emettendo gli impulsi che riceve dall'ipofisi, mette in moto o ferma i meccanismi collettivi che utilizziamo e ci fa rispettare al secondo ogni appuntamento concordato.”

  “Allora, come faccio io a essere puntuale e poi, a sapere a che piano salire e in quale stanza entrare ?”

  “Sarò io che, da dove mi trovo, ti indirizzerò nei posti giusti e ora vai, è venuto il tempo,” concluse Fedra, sorridendogli e subito Henry si diresse verso il colonnato del palazzo.

  In effetti, con la sicurezza di uno che ci fosse già stato chissà quante volte, Henry si inoltrò all'interno del grande palazzo né si mise in soggezione nel constatare quanta gente vi circolasse. Si recò davanti a uno degli ascensori, vi entrò e sbarcò al terzo piano, prese il corridoio che menava verso la sala del Gran Consiglio e neppure ammirò, come aveva fatto quand'era in compagnia di Fedra, i magnifici fregi e i preziosi rivestimenti delle pareti né il pavimento di marmi istoriati su cui camminava quasi volando. Entrò deciso nell'anticamera e gli addetti neppure gli chiesero chi fosse e cosa desiderasse. Era tutto convenuto, per cui uno di loro inviò l'input perché un battente di una grande porta si aprisse ed Henry si inoltrò in un immenso salone illuminato a giorno.

  Gli fu concesso solo un attimo di indecisione quando rallentò il passo per ammirare un enorme ritratto a figura intera di un uomo anziano che guardava il suo prossimo con un'espressione dolce e reverenziale, quasi fosse divina. Immaginò fosse l'Arconte, il quale lo avrebbe ricevuto tra qualche istante, ma nello stesso tempo un presentimento angoscioso gli attanagliò l'animo. Quando gli venne aperta la porta attraverso la quale doveva entrare per presentarsi al cospetto dell'Eletto, due elleni, anziani anch'essi, avviluppati in una toga bianca con i bordi d'oro e con un bel tocco in testa, gli vennero incontro ossequiosi.

  Henry rimase meravigliato di quanto tutto funzionasse a meraviglia. Se cose del genere fossero accadute nella sua New York, chissà quanto tempo i suoi simili avrebbero risparmiato…

  Era un bel vecchio, se si poteva dire così di un elleno alla bella età di cinquantatré anni, che nel mondo che forse Henry non avrebbe visto mai più, equivalevano a duecento dodici. Il suo incedere era austero e sembrava che avesse perso una parte della levità tipica del suo popolo. La sua barba, considerato che a Kallìtala gli uomini incominciano a farsela crescere all'incirca a quell'età, tratto distintivo per essere considerati anziani, uniformemente bianca e ben curata, terminava in un pizzo che gli allungava il volto e gli conferiva, come se non bastasse l'eccelsa carica che ricopriva, una bonaria autorità. Il titolo di Arconte sostituiva, almeno per il periodo in cui avrebbe esercitato il massimo potere, tutti i suoi nomi. Seppure per una strana alchimia nel suo cervello, lui lo sapesse senza che nessuno gliel'avesse ancora detto, Henry ebbe il presentimento che il periodo del suo importante mandato stesse per volgere al termine.

  “Henry Campbell,” disse l'Arconte, sorridendogli e facendo il magnanimo cenno di accomodarsi su una delle poltrone dirimpetto alla sua nell'ampia e marmorea sala di ricevimento. Quando Henry lo fece, si sentì avviluppato dalla morbida stoffa che gli stava dando un senso di benessere come se avesse perduto il suo peso naturale. Così fecero in silenzio anche i due anziani che finora, salvo avere bisbigliato qualcosa agli orecchi dell'Arconte, non avevano detto una parola né i loro visi avevano espresso nient'altro che un atteggiamento neutro.

  “Sei uno dei nostri, ormai. Presto impalmerai la bellissima figlia di Alcinoo. Ne sono lieto. Mi è stato riferito che ne sei molto innamorato e sei più che gradito nella casa di suo padre. Leggo nel tuo volto una grande soddisfazione, ma anche altrettanta curiosità. Attendevi da tempo di venire al mio cospetto, soprattutto per conoscere la ragione per la quale ti ho prescelto facendoti entrare nei nostri territori. Ebbene, se nel mio progetto era prevista una cosa del genere, visto che non ti sei ribellato come altri nostri ‘ospiti' che hanno finito i loro giorni a Boadicea, non c'è più ragione, almeno al momento, di non svelartelo.”

  Un impulso suggeriva a Henry di non rispondere, ma i suoi occhi non gli impedirono di chiederne spiegazione.

  “Sei deluso,” disse l'Arconte. “Buon per te che le cose abbiano preso una piega che ti è favorevole. È in corso un progetto che garantirà la sopravvivenza del pianeta Terra. Il mondo occidentale e, di conseguenza, anche il nostro, sta rischiando il collasso per colpa dell'inquinamento. I rapporti dei nostri scienziati parlano molto chiaro. L'aria sta diventando irrespirabile anche per quelle parti di mondo dove non esistono le industrie o l'intenso traffico veicolare. Ciò è dovuto ai venti che da qualche decina di anni non seguono più i condotti millenari ma, come si usa dire tra i vostri popoli, sono impazziti, portando l'inquinamento in ogni dove. La climatologia è fuori scala: calme di vento si alternano a burrasche di una potenza mai registrata, la siccità sta desertificando paesi notoriamente famosi per i loro giardini, campagne, boschi e foreste, in specie quelli che si affacciano sul Mediterraneo, il nostro antico mare che, chiuso com'è, sta diventando una cloaca a cielo aperto. Un indizio grave - di questo dobbiamo ringraziare le nostre amiche fere - buona parte del fondale dei mari che contornano i paesi più industrializzati, è ricoperto da uno spesso strato di sedimenti formati dalla ricaduta dei fumi dei vostri motori. Quando nelle città benedicono il vento che ‘spazza' via i particolati inquinanti, quelle polveri da qualche parte dovranno pure andare e alla fine, dopo cento anni di insensate attività guerresche e industriali, si sono andate a posare sul calmo fondale degli abissi, che abissi potranno essere quanto ci pare, ma fanno parte della superficie della Terra e impediranno la sopravvivenza di qualsiasi tipo di vita. Il nostro pianeta non è nato con gli esseri umani dentro, ma con i micro-organismi che via via si sono sviluppati fino a creare tipi insensati come gli uomini che per affermare il proprio dominio sul mondo, ora dispongono pure ‘in potenza' dei mezzi per distruggerlo completamente, non rendendosi conto che le frontiere non possono impedire all'aria di circolare in piena libertà e, con essa, le nuvole cariche di materie poco gradevoli, in specie le molecole atomiche. Tu hai notato che siamo protetti da una cupola che impedisce a voi uomini di ‘scoprirci' e che ci salva dalle variazioni del clima dell'Atlantico e dalle sue tempeste. Qua è sempre primavera-estate, il nostro mare non è mai agitato, salvo leggere onde che sopperiscono alla sua ossigenazione. Abbiamo inventato un sistema per far piovere tutte le notti, ci spostiamo da un posto all'altro con veicoli non inquinanti e le nostre industrie, pure quelle pesanti, non producono fumi…”

  L'Arconte fece una breve pausa e non ricevendo una parola di risposta da Henry, ma vedendo i suoi assistenti annuire per approvare tutto ciò che stava dicendo, guardò l'americano con fare accigliato e, proseguì: “Di una cosa, però, non possiamo fare a meno. L'aria. Per quanti sforzi facciamo per renderla pulita, filtrandola e rigenerandola, non la possiamo fabbricare. L'aria è come i liquidi - in fin dei conti non è che un liquido anch'essa -  e non si può espandere ma solo comprimere. In natura ci sfuggirebbe e si andrebbe a rimescolare all'altra guasta. Sarebbero sforzi inutili. Potremmo, semmai, ampliare l'atmosfera che circonda la Terra, ma se tutto questo potesse avverarsi, a che servirebbe respirare a oltre quattro-cinquemila metri di quota? Nessun essere che respira vive a quelle altezze salvo, se davvero esistesse, lo Yeti sulla catena dell'Himalaya. A farla breve, caro Henry - a proposito, lo sai che con il matrimonio dovrai cambiare nome? - poiché gli uomini si sono rammolliti pensando solo agli ozii e a guadagnare molto denaro per mantenerseli, non inventando nulla di nuovo, il Gran Consiglio che io presiedo e di cui gli amici qui presenti, Pausania e Alceo, rappresentano la parte più importante, visto che proprio Alceo sarà destinato a sostituirmi tra meno di un mese, ha deciso di regalare loro un particolare pannello solare che è in grado di raccogliere una buona parte dell'energia che proviene dal sole. Tu che sei ingegnere, saprai che questa magnifica stella, finché vive, emette più neutrini che luce. Il nostro pannello cattura proprio quelli, per cui anche se il sole sta illuminando l'altra faccia della Terra o se il cielo è oscurato dalle nubi o da quell'inquinamento che voi uomini chiamate ‘effetto serra', il nostro pannello solare riesce a catturare i neutrini trasformandoli in energia. Non solo, ma sfrutta anche il calore dell'effetto serra, cosicché lo riduce sensibilmente e, se questa invenzione venisse applicata a qualsiasi tipo di propulsore, l'eliminerà nel giro di appena una decina di anni. In questa maniera verrà assicurata anche a noi una lunghissima sopravvivenza.

  In occasione di questo nostro incontro, ti conferisco lo stato di cittadino elleno. Lo sarai a tutti gli effetti, ma solo se lo vorrai. Ti concedo quindici giorni di tempo per ponderare bene la mia offerta. Se accetterai, dovrai sottoporti al piccolo intervento per la modificazione del tuo genoma. Dopodiché potrai sposarti con la tua bella fidanzata e ti verrà assegnato un impiego commisurato alle tue capacità. Immagino vorrai sapere cosa accadrà nel caso tu non accettassi. Ebbene, poiché mi rimane poco tempo per amministrare questa mia sacra terra e, oltre a ciò, devo conferire le consegne ad Alceo, Pausania te lo spiegherà e rimarrà a tua disposizione per il resto del tuo soggiorno a Poseidonia.”

  Ciò detto, l'Arconte si alzò e, fatto un cenno di saluto a Pausania e a Henry, si avviò verso una grande apertura in fondo alla sala, che Henry non aveva notato prima, seguito dal suo futuro sostituto.

  Henry si guardò intorno smarrito e incrociò, senza volerlo, lo sguardo di Pausania, il quale gli contraccambiò un sorriso d'incoraggiamento.

  “Parla, Henry. Non sei più di fronte all'Arconte. Adesso noi due siamo uguali. A Kallìtala non esistono differenze dovute sia al censo sia alla casta o a meriti speciali. Escluso l'Arconte, ma solo durante l'espletamento del suo eccelso incarico, siamo tutti allo stesso livello sociale. Per cui cancella dal tuo viso questa brutta espressione di timore e parlami a cuore aperto.”

  In verità, Henry in quel momento stava pensando con nostalgia al suo perduto stato di uomo, americano, ingegnere di belle speranze, sebbene con grossi problemi di convivenza con la sua fidanzata, alla madre che viveva nel Vermont - suo padre, il colonnello dei marines John Baines Campbell, era stato ucciso in un agguato nella guerra in Afghanistan - agli amici e ai colleghi, che gli mancavano tutti. Anche quell'antipatico piantagrane di Frederick. Tuttavia, le parole di Pausania ebbero il potere di tranquillizzarlo, per cui diede corso alla sua curiosità e, cosa che gli premeva di più al momento, lo indusse a chiedere: “Perché, dimmi Pausania, se non dovessi accettare, che cosa mi succederebbe ? Mi isolereste, forse, nella valle di Boadicea ?”

“Ah, lo sai già !” fece l'anziano Consigliere, sorridendogli.

  “Ne so abbastanza per…”

  “Dico, giovane amico, non vorrai mica pensare di ritornare alla vita di prima,” disse il decano del Gran Giurì, troncandogli la frase, questa volta in maniera forzatamente burbera. “Sarebbe come andare incontro a morte prematura. Ma hai ascoltato bene quello che ha detto l'Arconte ? A parte le guerre e le pandemie, l'inquinamento sta portando gli esseri umani a morte precoce e non solo per cause accertate, ma ti assicuro che quello è la sorgente di tutti i mali, dall'infarto al cancro. Proprio tu che hai vissuto a New York, una delle città più inquinate del pianeta.”

  “Io mi recavo sempre a Central Park durante la pausa lavoro e, quando potevo, assieme alla mia fidanzata andavamo nel Vermont a trovare mia madre e soggiornavamo nella casa che Liza possiede in collina. Quindi per più di venti ore al giorno respiravo aria pulita e, specie in quello Stato, anche balsamica.”

  “La vostra aria è talmente inquinata, povero Henry, che quella che a te sembra balsamica, da noi ucciderebbe buona parte della popolazione.”

  “In effetti, qua c'è un'aria tanto leggera che sembra…”

  “Di rivivere. Ma stiamo già paventando il pericolo poiché, nonostante ci si trovi a migliaia di chilometri dai luoghi abitati dagli uomini, con il rimescolamento atmosferico dovuto alle innaturali variazioni del clima causate dalle insensate attività umane, quella stessa aria, per ora fortunatamente abbastanza diluita dai veleni, sta arrivando anche da noi. Abbiamo già un centinaio di anziani ricoverati nei vari ospedali delle otto città di Kallìtala e se non riusciremo a convincere gli uomini a utilizzare l'energia pulita, il nostro mondo finirà nel giro di dieci anni.”

  “Be', dieci dei vostri, sarebbero quaranta dei nostri…”

  “Giovanotto ! L'Arconte ti ha concesso di diventare elleno come noi, ma con i discorsi che stai facendo, mi pare che tu voglia finire a Boadicea. Di certo là troverai tutte le caratteristiche del paese dal quale provieni e dovrai faticare quello che ti rimane da vivere, come uomo s'intende, per procurarti il cibo e quelle poche comodità che il tuo lavoro potrà concederti. L'Arconte ti ha dato quindici giorni di tempo per decidere, quindi…”

  “Quindici giorni dei vostri?” chiese Henry, interrompendo Pausania.

  “Ma certo ! Qua il tempo lo computiamo solo noi.”

  “Il che farebbe due mesi…”

  “Cosa vorresti insinuare, Henry Campbell ?”

  “Niente di male, Pausania. Dal momento che sono appena dieci giorni dei miei da quando sono arrivato a Kallìtala, ho tempo per apprendere qualcosa di più. È illegittima pretesa, questa ?”

  “No, anzi. Ritengo sia giusto che tu scopra le novità del nostro Paese ed io sono a tua disposizione finché tu rimarrai a Poseidonia.”

  “Ma io vorrei stare con Fedra. Mi aspetta fuori…”

  “La tua fidanzata, terminata la sua missione, ha ripreso lavoro in città e questo pomeriggio ritornerà a casa di suo padre. Tu rimarrai nostro ospite per una settimana lavorativa sotto la mia guida. Ho l'incarico di renderti edotto su molte cose che ancora non conosci.”


4   - IL PANNELLO SOLARE

  

  “Vediamo se riesce a far girare questa turbina da duecento HP,” disse l'ingegner Whiting, una volta che furono nel laboratorio delle applicazioni tecniche seguito, purtroppo per Henry, da due tecnici ‘sicuri al centoventi per cento' come aveva detto il suo capo, tra cui l'ineffabile John Frederick.

Alceo e Pausania e lo stesso Arconte, lo avevano messo in guardia. Sussisteva il pericolo che gli uomini agissero in maniera criminale per impossessarsi dei piani del pannello solare di Kallìtala per scopi diversi da quelli che gli elleni auspicavano e gli avevano imposto, per quell'eventualità, di distruggere sia i piani del progetto sia i tre elementi dimostrativi che si era portato appresso, con lo speciale telecomando, talmente microscopico che gliel'avevano inserito sottopelle nell'omero sinistro. Tuttavia, ove fosse stato costretto a utilizzare questa radicale soluzione, la missione si poteva dire fallita e lui avrebbe fatto ritorno, seppure…

Il problema dell'inquinamento del pianeta non si sarebbe risolto se non utilizzando, allora, mezzi coercitivi. Il che significava un lungo conflitto che non poteva palesarsi come tale, ma doveva mettere in condizione gli uomini di accettare certi princìpi della fisica e della chimica che a prima vista e secondo i parametri degli umani, sarebbero sembrati loro del tutto irrazionali. Quindi, il ricorso a Tresero, tale era il nome in codice dell'apparecchietto, doveva essere giustificato da una remotissima emergenza, calcolata su parecchie ipotesi, equivalente quasi all'impossibile.

Henry guardò con un certo sgomento i due tecnici che il suo capo aveva voluto fossero presenti alla seconda prova del pannello a neutrini solari, giacché l'ingegner Whiting aveva il vago sospetto che il suo migliore assistente volesse fargli un gioco di furbizia. Non era la prima volta. Due anni prima gli aveva sottoposto un ridicolo progetto sulla reazione atomica a freddo ed era sembrato che funzionasse, benché in scala ridotta, ma poi si era accorto che si trattava di una semplice reazione tra due elementi chimici opposti. Ci avevano riso su perché tale esperimento era stato effettuato solo sotto i suoi occhi, così com'era avvenuto un'ora prima con l'ascensore del garage.

“Eccoci davanti alla turbina che utilizziamo per i vari esperimenti di laboratorio. Adesso mostra anche ai tuoi colleghi come riusciresti a farla funzionare senza la corrente elettrica. Prima di procedere…” disse, facendo cenno ai due tecnici di scostarsi e avvicinandosi all'orecchio di Henry, “ti avverto che se si tratta di una scemenza, come credo, prenderò provvedimenti seri nei tuoi confronti. Di solito ti succede quando ritorni dalle vacanze. So che potresti farti forte della tua situazione di fidanzato dell'ereditiera Limerick, che non potrà mai influenzare qualsiasi mia drastica decisione dovessi prendere, per cui sei ancora in tempo a tirartene fuori, con la sola conseguenza di un rimprovero per avermi fatto perdere tempo prezioso. Tutto finirebbe lì, ma se…”

“Ingegner Whiting, la prego. Come può pensare che mi abbassi a farmi scudo della ricchezza della signorina Liza Limerick ? Sa bene che non lo farei mai, a costo di ritrovarmi per strada senza lavoro. Stia tranquillo che l'esperimento riuscirà perfettamente. Solo che non approvo la presenza sia di Huggins e, soprattutto, di Frederick. Sa quanto, proprio lui, sia poco affidabile,” rispose Henry, usando l'accortezza di non farsi udire dai presenti.

“Ho imposto loro di non parlarne con nessuno, pena il licenziamento in tronco. E, infine, basta che non vedano i piani del progetto. Cosa vuoi che ne capiscano…” replicò il capo, ora però con un certo fare dimesso, considerato che anche lui, dopo averli studiati, non era riuscito ad andare oltre certe formule incomprensibili.

Contrariamente a quanto fatto con l'ascensore, questa volta era tutto sotto gli attenti occhi degli spettatori. L'apparato della turbina era illuminato a giorno, per cui non poteva esserci pericolo di simulazione. Le prese di corrente erano disposte su un pannello in bella vista, posto sulla parete a un metro al di sopra del macchinario elettrico e l'ingegnere capo avrebbe tenuto nelle sue mani le due prese di alimentazione, non appena fossero state staccate dal quadro.

  Cosa che fece quando Henry le sfilò e congiunse i due elettrodi del pannello alle prese del motore elettrico. Poi, con una facilità derivatagli dalla perfetta conoscenza della materia, ruotò l'interruttore e la turbina si mise in moto. Aumentò i giri azionando il commutatore fino a un quarto della potenza, meravigliando gli spettatori, in specie l'ingegner Whiting che si aspettava un bluff, quando videro che l'ago del manometro già indicava il massimo dei giri.

“Come vede, ingegnere, non si tratta di uno scherzo. Il pannello è talmente potente che se ruoto il cursore, che ora è a due, anche solo fino a tre, i giri del motore aumenterebbero di parecchio e la ventola non riuscirebbe a mantenere la temperatura. Nel tempo di appena un minuto gli avvolgimenti in rame della bobina fonderebbero, rendendo inutilizzabile il motore.”

“Ma quanto durerebbe ?”

“Cosa, signor Whiting ?”

“Dicevo... cioè volevo dire…” lo sbigottimento dell'ingegnere-capo era tale che non riusciva a proferire parole senza balbettare. “Insomma… il pannello.”

“La sua carica di energia non si esaurisce praticamente mai. Come le dicevo, il pannello è carico per ventiquattro ore ed è in grado di catturare i neutrini emessi dal calore sia del sole che della cupola inquinante che incombe sulle nostre teste. Un sintetizzatore li trasforma in energia elettrica che può raggiungere anche cinquemila volts per una potenza che supera con facilità tremila Ampères.”

“Ma com'è possibile, con questa tavoletta che mi sembra lo schermo piatto di un computer !”

“Tutto dipende dal materiale impiegato. Lei sa come la tecnologia abbia trasformato quel grosso scatolone del computer anni Ottanta della capacità di dieci su cento in quelli del tipo portatile grandi all'incirca quanto il mio pannello, con una potenza mille volte superiore.”

“Certo…” fece il professore, rivolgendo lo sguardo ai due assistenti che rimanevano muti come pesci, mentre negli occhietti di Frederick passavano lampi del più vivo interesse, “con i circuiti elettrici, specie utilizzando anche fibre di carbonio e di platino… ma tu che materiale avresti impiegato ?”

È di mia invenzione. L'ho battezzato ruprizio che assieme al rocroasio…”

“Come, come ?” esclamò l'ingegner Whiting.  “E quale sarebbe la loro composizione ?”

“È parecchio complicata e… segreta. Le posso anticipare che c'è anche oro, platino, palladio e tellurio. Non posso citare, almeno per ora, gli altri componenti.”

“Oro ?” sgranò tanto d'occhi Whiting. “Ma se è un metallo che non siamo mai riusciti a utilizzare altrimenti che per i gioielli o le monete… è… ma se è un minerale inerte !”

“Questo è l'errore, ingegner Whiting,” replicò con voce resa un po' aspra dalla delusione. “L'aver considerato l'oro come un metallo prezioso, ha distolto tutte le civiltà dall'utilizzarlo per altri scopi, specie quello cui la natura l'aveva destinato. Con una speciale lavorazione e unito ad atomi di altri metalli, diviene un catalizzatore formidabile. In questo pannello ha una delle funzioni primarie. Ma insomma… “ aggiunse con il tono di voce di chi è sicuro di sé anche di fronte al proprio maestro, “lei si è convinto o no, con questo esperimento ? Vedo nei suoi occhi meraviglia, ma anche un certo scetticismo. Scommetto che vorrebbe aprirlo per vedere cosa c'è dentro. Ebbene, glielo anticipo subito: chiunque dovesse aprire il pannello, verrebbe investito da una scarica elettrica talmente potente da rimanerne stecchito e il pannello con tutti i suoi componenti si autodistruggerebbero. A terze persone che dovessero assistere da un riparo, non rimarrebbe da vedere altro che un corpo umano carbonizzato e un pezzo di minerale nero simile alla kimberlite, senza traccia di altri composti, nient'altro.”

“Ma tu, dico e ribadisco, Henry, come hai fatto a costruire una cosa del genere ? Dove hai trovato questi metalli e, infine, come hai fatto a creare una cosa che è… mah !  È semplicemente mostruoso pensare che una mente umana l'abbia potuta concepire. Hai sempre seguito con me gli studi di ricerca e, sebbene debba riconoscere le tue eccezionali doti di intelligenza, non potresti essere in grado di arrivare a questi risultati e poi, via, fare tutto nel periodo di una breve vacanza ! Allora, Henry, dove l'hai preso ?”

“Ma che dice ! L'ho ideato e costruito con le mie mani e non di certo nel breve tempo delle mie vacanze in Florida, sebbene in quel periodo abbia finito di assemblarlo. Da dove crede che l'abbia preso ? Il risultato ce l'ha sotto gli occhi. Cosa vorrebbe fare, ingegner Whiting, forse disconoscerlo ? Se ciò accadesse, troverei altre persone molto interessate ad applicarlo in tutti i campi in maniera che, come a volte abbiamo detto scherzando, si arrivi al punto che i produttori con il loro petrolio ci si facciano la doccia mattutina.”

“Certo che no, ci mancherebbe, Henry ! Questa tua invenzione rilancerebbe la Westcox che diverrebbe la più grande e potente società del mondo e tu ricco a miliardi di dollari. Solo che saremmo imbarazzati a spiegarla. Lo sai che dovresti farla pubblicare sulle riviste scientifiche per ottenerne il riconoscimento ufficiale e, per completare l'opera, è indispensabile presentare il progetto al dipartimento competente per ottenere il marchio registrato ?”

  “È qui che sta l'errore, esimio professore.” Era la prima volta che lo chiamava con tale titolo, con una punta di dispetto nella voce che stava diventando monocorde per la rabbia nascente. Aveva messo in conto una proposta del genere, ma non che gli venisse formulata dall'ingegnere Whiting, il quale lo aveva trattato finora come un figlioccio, ma inevitabilmente dalla direzione della società per la quale lavorava. “Quest'invenzione non è della Westcox, ma interamente mia. Non c'è niente degli studi che abbiamo finora condotto in questo laboratorio né princìpi fisici e chimici. È il risultato delle mie ricerche sia in campo minerario che in quello chimico e, trovate le varie combinazioni, le ho applicate secondo una formula ideata da me. Se gliel'avessi sottoposta quando era ancora in embrione, lei mi avrebbe riso in faccia e, forse, pure licenziato. No, ingegner Whiting, questa invenzione è a disposizione dell'intera umanità per far sì che tutti i propulsori o produttori di energia non utilizzino più gli olii minerali che inquinano e stanno trasformando l'aria del pianeta in un miscuglio di gas venefici.”

“Ma Henry…” replicò Whiting, il quale non si preoccupava per niente che Frederick se ne fosse andato, “certo che sarà per tutti, ci mancherebbe ! Gli Stati Uniti sono sempre stati all'avanguardia per gli aiuti agli altri Paesi.”

“Dietro compenso,” rispose sarcastico Henry. “Anche quando fanno le guerre, specie in difesa dei paesi produttori di petrolio, si ripagano abbondantemente delle spese. Una guerra costa cento miliardi di dollari? No problem. Siccome la vincono sempre, poiché con l'apparato militare che mettono in campo, lo scontro è ineguale, tra ricostruzione e sfruttamento delle risorse energetiche del paese vinto, si assicurano non solo il rimborso di tutte le spese ma, soprattutto, la fornitura di petrolio e derivati per mantenere in moto il loro mostruoso apparato. Passi per gli usi civili, ma lei si è mai chiesto quanto carburante consumano le loro Forze Armate ? Più del doppio dell'uso civile e industriale. Pensi solo alle migliaia di aerei militari in volo, di quanti milioni di tonnellate di cherosene brucino nell'aria e le navi poi, chissà quante altre di gasolio pesante. Il primo si espande negli strati alti dell'atmosfera e là rimane per parecchio prima della sua ricaduta su qualsiasi superficie e l'altro va ad aumentare lo spessore dei detriti marini fino ad arrivare alla soglia di pericolo. Il mio pannello deve servire a eliminare drasticamente questi consumi e… ben altro ancora.”

“Condivido appieno quello che stai dicendo. Sono sicuro che la direzione intera della Westcox e il Presidente degli Stati Uniti in persona saranno solidali con i tuoi princìpi e s'impegneranno a diffondere l'invenzione in tutto il mondo, dopo averla applicata ai nostri mezzi. Sai, bisogna testarla e ciò comporta un certo tempo.”

“La mia invenzione è già testata e pronta per l'uso.”

“D'accordo, ma non pretenderai che siano già pronti i motori elettrici per applicarvela né disponibili le industrie per produrre il pannello e poi, via, tutto quel materiale di cui tu parli, un misto di combinazioni di minerali con i loro nomi fantasiosi, come rocroasio, ruprizio e altri, bisogna pure estrarli da dove lo sai solo tu, non ti pare ?”

“Non c'è bisogno di industrie né di ricercare i minerali, ingegnere. Quello è un problema secondario. La prima cosa che mi preme è l'assicurazione che questo tipo di pannello sia a disposizione di tutti indistintamente. Se lei fosse d'accordo, vorrei presentarlo durante un'assemblea plenaria dell'ONU e là ricevere l'impegno scritto, da tutti, che verrà abbandonato l'utilizzo del motore a scoppio per tutti i veicoli e… la produzione di energia con derivati del petrolio e, soprattutto, dalla fusione o fissione dei nuclei atomici, sia a scopo civile che militare.”

“Ma caro Henry…” fece l'ingegner Whiting con voce melliflua, “bisognerà pure che prima di tutto questa tua invenzione sia sottoposta all'attenzione dei nostri maggiori scienziati e poi, via, vorresti proprio scartare il Presidente e l'intero Congresso ?”

“Quelli dovrebbero essere gli ultimi a saperlo,” ribadì Henry con fermezza.

“Ma non è possibile! Pensa, se tu facessi una cosa del genere… la reazione! Henry, il tuo Paese sono gli Stati Uniti… è un tuo dovere !”

“Se lei la pensa in questa maniera…” rispose il giovane ingegnere dirigendosi verso la turbina che ancora funzionava a pieni giri grazie all'energia del pannello, “mi riprendo il pannello e me ne vado a casa,” e ciò dicendo, girò l'interruttore e spense la turbina, ma mentre si stava accingendo a staccare i fili, Whiting gli si fece dappresso e con voce sgomenta, prima lo pregò di non farlo e poi, rivestendosi d'autorità, gli comandò di lasciare tutto com'era.

“Questa è roba mia,” fece Henry con voce un po' alterata.

“Ehi, Huggins !” gridò Whiting, "vieni ad aiutarmi, questo pazzoide vuole…”

Ma, per quanto avesse preso per le spalle Henry tenendolo stretto, sapeva che non avrebbe potuto contrastare il giovane che era molto più vigoroso di lui e quando Huggins arrivò per dargli un aiuto, entrambi si accorsero che ci voleva ben altra forza per bloccarlo, cosicché, avendolo a portata di mano, l'ingegner Whiting ruppe il vetro e pigiò il bottone dell'allarme incendio per fare accorrere quanta più gente possibile nella sala-laboratorio. Quando i primi agenti della sicurezza interna accorsero, Henry si era già liberato dei due che, come fossero piume, aveva scagliato a terra con una scrollata di spalle. Con già sottobraccio il pannello, stava dirigendosi con calma olimpica verso l'uscita, quando uno dei tre agenti, mentre gli allarmi strepitavano a più non posso, diversamente dai suoi due colleghi che con gli estintori in mano guardavano inebetiti da dove provenisse l'inesistente fuoco, ebbe tutt'altra idea, per cui sfilò la pistola dalla fondina e, puntando l'arma con entrambe le mani contro Henry, gli impose di fermarsi e, neppure sapendo se gli appartenesse o meno, di posare a terra quel quadretto che teneva sottobraccio a mo' di cartella.

“È un falso allarme, agente,” disse con soavità Henry. “L'ingegner Whiting nel cadere ha rotto il vetro dell'allarme. Piuttosto, vada ad aiutarlo a rialzarsi.”

L'agente, sempre tenendogli la pistola puntata, guardò Whiting che, aiutato da Huggins, era di nuovo in piedi e, prima sbracciandosi, ma poi, ritrovata la voce, urlò: “Fermalo ! Sta portando via una cosa dal nostro laboratorio !”

Fu allora che, perduta la pazienza, Henry pigiò a sua volta un bottone. Ma era quello del suo telecomando e immediatamente l'agente perse i sensi. Poi, puntandolo verso l'esagitato Whiting e il suo assistente, li addormentò nello stesso modo e quando i due stupidi altri due agenti, resisi finalmente conto che non di incendio si trattava, ma di un'operazione di polizia e stavano a loro volta sfilando le pistole, Henry fece con loro altrettanto, per cui poté uscire indisturbato dalla sala che chiuse a chiave e si diresse verso l'uscita, rassicurando la gente che accorreva che si era trattato solo di un falso allarme.

Questa generale confusione, gli diede tempo di guadagnare la strada dove la fortuna lo assisté perché riuscì a prendere al volo un taxi libero che passava da quelle parti. Si rendeva conto che la casa di Liza non era il luogo più adatto per nascondersi, ma doveva per forza prendere la sua valigia nel cui sottofondo erano nascosti gli altri due pannelli, le iniezioni di Saprotan e i mirillini, minuscoli circuiti chimico-fisici che, assemblati al pannello a neutrini solari, secondo uno schema che conosceva a menadito, avrebbero composto un cervello chemio-elaboratore di una potenza straordinaria con un raziocinio e un'intelligenza pari a cento di quelle umane di quoziente a livello centonovanta. L'ingegner Whiting, il suo assistente e i tre agenti della sicurezza non sarebbero stati in grado di dare una qualsiasi spiegazione della sua fuga, se non tra qualche ora, per cui aveva il tempo necessario per trovarsi un nascondiglio sicuro.

Prima di salire in ascensore, i portieri del grattacielo Limerick, seppure quella fosse un'ora inconsueta nel vederlo tornare a casa dal lavoro, lo salutarono ossequiosi. Forse troppo, per cui Henry diffidò di entrare dall'ingresso principale, ma fece il giro e si introdusse nel suo appartamento privato. Purtuttavia, essendosi sistemato nella camera di Liza, dato che era là che aveva lasciato le due valigie, in una delle quali c'era il materiale che doveva portarsi appresso, doveva per forza accedervi. Non sentendo la voce della sua fidanzata, che quando era in casa si palesava chiaramente sia rivolgendosi a voce alta al personale di servizio sia perché le piaceva far diffondere in tutto l'appartamento la musica che più le piaceva, specie le acute voci delle sue cantanti preferite, grazie al suo udito eccezionale, Henry ebbe la certezza che nell'appartamento adiacente non volava una mosca. Molto probabilmente tutto il personale di servizio si trovava nell'altra ala dov'era ubicata la cucina e la zona-riposo.

Entrò con le dovute cautele. I suoi passi non facevano alcun rumore e in poche falcate raggiunse la camera di Liza. Aprì la valigia dov'erano riposte le sue cose segrete e anziché portarsela con sé, che grande com'era avrebbe dato nell'occhio, specie al personale di controllo che, coadiuvato dalle telecamere sparse in ogni dove nella vasta hall, non perdeva di vista nemmeno un particolare, fece scattare le quattro molle che tenevano agganciato il doppio fondo della valigia, da cui estrasse una valigetta ventiquattrore rivestita in Calotex del colore del cuoio grezzo. Senza nemmeno controllarne il contenuto e neppure dare uno sguardo intorno come capita a chi lascia per sempre un luogo dove ha sempre vissuto, riguadagnò il suo appartamento da dove uscì per andare verso gli ascensori. Rimase titubante davanti alle quattro porte e sebbene ce ne fosse uno disponibile al piano, decise che era meglio prendere le scale. I piani erano tanti, ma lui era leggero e scendeva velocemente tre scalini alla volta, tanto da trovarsi al piano terreno in minor tempo di quanto ci avrebbe impiegato con l'ascensore.

Fu una decisione assennata, poiché intravide il suo collega Frederick che, assieme a due tipi, entrambi indossanti un vestito grigio-topo sotto cui notò il rigonfio della pistola nella classica fondina, tipica del FBI, chiedevano al portiere capo se lui si trovasse in casa. Questi assentì con una certa cordialità e diede ordine al suo sottoposto di accompagnare i tre alla porta dell'ascensore in quel momento più disponibile.

Henry rimase nascosto, fuori della portata delle telecamere e quando anche il portiere capo si spostò dal banco reception, con il suo telecomando multifunzione le oscurò tutte giusto il tempo per sgattaiolare fuori dall'edificio senza essere visto da alcuno.

Non aveva più bisogno di prendere un taxi, perché al momento non sapeva dove andare e poi, con il suo passo agile sarebbe arrivato in poco tempo molto lontano e fu allora, attirato dall'unica fonte ossigenata della metropoli, che in meno di cinque minuti si ritrovò nel cuore di Central Park.

Si sedette su di una panchina. ‘Qua, di sicuro, non verranno a cercarmi,' si disse un po' scoraggiato. Era certo che con l'esperimento del pannello, l'ingegnere Whiting, che sapeva di natura indipendente specie per ciò che concerneva il suo lavoro di ricerca, avrebbe avuto con lui una solidale complicità, agevolandolo affinché quella portentosa invenzione venisse messa a disposizione di tutti i popoli della Terra. E, invece, niente di tutto questo. Il maledetto vizio degli americani che, pur essendo un popolo formatosi di varie etnie, multirazziale per eccellenza e rappresentasse, quindi, un coacervo di cultura con similitudini comuni a tutte le genti, di fronte a una soluzione del genere che li avrebbe affrancati dall'utilizzo del petrolio, principale inquinante dell'atmosfera, volessero sfruttare il pannello di concezione ellena solo per se stessi. Magari l'avrebbero mantenuto come segreto di stato oppure, considerato il suo potenziale, l'avrebbero venduto, ma solo a scopi meramente commerciali, ad altri Paesi ‘amici', escludendone gli altri. Il campo di applicazione del pannello era stato studiato per l'universalità del suo utilizzo e non solo. Non appena nel mondo occidentale avessero funzionato cento milioni di questi pannelli nello stesso tempo, le loro emissioni benefiche non solo avrebbero assorbito i gas venefici presenti nell'aria, ma innescato una reazione chimico-fisica che avrebbe impedito per sempre la scissione dell'atomo. Erano infatti due i principali obiettivi da conseguire. Il primo l'eliminazione dell'anidride solforosa e del monossido di carbonio nei pressi del suolo, dell'ozono negli strati più alti dell'atmosfera e poi di tutte le diossine, acidi nitrici e solforici, senza contare l'inquinamento latente sia delle scorie atomiche che di quelle vulcaniche. Nel giro di pochi anni, quando tutti i produttori di energia fossero stati alimentati dagli speciali pannelli solari elleni, l'aria della Terra sarebbe ritornata a essere quella che si respirava ai tempi della Magna Grecia. Pura e salubre, tanto da garantire, specie con il progresso della medicina, una vita lunga e con malattie di poco conto, salvo quelle gravi causate dai vizi del fumo di tabacco e nell'eccedere nel bere bevande alcoliche.

Ma questo faceva parte del destino degli uomini che non riuscivano a contenersi. Tuttavia, la loro morte prematura non avrebbe per niente inficiato i beni più preziosi del pianeta Terra. L'aria, l'acqua e il suolo. Quest'ultimo inteso come terreno dove sarebbero germogliate le piante che, oltre a dare cibo, avrebbero continuato a produrre ossigeno. Che milioni di uomini morissero di cancro o di malattie cardiache per il fumo di tabacco e altrettanti finissero i loro giorni con il fegato ridotto in pomice o per il delirio tremens, non avrebbe impedito la sopravvivenza della vita vegetale e animale, prima fra tutte quella degli elleni in particolare e degli uomini di sani principi e degli animali in generale.

Dopo queste riflessioni che lo occuparono appena lo spazio di un minuto, Henry risolvette di recarsi al Palazzo delle Nazioni Unite. Avrebbe trovato il sistema di farsi ricevere dal Segretario Generale, il quale, a quanto indicavano tutti i media, era una persona sensibilissima a questi problemi. A volo di uccello, la distanza che lo separava dall'ONU era di appena tre chilometri, decidendo di recarvisi a piedi. Chiamare un taxi, che non circolava dentro il parco, era rischioso e tanto valeva, se doveva uscirne, procedere con i suoi mezzi. Tuttavia, per quanto il suo passo fosse leggero e veloce, doveva attraversare tutta la Settantanovesima East Street e percorrere il lungofiume della Franklin D. Roosevelt Drive. Uno scherzo per lui. In meno di dieci minuti si sarebbe trovato davanti al parallelepipedo in cui doveva entrare senza alcuna reticenza per non ingenerare sospetti nei numerosi poliziotti di guardia sia in uniforme che in borghese. Dall'attentato alle Twin Towers, i controlli a New York avevano raggiunto una severità tale che sembrava di vivere in una città assediata.

Quando si trovò all'altezza del Queensboro Bridge, già superata la metà del suo percorso, un'auto Chevrolet bianca lo affiancò mentre percorreva a passo svelto il grande marciapiedi. Calato il finestrino, la persona a fianco dell'autista, con fare falsamente disinvolto, gli chiese se potesse indicargli da che parte dovesse dirigersi per arrivare alla Cattedrale di San Patrizio. Il tempo che Henry si fermasse e, con buona educazione gli rispondesse che doveva girare a destra nella Cinquantasettesima, percorrerla fino all'incrocio con la Quinta Avenue e là giunto, girare a sinistra che le guglie della Cattedrale gli sarebbero parate davanti, altre due macchine si fermarono, una davanti e l'altra dietro e ne uscirono quattro persone con le pistole spianate, puntate a distanza ravvicinata sul suo petto.


4   DIVENTARE  ELLENO

  

Pausania non lo aveva lasciato un istante fino al quarto giorno della sua permanenza a Poseidonia. Tuttavia, le sue spiegazioni erano più chiare ed esplicite di quelle impartitegli sia da Fedra, la sua futura sposa, che da Paride, fratello di lei, che lo avevano abbastanza confuso. Quest'ultime erano pure consequenziali, giacché un argomento si legava all'altro, tanto da fare intendere a Henry buona parte dei meccanismi che regolavano le varie attività di Kallìtala. Talmente assorto nel seguire gli insegnamenti del suo mentore, che non rimase indispettito di non rivedere Fedra né deluso di non avere ancora potuto visitare la città.

Finalmente Pausania lo condusse in un'ala dell'immenso palazzo per visitare quello che più gli urgeva fargli conoscere. Gli aveva accennato a un potente elaboratore chemio-elettronico che Henry si era immaginato essere l'inevitabile cosa mostruosa che doveva pure esistere in un paese che finora gli era sembrato il paradiso in terra. Troppa bontà nella gente, troppa organizzazione, troppa ecologia, silenzio, ordine, buon governo, felicità forse, mah ?  Per forza non poteva non esistere la classica nota stonata e sicuramente i dieci giorni impiegati per conoscere le meraviglie di quest'isola fantastica in mezzo all'Atlantico, erano serviti a prepararlo al peggio.

Già quel nome, chemio-elaboratore, gli aveva infuso un'idea inquietante. Chemio era una parola che significava dolore e, forse, morte. Si trattava di un miscuglio di farmaci - protocollo, lo definivano i medici - per curare ogni forma di tumore maligno. Pausania, il cui acume gli aveva fatto apprezzare Henry Campbell per quello che era veramente, cioè ormai più elleno che umano, rideva tra sé, ben immaginandosi cosa il suo discepolo stava paventando e si divertì a mantenerlo nella sua latente angoscia. Poi, quando entrarono in un salone circolare con l'alto soffitto a cupola, anch'esso tutto bianco di marmi o pseudo-tali, come gli aveva già spiegato Fedra, con una trentina di addetti, sia maschi che femmine, silenziosi e assorti nel loro lavoro, ciascuno davanti a una console con sopra un grande schermo piatto, Pausania che fino a quel momento si era mantenuto silenzioso, finalmente disse: “Ecco al lavoro il chemio-elaboratore che noi chiamiamo familiarmente ‘Proteo' per le sue multiformi combinazioni che governano tutta la burocrazia di Kallìtala. Quelli che vedi sono i terminali, ciascuno dei quali espleta le funzioni di un ministero, come ne avete nel mondo occidentale. Ma prima di spiegarti cosa stanno facendo gli operatori, che adesso non vorrei disturbare, ti invito a seguirmi.”

Con il telecomando, Pausania fece scorrere una porta che si aprì nella parete sul retro dei posti di lavoro e Henry, dopo aver fatto un cenno di saluto a quegli operatori che si erano girati a guardarlo, seguì il Consigliere per una scala ellittica di notevoli proporzioni che dava su uno spazio illuminato a giorno, un po' più piccolo di quello di sopra, al centro del quale si ergeva una grande cabina che emetteva, oltre a segnali luminosi attraverso una miriade di led di ogni colore e, strano a credersi in un paese dove il rumore era stato messo al bando come gli inquinanti, anche un lieve sibilo, com'era abituato a sentire quando metteva in funzione il trasformatore elettrico che aveva in casa.

“Ecco il chemio-elaboratore,” seguitò a dire Pausania, non curandosi di nascondere un sorrisino di compiacimento. “La parola chemio non ti tragga in inganno…”

“Ma io, veramente…” furono le prime parole che pronunciava l'intimorito Henry dal momento in cui erano entrati in quella zona.

“Ho notato il tuo tremore quando hai sentito quella parola. Rassicurati, non ha niente a che vedere con le cure che i tuoi ormai ex-simili tentano per guarire i vari tipi di cancro, malattia irreversibile che distruggerà l'intera umanità se non provvederà a eliminare le fonti di inquinamento. Lo definiamo così perché si tratta di una versione del cervello umano…”

‘Ecco, ci siamo,' disse fra sé Henry. ‘Ora mi presenta la mostruosa entità…'

Mostruosa entità lo era davvero quando Pausania iniziò a descriverne le caratteristiche. Del computer tradizionale aveva solo i circuiti integrati sia pure in materiale del tutto diverso da quello impiegato nel mondo occidentale, i quali avevano una conduttività cento volte superiore e il sistema non era binario, bensì a impulsi neuronici, dovuti alla soluzione chimica dentro la quale si intersecavano gli innumerevoli contatti elettro-propulsori, che molto si avvicinava alla materia cerebrale umana. Con questa combinazione elettro-chimica, l'enorme quanto potente chemio-elaboratore sviluppava una capacità intellettiva superiore a quella di oltre un milione di cervelli umani, ciascuno con un quoziente intellettivo tra i centocinquanta e i duecento. Un vero e proprio genio con una memoria cosmica, poiché vi era stato introdotto tutto lo scibile elleno e molto di quello umano, in particolare tutto ciò che concerneva le lingue. Diversamente dai computer tradizionali, questo non aveva cartelle o files o programmi introdotti a compartimenti stagni che non potevano interagire o dialogare tra di loro, bensì tutti i canali erano aperti, cosicché poteva elaborare qualsiasi cosa. Insomma, meno che i sentimenti, Proteo, era un super cervello capace di creare, inventare, scrivere correttamente nelle lingue principali e tradurre tutte le altre. Nel suo sistema erano stati inseriti anche gli scritti umani. Quelli, ovviamente che non parlavano troppo esplicitamente di sesso e di violenza e se uno di questi era classificato di notevole importanza letteraria, opportunamente mondato di certe crudezze. Dei codici civile e penali umani, conteneva solo le basi poiché, com'è universalmente noto, nella caterva di leggi e leggine, c'era il caso che una fosse il contrario dell'altra, dando ai giudici umani la possibilità di infliggere punizioni per reati non commessi a persone di non loro gradimento o tutto il contrario.

“L'ultimo giorno in mia compagnia parleremo della questione razziale e del perché qua a Kallìtala siamo tutti di razza bianca,“ tenne a precisare Pausania, tra una spiegazione e l'altra sulle capacità del chemio-elaboratore. “Ti assicuro, che non è perché siamo razzisti, tutt'altro…” e troncando quest'argomento, invitò Henry ad avvicinarsi all'enorme macchina, nel cui lato a fianco a quello dov'erano, aprì uno sportello grande abbastanza perché le loro due teste vi si potessero introdurre per vedere meglio e gli indicò un pannello trasparente che mostrava una sezione interna illuminata.

“Vedi, quello è il materiale chimico che, come si nota chiaramente, è attraversato dai circuiti. Vedi come sono fitti ?”

“Sembrano capelli,” rispose Henry, un po' schifato di vedere quella materia viscida che associava con ribrezzo a quella cerebrale. In vita sua l'aveva vista una volta e gli era bastata quella visione orrenda. Nel Queens, al tempo in cui ancora non frequentava Liza, era passato distrattamente in una via dove pochi istanti prima si era suicidata una persona che si era gettata da un palazzo di dieci piani. Aveva visto cos'era rimasto della sua testa. Un cocomero sbriciolato in mille pezzi che aveva schizzato sangue e materia grigia per tutta l'ampiezza del marciapiede.

“Già ! Pensa un po', Henry. Ognuno di quei ‘capelli' è in grado di trasportare alla velocità della luce milioni di informazioni che vengono elaborate nell'ipotalamo centrale, che occupa la parte maggiore dell'elaboratore e le altre zone, che nel cervello elleno sono chiamate cortecce, svolgono le funzioni periferiche. Quella che stiamo osservando, ne è una parte, esattamente il lobo corticale orientale che contiene i dati scientifici.”

“Ma, Pausania, e i risultati ? Cioè… vorrei dire…” balbettò il giovane, impressionato da tale meraviglia, “cosa fa ?”

“Milioni di cose e, contrariamente al mio cervello e, di sicuro, anche al tuo, Proteo non dorme mai, salvo una ridotta attività durante la pausa notturna e, ovviamente, considerato che in fin dei conti si tratta pur sempre di una macchina, viene fermato una volta ogni quattro anni per una revisione generale. In quel caso viene sostituito da quello di riserva, identico a questo, che si trova nel salone attiguo.”

Le cose che produceva Proteo non erano milioni, ma infinite, tanto da poterle elencare in milioni di volumi di oltre mille pagine ciascuno. Ma quelle che gli elencò Pausania, erano le principali, non valeva la pena saperle tutte. A quelle pensavano i molti addetti nella sala superiore e gli altri, sparsi a centinaia nelle otto città di Kallìtala.

Prima fra tutte: il governo del Paese. Vero che esisteva l'Arconte, la massima carica istituzionale e il Gran Giurì come seconda, ma queste persone di solito seguivano le indicazioni del chemio-computer che giorno per giorno elaborava le migliori strategie, libero l'Arconte di avallarle o meno. Nella maggior parte dei casi le applicava motu proprio e in quelli, invece, in cui aveva qualche dubbio, chiedeva i suggerimenti ai componenti il Gran Consiglio. Tutti coloro, in numero di venti, venivano eletti, ciascuno anno per anno, quindi il cambio generale avveniva in venti anni e, di solito, era il decano di essi che a sua volta ricopriva la carica dell'Arconte il quale, portato a termine il mandato, si ritirava a vita privata. Ogni cittadino di Kallìtala poteva essere nominato consigliere ed era proprio Proteo che lo sceglieva. Doveva avere superato i trent'anni, avere famiglia e, quindi, con due figli già in carriera diversa da quella politica e mai, sia loro che qualsiasi altro parente, sarebbero stati scelti dal chemio-computer né un Consigliere qualsiasi aveva facoltà di agevolare in qualsiasi maniera un consanguineo o, peggio ancora, un amico. A Kallìtala non esisteva neppure l'idea del furto, la maggiore attività del mondo degli uomini, giacché muoveva interessi di migliaia di miliardi di dollari per la costruzione di utensili per proteggersene, né il nepotismo, fonte di guai seri nel mondo occidentale. Tuttavia, come riprova, era Proteo a tener conto di ciò, come di tutti i cittadini, dei quali sapeva vita morte e miracoli. Non c'era bisogno di carta d'identità. Era sufficiente guardare in un occhiello speciale posto in ogni negozio, luogo di spettacolo o altro, per essere subito individuato dal computer. La macchina addebitava nel suo conto ogni spesa che faceva, perché come già Henry sapeva, tutti a Kallìtala lavoravano e percepivano uno stipendio che veniva accreditato nel conto di ciascuno e, pagata la parte allo Stato - solo il dieci per cento - veniva amministrato dal computer alla pari, al centesimo di dracma che era la moneta corrente, cioè a zero spese e nessuna percentuale di interessi. A Kallìtala non esisteva inflazione. I prezzi erano fermi da centinaia di anni e tutto costava molto poco, tanto che la spesa per il cibo non superava mai la percentuale data allo Stato. Il quale garantiva una pensione adeguata al compimento del cinquantesimo anno di età compresa l'assistenza medica e ospedaliera. L'ottanta per cento dello stipendio serviva per il convitto dei figli, l'acquisto e la conduzione della casa, l'abbigliamento, l'automobile, i viaggi, le vacanze, le spese voluttuarie e il risparmio. Proprio con quello Alcinoo ed Ecuba, dopo tanti anni di lavoro, avevano acquistato la grande azienda agricola. Non c'erano obblighi a Kallìtala. Il genoma di ogni elleno, sebbene avesse caratteristiche diverse da individuo a individuo, era basato sulla felicità in terra, di conseguenza era impossibile commettere un reato, ma solo qualche piccola mancanza per la quale era Proteo stesso - con l'assenso del colpevole - a comminare la pena che consisteva in piccole sanzioni. Per arrivare a qualcosa di più serio, il soggetto doveva commettere una serie di piccole mancanze come disattenzione sul lavoro, causare un danno a terzi, ritardo all'inizio o anticipazione della fine del turno di lavoro, scarso rendimento o altre piccole mancanze che, messe assieme, nel corso del tempo potevano generare il lieve castigo  di essere destinato per un tempo determinato a svolgere mansioni  di basso livello come quello di  domestico, giardiniere, agricoltore, pastore, netturbino e altri piccoli mestieri che, seppure decorosi come tanti altri, ricordavano al reo le cose basilari della vita. Naturalmente ciò non aveva alcuna ripercussione sulla sua famiglia né sul suo reddito. Neppure sulla psicologia del soggetto, il quale accettava di buon grado la punizione che comunque non veniva resa pubblica e durante il periodo di penitenza, essendo il luogo prescelto molto distante da quello di residenza, la famiglia o la sola moglie, di solito lo seguiva oppure gli faceva spesso visita, raggiungendolo con i voli degli aviolobi, il cui costo era a carico dello Stato.

Proteo, inoltre, programmava le colture, la pesca, la manutenzione dei boschi e dei litorali. Era questa portentosa macchina che scriveva i libri di testo per i convitti e programmava i corsi di studio per i convittori sia piccolini che grandicelli. La scuola iniziava a tre anni e terminava, con il massimo grado, all'età di dodici. Il corso di studi poteva essere interrotto da ciascuno a otto anni, avendo assimilato la capacità di leggere e di scrivere, la matematica, la storia e la geografia mondiale, la lingua inglese oltre alla propria e una delle principali del mondo occidentale. Chi continuava gli studi fino ai dodici, conseguiva un attestato particolare che gli garantiva un impiego per la carriera di dirigente. Diverse erano le specializzazioni, ma oltre quelle, diversamente da quanto succedeva nel mondo degli umani, l'apprendimento della cultura umanistica non subiva alcuna riduzione. Era per quella ragione che tutti gli elleni leggevano molto. Per loro, leggere un libro era come per gli umani guardare uno spettacolo televisivo.

I libri, ovviamente, li scrivevano gli scrittori poiché, seppure il chemio-elaboratore disponesse di un'intelligenza equivalente a così tanti cervelli umani, non aveva fantasia che, come risaputo, vale più della conoscenza. Perciò Proteo vomitava solo saggi sia storici che attuali e i libri di testo, di qualsiasi livello scolastico e universitario, compresi tutti i dizionari. La narrativa e la poesia, dunque, erano il prodotto delle ingegnose menti di alcuni elleni, i quali avevano la soddisfazione - assieme al loro editore - di vedere il proprio libro acquistato in centinaia di migliaia di copie. Le porte della cultura, tuttavia, erano aperte anche a quella degli uomini, ma solo per le opere ritenute dal Gran Consiglio di grande interesse culturale.

“Non voglio tediarti più di tanto, amico Henry,” disse finalmente Pausania, il quarto giorno. “Mi pare che tu abbia afferrato per sommi capi cosa sia capace di fare Proteo. Le altre cose riguardano la burocrazia di cui anche a Kallìtala non si può fare a meno. Tuttavia, nessun elleno è obbligato, come nel mondo da dove tu provieni, a fare la coda. A cortese domanda, c'è subito gentile risposta. Sempre esauriente, mai anodina.”

“Mi avevi accennato alla questione razziale, Pausania,” domandò Henry, lieto che, se gliel'avesse chiarita in poche parole, avrebbe avuto il tempo di rivedere la sua amata Fedra.

“Già, la questione del colore della pelle,” rispose un po' meditabondo e per la prima volta da quando Henry era assistito da lui, lo vide rattristato. “Da noi non esiste perché, come ben sai, i nostri avi erano di pelle bianca e provenivano dalla Magna Grecia, tuttavia quando furono soccorsi e ospitati sulle coste del Nord Africa, si offrirono di portare con sé una coppia di giovani sposi berberi. Lui era particolarmente esperto di cose di mare, ma quando pronunciò la frase ‘Sia fatta la volontà di Allah. Allah è grande e misericordioso e ci aiuterà', gli dissero a chiare note che dove andavano, sempre che riuscissero a trovare un luogo dove fermarsi per sempre, non volevano che ci fosse alcuna religione. Se Ahmid e Fahtma si fossero impegnati a dimenticare la loro, come avevano fatto tutti loro con quella greca popolata da un'infinità di dei, potevano iniziare il viaggio. I due sposi, più per superstizione che per convinzione religiosa, declinarono l'invito senza indispettirsi, anzi, ringraziandoli di averli informati per tempo.”

“Giusto, Pausania, Ma questa, più che razziale, è una questione religiosa. Io credevo che tu mi volessi parlare dei neri, quei poveretti ridotti in schiavitù e portati nel nuovo mondo, che ora è il mio… ex-paese.”

“Quella non esiste. Quando i miei antichissimi avi approdarono in quest'isola, i neri vivevano solo in Africa e il tuo ex-paese era una landa popolata solo dagli amerindi e da una fitta fauna selvatica, in specie i bisonti, quindi sconosciuta agli uomini, i quali credevano che oltre le Colonne d'Ercole non esistesse che il grande Oceàno: il confine del mondo. Io stesso mi interessai alla questione quando con le nostre perfezionate apparecchiature scoprimmo la tratta dei negri tra l'Africa e le coste della Virginia. Chiesi all'Arconte di allora di intervenire affinché facesse cessare quell'ignobile traffico. Le nostre fere riuscirono a far ritornare indietro diverse navi, ma il risultato fu disastroso. Quasi tutti i neri, stipati come acciughe nelle stive, morirono soffocati o per mancanza di cibo e acqua. L'unica soluzione poteva essere di farli entrare sotto la nostra cupola e con essi, purtroppo, anche i negrieri. Se lo avessimo fatto, sarebbe stata la fine di Kallìtala, non di certo per colpa dei poveri negri, che saremmo stati in grado di educare, ma per i negrieri, esseri cinici e barbari, la cui avidità li aveva resi belve feroci.”

“Quindi, con qualche piccola incursione delle fere, avete risolto il problema del razzismo,” fece Henry, con un rimasuglio di ironia.

“La parola la capiamo, come tutte le vostre cose di uomini, amico Henry…” rispose con levità Pausania, “ma si dà il caso che noi siamo elleni e non uomini. E tu sei l'unico che sta diventando come noi, grazie all'amore per la tua Fedra e alla tua acquiescenza, benché…”

Quell'ultima parola terrorizzò Henry. ‘Vuoi vedere che…' si disse spaventato.

“Io so che hai tentato di fuggire con la barca di Paride e se non fosse stato per Fedra, a quest'ora ti troveresti nella bella vallata di Boadicea. Vai, ora,” e resosi conto che Henry esitava, lo esortò con decisione: “Vai dalla tua futura sposa. È stata avvertita e ti attende all'ingresso del palazzo.”

“Ma, Pausania… è tutto finito ?”

“Sì, amico Henry. Le altre cose le apprenderai da elleno.”

“Vorrei ricordarti che dovevi spiegarmi il lavoro degli addetti di sopra…”

“Non ha più importanza, per ora. Vai, ti prego…” e, indicandogli la via da seguire, lo invitò per l'ultima volta a uscire dal palazzo, mentre il vegliardo si avviava verso lo scalone dalla parte opposta.


4    - TROPPE  INTERFERENZE

  

Henry non poté fare a meno di avvalersi del suo telecomando, che mandò a gambe all'aria i due uomini armati di pistola che aveva davanti, stesi a terra con due piccole scariche di Sapotran. Stava per voltarsi e fare altrettanto con quelli che aveva già alle spalle, quando gli arrivò una mazzata in testa che lo tramortì. Prima di perdere l'equilibrio, però, ne inviò una doppia dose che ne mise a terra altri due e quando, ormai steso sul selciato quei pochi momenti per riprendere le forze, pigiò il nottolino dell'iniezione sottocutanea di Stetopan, già preparato da quando era scappato dall'appartamento di Liza, l'unico superstite dei suoi assalitori riuscì a impossessarsi della valigetta e a infilarsi nella terza automobile.

Il malvivente perse quel breve lasso di tempo per sistemarsi al posto di guida, giacché non era stato lui a condurre quell'auto fin lì. La sua provvisoria incertezza diede la possibilità a Henry di afferrarsi al montante del finestrino con il vetro abbassato. Il bandito partì a razzo con uno stridore di gomme e uno strappo alla frizione per liberarsi della sua vittima, ma Henry, dotato di forza e di una resistenza sovrumane, non si fece prendere alla sprovvista e riuscì a infilarsi a testa in giù sul sedile. Allora il fuggitivo, messasi la sottile valigetta sulle gambe, allungò la mano per aprire il vano porta-oggetti per trarne fuori la pistola dato che la sua l'aveva persa nella colluttazione, ma ormai Henry si era ripreso dallo stordimento e con un guizzo gli afferrò il braccio al volo e lo tenne con una stretta a tenaglia che fece urlare di dolore il bandito. La macchina, lanciata a folle velocità, incominciò a sbandare vistosamente e pareva che il ladro, reso folle dal dolore, pigiasse più a fondo il pedale dell'acceleratore e la grossa automobile, già in precarie condizioni di stabilità considerata la velocità cui era stata lanciata, prima andò a sbattere di striscio contro il grosso furgone che stava sorpassando poi, dato che Henry era ancora a capo all'ingiù mentre teneva sempre ben saldo il braccio dell'energumeno con la destra, allungò la mano sinistra verso il piede che pigiava sull'acceleratore e lo torse causando uno stiramento improvviso, facendogli emettere dalla gola un urlo disumano, ma riuscendo a far decelerare la macchina che, sbandando ancora vistosamente, andò a sfasciare con l'avantreno una colonnina antincendio, sbarbandola letteralmente dal marciapiedi.

La confusione che ne derivò, con i passanti che strepitavano per l'acqua che schizzava a scroscio in ogni dove, inondandoli, e i negozianti che stavano uscendo attirati dallo strepito di urli e rumori delle loro cose distrutte, fu buona occasione per Henry di liberarsi del suo aggressore-ladro, accasciatosi senza sensi contro il pallone dell'airbag scoppiato contro il petto, di riprendersi la valigetta, uscire dalla macchina alla chetichella e sparire il più presto possibile, sebbene qualcuno lo avesse notato e lo additasse agli altri come l'autore di tale disastro.

Ma ormai Henry aveva imboccato la Cinquantasettesima e, considerata la levità del suo passo, aveva già percorso i quasi trecento metri per svicolare nella First Avenue, tra la confusione della gente. Si guardò indietro, ma pareva che nessuno lo inseguisse. Sarebbe arrivato al Palazzo delle Nazioni Unite dalla parte opposta. C'erano da percorrere quasi due chilometri e l'avrebbe fatto in poco tempo, ma non doveva destare sospetti cosicché, datasi una sistemata al vestito con due o tre ben assestati colpetti sul davanti dei pantaloni e sul retro della giacca, si mise a camminare al passo con gli altri, permettendosi pure, tra un sorpasso e l'altro dei gruppetti più lenti, di soffermarsi qualche secondo a guardare le vetrine dei negozi eleganti, qualche volta bloccandosi al suono di una sirena, sebbene si trattasse ora di un'ambulanza ora di una macchina della polizia. A lui non pensava più nessuno, i testimoni del fatto probabilmente credendolo fuggito verso il grande viale lungofiume dov'era avvenuto l'incidente. Piuttosto, pensò intensamente a cosa fare quando si fosse trovato davanti al Palazzo dell'ONU.

Forse per l'abbigliamento e la valigetta ma, soprattutto, per l'aria determinata, Henry riuscì a entrare nella hall del Palazzo di Vetro come pure, utilizzando la sua levità, aveva percorso il vasto spazio in modo talmente veloce che, oltrepassata senza complicazioni di sorta la zona dei metal detector, si trovò dentro un affollatissimo ascensore che fece la prima fermata all'ottavo piano dove, non sapendo a chi rivolgersi, scese. Seguì un funzionario che, vestito con un completo grigio di ottimo taglio e con in mano una ventiquattrore, si dirigeva con determinazione nel corridoio di sinistra. Entrò al suo seguito in un grande salone con una quindicina di impiegati, ciascuno davanti allo schermo di un monitor. Dato che seguiva l'uomo con fare deciso, a nessuno di loro né, tantomeno, all'uomo della sicurezza, venne voglia di chiedergli chi fosse. Solo quando, varcata la soglia dell'ufficio privato del funzionario, la porta aperta da una solerte impiegata – probabilmente la sua segretaria - e chiusala dietro di loro, l'elegante signore, in procinto di mettersi a sedere alla scrivania, si accorse della sua presenza.

“Prego ?” pronunciò con voce semi strozzata. Poi, dopo aver tossito per schiarirsela, “Mi scusi, lei sarebbe il dottor Longwood ? Si accomodi, la prego.”

A Henry non restò che approfittare dell'occasione offertagli e, senza proferire verbo, si sedette posandosi sulle ginocchia la valigetta. Rimase in silenzio ad osservare l'importante funzionario, un tipo piuttosto meticoloso dalla faccia glabra e dai capelli abbondantemente striati di bianco, il quale stava riponendo il contenuto della sua valigetta, in parte dentro un cassetto e il resto sul lucidissimo piano sgombro della scrivania. Poi estrasse dalla tasca interna della giacca una custodia di pelle rossa da cui tirò fuori un bel paio di occhiali dalla montatura in oro e li inforcò per dare una veloce sbirciata al dossier che si era posto davanti. Poi, con fare deferente si rivolse al suo ospite, chiedendogli: “Prende un caffè con me, dottor Longwood ?”

“Sì, volentieri. Grazie,” rispose Henry con voce dal timbro deciso.

Henry seppe finalmente che nome avesse il funzionario dopo che, chiamata la sua segretaria al citofono interno e chiestole caffè per due, la sentì rispondere: “Subito, dottor Benson.”

Pareva che al dottor Benson non interessasse al momento iniziare a discutere su un argomento professionale con il finto dottor Longwood giacché, dopo aver girato lievemente la testa in direzione della vetrata dietro la scrivania, disse con fare molto cordiale: “Davvero una bella giornata, oggi, per l'inverno newyorkese. Non trova ?”

“Sì, in effetti, dottor Benson. Cosa abbastanza inusuale,” rispose Henry e intanto incominciava a smaniare perché si aspettava da un momento all'altro che il vero Longwood si facesse annunciare. Cercò, quindi, di iniziare a parlare dell'argomento che più gli premeva, ma doveva attendere che la segretaria portasse il caffè.

Ebbe fortuna perché, come la segretaria entrò nell'ufficio portando un vassoio con tazze, bricco del caffè e del latte e la zuccheriera, costei ebbe a dire al dottor Benson, dopo aver posato con cautela tutto sulla scrivania: “Il dottor Longwood, signore, ha telefonato proprio adesso, dicendo che a causa del traffico, ritarda di una decina di minuti…”

“Ma se è qua, signorina Ashley. Non se e è accorta ?” rettificò Benson, il quale aggiunse con voce arrochita, “dunque, allora…” Guardò prima Henry e poi, sgomento, la sua segretaria. “Com'è possibile che…” e fissando gli occhi in quelli di Henry, disse: “Ci dev'essere un disguido. Lei è il dottor Longwood, no ?”

“Beh,” disse di rimando Henry, che già da un minuto maneggiava il telecomando in previsione di una situazione del genere, “forse la signorina Ashley ha confuso la voce di chi le ha telefonato.”

“Ma signore !” esclamò con aria offesa la segretaria, “ho capito benissimo che…” ma non ebbe modo di aggiungere altro perché si accasciò a terra svenuta.

Per rendere la situazione più credibile, Henry, che le aveva schizzato addosso una lievissima dose di Sapotran, andò a soccorrere la povera donna e fece finta di rianimarla, ben sapendo che la signorina Ashley si sarebbe svegliata placidamente di lì a venti minuti al massimo.

Ne derivò una certa confusione laddove, oltre a Henry che fingeva di far rinvenire la signorina Ashley, e il dottor Benson che si era affacciato nel salone per chiedere aiuto, almeno una buona dozzina di impiegati accorsero, più per rendersi conto di quanto stava accadendo che riuscire a rianimare la poveretta, dato che si trattava solo di uno svenimento dovuto, come ebbe a dire il solito bene informato che pareva che di medicina sapesse tutto, a un semplice calo degli zuccheri.

“Conosco bene la signorina Ashley. Si è sempre vantata di fare colazione soltanto con un caffè e con tutto il lavoro che svolge fino all'ora di pranzo… non so se mi spiego…”

L'intervento di quell'impiegato, forse davvero un dottore in medicina che aveva optato per un ben più remunerato impiego nella sede delle Nazioni Unite, calmò il dottor Benson, al quale quel piccolo terremoto aveva fatto dimenticare le ultime parole della sua segretaria, che nel frattempo aveva ripreso i sensi, ma si sentiva così confusa da essere esentata dal lavoro per l'intera giornata. Fortuna volle che il dottor Longwood non fosse ancora arrivato, per cui Henry approfittò dell'occasione per illustrare al dottor Benson le proprietà del pannello solare.

“Che cos'è ?” chiese l'importante funzionario, prendendolo in mano e guardandolo attentamente dopo aver di nuovo inforcato gli occhiali.

“Il futuro dell'umanità,” fece Henry con una nota di trionfo.

“Non mi sembra proprio questo il momento di scherzare, dottor Longwood. Un quadretto naif inserito in una ben strana cornice.”

“È un pannello solare dotato di una strabiliante carica di energia,” replicò, ma con molta serenità, Henry.

“Ma davvero… beh, dottor Longwood, di certo queste cose non devono interessare me. Non sono un ingegnere, io, ma dirigo la sezione diplomatica dell'ONU,” e, guardando per la prima volta con molta attenzione il volto di Henry, proferì con una voce che stava prendendo un tono alterato, “ma forse… ora che mi ricordo, la mia segretaria stava dicendo che… ma lei è veramente il dottor Longwood ? Questa sua cosa…” balbettò, restituendogli il pannello, “non mi pare debba rientrare nel tema del nostro incontro che verterà…”

“Mi stia bene a sentire, Benson,” disse bruscamente Henry. “Che lei sia o non sia ingegnere, poco importa. Lei è un essere umano ed è suo dovere starmi ad ascoltare con attenzione !” Si alzò e andò a chiudere a chiave la porta dell'ufficio. “Non si preoccupi. Non sono il dottor Longwood, ma sono innocuo, per di più io sono davvero un ingegnere…”

“Ma perché è venuto da me, allora !”

“Non sapevo dove andare e, vedendolo nell'ascensore, ho optato di seguirla per farmi passare per un suo attaché. Sa, per evitare di essere bloccato…”

“Che intenzioni ha ?” chiese Benson con la voce incrinata da un timore nascente.

“Le ripeto, non ne ho alcuna malevola contro di lei e neppure contro altri in questo palazzo che mi sembra un formicaio. Mi chiamo Henry Campbell e se ciò dovesse più tranquillizzarla, sono il fidanzato della figlia di Limerick, il grande petroliere. Adesso mi stia a sentire. Questo che ho in mano - nella valigetta ne ho altri due - è un pannello a neutrini solari che, applicato a un motore elettrico, lo fa girare per sempre, dato che assorbe energia dal sole e dall'inquinamento atmosferico presente a tutte le latitudini. Può benissimo sostituire qualsiasi motore senza emissioni di alcun genere. Sono qua perché lei mi faccia incontrare con il Segretario Generale cui voglio sottoporre questa invenzione.”

“Ma proprio qua ! Alle Nazioni Unite ! Perché non lo offre a qualche industria meccanica o automobilistica. Che c'entriamo noi ?”

“Voi rappresentate tutti i popoli della Terra o, almeno, la quasi totalità. Io voglio che il mondo intero possa disporre, nello stesso tempo, di questa nuova tecnologia prima che sia troppo tardi.”

“Troppo tardi ? Tardi per che cosa ?” chiese stupito il dottor Benson.

“Forse perché lei fa il diplomatico e se ne sarà reso conto con una certa leggerezza, ma le assicuro che il mondo va verso la propria rovina. E non lentamente com'è sempre stato per i sommovimenti tellurici o le eruzioni dei vulcani, ma dieci, venti, cento volte più veloce. Da calcoli fatti, tra trent'anni cambieranno molte cose sulla Terra, paesi interi scompariranno sotto il mare, metà delle terre fertili si desertificheranno e buona parte si congeleranno, mentre ai Tropici il caldo sarà così rovente che farà scoppiare il cuore a ogni essere vivente.”

Se prima Benson lo guardava con un certo sgomento, derivato dall'essere al cospetto di un individuo che si era introdotto nel suo ufficio con l'inganno e dal trambusto che ne era conseguito, da uomo che finora aveva vissuto una vita sedentaria, ma che lo aveva portato a coprire un posto di preminenza nell'organizzazione delle Nazione Unite, tanto da essere uno dei personaggi più vicini – e ascoltati – del Segretario Generale, dopo queste dichiarazioni, rimase letteralmente atterrito.

“Ma è sicuro di quello che dice, ingegnere ?” titubò.

“Mi conduca dal Segretario Generale, la prego. Tenga lei la mia valigetta, se pensa che io sia un pazzo che voglia attentare alla sua vita. Dimostrerò quello che dico. Se lo farà, avrà una parte di merito nella salvezza dell'umanità, poiché il mondo, spariti tutti gli esseri viventi, sia animali che vegetali, si rigenererà e chissà se tra qualche millennio una combinazione cromosomica non faccia rinascere altri esseri viventi che non respirino…"

Il dottor Benson si portò la cornetta del telefono rosso all'orecchio e, guardando fissamente negli occhi Henry come se volesse leggervi la conferma di quello che aveva udito, pigiò tre tasti e dopo la snervante attesa di una decina di secondi, pronunciò senza tante tergiversazioni: “Ho bisogno di un colloquio urgente.” Poi riappese.

“Venga con me,” disse.

Probabilmente quelle poche parole dette direttamente al Segretario Generale facevano parte di un codice d'intesa per situazioni contingenti.

Nell'uscire dal grande salone dov'erano affaccendati gli impiegati, il dottor Benson, rivolgendosi a un uomo della sicurezza, gli sussurrò di seguirlo e probabilmente gli chiese se fosse armato, perché il poliziotto si batté la mano sulla parte sinistra del petto dov'era la pistola.

“Allora, Peter ?” chiese il Segretario Generale, quando il funzionario entrò nel suo ufficio seguito da Henry. “Qualcosa di grave ?”

“Direi proprio di sì, segretario. L'istinto mi ha indotto a credere alle cose che mi ha riferito questo giovane e, non vorrei sbagliarmi, ma mi sembra che abbia ragione. Vuole sottoporci una sua… invenzione,” e, rivolgendosi a Henry: “Vuole ripetere, per favore, di cosa si tratta, ingegner Campbell ?”

“Di questo pannello a neutrini solari. Vede Segretario Generale, come ho già spiegato al dottor Benson poco fa, questo pannello cattura l'energia che ci proviene dal sole sotto forma di neutrini e riesce pure a ricavarla dall'inquinamento presente sulla Terra. Vi dimostrerò quanto sto dicendo se in questo palazzo esiste un laboratorio con un motore elettrico qualsiasi.  Al limite, anche quello di un ascensore.”

“Potremmo chiedere al capo manutenzione,” rispose il Segretario Generale. “Ma lei è sicuro di non farmi perdere tempo ? Dovrei annullare un impegno che ho tra dieci minuti.”

“Mi ascolti, signor Segretario. Fuori del palazzo dell'ONU ci sono emissari delle grandi compagnie petrolifere e agenti FBI e chissà quanti altri che mi danno la caccia per impadronirsi del mio ritrovato. Non lo chiamerei invenzione. Se lei non mi ascoltasse e mi lasciasse in pasto a quegli uomini, il mio tentativo di salvezza della vita nel mondo intero, andrebbe in fumo. Sono qua apposta perché lei rappresenta quasi tutti i paesi del mondo cui voglio mettere a disposizione il pannello neutrinico, che sarà disponibile prestissimo in un miliardo e più di esemplari.”

Durante il percorso per recarsi, i tre uomini accompagnati da un nugolo di agenti della sicurezza, presso l'officina del palazzo, Henry ebbe modo di spiegare per sommi capi le funzioni tecniche del pannello.

“Ma come può affermare che lei ne possa mettere a disposizione… dico bene ? Addirittura più di un miliardo di esemplari! Quale industria sarebbe in grado di…”

“Signor Segretario Generale, la prego. Prima dei dettagli, si renda conto di come funziona il pannello,” replicò Henry con tale sicurezza che i due importanti funzionari non fecero alcun commento finché non fecero il loro ingresso nell'officina del grande palazzo.

E come se tutto fosse già pronto, senza nemmeno spendere parole inutili, il responsabile del laboratorio di manutenzione, poiché per un complesso mastodontico come quello che ospitava le assise mondiali dove ogni giorno circolavano migliaia e migliaia di persone, era attrezzato di tutto, compreso motori elettrici di vario genere, fece loro strada verso un motore a turbina già predisposto per l'esperimento. Lui stesso staccò i contatti elettrici e, a un cenno d'intesa, Henry provvide a collegare il pannello solare.

Malgrado il ronzio dei vari motori in funzione, sembrava ci fosse un silenzio di tomba. Sia il Segretario Generale che il dottor Benson non dissero un ‘ah' né, ovviamente la gente al seguito e neppure il responsabile dell'officina. Tutti attesero trepidanti che il giovane ingegnere mettesse in moto, seppure un osservatore attento avrebbe potuto notare come due degli agenti si posassero il palmo della mano sul rigonfio che formava la pistola sotto la giacca.

Infine Henry, guardando negli occhi i due importanti personaggi, pigiò il bottone della messa in moto e la turbina prese a girare al minimo.

“Per favore, venite a vedere da vicino come funziona,” disse agli astanti.

Il primo che si avvicinò fu, invece, il capo officina che, resosi conto che il motore elettrico funzionava davvero senza elettricità, ebbe la compiacenza di presentarsi a Henry come ingegner Milland. E fu lui stesso che, con garbo, invitò il Segretario Generale e il responsabile della diplomazia dell'ONU ad avvicinarsi e quando i tre furono ben certi che il pannello azionava il motore, Henry aumentò di appena una tacca il potenziometro e la turbina si mise a girare alla sua massima velocità. A quel punto intervenne l'operatore della televisione interna che con una telecamera riprese tutte le fasi dell'esperimento.

“Vede, ingegner Milland, questo è il massimo che la turbina può sopportare. Se aumentassi, si fonderebbe tutto.”

“E dell'autonomia di questo… ehm… pannello, cosa può dirmi ?” chiese sbigottito.

“Continua. Cioè perenne. Potrei lasciarlo qua e, stia sicuro che la turbina continuerebbe a funzionare. Se dovesse fermarsi, non sarebbe certo per mancanza di energia, ma senz'altro per il deterioramento del materiale con cui la turbina è stata costruita.” Fatto un cenno d'intesa al responsabile della manutenzione del grande complesso e rivolgendosi ai due alti dirigenti, chiese: “Allora signor Segretario Generale e lei, dottor Benson, vi siete resi conto dell'importanza di questo ritrovato ? Vogliamo progettare un piano di distribuzione ?”

“Sì, volentieri, ma non qua. Venga nel mio ufficio,” rispose il Segretario Generale e a Benson: “Per favore, Peter, vieni con me.”

Henry, per il dispiacere dell'ingegner Milland, staccò il pannello dal motore elettrico e, facendogli un segno di solidarietà, lo rimise nella valigetta che non aveva mai lasciato incustodita.

 

ΩΩΩ

                                                   

“Per prima cosa devo convocare tutti gli ambasciatori accreditati al Palazzo di Vetro per sentire il loro parere in proposito,” disse il Segretario Generale a Benson. “Vuoi incaricartene tu, Peter ?”

“Certo. Vado subito nel mio ufficio,” rispose l'importante funzionario.

“Lo faccia da qua, ma dopo,” s'intromise Henry e al Segretario Generale: “Lei lo permette, vero ? Nessuno deve uscire dal suo ufficio prima che non mi venga garantita l'accettazione da parte di tutti. Lo sa, vero, in quale situazione mi trovo ?”

“Francamente, ingegner Campbell,“ fece il Segretario Generale, “non vedo…”

“Fuori del Palazzo delle Nazioni Unite ci sono almeno tre o quattro gruppi inviati sia dal Pentagono che dal Presidente degli Stati Uniti, altri dalle compagnie petrolifere e forse, anche, dalle grandi banche di affari.”

“Ah, già, capisco.”

"A peggiorare le cose, tutto ciò per una sciocchezza giacché, se per caso dovessero sequestrarmi uno dei tre pannelli che ho con me, a meno che non lo applichino a un motore elettrico per farlo funzionare a tempo indeterminato, non riuscirebbero a combinare nient'altro. Loro vogliono la formula che, gliel'assicuro, è talmente complicata che sarebbe incomprensibile per chiunque e, non riuscendo a capirci un acca, vorranno aprire un pannello per vedere com'è fatto. Ebbene, chiunque lo faccia, sia pure un robot, non appena il pannello viene aperto, si autodistrugge non rimanendone che un mucchietto di metallo bruciacchiato e causando la morte certa di chi si è provato ad aprirlo. Arriverebbero pure a mettere in pratica su di me quelle torture di medioevale memoria per farmi parlare, ma non sanno che ho l'ordine supremo, in quel caso, di autodistruggermi anch'io. Poi, in seguito vi autoeliminerete anche tutti voi, ma con l'inquinamento. Ci vorrà più tempo, è vero, tuttavia la cosa è matematicamente certa.”

“Lei è sotto la protezione delle Nazioni Unite, ingegner Campbell. Non abbia alcun timore. Anche avessimo la necessità di uscire dal Palazzo di Vetro, lei è sotto immunità diplomatica.”

“Dato che ormai conoscono l'importanza del pannello, se ne infischiano dell'immunità diplomatica, signor Segretario Generale,” rispose Henry senza affettazione, ma con la calma che sempre lo contraddistingueva.

“Mi vorrebbe spiegare…” intervenne Benson, “quali sarebbero le applicazioni di questo formidabile pannello solare e come, davvero, potrebbe salvare l'intera umanità ?”

“Certo, dottor Benson. Fa parte del mio programma illustrarlo dopo la prova tecnica,” rispose un Henry talmente soddisfatto che si avvicinò alla scrivania affinché i due uomini non perdessero una sola parola.

“Come avete visto, in pratica, finché esiste il sole, il pannello funziona sempre né si deteriora perché è composto di materiale indistruttibile che addirittura si fortifica nel tempo. Assorbe la carica di neutrini che ci provengono dalla nostra stella, quindi sia con la copertura delle nuvole che nelle zone in cui il sole è tramontato. Un pannello come quello che vi ho mostrato può far funzionare un'automobile, un camion o un pullman di qualsiasi dimensione. Fino a quando funziona un veicolo o un motore qualsiasi e, dopo il loro scarto, inserito in uno nuovo. Potrà essere applicato anche agli aerei, ma per quelli, specie per i wide-body, ce ne vogliono almeno tre per ogni motore. Che deve sempre essere elettrico. Pensate: un aereo che funzionasse in questa maniera, senza il carico del pericoloso kerosene, sarebbe molto più leggero e volerebbe al limite del muro del suono. Non inquinerebbe e, nel caso di un eventuale impatto, non esploderebbe e forse, in quel caso, si salverebbero molte persone. Se tutti i veicoli a motore lo utilizzassero, non verrebbe generato alcun inquinamento, ma non solo. Questo pannello è stato studiato affinché assorba l'inquinamento esistente che, vi assicuro, sta arrivando al limite della sopportabilità. Voi ne immaginate solo una parte, ma vi posso assicurare che niente del materiale della Terra finisce nel nulla. Il petrolio, dallo stato liquido e vischioso, si trasforma in fumo che tutti pensano sia solo aria che se ne va chissà dove, forse nel cosmo. Nossignori. Ritorna al suolo e sulla superficie acquea. Il fondale dei mari è quasi tutto coperto da uno strato di questo materiale inquinante. E, infine, i pannelli potranno trasformare tutti i deserti in giardini con terreni fertilissimi, trasformando l'acqua salata del mare in potabile, arricchita pure di agenti fertilizzanti. Lamentiamo sempre la scarsità di acqua e ci dimentichiamo del mare. Potenti dissalatori posti in ogni dove e alimentati dai pannelli, risolverebbero il problema dei popoli sottoalimentati con una produzione agricola di tutto rispetto. È un'altra cosa molto importante: da quando saranno in funzione almeno cento milioni di questi pannelli, diventerà impossibile la scissione dell'atomo inventata dagli uomini, cosicché tutto l'arsenale nucleare esistente al mondo diverrà inerte e perderà la sua capacità esplosiva oltre alle emissioni di radiazioni nocive. A quel punto la situazione fisica del pianeta Terra incomincerà a ritornare ai tempi del Medio Evo. Con in più la tecnologia del terzo millennio. Che ne dite ?”

“Geniale ! Molto bene,” rispose entusiasticamente il Segretario Generale. “Dottor Benson, per favore, convoca tutti gli ambasciatori e prepara un promemoria di quello che abbiamo visto e ascoltato. Chiedi anche se il filmato è pronto per essere proiettato. Riunione urgente. Lei, ingegner Campbell si sposterà sempre al mio fianco, con una scorta di sei guardie della sicurezza armate di tutto punto e, in attesa di sentire il parere delle Nazioni più importanti della Terra, alloggerà nel mio appartamento privato.”

“Peggio ancora, signor Segretario,” disse Henry. “Se non mi vedono uscire, coloro che vorrebbero rapirmi, aumenteranno di numero. Suggerirei una cosa, di cui adesso mi reputo abbastanza esperto.”

“Cosa sarebbe? Dica, dica pure. Sono a sua disposizione,” disse il Segretario, con la solita gentilezza.

“Trovatemi una specie di sosia. Nessuno mi conosce bene di faccia, salvo l'ingegner Whiting e i miei colleghi della Westcox che, credo non siano ad attendermi là fuori. Questo sosia dovrà essermi simile come altezza, corporatura e colore dei capelli. Gli faremo indossare i miei abiti e gli consegneremo una valigetta come la mia con dentro qualche quadretto naif. Ne avrete spero in questo enorme palazzo !”

“Credo di sì,” si interpose il dottor Benson. “L'ambasciatore della Repubblica Dominicana ci ha donato diversi dipinti degli haitiani di  Port-au-Prince che si spingono, grazie alla benevolenza delle guardie di confine, fino a Barahona.”

“Bene, Peter, fanne staccare tre che siano vetrificati e delle dimensioni identiche ai pannelli solari che possano stare dentro una ventiquattrore e, mi raccomando, segui le mie disposizioni alla lettera. Con urgenza, per cortesia.“

 

ΩΩΩ

 

L'attesa era snervante. Henry non sapeva cosa fare. In un primo momento era stato preso da un guizzo d'euforia quando gli avevano detto che il sotterfugio del sosia era pienamente riuscito. Lo avevano accompagnarlo in macchina con scorta fino all‘aeroporto La Guardia e da là imbarcato su un aereo executive transoceanico per un volo senza scalo a Roma, in missione per conto della FAO. Non risultava che dagli aeroporti della costa orientale fossero partiti altri jet al suo inseguimento, ma senza alcun dubbio agenti della C.I.A. accreditati all'Ambasciata degli Stati Uniti a Roma, avrebbero scoperto l'inghippo e i produttori dei derivati del petrolio, avvisato i loro corrispondenti in Italia, tuttavia il Segretario Generale aveva tutto il tempo per ottenere una risposta da parte degli ambasciatori accreditati all'ONU.

Una risposta? A centinaia ! Tutte, salvo quelle dei Paesi poveri, concordi nel dire di no, sebbene contrastanti nei contenuti. Henry, per sua natura persona calma e riflessiva, aveva anche il merito di essere un umorista di buona lana, cosicché si mise a leggere le varie risposte che ciascun ambasciatore aveva consegnato al dottor Benson in busta chiusa, come si fosse trattato di una licitazione privata per un'opera pubblica.

Lasciò per ultime quelle degli Stati Uniti e del Regno Unito. Si immaginava già quali ne fossero i contenuti.

Lesse quello della Francia, il Paese della ‘grandeur'. In considerazione del fatto che la Repubblica Francese possedeva la più grande fabbrica al mondo di aerei commerciali, di una delle più potenti compagnie petrolifere, di alcune delle maggiori industrie automobilistiche, meccaniche ed elettroniche d'Europa, di centrali nucleari tra le più sicure e, orgoglio nazionale, dato che con quella si ergeva a paladina di tutti i Paesi affacciantisi sul Mediterraneo, della ‘force de frappe' cioè l'arma atomica, dispiaciuto il suo ambasciatore di avere riferito che quel pannello solare il cui funzionamento, tra l'altro, non lo aveva affatto convinto sembrandogli il filmato girato con i soliti trucchi hollywoodiani, sentito il Presidente il cui parere è legge, la proposta non poteva essere accettata.

Sulle stesse linee, più o meno, la risposta della Germania. Da un po' di tempo i due Paesi europei governavano con convergenza di idee al fine supremo di indicare ai partner europei la giusta via da seguire e, nonostante l'ambasciatore tedesco credesse sulla funzionalità del pannello solare, non era stato in grado di convincere il suo governo ad accettarlo.

La risposta dell'ambasciatore italiano era positiva, anzi, si complimentava per l'iniziativa. Tuttavia, doveva attendere il parere del governo che, considerato che la mozione prima di essere votata dai due rami del Parlamento, dovendo prima essere sottoposta ai tre sindacati, alla Confindustria e ai dicasteri interessati, sarebbe trascorso qualche anno.

La Spagna, invece, diceva di no. Ora che finalmente il Paese si stava facendo strada verso l'industrializzazione, non era proprio il caso di mollare tutto. E poi, l'aria del paese iberico - stesso parere del Portogallo - era pura e il mare delle sue coste più o meno colorate, più che limpido.

Quello dell'Olanda, in parte ricalcava il parere della Francia. Rotterdam essendo il porto più importante del mondo, non avevano alcuna voglia di vederne abbassare il livello. L'attività mercantile era troppo importante per questo piccolo Paese che con quella aveva colonizzato mezzo mondo. Grazie, no.

La Russia declinava. Nel doppio senso della parola: sia l'offerta dell'ONU che il suo livello politico. I vasti spazi della Siberia assorbivano già quel poco inquinamento che vi si produceva. Avevano mai, lor signori, respirato la purissima aria della Jacuzia-Sana ?

La Grecia, come l'Italia, dava parere positivo, ma aveva gli stessi problemi politici, cosicché non poteva impegnarsi prima di due o tre anni.

Ovviamente, tutti i paesi islamici produttori di petrolio, se nel vivere quotidiano si erano sempre guardati in cagnesco, presi più da problemi religiosi che da altro, rigettavano la proposta che, se messa in atto, li avrebbe impoveriti a tal punto che non avrebbero più potuto acquistare armi e mantenuto per i propri capi il livello di vita sardanapalesco in palazzi dalle Mille e una Notte.

La Cina era talmente vasta che lo scarso traffico non poneva alcun problema. E poi era un Paese in forte sviluppo grazie anche alla sotto lavorazione che gli passavano i paesi più industrializzati, Italia in primo luogo. Taiwan non aveva alcuna voce in capitolo.

Il Giappone rigettava quasi sdegnosamente tale offerta. L'economia del Paese vantava le sue solide fondamenta sulle industrie meccaniche ed elettroniche, i cui prodotti venivano esportati in tutto il mondo a prezzi decisamente concorrenziali. E poi, di che inquinamento parlava il signor Segretario Generale delle Nazioni Unite? Il Giappone essendo un conglomerato di isole più o meno grandi che si estendono nell'Oceano Pacifico per oltre duemila chilometri, ci pensavano già da sé i forti venti a spazzare in mare le polveri inquinanti.

Tutti i Paesi della Scandinavia erano concordi nel rigettare l'offerta in quanto che, oltre il cinquantesimo parallelo nord, l'aria era purissima e subiva un ricambio continuo grazie alle gradevoli folate di vento artico. Come si sa, il freddo mantiene bene qualsiasi cosa, anche se rallenta le funzioni dei neuroni…

L'Australia, nazione-continente godeva anch'essa della mancanza di polluzione. E, infine, si sarebbe rimessa al parere dell'Inghilterra.

Così anche tutte le piccole e grandi nazioni una volta facenti parti del Commonwealth britannico, India compresa che, con la sovrappopolazione di cui soffriva, stava facendo sforzi enormi per adeguarsi alle produzioni dei grandi paesi industriali. Prima il cibo e la religione. E, alla fin fine, il sacro fiume, oltre a ripulire l'anima delle genti, pensava lui a portare al mare tutto il liquame prodotto dalle attività degradanti, scarse, invero, visto che solo un indiano su mille possedeva un'automobile.

Tutte le nazioni dell'Africa, a esclusione di quelle islamiche, non avevano problemi di inquinamento dovute ai veicoli, giacché ve ne circolavano talmente pochi che i piedi erano il mezzo di locomozione più utilizzato - il famoso cavallo di San Francesco - tanto che avevano fruttato fama sportiva per le corse campestri o le maratone. E, cosa che li faceva inorridire, la possibilità di avere acqua potabile in abbondanza per coltivare le sterminate terre. Chi si sarebbe preso la briga di farlo ? Meglio svolgere il nobile mestiere di vu'cumpra'.

La Repubblica Sudafricana rispose un po' risentita. Che la lasciassero stare, poiché aveva grossi problemi da risolvere. Pensavano di aver trovato la soluzione con l'eliminazione dell'apartheid e invece, le grandi risorse venivano sfruttate dai soliti e alle genti di colore non restava che risolvere giorno per giorno il problema di unire il pranzo con la cena.

La lettera più interessante, preludio di quelle che Henry aveva scelto di leggere per ultime, cioè del Regno Unito e degli Stati Uniti, fu quella dell'Ucraina. Il più grande granaio dell'Europa, autosufficiente per la produzione di energia dalle sue famose centrali atomiche. Diceva: ‘Grazie, no. Di energia ne abbiamo anche troppa. Qualche anno fa ne abbiamo esportata dappertutto, nemmeno noi sappiamo dove sia andata a finire. Se per caso qualche Paese affiliato all'ONU volesse approfittarne…'

Il Canada, diplomaticamente, pur affermando il principio della Scandinavia che oltre il cinquantesimo parallelo non esisteva inquinamento, perché il freddo ne impediva gli effetti nefasti, il problema sussisteva nelle grandi città situate a ridosso degli Stati Uniti, cosicché si rimetteva alle decisioni della nazione confinante. Stessa determinazione del Messico e di tutti i Paesi del Centro America, Venezuela escluso che, avendo dato i natali al grande condottiero Simon Bolivar, ricalcava i sacri principi, assieme a Cuba, del comunismo per la felicità dei propri popoli.

I produttori laici di petrolio rigettavano in toto la proposta. Senza la produzione dell'oro nero, la popolazione sarebbe stata affamata. Non tenevano conto che questa tragica situazione esisteva da sempre e che i proventi delle estrazioni andavano in tasca ai soliti pochi…

I più piccoli Paesi del Sud America avrebbero aderito volentieri, ma non possedevano mezzi dove installare il meraviglioso pannello solare, mentre il Brasile essendo l'immenso polmone ossigenante del mondo, non ne vedeva l'utilità e l'Argentina, nazione di grandi tradizioni, era talmente prostrata dalle continue bancarotte finanziarie che non riusciva a capire quale fosse il suo problema più urgente da risolvere. Non di certo quello dell'inquinamento, almeno per il momento.

Diversa la situazione della Colombia, tutta presa a combattere i narcotrafficanti di cocaina. Era come un cane che si mordeva la coda. Avrebbero sempre giocato a guardie e ladri. Figuriamoci se avevano il tempo di pensare ad altro.

Ed ecco, finalmente, le due lettere tenute per ultime. Henry diede la precedenza a quella del Regno Unito. ‘La proposta è veramente allettante,' diceva, ‘ma pretendiamo che ove non si possa costruire il pannello, visto che ce ne sono già a disposizione per tutti, che ce ne venga riservata una quantità doppia rispetto agli altri Paesi, in specie Italia e Spagna e, inoltre, garantita la costruzione dei motori elettrici per tutte le nazioni che abbiamo colonizzato e di quelle che hanno fatto parte del Commonwealth, incluso Hong Kong. Inoltre, considerato che il Regno Unito fa parte della ristrettissima cerchia dei Paesi formanti il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, che si possa intervenire per dotare o meno del pannello certi Paesi in odore di fomentare rivolte o attentati.'

‘In virtù del fatto che la nostra è una nazione democratica,' incominciava la lettera dell'ambasciatore degli Stati Uniti, ‘siamo di massima d'accordo nell'accettare il vostro speciale pannello solare e che la sua installazione debba avvenire solo dopo vari esperimenti che dovranno tenersi esclusivamente nel nostro territorio. Per cui si diffida l'organizzazione delle Nazioni Unite a distribuirlo a tutti a esclusione di qualche esemplare all'Inghilterra che, a sua volta, osserverà rigidamente le nostre direttive. Non appena testato nel tempo minimo di due anni, saranno gli Stati Uniti, onde evitare che ne vengano in possesso i paesi canaglia che alimentano e supportano gli atti terroristici in tutti il mondo e segnatamente contro di noi, a indicare a chi e in quale quantità distribuire i pannelli solari di nuova concezione. Inoltre, avendo già dalla Prima guerra mondiale difeso militarmente i Paesi invasi dai cattivi nemici, è imperativo che il grosso della produzione dei nuovi motori elettrici sia affidata a industrie statunitensi.'

All'umorismo succedette, come non poteva non essere, una cocente delusione. Henry pensava di aver portato a termine la missione e già si rallegrava di ricevere le accettazioni promesse. Fu l'ingresso del dottor Benson nell'appartamento in cui era confinato, a restituirgli un po' di vivacità.

“Ha letto, vero, ingegner Campbell ? Scoraggiante !” sospirò.

“Forse non hanno visto bene l'esperimento,” rispose Henry, legato a un ultimo filo di speranza.

“L'hanno visto meglio di noi che eravamo presenti. L'operatore alla telecamera è stato molto attento ai particolari.”

“Non saprei che altro fare,” disse sconsolato Henry.

Benson annuì in segno di solidarietà. Poi, dopo averci riflettuto per qualche attimo, chiese: “Ma, davvero, lei… la sua organizzazione… vero che è un'associazione umanitaria ? Non potrebbe non esserlo, visto che lei non ha mai parlato di compenso… insomma… mi dica, ingegner Campbell… ma davvero sareste in grado di distribuire un miliardo e più di pannelli ? Scherzava, immagino, oppure voleva impressionare il suo uditorio per far sì che tutti accettassero ?”

“In un punto dell'Atlantico che non posso precisarle, vi sarà tra brevi giorni un mezzo navale carico di questi pannelli. Potrebbe arrivare in un luogo convenuto nelle coste di un Paese leale nel giro di poche ore e scaricare i pannelli che, ammassati in un aeroporto, verrebbero smistati in tutto il mondo con l'ausilio di aerei cargo che ciascun Paese invierà. Mi creda, sarebbe una cosa facile. Un pannello…” lo aveva in mano, lo soppesò e lo diede al dottor Benson perché facesse altrettanto. “Ha notato ? Appena duecentocinquanta grammi. Il carico completo sarebbe di duecentocinquantamila tonnellate. Per alcune nazioni basterebbe un solo aereo cargo per trasportare la quota di pannelli di sua competenza. Per altre, due o più. Cosa sarebbe mai di fronte alla salvezza dell'umanità ? Oltretutto, pensi al risparmio che ne deriverebbe nel non dover più usare i prodotti petroliferi con tutti i derivati.”

“Io non me ne intendo molto, ingegnere, ma anche se fosse, come fabbricare la plastica, gli olii lubrificanti e tutti i derivati, di cui non possiamo più fare a meno ? Le raffinerie dovrebbero lavorare lo stesso e, siccome la plastica è uno dei sottoprodotti del petrolio, cosa se ne farebbero delle benzine e delle nafte ?”

“Riconversione. È previsto anche questo,” replicò Henry, che non aveva ancora perso la speranza che tutti ritornassero sulle loro decisioni.

“Non sto a chiederle come, dato che non me ne intendo e spiegarmelo sarebbe tempo sprecato. Dopo avere assistito alla dimostrazione di quello che è capace di fare il suo pannello, di qualsiasi altra invenzione mi parli, io le credo.”

“Il Segretario Generale, dottor Benson, che cosa ha detto dopo aver letto le risposte ?”

“Dirle che ne è rimasto mortificato, sarebbe riduttivo. Si è chiuso nel suo ufficio e non vuole vedere nessuno. Ha parlato per telefono con tutti i capi di governo delle Nazioni più importanti, ma non c'è stato verso di far loro capire l'importanza di questa nuova invenzione. Ha pure minacciato di dare le dimissioni immediate, ma non ha sortito alcun effetto. Mi ha inviato da lei per assicurarle tutta la nostra assistenza nel caso volesse lasciare il Palazzo di Vetro. Le offre la posizione di diplomatico delle Nazioni Unite addetto a una nostra ambasciata e un jet executive per raggiungere un Paese di sua scelta dove non verrebbe disturbato. Io suggerirei la Cina. Là gli agenti della CIA o quelli dei produttori di petrolio non razzolano con tanta facilità. Che ne dice ?”

“Preferirei rimanere ancora un poco,” rispose con pacatezza Henry. “Potremmo fare un altro tentativo. Che ne direbbe se tutti gli ambasciatori assistessero di persona a un nuovo esperimento ?”

“Non è possibile, ingegner Campbell,” replicò Benson. “Come al solito, qualcuno ha fatto trapelare la notizia e domattina tutti i giornali ne saranno pieni. Sono riuscito a bloccare il servizio televisivo alla CNN. Se non lascia questa sede al più presto, domattina tutto il piazzale antistante il Palazzo di Vetro si affollerà di tanti giornalisti che nemmeno un topolino riuscirebbe a passare inosservato.”

“Peccato. Ringrazio lei e il Segretario Generale. Ma vede, io avrei un altro piano,” rispose Henry e gli illustrò quale fosse.

 

  ΩΩΩ

                                                   

In fin dei conti, era proprio un inguaribile ingenuo. Non conosceva le regole che muovono le passioni umane, se si eccettua il blando innamoramento della sua fidanzata.

Liza, di ritorno a casa nel tardo pomeriggio dopo le solite baldorie verbali con le sue amiche, si meravigliò che Henry non avesse fatto ritorno alla solita ora. Sapeva per esperienza che, di solito, come del resto la maggior parte degli americani, smontato dal lavoro, si recava nel bar preferito, il Bullock, a continuare di parlare di lavoro con uno dei suoi colleghi e, allo stesso tempo, scolarsi una o due birre, ma al massimo alle sette rientrava e, visto che quell'ora era trascorsa da più di trenta minuti, incominciò a innervosirsi. Ne fece passare ancora dieci, poi si attaccò al telefono e chiamò a casa dell'ingegner Whiting. Rispose la moglie dicendole che suo marito aveva telefonato per annunciarle che forse non sarebbe rientrato neppure per dormire, essendo molto impegnato per una questione di lavoro importantissima.

Da quel momento, la figlia del più grande petroliere d'America incominciò a fare il diavolo a quattro, coadiuvata da un bicchiere in più di bourbon, venendo a sapere tramite una soffiata di un agente del FBI, suo buon conoscente, che Henry Campbell si trovava nel Palazzo delle Nazioni Unite, non si sa bene a fare che cosa. Ma, dal momento che non ne era ancora uscito, doveva essere molto importante. Ovviamente, non le svelò, trattandosi di segreto di stato, quale ne fosse la vera ragione, seppure le anticipasse che, secondo lui, vi avrebbe passato la notte.

E la viziata figlia del miliardario Limerick, anziché starsene tranquilla, disturbò con la sua petulanza tutti i distretti di polizia allertandoli dicendo loro che il suo fidanzato era stato ‘rapito' e, non ricevendo l'assicurazione di un loro immediato intervento, telefonò alle redazioni dei più importanti quotidiani e alle reti televisive, in primis alla CNN che, a quel punto, non poté non allertarsi.

Alle sei precise, quando stava rilassandosi da nemmeno mezzora, il dottor Benson suonò alla porta dell'appartamento del Segretario Generale. Venne introdotto nella sua zona privata.

“Bisogna attuare il piano di fuga dell'ingegner Campbell all'istante. Di sotto c'è pronta l'equipe della CNN e una serie di giornalisti delle più importanti testate dei quotidiani. Ho parlato con il dirigente della CNN, il quale mi ha spiegato che pur avendo concordato con noi di rimandare il servizio a domani, essendosi sparsa la notizia, pare per colpa della signorina Limerick, fidanzata del nostro ospite, non possono procrastinare il loro intervento per non essere sopravanzati dalla Fox News e, addirittura, dalla carta stampata.”

“Cosa consiglieresti di fare, allora ?” chiese il Segretario Generale.

“Anticipare la partenza di Campbell.”

Il Segretario Generale allargò le braccia in segno di resa.

“D'accordo. Pensa tu a tutto. Hai carta bianca. Ho ospiti a cena e non desidero alcun trambusto in casa mia. Fortuna che questo appartamento è molto grande. Vai nella zona ospiti e convinci il giovane a partire subito.”

“Debbo mettere in atto il piano dell'ingegner Campbell o il nostro 12 bis ?”

“Segui pure le sue istruzioni. Saremmo meno in imbarazzo, ti pare Peter ? E… buona fortuna !”


  ΩΩΩ

                                                               

Aveva avuto il tempo di montare i mirillini e farne un computer portatile di rara potenza che collegò con un pannello solare che, oltre a dargli l'energia necessaria per funzionare, fungeva anche da schermo. Un rapidissimo calcolo gli suggerì la destinazione dove l'aereo delle Nazioni Unite doveva atterrare: Port-au-Prince nell'instabile Repubblica di Haiti. Che, appunto per la sua instabilità politica interna, non era affollata, come tutti gli altri Paesi, di spie o dei cosiddetti attaché diplomatici.

Doveva avvicinare un certo Hyppolite Charles, nome importante per un umile pescatore, la cui unica ricchezza consisteva in una barchetta non adatta a inoltrarsi troppo in mare aperto. Cosicché ogni volta che si recava a pesca, non veniva controllato dalla polizia allo scopo di impedirgli di sconfinare nella Repubblica Domenicana. Quel fragile scafo non sarebbe stato in grado neppure di attraversare il Canale di Saint Marc per arrivare all'Ile de la Gonave, figuriamoci se poteva, sia pure costeggiando, arrivare e Cap Dame Marie e da lì, a Cabo Rojo, località dove di solito approdavano i fuggiaschi, giacché a Pedernales i domenicani li avrebbero respinti al largo o arrestati per rinviarli nei loro luoghi di origine. Erano già troppi quelli entrati clandestinamente e la Repubblica Domenicana, sebbene un po' arricchita dal turismo di massa, non disponeva di sufficienti risorse nemmeno per i suoi abitanti, anch'essi aumentati a dismisura negli ultimi tempi.

Nella sua povera casupola sulla spiaggia nei pressi di Troutier, a nord della Capitale e a breve distanza dall'aeroporto, Hyppolite Charles viveva solo. Aveva perduto la moglie da poco, consunta dal dolore per la morte del loro unico figlio Toussaint, ucciso da un proiettile vagante sparato da un poliziotto durante il primo tentativo di impeachment del presidente Aristide. Il povero Toussaint si trovava solo per caso a Port au Prince, assieme a un suo amico, andatici in cerca di un lavoro qualsiasi. La famiglia, per quella disgrazia, aveva ricevuto un indennizzo in denaro che non aveva potuto rifiutare visto che il primo desiderio della madre affranta era stato quello di dare una degna sepoltura all'amatissimo figlio. Con il resto della somma, Hyppolite aveva fatto rimettere a nuovo la barca, calafatata e verniciata di un bel colore azzurro-mare e una sottile striscia, sul bordo, di un rosso sangue, per ricordare quello che aveva versato inutilmente suo figlio.

Al resto avrebbe pensato Henry. Disponeva di un'ingente cifra in dollari, tutti in contanti in pezzi da cinquanta e da cento. Avesse solo sventolato una di quelle banconote sotto il naso di un haitiano di strada, costui si sarebbe prestato a fare qualsiasi servizio pur di guadagnarsela. Ed era proprio nel progetto del suo computer che si procurasse un motore elettrico e, a parte, per non destare sospetti, un asse con un riduttore di giri e un'elica. Con l'aiuto di Hyppolite, che le sue informazioni gli indicavano essere disponibile, non gli sarebbe stato affatto difficile montare il motore sulla barca, che avrebbe opportunamente zavorrato a prua per evitare che il potente propulsore la facesse impennare, dato che doveva imprimere al natante una velocità superiore a quella di un eventuale motoscafo-vedetta della guardia costiera haitiana.

Hyppolite Charles avrebbe perduto la sua preziosa barchetta, ma per poco. Con la grossa somma di denaro che gli avrebbe lasciato, se ne sarebbe comprata un'altra e, con il resto, campato dignitosamente fino alla fine dei suoi giorni. Il computer gli aveva pure indicato che l'uomo era abbastanza accorto da non svelare nulla del piano che ancora non conosceva né, in seguito, fatto insospettire gli agenti che in quella località dimenticata non circolavano quasi mai, circa il suo improvviso arricchimento.

Di buon mattino, indossata la divisa da agente della sicurezza interna, Henry fece da scorta non armata al dottor Benson fino al garage sotterraneo e s'imbarcò a fianco dell'autista nella limousine che uscì all'aperto senza che nessuno li fermasse, salvo qualche giornalista più curioso, che controllò con attenzione se per caso là dentro ci fosse quel fenomeno di ingegnere che si riportava via l'invenzione di cui tutti parlavano, poiché più di qualcuno non aveva creduto che si fosse trasferito in Italia.

Poi l'auto filò senza intoppi per tutta Little Italy, sottopassò il fiume Hudson attraverso lo Holland Tunnel e imboccò l'autostrada 78 per fermarsi al parcheggio nella zona Business dell'International Airport di Newark, nel New Jersey. Il dottor Benson, facendo strada al suo protetto, si recò nella parte riservata al corpo diplomatico dove Henry poté comodamente cambiarsi d'abito, un elegante completo estivo che gli era già stato preparato.

Pareva che nessuno si fosse accorto della sua fuga. Alcun giornalista in vista e, meglio ancora, nessuna persona che si potesse sospettare essere una spia. Avevano lasciato una New York che si era annuvolata durante la notte ed ebbero la sorpresa di godere di un sole rutilante che metteva in bella vista il bel CESSNA 750 Citation X, interamente bianco, senza alcun emblema dell'ONU, ma dichiaratamente di sua proprietà, giacché Benson quando vi entrò per primo, venne salutato dal personale di bordo. Da due dei tre piloti e da una delle tre hostess, in maniera abbastanza cordiale, il che dimostrava non fosse la prima volta che il diplomatico viaggiava con quell'equipaggio. Un altro comandante pilota, che per l'occasione fungeva da navigatore e due hostess, dovevano essere stati aggiunti all'ultimo momento. Ma pareva fosse nella norma, dato che il dottor Benson non se ne diede pensiero.

Una corsa veloce sulla pista, un'impennata di trenta gradi e via verso sud. In appena quattro ore sarebbero atterrati all'aeroporto internazionale Port au Prince di Haiti.

L'interno del jet executive era un elegante salotto diviso da una doppia parete dal cockpit e da un'altra, in coda, dalla zona galley dove le hostess preparavano i generi di conforto per il viaggio. Henry, non essendo abituato a mangiare durante il giorno, declinò l'invito a fare una colazione sostanziosa com'era in uso tra i suoi connazionali cosicché, per non scontentare il dottor Benson, il quale aveva ordinato un breakfast completo, optò per un caffè nero, che si servì dalla stessa caffettiera da cui attingeva il suo accompagnatore.

La sua apprensione era motivata dal fatto che tra le tre hostess, in considerazione che il jet, in rispetto ai parametri internazionali, poteva volare con due piloti e una sola di loro oppure, in casi particolari, con una in più, si celasse un agente della CIA. La terza, dunque, gli fece sospettare che fosse stata aggiunta per tenerlo sotto controllo. Aveva bisogno di consultare il computer portatile, ma non voleva che le tre ragazze, tra l'altro una più bella dell'altra ed elegantissime, fasciate in una uniforme beige che metteva in evidenza il loro corpo sottile e un incarnato abbronzato, glielo vedessero. La sua forma era molto strana per un qualsiasi easy-note. Non aveva tastiera né mouse, ma lui poteva interagirvi con il semplice sguardo. Non sarebbe stata questa l'azione che avrebbe dato adito a sospetti, poiché guardare un quadretto naif poteva essere una cosa abbastanza regolare, sennonché sullo schermo sarebbero apparse immagini sempre diverse con strane scritte, mappe di città e carte geografiche di ampie zone oppure, addirittura, l'itinerario che stavano percorrendo in cielo con la distanza verso la destinazione finale che via via si accorciava. Né poteva chiedere al dottor Benson, in quel momento tutto preso a gustare un'abbondante colazione, di allontanare le hostess che lo stavano servendo con una tale cordiale riverenza nemmeno fosse un re.

Un'ora dopo tutto era finito, il tavolo sparecchiato e, finalmente, Benson, sistematosi sull'ampia poltrona e accavallate le lunghe gambe come si fosse appena seduto, rivolse la parola al suo compagno di viaggio, il quale in quel momento stava pensando come approfittare dell'assenza delle hostess per estrarre il pannello dalla sua inattaccabile valigetta in calotex.

“È inconcepibile che un americano non consumi un sostanzioso breakfast il mattino. Come mai, ingegner Campbell ? Si sente stressato dal viaggio ? Guardi che è tutto nella norma. Non c'è niente di cui preoccuparsi, mi creda. Tra poco più di due ore atterreremo ad Haiti e imbarcheremo su una macchina di servizio che ci attende sulla zona di parcheggio. Con quella andremo difilati, senza alcuna operazione doganale e di polizia, alla Missione Civile ONU dove studieremo il da farsi. A meno che lei non abbia un altro programma.” 

“Desidererei soltanto consultare il mio computer portatile, dottor Benson…” rispose Henry con un sorriso, ma poi facendo cenno con il mento in direzione del galley, aggiunse accigliato, “senza che loro, però, circolino da queste parti.”

“Non deve aver timore del nostro personale navigante. Sono a prova di sicurezza,” replicò il funzionario.

“Non se ne abbia a male, dottor Benson,” disse con voce piana Henry. “Sa bene come fanno presto a circolare le voci. È appunto per quello che siamo in viaggio.”

“Al Palazzo di Vetro era diverso. La notizia era stata divulgata a tutti gli ambasciatori accreditati all'ONU e lei capisce che… insomma qualcuno dei numerosi segretari o assistenti, si sia fatto sfuggire qualche indiscrezione…”

“Indiscrezione, dottor Benson ? Ma se i giornalisti, tra poco ne sapevano più di noi !”

“Cosa vuole che possa capire una semplice hostess, se lei si mette a lavorare sul suo computer…”

“Ma è lo stesso pannello solare, mister Benson !”

“Davvero ?” fece l'importante funzionario sgranando tanto d'occhi. “Ma allora questo ritrovato è un vero e proprio portento !” Poi sorridendo malizioso: “Non è che poi verrò a sapere che con quello ci cucina pure !”

“Certamente !” rispose piccato Henry. “Essendo un trasformatore di energia, se lo si collega con una piastra elettrica, può fare anche quello.”

Nel frattempo, proprio quando Henry, forte delle assicurazioni del dottor Benson, estratto il pannello dalla borsa e pronto per il collegamento grazie all'assemblaggio dei mirillini, stava inviandogli impulsi con lo sguardo, una delle hostess, guarda caso proprio la terza, colei che era stata aggiunta per l'improvvisata trasvolata, entrò nel salotto e con fare deferente, dopo essersi avvicinata a Henry, gli chiese se per caso voleva un succo d'arancia, non senza però non osservare attentamente cos'era apparso sullo schermo del monitor. Era la mappa dell'aeroporto di Port-au-Prince con tutte le direttrici che portavano al centro città e, segnatamente, alla Missione Civile dell'ONU, su cui un led verde si illuminava con veloce intermittenza.

“No, grazie,” fu la laconica risposta un po' seccata di Henry che, con un'ingenuità da ragazzino, rigirò lo schermo sulle sue ginocchia, mostrando il pacchetto dei mirillini collegato al pannello. Era a quanto pare quello che l'assistente di volo voleva vedere, perché gli rispose con in tono soddisfatto: “È un peccato che non la beva, signore. Sarebbe il giusto apporto di vitamina C per la giornata. Comunque, gliela lascio sul tavolo,” e infilò il lungo bicchiere nell'apposito cerchietto affinché non scivolasse a terra in caso di un'eventuale imbardata dell'aereo.

Che avvenne quasi subito. Un vuoto d'aria improvviso fece cadere di qualche centinaio di piedi il velivolo costretto a una pericolosa rotazione sul suo asse, proprio quando avevano iniziato a sorvolare il Golfo del Messico.

Imprudentemente, Henry lasciò perdere di consultare l'elaboratore. C'era il fondato timore che gli impulsi che aveva inviato fossero stati la causa della perdita di quota e, difatti, il co-pilota poco dopo uscì dal cockpit e, rivolgendosi al dottor Benson, disse: “Ci scusi per l'improvviso abbassamento di quota, dottor Benson. Vi ha forse causato qualche guaio ?”

“No, capitano. Non si è rovesciato nemmeno il bicchiere. È normale, mi pare. Un semplice vuoto d'aria.”

“Non era un vuoto d'aria, signore,“ rispose il secondo pilota e guardando Henry, “se mi posso permettere…”

“Ma certo, dica pure, capitano.”

“Il comandante mi ha mandato apposta a riferirglielo. È accaduta una cosa strana. Ma non si preoccupi, ora è tutto sotto controllo. Tuttavia, c'è stato un momento in cui l'automatico si è disinserito da solo e per una decina di secondi tutti gli strumenti non rispondevano più. In questo momento sta pilotando di persona. Se lo desidera, può venire in cabina a parlargli.”

“Credo…” bisbigliò Henry all'orecchio del dottor Benson, non appena il co-pilota ritornò al suo posto, “che sia stato io a causare quel piccolo inconveniente.”

“Ah, il suo pannello trasformato in computer. Forse che…”

“È sulla strada giusta, dottor Benson,” rispose Henry, mentre bloccava con lo sguardo la solita hostess che aveva sollevato la tenda del divisorio per avvicinarsi con la scusa di riprendersi il bicchiere ancora pieno. Benson le fece cenno di rientrare nel galley.

“Mi interessa saperlo,” chiese a Henry rimasto con la frase a metà.

“Il semplice funzionamento del computer non genera interferenze con gli strumenti di bordo. È appositamente schermato. Solo che…”

“Solo che ?”

“Ho dovuto trasmettere un ordine che è durato appena cinque secondi.”

“Ah, dunque!” sbottò bonariamente Benson. “È pure una radio trasmittente. Un vero e proprio prodigio ! E pensare che tutto il mondo lo ha scartato. Santo Cielo, quanto siamo stupidi noi uomini !”

L'ultima parola suscitò in Henry un sorrisino spontaneo, per mascherare il quale disse: “Si ricorda del miliardo e più di pannelli come questo, da approntare per essere distribuiti come primo anticipo ?”

“Certo, ingegner Campbell e mi chiedevo come diavolo venissero trasportati e chissà con cosa, poi !”

“Ne sono già stati costruiti trecento milioni, pronti per la consegna e si trovano sotto di noi, a centocinquanta metri sotto la superficie del mare di un punto imprecisato del Golfo del Messico. Non di certo sparsi a galleggiare, bensì a bordo di un grande natante sottomarino che si sposta autonomamente alla velocità di trenta nodi.  Gli ho inviato l'ordine di ritornare al punto di partenza, in attesa degli eventi.”

“E dove sarebbe questo suo ‘punto' ?”

“Lontano, dottor Benson, molto lontano. In una località a tutti sconosciuta.”


4    - HYPPOLITE CHARLES

 

  Stranamente, nonostante Henry si fosse guardato bene dal commettere un'altra imprudenza, tutto filò liscio. Il jet executive atterrò e, al completo spegnimento dei due motori, una hostess aprì lo sportello di uscita facendo distendere la scaletta. Fiotti di aria caldo-secca invasero la carlinga dell'aereo e Henry, nel discendere dietro al dottor Benson, dovette socchiudere gli occhi per la luce accecante del sole, cui non era abituato. Scorse appena la limousine che li attendeva, ma dovette sottostare, assieme al suo accompagnatore, all'inevitabile rito di presentazione al ministro degli esteri della Repubblica di Haiti, il quale si era scomodato per venire a porgere i suoi ossequi al capo della diplomazia delle Nazioni Unite.

L'importante uomo politico, pur essendo stato messo al corrente dal suo ambasciatore all'ONU circa la rivoluzionaria invenzione dell'ingegner Campbell, non ne fece alcun cenno, forse per non incuriosire più del dovuto i quattro uomini del suo seguito. Del resto, il suo Paese aveva bisogno in primis di generi di prima necessità e di corposi investimenti e non di certo di un propulsore per le scarse automobili che vi circolavano.

Ciò fece riflettere Henry sulle insufficienti conoscenze che gli ambasciatori accreditati alle Nazioni Unite avessero avuto sul suo pannello solare e sospettare che qualcuno si fosse dato da fare per un'istruttiva, quanto convincente contro-informazione.

Non se ne diede pena, giacché il programma era già stato stabilito dal suo calcolatore a mirillini e, una volta ripartito il dottor Benson con il suo aereo di lì all'indomani come avevano convenuto, lui sarebbe riuscito a confondersi tra la popolazione come un turista qualsiasi, anche se ad Haiti ne arrivassero pochi, fatti salvi i francesi o creoli-francesi che vi approdavano con il frequente volo Air France che vi atterrava da Pointe-à-Pitre nella Guadalupa o da Fort de France nella Martinica.

Ebbe appena il tempo di fare un'escursione in città per rendersi conto della situazione ma, non potendosi portare sempre la valigetta appresso, dovette smontare i mirillini com'erano in origine e cioè piccoli pezzi a forma di quadrato, rettangolo, triangolo e rombo, un incrocio approssimativamente tra il gioco del domino e quello del puzzle oltre ai pannelli solari, nella valigetta in calotex, praticamente inattaccabile come una compatta lastra di acciaio. Per maggior precauzione la chiuse nella cassaforte a muro di cui era dotato il piccolo appartamento che gli avevano messo a disposizione in quella Missione dove, secondo i suoi gusti, circolava troppa gente. Tra questa anche il secondo comandante pilota che durante il viaggio aveva assolto l'inutile incarico di navigatore e le due hostess in eccedenza, i quali, trascorsi tre giorni di riposo, avrebbero fatto parte dell'equipaggio di un altro aereo delle Nazioni Unite in arrivo dal Brasile.

Appunto per non avere contatti con queste persone, che tuttavia non interferirono affatto durante le brevi ore che passò alla Missione, in parte trascorse durante un lungo pranzo serale con invitati di riguardo, durante la quale mangiò con discreto appetito essendo digiuno dal giorno prima  e di otto ore di sonno ininterrotto sebbene dalla finestra della sua camera trapelassero lame di luce disturbatrici, il mattino uscì con tutto il suo bagaglio, che era poi la sola valigetta e andò alla ricerca di un alloggio abbastanza anonimo. Lo trovò il centro città, in Rue Capois, all'Hotel Plaza.

Da là telefonò al dottor Benson per ringraziarlo dell'assistenza ricevuta e per augurargli buon viaggio di ritorno. Se tutto fosse andato bene, lo avrebbe ricontattato.

‘Se tutto fosse andato bene'. Una frase che non doveva entrare nel vocabolario di Henry Campbell. Eppure, da quando era stato vittima della reazione dell'ingegner Whiting e poi di tutti coloro cui aveva offerto la possibilità di risolvere il problema dell'inquinamento con il nuovo, rivoluzionario ‘combustibile', aveva perso fiducia negli uomini e, alla fine, anche in se stesso. Tutto ciò, malgrado i sofisticatissimi apparati di Kallitala e l'autorevole parere di Proteo, non era stato previsto. Ma con gli uomini tutto era un'incognita, nemmeno si trattasse di una complicata equazione e poi, per Henry era trascorso troppo tempo da quando aveva fatto ritorno da Key West. Le sue difese psico-immunitarie si erano deteriorate e adesso, a distanza di una settimana, sentiva di aver perso le particolari sensibilità di cui era dotato. Non percepiva più bene la vicinanza di una persona né le sue intenzioni e doveva fare ricorso, per vedere meglio e per calcolare ogni imprevisto e, soprattutto, per intuire le intenzioni del prossimo, all'elaboratore mirillinico portatile. Poco pratico, però, dato che, montato come tale, non poteva essere alloggiato nella valigetta. Per cui, Henry ogni volta doveva prepararselo in un luogo appartato – in camera d'albergo – e smontarlo dopo l'uso. Una grande perdita di tempo, perché il montaggio dei mirillini doveva essere fatto con uno schema preciso che il giorno prima, sull'aereo in volo per Haiti, conosceva a menadito, ma che ora, invece, la sua memoria, resa labile dal troppo tempo trascorso all'aria aperta del mondo occidentale, lo obbligava a fare ricorso al manuale.

Si era dimenticato pure del pescatore e del luogo dove abitava. Come doveva, poi, presentarsi a lui per non ingenerare sospetti. Era necessario, quindi, cambiarsi il vistoso abito chiaro che indossava e, volendo farsi credere un turista, sia pure con una stonata valigetta color cuoio in mano, si rendeva necessario che si procurasse un abbigliamento adatto.

Trovò tutto quello di cui necessitava in un negozio poco distante dall'albergo, il cui proprietario, talmente lieto di aver venduto tutta quella roba a un solo cliente, toccò il vertice della felicità quando Henry gli disse che aveva solo dollari in banconote minime da cinquanta e se per caso ne bastava una di queste per pagare tutto quello che aveva acquistato...

“Cee…rrr…to, signore !” aveva risposto il negoziante, con voce rotta dall'emozione.

Il prezzo intrinseco della merce, rapportato alla valuta statunitense, non superava i dodici dollari. E, forte dell'assioma che, contento il cliente, lui non doveva esserlo da meno, fece attendere Henry appena un quarto d'ora per adattargli lui stesso, visto che faceva anche il sarto, i pantaloni jeans alla sua statura.

Henry si informò presso la reception sugli orari delle corriere per raggiungere il villaggio di Troutier, a circa nove chilometri dal centro città. C'erano diversi autobus durante la giornata, in particolare verso la cittadina di Blanchard, alcuni dei quali si spingevano fino al villaggio sul mare. Il suo calcolatore aveva segnato il luogo preciso dove si trovava la capanna di Hyppolite, oltre un chilometro verso la parte più ghiaiosa della spiaggia di sabbia. Recarvisi a piedi, seppure con la sua levità che, come le altre sensibilità, ancora non aveva perduto, avrebbe dato nell'occhio specie con la vistosa valigetta in mano. Decise che, vestito di tutto punto come un turista di medio livello, sarebbe stato meglio se si fosse confuso tra la folla e, in particolare sul torpedone che faceva servizio verso i paesini sulla costa fino a Port Bambou e, di sicuro, non prima dell'indomani. Doveva accertarsi che nessuno lo tenesse sott'occhio. Se per caso avesse incontrato quella hostess aggirarsi per la città…  ma non incontrò nessuno che avesse già visto.

Alle nove dell'indomani mattina pagò il conto all'albergo e si recò a piedi verso la zona portuale, faticando non poco a convincere i vari tassisti che preferiva fare una passeggiata. Per fortuna il contabile dell'Hotel Plaza gli aveva dato come resto ai dollari parecchia valuta locale, per cui poté pagare l'infima cifra per viaggiare con l'autobus. Alle dieci era già a Troutier, mescolato a una folla variopinta che sciamava nelle strette stradine. Fece un giretto nel mercatino all'aperto, tenendo la borsa non per il manico, ma sottobraccio per dare l'idea che non avesse troppa familiarità con un oggetto che denota l'uomo di affari e acquistò un cappello di paglia a larghe tese abbastanza sfilacciate. Con quello in testa, guardandosi bene attorno, prese a camminare sulla battigia e piano piano, con fare indifferente, finalmente arrivò alla capanna di Hyppolite Charles.

Lo vide che stava rappezzando una rete e lo osservò con attenzione, nonostante gli desse le spalle. Era come glielo aveva descritto il suo elaboratore a mirillini. Un uomo ancora nel pieno vigore, capelli ancora neri, spalle quadrate da rematore, collo taurino e un'indiscutibile abilità nel cucire le reti, visto che lo faceva velocemente e senza sbagliare maglia. Il leggero scricchiolio delle piccole ghiaie che Henry pestò, attirò l'attenzione di Hyppolite, il quale si girò e, senza dire una parola, guardò Henry negli occhi e, come per un tacito accordo, depose gli strumenti di cucito su una tavoletta di legno e si alzò, andandogli incontro.

“Il signore è venuto fin qui… per me ?” chiese con voce monocorde.

“Sì,” rispose laconicamente Henry. “Sono l'ingegnere Henry Campbell.”

Il pescatore annuì vistosamente con la testa. “La mia barca è pronta, signor ingegnere,” aggiungendo alle parole il gesto a indicarla che galleggiava a pochi metri. 

“Devo procurarmi alcune cose. Potresti indicarmi qualcuno che me le possa trovare con una certa discrezione ?”

“Certo, signore. Paul sarebbe l'uomo adatto.”

“È  fidato ?”

“Se è ben pagato, certamente sì, ingegnere. È senza lavoro da un mese e ha due bambini piccoli.”

“Nessun problema per questo. Quando posso vederlo ?”

“Anche subito,” rispose Hyppolite che, mettendosi due dita in una bocca semi sdentata, emise un lungo fischio acuto.

Da una casupola verso l'interno, a oltre cento metri da loro, arrivò un altro fischio di ricevimento e, cinque minuti dopo, si presentò un mulatto mingherlino di media altezza, con un accenno di barbetta sul mento che gli allungava il viso un po' troppo tondo dove due occhi spiritati non stavano mai fermi.

“Ecco Paul Lavalle,” fece Hyppolite Charles. “Paul, il signor ingegnere vorrebbe dirti una cosa.”

Quale modo migliore per convincere quell'uomo, sembratogli piuttosto astuto, che mostrargli il denaro americano? Tuttavia, nella sua non bastevole conoscenza degli uomini, Henry fu piuttosto imprudente perché tirò fuori dalla tasca uno dei diversi pacchi di banconote da cento dollari, che gli occhi furbetti di Paul calcolarono ammontassero alla discreta somma di diecimila.

“Ti do una buona mancia se mi procuri un motore elettrico, un asse in acciaio con un'elica e un riduttore di giri,” chiese Henry, guardandolo negli occhi talmente fisso che quasi lo ipnotizzò. Hyppolite, indifferente al pacco di denaro, interrogò con lo sguardo l'americano.

Il quale spiegò ai due uomini che il materiale richiesto gli serviva per installarlo nella barca del pescatore. Soprattutto che il motore elettrico poteva essere anche quello di un grosso tosaerba oppure, meglio ancora, di un piccolo tornio.

“Ma ingegnere…” domandò stralunato Paul Lavalle, “a che le serve un motore elettrico sulla barca, mica c'è la corrente elettrica a bordo! Semmai uno a benzina.“ E, prima che Henry replicasse, aggiunse: “Conosco una persona che vorrebbe vendere il suo fuoribordo da quindici cavalli. A un buon prezzo, sa !”

Sul volto di Hyppolite nacque un sorrisino come di uno che sa già.

“No, Paul. Voglio quello che ti ho chiesto. Hai davvero voglia di farlo ?” E, come il mulatto scuoteva la testa in senso di assenso, Henry rincarò la dose: “Ti senti veramente in grado di farlo ?”

“Sì, signor ingegnere,” rispose Paul con voce umile.

“E in quanto tempo ?”

“Giusto quello che mi serve per andare a Blanchard. Ho un amico che fa il fabbro e può procurarmi il motore di un tornio…”

“E l'asse con l'elica e il riduttore ?”

“Facile. Quella roba la posso comprare nel negozio di attrezzature navali. Se avessi una macchina…” fece pensieroso. “Mi sbrigherei in meno di due ore.”

“Eccoti mille dollari e cento gourdes. I primi per acquistare il materiale e la moneta haitiana per pagare il taxi. Pensi che bastino ?”

“Certo, signore. Ne avanzano pure !”

“Bene, non tirare sul prezzo, però. Paga quello che ti chiedono. Come compenso, al tuo ritorno con il materiale, ti darò altri mille dollari. Ma, mi raccomando, non dire chi ti manda e a cosa serve il motore elettrico. Per quanto riguarda l'asse con elica e riduttore, sono convinto non curioseranno,” e, rivolgendosi a Hyppolite Charles che finora non aveva mosso ciglio, gli chiese con fermezza: “Mi posso fidare ?”

Il pescatore si avvicinò al mulatto e gli disse qualcosa all'orecchio. “Sì, signor ingegnere,” rispose Hyppolite. “Ne rispondo io personalmente. Paul Lavalle con quei mille dollari può far campare bene la sua famiglia per almeno due anni. Per lui è una vera manna dal cielo.”

Partito il mulatto, Henry volle visitare la casupola del pescatore. Linda era la definizione giusta per com'era tenuta. Ma era misera e mancava pure del bagno. Hyppolite gli disse che tenendola così pulita come aveva sempre fatto sua moglie, era come riaverla vicina e, infine, disponeva di tempo per fare tutto, considerato che la pesca era abbastanza soddisfacente e non lo obbligava a stare in mare più di tre o quattro ore. Usciva la mattina presto quando il meteo lo permetteva e appena ritirato il palamito, al quale abboccavano un numero abbastanza consistente di pesci, se ne tornava a riva dove trovava ad attenderlo l'unico commerciante di pesce di Troutier, che glielo acquistava tutto. Viveva così, ebbe a dire, finché le forze avessero tenuto. Dopo…

“Al dopo ci penso io, Hyppolite,” lo rincuorò Henry e mentre il pescatore rimaneva dentro la casetta a svolgere le sue piccole incombenze, Henry si tolse le scarpe, calze e blue jeans – sotto aveva il costume da bagno – e raggiunse la barca ormeggiata a tre metri dalla battigia, su un fondale sabbioso che non superava i cinquanta centimetri. Ci si imbarcò e cominciò a studiare l'interno per vedere come installarvi il motore e l'asse dell'elica.

Sulla spiaggia non c'era nessuno. Aprì la valigetta e montò in pochi minuti il pannello ai mirillini, trasformandolo in calcolatore. Che gli indicò dove piazzare il motorino e dove fare il buco per passarvi l'asse dell'elica. Memorizzò il progetto, smontò il tutto e richiuse la valigetta. Non c'era timore che se gli fosse scivolata in acqua si guastasse qualcosa del suo contenuto. Il calotex era una sostanza che la rendeva galleggiabile, oltre a essere impenetrabile ai liquidi.

Fece cenno a Hyppolite che, uscito dalla casa, lo stava guardando con curiosità, di raggiungerlo sulla barca. E quando fu a bordo, gli disse: “Sai già che ti compro la barca. Ma te ne darò un prezzo tale che non solo potrai comprartene una nuova e più grande di questa, ma ti aiuterà a vivere agiatamente per molto tempo.”

Il pescatore non chiese quanto aveva stabilito di dargli. Gli impulsi che aveva ricevuto dall'elaboratore a mirillini, gli avevano già spiegato tutto.

“Hai gli arnesi per fare un buco sulla poppa ?” domandò Henry.

“Ho tutto nel piccolo laboratorio annesso,” rispose Hyppolite facendo segno con il mento verso una cabina di latta appoggiata al retro della casa.

“Bene. Quando tornerà Paul, dovremo metterla in secco e fare il lavoro.”

“È meglio che lo facciamo noi due soli, signor ingegnere,” fece Hyppolite.

“Perché ? Non mi avevi detto che questo Paul Lavalle era sicuro ?”

“Oh, certo ! Ma quando avrà i soldi che gli ha promesso, non lo sarà più.”

“Strano,” fece Henry dubbioso. “Non capisco.”

“Non conosce bene gli uomini lei, ingegnere. È ancora molto giovane. La mia esperienza mi dice che anche il buon Paul, quando intascherà i mille dollari, si sentirà un altro e non sarà contento fintanto non si confiderà con qualcuno. Prima, magari solo con la moglie e dopo…”

“A me serve riuscire ad allontanarmi con la tua barca. Mi bastano due ore in modo da oltrepassare le acque territoriali di Haiti.”

“Ma lui lo farebbe anche prima, ingegnere.”

“Bene, Allora non lo pagherò che… anzi, consegnerò a te il denaro da dargli due ore dopo la mia partenza. Così, non appena arriverà con il materiale richiesto, ci aiuterà a tirare in secco la barca, a installare il motore ed a fare il buco per l'asse dell'elica.”

“Buona idea, ingegnere. Lei è molto intelligente…” rispose il pescatore, “anche se ancora parecchio ingenuo.”

L'attesa che il mulatto ritornasse fu piuttosto snervante per Henry, mentre per Hyppolite sembrava cosa usuale, tanto che finì il lavoro che aveva interrotto. Messo a stendere al sole il tramaglio, iniziò a dipanare uno dei due palamiti sistemandoli nella cassetta apposita e lo faceva con abilità sorprendente, poiché ogni due giri infilava l'amo nel sughero. Henry seguì le mosse ripetitive del pescatore, ma quando le trovò noiose, decise di tirare da solo la barca in secca. Ci provò, guardato di sottecchi da Hyppolite. Prima la sganciò dal corpo morto che la teneva ferma sull'acqua, poi tirandola a sé per la poppa, la fece incagliare nella sabbia della battigia. Con la forza di cui disponeva sarebbe stato uno scherzo portarla all'asciutto. Vi ci provò, sicuro di strappare un'esclamazione di meraviglia da parte di Hyppolite ma quando, afferratala saldamente per le due battagliole di poppa, provò a trascinarla, la barca scivolò sulla sabbia per appena cinque centimetri, ma poi vi rimase incagliata.

‘Diamine !' esclamò tra sé, ‘sto perdendo anche le forze… se quel mulatto non arriva in tempo, non potrò nemmeno prendere il largo.'

Sembrava che Hyppolite sapesse quello che gli stava accadendo. Si avvicinò e gli disse con il tono di un padre benevolo:  “Non tema, ingegnere. Paul arriverà per tempo. Sono passate appena due ore… e poi, con il compenso che gli ha promesso, quello si metterà le ali ai piedi.”

Aveva appena terminato di dirlo, che una macchina sgangherata arrivò con un rumore di ferraglia e si fermò nello spiazzo antistante la casupola del pescatore.

Ne scese un Paul tutto gongolante, il quale, anziché affaccendarsi con il conducente per scaricare quello che aveva acquistato, corse versò Hyppolite per esternargli la soddisfazione di essere riuscito a reperire il materiale richiesto. Rivolgendosi poi a Henry, con il tono più rispettoso che gli riusciva: “Signor ingegnere, siamo a posto. Ho avuto fortuna. Lei non se l'aspettava, vero, che avrei trovato tutto ?”

“Niente affatto,” rispose Henry, atteggiando un sorrisino ironico. “Ne ero certo, grazie a Hyppolite che me l'aveva garantito.”

“Ma, Hyppolite, come facevi tu a…” disse Paul rivolgendosi all'amico.

“Non perdiamo tempo. Scarica quella roba e poi vieni alla barca ad aiutarci a tirarla in secca,” fece Henry con autorità. Sentiva scemarsi le forze. Il tempo degli otto giorni concessigli era già scaduto dal suo sbarco a New York e non era previsto un sia pur breve recupero.

Paul Lavalle era stato bravo o particolarmente fortunato. A volte succede quando viene dato un incarico particolare a una persona comune, la quale riesce a risolvere d'istinto un problema che nemmeno un tecnico riuscirebbe a fare. Il motore era quello di un tornio di media potenza. Il suo amico fabbro doveva avere avuto un bisogno urgente di soldi per cederglielo. L'asse era completo di tutto e il venditore, da uomo scrupoloso, gliel'aveva dato con i pezzi per i raccordi e, addirittura, anche della stoppa per zaffare il buco nella poppa dove infilarlo. Non ce n'era proprio bisogno visto che la velocità della barca con quel motore, avrebbe svuotato automaticamente il pozzetto.

Hyppolite fu di parola. Disponeva davvero di tutti gli utensili che servivano, cosicché in poco meno di due ore, sia il motore che il suo asse con il riduttore dei giri e l'elica furono montati e Henry trovò una scusa per allontanare il mulatto che, come il cane che con la lingua gocciolante attende il boccone promesso, mostrava nel viso ma, soprattutto, negli occhi, il languore speranzoso di ricevere subito il compenso pattuito.

“È là che lo tieni, Hyppolite ?” fece Henry rivolto al pescatore, il quale aveva capito al volo quale fosse la sua intenzione e il pescatore, di rimando, ma rivolgendosi a Paul: “Sì. Dentro lo sgabuzzino. Mi pare sul terzo ripiano a destra, non so se mi ricordo bene, ma tu guarda anche negli altri. C'è di sicuro un trasformatore. Vallo a prendere, per favore. Dobbiamo applicarlo al motore per la strumentazione.”

Paul Lavalle partì a razzo, convinto di ritornare di lì a dieci minuti al massimo.

“Abbiamo tempo, signor ingegnere,“ disse Hyppolite, lanciandogli un'occhiata di complicità. “Ho il trasformatore, ma non è nella baracca degli attrezzi.”

E Henry, cui quell'apparecchio non serviva a niente, considerato che non aveva previsto alcuno strumento di navigazione, gli chiese solo per curiosità: “Perché, dove lo tieni ?”

“Uuhhh, in casa, no ? Mi serve per la radio.”

“Ah, già,” fece distrattamente Henry. “Ma ora facciamo le cose che Paul non deve vedere. Per prima, prendi questi mille dollari che gli darai dopo la mia partenza…”

“E il resto degli altri ?”

“Quale resto ?”

“Mica avrà pagato mille dollari questo motore e l'asse… a occhio e croce, conoscendolo, ne avrà spesi sì e no nemmeno seicento.”

“E lasciaglieli. Si è meritato anche quelli… ascolta quello che devo dirti… devo partire subito,” disse Henry con aria stanca, tirando fuori dalla valigetta quattro grossi pacchi di banconote americane. "Prendi questi, sono per pagarti la barca e il resto per assicurarti una rendita. Credo siano all'incirca settantacinquemila dollari. Non te li far vedere da nessuno. Spendili un poco alla volta e, mi raccomando, che non ti venga in mente di depositarli in banca. Nel giro di poche ore lo verrebbe a sapere anche il tuo presidente.” E alle parole di ringraziamento di Hyppolite, oppose: “Lascia perdere, Hyppolite. Aiutami a rimettere in mare la barca e poi, addio.”

Quando la barca incominciò a galleggiare su un mare che fortunatamente era liscio come un lago, Henry montò a bordo e il pescatore diede di slancio una forte spinta di poppa in maniera che nel momento in cui Henry finì di applicare il pannello solare al motore elettrico, il natante si era già distaccato di una decina di metri dalla riva.

Henry mise in moto al minimo e l'elica girò, invece, al suo massimo, cosicché la barca s'impennò obbligandolo a trasferirsi a prua dove non poteva tenere la barra del timone. Allora, visto che ne aveva il tempo e la barca per il momento procedeva dritta come un fuso, aprì la valigetta di calotex e montò i mirillini a un secondo pannello solare che non era mai stato usato prima. Tutto funzionò a meraviglia e in quella maniera Henry poté dirigere, con lo sguardo fisso sul monitor, lo scafo nella direzione che voleva. Che era quella opposta in quel momento al sole, già a un terzo di cielo. Erano le tre del pomeriggio. Aveva quasi tre ore di luce per arrivare all'appuntamento. La barca filava a trenta nodi e se avesse aumentato la potenza, se non si fosse capovolta, di sicuro si sarebbe fuso il motore.

Sfilata a dritta la sagoma dell'Ile de Gonave, Henry corresse leggermente la rotta di qualche grado verso sud. L'appuntamento previsto dal calcolatore era al punto diciannove gradi e dieci secondi nord e settantatré gradi quarantotto secondi ovest, a circa sessanta miglia da Troutier. Là lo speciale mezzo sottomarino, lo stesso che trasportava il primo acconto degli speciali pannelli a neutrini solari, sarebbe emerso per soccorrerlo. Appena un'altra ora e mezza di navigazione. La barca rispondeva bene ai comandi e superava con agilità l'onda lunga dell'Atlantico.

“Finalmente aria pura !” esclamò a gran voce Henry, esaltato dal prossimo rientro, anche se era rimasto deluso dal comportamento delle Nazioni, non tanto dagli uomini presi nella loro individualità. Hyppolite, umile pescatore in un Paese che era sempre stato vessato dai dittatori, aveva il cuore puro e leale e, alla fin fine, anche Paul Lavalle, felice di intascare un guadagno, per lui milionario, non si era mostrato avido, ma solo garante della sopravvivenza di figli e moglie. Sentimenti sani, che si era accorto albergano di solito nel cuore della gente semplice.

“Tu Sole, però, per quanto mi sia padre e madre, mi stai bruciando con i tuoi raggi troppo ardenti,” recitò come fosse un attore sul proscenio. E, in effetti, i raggi lo accecavano tanto che per vedere la poppa della barca, doveva farsi schermo con una mano. E fu per quello che non si accorse che un elicottero, staccatosi dalla Pointe Ouest dell'Ile de Gonave, sembrava venisse a sorvolare la sua barca.

‘Forse sono incuriositi dalla velocità di una barchetta piccola come questa che naviga in pieno Atlantico e vorranno indurmi a tornare verso terra,' si disse Henry nel cui animo, all'esaltazione di poco prima si stava insinuando un sentimento di apprensione. Cosicché diede l'ultimo ordine al calcolatore prima di riporlo, assieme alla valigetta, sotto il pagliolo di prua.

La barca fece un largo giro e mise la prua verso l'isola dalla quale era decollato l'elicottero e quando l'aeromobile gli fu quasi sopra, sebbene stordito dal fracasso dei motori turbo, perduto il cappello e scompigliati i capelli dal getto d'aria delle pale, fece segnali molto espliciti che non aveva bisogno di nulla.

Ma non pareva che quelli dell'elicottero, del tipo Comanche in dotazione alla U.S. Navy, volessero indurlo a tornare verso terra, dato che la barca proprio là era diretta, ma fossero interessati a lui o, meglio, a quello che aveva nella valigetta.

Che Henry tirò fuori da sotto prua e diede l'impulso alla barca di riprendere la rotta primitiva nel tentativo di guadagnare il tempo per raggiungere il punto stabilito. Mancava appena un'ora all'appuntamento. Se ci fosse arrivato, quelli dell'elicottero se la sarebbero vista con il grande sottomarino che, di certo, l'avrebbe respinto verso terra, senza arrecare alcun danno ai suoi occupanti.

Ma come fare a evitare che qualcuno dell'equipaggio dell'elicottero non riuscisse a scendere sulla sua barca ? Si immaginò che a bordo ci fossero degli incursori subacquei e sapeva quanto erano abili in operazioni del genere. Cosa avrebbe dovuto dire loro per impedire che venissero a imbracarlo per farlo salire ? E, con lui, anche i preziosi pannelli… e pure… i  mirillini ?

Aveva ricevuto ordini ben precisi in proposito e a quel pensiero gli vennero i brividi.

Per fortuna non c'era vento, se non quello generato dalle pale dell'elicottero e la barca filava veloce impedendo che, a quell'andatura, qualcuno dell'equipaggio riuscisse a scendervi. Li mantenne a debita distanza per una buona mezzora e a quel punto incominciò a sperare di arrivare all'appuntamento o, quantomeno, abbastanza vicino in modo che quelli del sottomarino si accorgessero della drammatica situazione in cui si era venuto a trovare e intervenissero per scacciare gli intrusi. Sì, perché proprio di intrusi si trattava, inviati da un governo che si credeva padrone del mondo e voleva a ogni costo determinarne le sorti. Chissà che se per primi avessero dato il buon esempio accettando le condizioni che lui aveva posto, gli altri Paesi che già da tempo, ormai, lo scimmiottavano nutrendosi della sua cultura, non avrebbero per imitazione accettato anche loro, creando l'effetto domino e così sospendendo quella specie di suicidio collettivo ?

Queste riflessioni lo aiutarono a cancellare dalla mente l'urgenza della situazione che si stava facendo disperata.

L'elicottero ora volava sempre più basso e quel frastuono gli toglieva, nella sua incipiente debolezza, considerato che oltre a quella c'era pure il puzzo del cherosene che via via bruciava inquinando l'aria tutt'intorno, la possibilità di studiare una soluzione estrema né quella di consultare il suo calcolatore. Strinse i denti e tenne duro, non mancava molto, ormai.

Ma non aveva pensato alla determinazione degli uomini che lo inseguivano.

Tutto a un tratto l'elicottero prese quota e quando fu di nuovo sulla verticale della barca, Henry si accorse che qualcosa, forse un uomo audace, si buttasse sopra di lui senza la ritenzione del cavetto di recupero. Istintivamente si scansò e vide materializzarsi non un uomo bensì un oggetto informe che arrivò sulla barchetta con tale violenza da sfondarla proprio sul motore elettrico, che affondò immediatamente, malgrado quello che restava del natante, dopo un breve abbrivio, continuasse a galleggiare sulla pigra corrente.

Rimasto miracolosamente illeso sulla prua che, non più sostenuta dalla velocità, si era parzialmente immersa nell'acqua da cui spuntava di solo mezzo metro, prese con sé valigetta e calcolatore, stringendoseli al petto. L'elicottero incominciò a scendere di quota. Aveva pure ridotto i giri dei turbo-propulsori, per cui Henry ebbe un attimo di tranquillità per raccogliere le idee e portare a termine la sua missione.

Lo fece subito, poiché non voleva arrecare danno agli occupanti del velivolo.

Già messo in stand-by il dispositivo che gli era stato inserito sottopelle, si guardò attentamente tutt'intorno nell'ultima quanto vana speranza di vedere affiorare dall'acqua il sottomarino della sua salvezza, ma l'orizzonte gli si parò da ogni parte piatto. Erano sparite nelle brume del tramonto anche le coste dell'isola.

Pronunciò solo tre parole: “Avevo tanta vita!” E, tenendo stretta valigetta e calcolatore, comandò l'ultimo impulso all'apparecchietto inserito nella sua spalla.

L'elicottero dovette effettuare un'improvvisa cabrata per evitare il peggio.

Da quello che restava della barca di Hyppolite Charles, il bravo pescatore di Troutier in quel di Haiti, si alzò una vampata di fuoco rosso-arancione che durò qualche secondo per poi spegnersi senza alcuna traccia di fumo.

Ritornato in posizione orizzontale e accesi i fari per vedere meglio dato che il sole era appena tramontato, sul mare non era rimasto altro che un triangolino di legno. Era l'estremità della prua della barca a significare che il loro tentativo di impadronirsi dei preziosi pannelli era stato reso vano dal sacrificio dell'ingegner Henry Campbell.


4   - ENEA DEGLI  ANCHISI

 

Un'operazione di una semplicità disarmante. Aveva pensato chissà che cosa e, invece, appena introdotto nel gabinetto specialistico all'interno dell'Ospedale degli Esculapi, il dottor Efesto, dopo averlo ricevuto come fosse un amico di vecchia data, gli aveva applicato un apparecchietto con alla sua estremità, quella a contatto con la pelle sopra la giugulare, una ventosa e, in meno di un minuto, cioè duecentoquaranta secondi, l'operazione era terminata e il suo DNA modificato. Ora l'ingegner Henry Campbell, uomo di origine statunitense, era diventato a tutti gli effetti un elleno. Mancava solo che scegliesse un nuovo nome e dopo qualche giorno avrebbe impalmato la bellissima Fedra.

Che lo accolse con un sorriso stirato, strano per una creatura luminosa e sempre sorridente.

“Qualcosa non va ?” chiese dopo averla baciata sulla guancia.

“Una cattiva notizia, Enea,” rispose Fedra.

“Enea ? Ma io mi chiamo ancora Henry, fino a che…”

“Ti è già stato assegnato il nome. Ora sei Enea degli Anchisi.”

“Come sarebbe a dire ? Non ho più la possibilità di scegliermelo da me, il nome, come promesso ?”

“Stai tranquillo. Non è un'imposizione, ma una necessità.”

“Perché, dolce Fedra ?”

“Una grave disgrazia ha colpito il nostro popolo. Una cosa inaudita. L'Arconte vuole parlarti di fronte all'intero Gran Consiglio.”

“A me ? Proprio a me, Fedra ? Ho commesso qualcosa di grave ?”

“No. Solo che quello che è successo ti riguarda personalmente ed è venuto il momento che ti venga spiegata la tua presenza a Kallìtala.”

“Se è per questo, quando sarai mia moglie, me lo potrai dire tu.”

“La mia famiglia, Paride e io stessa non ne sappiano le ragioni. Abbiamo ubbidito agli ordini dell'Arconte senza chiedere spiegazioni. Cosa che farai anche tu, qualsiasi decisione dovesse essere presa nei tuoi confronti, grazie al DNA modificato. È nella nostra natura di elleni. Ma ora sbrighiamoci, dobbiamo essere dall'Arconte.”

“Dobbiamo essere ? Perché, anche tu…”

“Sì, Enea, questa volta verrò ammessa anch'io e con noi, i miei genitori e Paride.”

ΩΩΩ


Erano appena scoccate le sei. L'ora di punta, quando tutti gli addetti, operai, impiegati e dirigenti, smontati dal lavoro, tornavano a casa.

Seppure le strade mobili, le scale, gli ascensori e i mezzi pneumatici sotterranei, fossero affollati, tutto funzionava a meraviglia e nessun elleno intralciava il cammino dell'altro, per cui Fedra e Henry… novello Enea, sbucarono nell'ampio viale che conduceva al palazzo del Gran Consiglio. Salite le scale, arrivarono al grande piazzale antistante la costruzione neoclassica e videro Alcinoo, Ecuba e Paride che li stavano attendendo. Fedra volò nelle braccia della madre, mentre a Enea toccarono le canoniche pacche sulla spalla. Prima quella di del capo famiglia e poi dal suo amico e futuro cognato, Paride.

Come già la prima volta che vi era entrato, anche in questa occasione nessuno degli addetti del palazzo venne a chiedere al gruppetto cosa volessero o dove andassero. Era già tutto stabilito e infatti, quando arrivarono dinanzi alla grande porta della Sala del Consiglio, luogo di riunione di tutti i componenti del massimo consesso di Kallìtala presieduto dall'Arconte, due uscieri aprirono spontaneamente i grandi battenti e la famiglia degli Achelai, Enea compreso, fece il suo ingresso.

Il Consiglio era al completo. Tutti seduti nella vasta sala in comode poltrone schierate intorno a un emiciclo alla parte opposta del quale sedevano l'Arconte uscente e Alceo, colui che lo avrebbe sostituito nella stessa sessione. I quattro componenti della famiglia degli Achelai vennero fatti accomodare a fianco dei due Arconti, mentre Pausania, alzatosi per l'occasione, invitò Enea a rimanere al centro, di fronte alle due massime autorità.

Enea, ora che era diventato elleno a tutti gli effetti, non provò alcun fastidio. Quello che gli si chiedeva rientrava nella normalità delle cose né con la sua levità provava fatica a rimanere in piedi.

“Amico Enea degli Anchisi…” incominciò l'Arconte con voce piana, ma che si sentiva chiara e limpida in tutta la sala, “un grave lutto ci ha colpito tutti. Un evento mai capitato all'eletto popolo di Kallìtala, che ci trova, oltre che addolorati, molto disorientati. Gli uomini sono creature ben strane a non capire che sia individualmente con i loro vizi sia collettivamente con l'inquinamento che provocano sul pianeta Terra, stanno suicidandosi. Dovremmo rimanere insensibili dinanzi a queste disastrose previsioni giacché da millenni viviamo isolati né abbiamo la minima intenzione di convivere con la specie umana. Purtroppo, i nostri avi e dopo di essi, i loro epigoni che siamo noi, siamo stati in grado di creare l'aria né l'acqua, per cui subiamo l'insensata corsa verso la fine del mondo abitabile per colpa di quelle creature di cui tu facevi parte, nemmeno offrendo loro una facile possibilità di salvarsi.

Il nostro amatissimo Enea degli Anchisi si è immolato in una missione che non ci era parsa rischiosa come, al contrario, in effetti si è dimostrata. Non ti meravigliare, amico Enea. Tu ne hai preso a giusta ragione il nome, perché a lui avevamo assegnato il tuo. Era il tuo sosia, si può dire il tuo fratello gemello. La natura è strana a volte. Fare nascere un giovane elleno che assomiglia come una goccia d'acqua a un uomo, è come creare l'aria da respirare, l'acqua da bere e il cibo per sostentarsi. Una combinazione al miliardesimo di miliardo, che è avvenuta in un cosmo infinito così come nel macroscopico numero degli abitanti della Terra.

Come non avremmo potuto non approfittare di una simile combinazione ? Tu sei ingegnere e lui lo era, seppure a un livello dieci volte superiore. Tu lavoravi alla ricerca di componenti che potessero catturare il calore del sole per accumulare energia e lui di questo era uno degli inventori, con la differenza che il nostro amato scomparso sapeva che non era la luce a generare energia, bensì la carica di neutrini che si spande a pioggia ininterrottamente su tutti i pianeti che circondano il sole, ma che sulla Terra arrivano con la carica integra e di giusta proporzione, mentre vengono catturati, ormai debolissimi, dalle fasce di  Saturno e procedendo oltre, si esauriscono nel cosmo, non arrivando neppure a Giove.

Gli uomini sono talmente avidi di denaro, di agi e di potere da esercitare sui propri simili, che al loro egoismo sacrificano tutto. Anche la vita e, insensati, non sanno che così vanno incontro alla fine. Sciocca stirpe di esseri viventi che crede nel Destino e in un Dio, sempre benevolo, che li protegge. Sebbene noi elleni si debba riconoscere che gli uomini si sono scelti simboli che rappresentano la parte più nobile, generosa e misericordiosa dell'animo umano e li portino a esempio da millenni, per il nostro credo questa entità soprannaturale, è bene che non esista. Lo dimostra il fatto che viviamo in pace e in buona salute tanto che il nostro tempo viene scandito con molta più lentezza di quello umano.

Ma al di là di ogni commiserazione o critica della filosofia umana, ribadisco che la nostra futura situazione si presenterà colma di tragici eventi se non riusciremo a fermare gli uomini dall'auto distruzione. Io sono arrivato alla fine del mandato che tutti voi, colleghi consiglieri, mi avete conferito e spero di averlo assolto in maniera soddisfacente. Adesso sta all'amico Alceo, di cui dovremo dimenticare il nome, visto che sarà il nuovo Arconte, a formularne i progetti.”

L'Arconte uscente, dopo aver fatto un gesto papale verso Alceo, si sedette e prima che il suo successore prendesse la parola, Pausania si avvicinò a Enea e lo invitò a sedersi al suo fianco.

“Cari amici…” fece l'Arconte con voce chioccia, che schiarì con due forti colpi di tosse. “Ehm, scusate. Ovviamente, non sono ancora pronto a dirvi cosa dovremmo fare, per quanto per sommi capi, io sia d'accordo con Patroclo, il già Arconte, di esperire ogni sforzo per convincere la stirpe umana ad accettare i nostri ritrovati allo scopo di annullare gli effetti dell'inquinamento sul pianeta. Il nostro messaggero, benché bene istruito tanto che oltre a essere fisicamente identico al qui presente già Henry Campbell, si era auto clonato nella sua storia di vita nei minimi particolari, tali da non suscitare alcun sospetto in coloro che avevano vissuto a stretto contatto con lui, come è stato chiaramente dimostrato dalla sua fidanzata, che pare lo stia cercando disperatamente. Tuttavia, non avevamo immaginato le reazioni negative di tutto il mondo, fatti salvi i maggiori dirigenti delle Nazioni Unite. Nel nostro animo alberga ingenuità e amore per il prossimo in misura tale da risultare inconcepibile agli uomini. Bisognerebbe trasformare uno di noi in un individuo più simile a loro.”

L'Arconte si interruppe quando vide la mano alzata di Enea e concesse il suo assenso a intervenire, con un semplice movimento del viso.

“Arconte, la tua analisi sull'animo umano è giusta come sono giuste e assennate le tue parole. Io, che provengo da quella progenie, da me definitivamente ripudiata, potrei essere il nuovo messaggero.”

Ci fu un lieve mormorio in tutta la sala e Fedra riuscì pure ad attirare l'attenzione del suo futuro sposo, cui inviò uno sguardo accigliato.

“Grazie, amico Enea. Non dubitavo sulla tua lealtà. Tuttavia, pur essendo diventato elleno a tutti gli effetti, non hai ancora assorbito la formazione professionale per capire le nostre invenzioni o i nostri ritrovati. Ti ci vorranno due lunghi anni per arrivare al livello tecnico del tuo sosia scomparso. Il che equivale a ben otto anni nel mondo occidentale. Troppo per sperare di rigenerare l'aria e l'acqua. Chissà poi, in questo lasso di tempo cosa riusciranno a combinare gli uomini. Di sicuro, se continuano di questo passo, visto che non danno più valore alla vita, potrebbero pure arrivare a scatenare una guerra atomica.”

Pausania, a sua volta, chiese la parola alzando il braccio.

“Arconte, io mi impegno a insegnare a Enea tutto quello che deve sapere un ingegnere elleno, in meno di tre mesi. Non credo che in un anno gli uomini…”

“Se è per quello, amico Pausania, anche in meno…” disse l'Arconte con aria demoralizzata, continuando a borbottare, “anche in meno…"

Enea si fece forte dell'occhiata di incoraggiamento di Paride per dire, dopo aver ottenuto il permesso di intromettersi : “Arconte, sono disposto a qualsiasi sacrificio pur di arrivare a diventare un ingegnere elleno. Sacrificherò tutto il tempo che ho a disposizione e, se sarà necessario, anche di rimandare il matrimonio con la mia amata Fedra.”

“Bene, amico Enea degli Anchisi, hai il mio benestare,” pontificò l'Arconte.

Un coro di applausi chiuse la sessione


10  -    COSE INCOMPRENSIBILI

  

L'esplosione lasciò esterrefatti i componenti l'equipaggio dell'elicottero, tanto erano sicuri di aver braccato l'ingegnere Campbell da molti ritenuto pazzo, ma considerato dalla CIA o un genio del nuovo millennio oppure l'emissario di qualche potenza che volesse, con quello strano pannello solare, mutare il normale corso delle cose. E poi quella fiammata, così enorme da sembrare per qualche secondo un piccolo Sole che non aveva lasciato né odore né fumo, la diceva lunga sulle capacità della nuova invenzione.

  Due incursori subacquei tra i più esperti della U.S. Navy, si erano gettati nel punto esatto dove la barchetta era affondata ed erano scesi fino a oltre una ventina di metri sotto il pelo dell'acqua ma, salvo il ridicolo triangolino della prua di quell'assurda barchetta che aveva viaggiato a una velocità incredibile per un simile scafo, non c'era altro. Solo il rimasuglio di quella che una volta era la prua con una piccola striscia di color rosso era rimasto là a galleggiare, imperterrita, come a testimoniare lo sberleffo. Un marameo che era costato caro all'ingegner Campbell, il quale non poteva essere sparito come un elfo mitologico, bensì disintegrato nella terrificante esplosione e visto che il movimento rotatorio  delle pale dell'elicottero increspava la superficie del mare per un diametro di oltre trenta metri, il maggiore pilota Davidson aveva fatto lanciare un battellino affinché i due sommozzatori vi salissero sopra e, una volta allontanatosi il velivolo dalla zona, potessero cercare con più attenzione qualche frammento dell'esplosione, segnatamente i resti del corpo dell'uomo o, meglio ancora, la valigetta che Janet Craig, la terza hostess dell'aereo executive dell'ONU che, come aveva indovinato Henry, era una spia della CIA, aveva riferito essere fatta di materiale indistruttibile.

  Malgrado le ricerche durate tutta la notte con l'ausilio di un rimorchiatore d'alto mare che avevano fatto accorrere dall'Ile de Gonave, non avevano trovato nulla. Solo quel misero pezzo di legno, ultimo resto della barchetta, testimone di tale cataclisma, che rimaneva a galleggiare intorno agli uomini affannati in ricerche infruttuose e che, stranamente, non si spostava più di trenta centimetri alla volta dal punto in cui era sparita la barca con il suo occupante. Ritornandovi a ogni sciacquio, nemmeno fosse una boa di posizione.

  Ne avevano approfittato per riprendere le ricerche l'indomani di buonora con la luce del sole, quand'era arrivata sul posto la US Draggett, una nave officina attrezzata di ogni cosa per la ricerca sottomarina. Ma senza alcun esito, neppure con il batiscafo che non era potuto scendere fino in fondo, giacché proprio nel punto dell'esplosione il fondale superava i cinquemila metri. Una sfortuna mai vista. Quello che era rimasto dell'uomo, della barca e della sua valigetta, probabilmente ancora intatta con dentro i preziosi ritrovati, erano affondati in una piccola fossa di appena due chilometri di diametro ma profonda oltre settemila metri, l'altra parte del fondo marino, per una vastissima area contornante quasi tutte le Antille, non superando che di poco i mille.

  C'era stato, poi, l'intervento deciso del Segretario di Stato che aveva sanzionato l'ambasciatore degli Stati Uniti presso l'ONU, il quale a sua volta gli si era rivolto contro addebitandogli il fatto di non avergli ben chiarito di cosa si trattasse né che l'ingegner Henry Campbell, come asserito dallo stesso Segretario Generale e dal capo della diplomazia delle Nazioni Unite, dottor Benson, avessero posto come condizione che il mondo intero fruisse del miracoloso pannello solare.

  Nessuno, in verità, ne aveva capito granché e il Presidente degli Stati Uniti, consigliato dai suoi esperti, non aveva fatto altro che seguire la prassi con l'obbligo dei vari test, indispensabile per ogni nuovo ritrovato della tecnologia.

  ‘Però… se davvero quel pannello cattura-energia, era già pronto, visto che il giovane ingegnere scomparso aveva accennato che ce n'era già un miliardo di esemplari a disposizione…'

  Già, ma dove ?

  Nonostante il suo peso individuale non superasse i duecentocinquanta grammi, un miliardo di pannelli solari rappresentavano un carico di duecentocinquantamila tonnellate e non pareva che esistesse al mondo una nave o addirittura un sottomarino, di quella portata poi ! E, infine, via ! Da che mondo è mondo, il sottomarino è sempre stato un mezzo di offesa bellica, pure di ridotte dimensioni per navigare sott'acqua, mica una nave da carico !

  Ragione per cui era stato emanato l'ordine a tutte le unità della flotta degli Stati Uniti sparse nel globo e, di converso, coadiuvata in certe zone da quelle britanniche, di ricercare un'enorme nave…

  ‘Diamine, però !' si dicevano al Pentagono ‘Non ne esistono di così grandi… forse una petroliera… ma certo ! Solo una di quelle mostruose navi potrebbe trasportare un carico così oneroso… che, anziché petrolio grezzo, abbia nelle tanche tutti quei pannelli ?'

  Non era una ricerca difficile. Di queste navi non ne esistevano più molte. Ne erano state costruite un discreto numero subito dopo la crisi del canale di Suez ma, risolto quel problema, ultimo rimasuglio del colonialismo anglo-francese, poiché il canale di Lesseps, visto che gli europei non se l'erano ricordato bene, era stato tagliato e sfruttato in territorio egiziano, la costruzione di quelle aberranti enormi navi era stata abbandonata a favore di altre ben più sicure, sebbene di portata inferiore. Si era appurato che la loro lunghezza esagerata le rendeva poco affidabili durante la navigazione in mari tempestosi, specie quando dovevano doppiare il Capo di Buona Speranza, laddove le enormi onde suscitate dai due oceani confluenti in tempesta, nello scorrere lungo lo scafo, se per un caso fortuito avessero formato un vuoto sotto la struttura navigante, ne avrebbero causato la frattura.

  Tuttavia, individuate quelle poche superpetroliere che stavano navigando in mezzo all'Oceano Pacifico, la US Navy prima e le navi inglesi poi, non poterono che constatare che i giganti del mare trasportavano solo e unicamente greggio caricato in diverse zone del Golfo Persico. Nessuna traccia, quindi, del cargo che trasportava l'enorme quantità di pannelli solari di nuova concezione.

  Essendo la notizia apparsa su tutti i media, Greenpeace prima con le sue carrette del mare e i verdi poi, avevano incominciato per primi ad abbordare pacificamente tutte le navi da carico di una certa consistenza e nello stesso tempo le varie organizzazioni degli ecologisti di qualsiasi colore, a rumoreggiare contro i governanti di altrettanti Paesi che non avevano accettato l'offerta dell'ingegner Campbell, cosicché si era venuto a creare un comitato internazionale che criticava indistintamente qualsiasi nazione, la propria compresa, che aveva declinato la generosa offerta e, ovviamente, gli Stati Uniti, sempre nel mirino dei contestatori anche quando non ce n'era alcuna ragione.

  Ma in quel caso di ragioni ce n'erano da vendere. Se il suo Presidente avesse dato il buon esempio, tutti gli altri Paesi si sarebbero allineati e, finalmente il mondo avrebbe incominciato a sciogliere le catene che da troppo tempo, ormai, lo teneva avvinto all'uso insensato dei prodotti petroliferi, causa diretta e indiretta del male del secolo passato e di quello in corso:  il tumore maligno o, meglio, la degenerazione dei tessuti degli esseri umani.

  Anche i sommergibili atomici, quelli appunto che avevano una grande autonomia, erano ancora in cerca del mastodontico battello sommergibile che doveva per forza navigare nell'Atlantico, oceano dove, secondo quanto riferito dallo scomparso Henry Campbell, sarebbe avvenuta l'emersione per scaricare in un punto convenuto il miliardo di pannelli solari. Ma tutte le ricerche erano risultate vane durante un intero anno per poi essere definitivamente abbandonate, seppure i servizi segreti delle maggiori potenze mondiali intrecciassero ancora i loro fili con rinnovato impegno, tanto da scoprire, ma del tutto incidentalmente, alcune cellule di Al Qaeda pronte a mettere in atto insensati attentati dinamitardi. Due di marocchini in Spagna, altrettanti di pachistani in Inghilterra e, rispettivamente una in Francia e l'altra in Italia, ma ‘in sonno', gergale espressione giornalistica per definire il crimine in attesa de via libera.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      

ΩΩΩ

 

  “Finalmente, ora posso essere certo che sei pronto,” disse Pausania a un Enea talmente esaurito, che per tutta risposta si limitò a chiudere gli occhi. “Sei stanco, vero ? Sono convinto che, riabbracciando la tua amata Fedra, ritroverai tutta la tua energia.”

  “Lo pensi davvero, Pausania ?” rispose Enea. “Eppure, in questi tre mesi me ne hai tenuto costantemente lontano. Neppure quel giorno in cui era venuta a implorarti una visita.”

  “Avremmo interrotto il ritmo di studio, caro amico Enea…” reagì il Gran Consigliere, “e ciò avrebbe comportato un recupero che ci sarebbe costato almeno due settimane di duro lavoro. Ti sei reso conto della conseguenzialità degli elementi che hai appreso e del fatto che non possiamo perdere altro tempo. Se per noi sono trascorsi tre mesi, di là…” e fece un cenno vago verso il mare, “è passato un anno e la situazione è peggiorata.”

  “Devo convenire che hai ragione. Scusami.”

  “Non devi scusarti. Benché il tuo DNA sia stato modificato, ti è rimasto qualcosa di umano. Che noi elleni sopportiamo con piacere perché saranno proprio quelle caratteristiche che ti aiuteranno a portare a compimento la tua missione nel mondo occidentale.”

  “Non credo che farò come il vero Enea degli Anchisi, amico Pausania. Il mio ex Paese non è adatto per portare a buon fine il mio lavoro. Come già programmato, la Cina è la nazione più adatta. Un popolo laborioso formato da un miliardo e trecento milioni di individui, il novantacinque per cento dei quali si sposta in bicicletta o a piedi. Sai quanto ci impiegheranno a costruire altrettanti motori elettrici senza fare storie !”

  “Ne abbiamo già parlato, Enea. È un popolo povero e non avrà le risorse per costruire tutti questi motori senza che nessuno li compensi in denaro.”

  “A quello ci penso io. E poi, per favore, d'ora in avanti chiamami Henry. Henry Campbell, ingegnere americano. Sparito nell'Oceano Atlantico tre mesi fa ma che riapparirà a bordo di una barca sullo Yangpu Jiang, di fronte allo Yuangpu Park con valigetta in calotex e tutto ciò che conteneva quella di Enea, con la differenza però…

 

ΩΩΩ

 

  Si erano dati appuntamento a casa degli Achelai, in campagna. Era quello che Enea si era ripromesso dopo l'estenuante corso di studi nel palazzo del Gran Consiglio, sotto la direzione di Pausania. Aveva avuto contatti con una quantità di professori, ciascuno dei quali gli aveva insegnato, come un puzzle, una parte della propria specializzazione e, grazie anche all'utilizzo del grande chemio-elaboratore, era riuscito brillantemente a superare gli esami finali. Per i tre di chimica, fisica e matematica, essendo considerati ‘normali' a Kallìtala, non c'erano stati problemi, ma il più difficile di tutti, avendogli comportato un impegno al limite delle sue capacità intellettive, era stato quello della storia dei popoli della Terra con la loro cultura e, ciliegina sulla torta, l'apprendimento della lingua cinese, che ora parlava e scriveva alla perfezione.

  Fedra gli era mancata molto. E dato che se l'avesse incontrata a Poseidonia, si sarebbero saltati al collo per la felicità dando spettacolo, considerato indecoroso dagli abitanti della Capitale, si erano accordati di riabbracciarsi a casa di Alcinoo. Ve lo avrebbe accompagnato Paride con la sua automobile. Pur avendo iniziato a fare le pratiche per il matrimonio, non gli era stato concesso il tempo sufficiente affinché questa unione avvenisse con tutti i crismi, dato che doveva partire di lì a tre giorni, ragione per cui Enea aveva deciso di passarne due con Fedra e la sua famiglia e l'ultimo a Poseidonia per prendere in consegna il materiale da portare con sé, compreso il denaro americano, accettato in tutto il mondo esterno.

  Ma come si procuravano gli elleni i dollari americani, così pure, quando ce n'era bisogno, anche di altre cose attinenti alla vita civile degli occidentali ?

  Per quanto riguardava la valuta americana, era stato Diomedeo, professore di economia e finanza, a spiegarglielo. Quando ce n'era bisogno, venivano spediti nel mondo occidentale alcuni pescherecci al completo di equipaggio, formato ciascuno da una decina di elleni, a scaricare e a vendere grosse partite di prodotti ittici tra i più pregiati, come dentici, pesci spada e, in particolare, parecchi crostacei, molto apprezzati questi ultimi dagli uomini, disposti a pagarli a peso d'oro. Nessuno faceva caso alle generalità dei pescatori, i quali vendevano in blocco, incassavano prontamente il denaro contante e, prima che qualcuno si interessasse a loro, erano già partiti per un'altra puntata, ma andando a scaricare e a vendere in un porto diverso. In questa maniera, con il tempo, il ‘tesoro' del governo di Oltremare si era arricchito di cifre iperboliche, cosicché non c'era limite di spesa, semmai di ingombro per trasportare tutte quelle banconote il cui taglio non superava mai i cento dollari. Tuttavia, quando Enea espresse il timore di come fare a portarsi appresso un ingente malloppo, lo stesso Pausania ebbe a spiegargli l'arcano. Il calotex, oltre a essere un materiale indistruttibile, repellente all'acqua nella quale non affondava, aveva la proprietà di ridurre la carta come qualsiasi tessuto, di oltre mille volte.

  Infilarvi il miliardo di dollari fu uno scherzo come pure tutto l'abbigliamento che gli sarebbe servito durante la permanenza fuori Kallìtala che, a differenza di colui che aveva preso il suo posto, la cui targa-monumento campeggiava nel cimitero di Poseidonia, memento del primo e più grande eroe della Patria, essendo stato Henry uomo per trentadue anni, poteva sopravvivervi per un tempo piuttosto lungo. Abiti interi o combinazioni di giacche con pantaloni, camicie e scarpe, cravatte mutande calzini: sembrava un sogno, tutto era stato ordinatamente messo dentro e, in uno scomparto speciale, pure inseriti i pannelli solari da dimostrazione e due serie di mirillini per un eventuale loro uso in caso di bisogno, oltre a tutte le dotazioni necessarie pur un lungo soggiorno nel mondo inquinato. E, meraviglia, la valigetta non pesava più di una di quelle normali che di solito un uomo di affari si porta appresso.

  Enea, ormai trasformato in elleno, sebbene si dovesse presentare in un'altra parte del globo come l'ingegnere Henry Campbell risorto, avrebbe mantenuto tutti i sensi acuiti che aveva assimilato a Kallìtala, indispensabili per guardarsi dalle insidie e, se del caso, difendersi da possibili aggressioni, in particolare la velocità di spostamento semplicemente camminando, grazie alla leggerezza del corpo e a un ritrovato chimico-tecnologico messo a punto apposta per questa missione sulla base di ciò che era accaduto al loro primo messaggero di salvezza, che gli era stato inserito sottopelle: un cheriosmato potenziato. Una specie di motorino a impulsi chemio-reattivi che reagiva all'affanno del suo portatore, facendolo immediatamente sparire nello spazio giusto il brevissimo tempo per disorientare il nemico.

  Solo un breve cenno di intesa con Paride, cosa inusuale, considerato che non si vedevano da tre mesi e poi, via a bordo dell'automobile in direzione di Anticira, tale era la denominazione della località dov'era la campagna degli Achelai. Paride era stranamente taciturno. Enea credette che ciò fosse dovuto alla difficile manovra per uscire da Poseidonia, ma quando imboccarono la grande autostrada che superava le basse colline per immettersi nella pianura, si meravigliò che il suo futuro cognato, di solito sempre discorsivo, non dicesse una parola.

  “Qualcosa ti preoccupa, Paride ?” chiese una volta raggiunta le velocità di crociera, che in meno di mezzora li avrebbe portati a destinazione.

  Paride lo guardò con uno sguardo rattristato, per cui Enea insistette nel chiedergli se per caso era accaduto qualcosa di grave in famiglia.

  “Riguarda te, amico Henry,” rispose. Ormai si era attaccato a quel nome e non gli veniva spontaneo chiamarlo con quello dell'amico scomparso.

  “Me, tu dici ! Cosa avrei fatto mai, se da tre mesi sono rimasto sempre al chiuso nel palazzo del Gran Consiglio ?”

  Ci mancherebbe, amico ! Tu non hai fatto niente di male e poi, da quando sei diventato elleno, salvo dare un grosso dispiacere a Fedra…”

  “Amo tua sorella e preferirei morire piuttosto che arrecarle dolore. Intenderesti dire che lei non approva la mia partecipazione alla missione ?”

  “Questo incarico, ti assicuro, trova il consenso di qualsiasi abitante di Kallìtala. Si tratta di una questione che sebbene si presenti irrisolvibile per un elleno di nascita e a te, invece, dia qualche garanzia di successo, a tutti noi Achelai arreca tanta tristezza e non trova l'approvazione di Fedra. Ma non credere che ciò sia dovuto al rinvio del matrimonio. Mia sorella, che ti ama alla follia, teme che tu non faccia più ritorno.”

  “Oltre a disporre di maggiori dotazioni del mio predecessore, conosco meglio di tutti voi l'animo umano e la mia scelta di riapparire in Cina anziché negli Stati Uniti, garantirà la buona riuscita dell'operazione ‘pannello solare'.”

  “Ma perché proprio in Cina ?” ebbe a replicare Paride, con una nota di scoramento. “Un territorio così vasto e con un numero infinito di abitanti…”

  “Tutti lavoratori, i quali da secoli combattono contro le avversità per sopravvivere e non sono avvezzi come gli occidentali agli agi e alle comodità. Non hanno, è vero, un particolare bisogno, almeno nell'immediato, dell'utilizzo del pannello solare, poiché la motorizzazione nel loro vastissimo territorio è appena agli albori, salvo nelle grandi città ma, stai certo che capiranno immediatamente la sua importanza commerciale.”

  “Che sarebbe quella di costruire ed esportare…”

  “Veicoli con motore elettrico alimentati dal nostro speciale pannello a neutrini solari.”

  “In questa maniera, però…” obiettò Paride, “i Paesi poveri non potranno acquistarli.”

  “Porrò come condizione che ogni centomila veicoli venduti, mille siano destinati gratuitamente a loro.”

  “E ai produttori di petrolio ?”

  “Si arrangino. Del resto, hanno prosciugato le ricchezze del mondo industrializzato. Da beduini poveri, sono diventati ricchi come cresi e hanno male impiegato il denaro incamerato. Non faccio alcun riferimento preciso, ma alcuni di loro indirettamente stanno ancora alimentando il terrorismo, macchiandosi di crimini orrendi dovuti all'odio che non sono mai riusciti a vincere contro le civiltà democratiche, nonostante siano anch'esse corrotte dal dio denaro.”

  “Peccato che tutti i grandi costruttori di automobili, aerei, navi e veicoli in genere, tra cui si annoverano marchi celebri, dovranno sospendere l'attività delle loro fabbriche…”

  “Caro amico Paride…” fece Enea atteggiando il viso a un sorrisino sarcastico, “questa è la riprova che non conosci gli uomini. Non appena saranno messi in circolazione i veicoli costruiti dai cinesi, vedrai come si daranno da fare !”

  “Mica scoppierà una guerra, spero !”

  “I cinesi sono piuttosto tosti e, sicuri del temporeggiamento dei produttori di petrolio e dell'indecisione dei Paesi industrializzati, riusciranno a piazzare i cento milioni di veicoli dotati dei nostri pannelli solari. Poi, se manterranno le loro posizioni, è probabile che scoppi una guerra ma, come ben sai, non sarà atomica.”

  “Moriranno tanti esseri umani…”

  “Non possiamo farci nulla. È nella loro natura uccidersi a vicenda. La belva umana è sempre in agguato dentro di loro,” disse Enea sospirando. “Forse, se si intervenisse su ciascuno con quella piccola modifica a un codone del DNA…”

  “I laboratori chimici di Kallìtala non riuscirebbero a produrre abbastanza adusbralina.”

  “Ah! È così che si chiama ?”

  “Sì, e siccome il suo principale composto proviene da una sostanza prodotta da un corpo elleno che la produce solo una volta nella sua vita, ne abbiamo una riserva minima che ci serve in casi di emergenza, come è già accaduto molto tempo fa,” e, facendo cenno a Enea di non interromperlo, aggiunse: “Non è stato ancora contemplato il disegno di produrre quella sostanza con un processo chimico. I nostri scienziati forse ci riuscirebbero, ma ci vorrebbero almeno due anni per arrivare a una produzione consistente.”

  “Come con i pannelli solari, vero ?”

  “Certo e, soprattutto, il mezzo per trasportarli. Quell'enorme nave sottomarina… per la sua costruzione abbiamo impiegato un anno intero, utilizzando cospicue risorse minerarie. Insomma, amico Enea, datti da fare perché Kallìtala non è una riserva inesauribile. La costruzione di oltre un miliardo di pannelli solari ha quasi prosciugato le nostre scorte, specie quelle di diamanti, rame, bauxite e tungsteno.”

  “Perché, l'oro, no ?”

  “L'azienda per la quale lavora Fedra, come sai, lo estrae dal mare, pompando l'acqua al limite del nostro territorio ormai sfruttato e la produzione è sempre in crescita. La costruzione dei pannelli solari non ha minimamente intaccato le nostre riserve che ammontano a cento milioni di tonnellate.”

  “Ho letto nelle disposizioni consegnatemi da Pausania, che dovrò recuperare quei preziosi minerali che da noi incominciano a scarseggiare. Ecco una ragione per la quale riapparirò in Cina. È l'unico regime che non concede tanto facilmente al suo popolo di detenere oro e gioielli in genere, pur disponendo di enormi riserve di diamanti. Non gli sarà difficile, inoltre, procurarci il rame e la bauxite, mentre per il tungsteno…”

  “Sarà arduo averne ?” chiese Paride, aggrottando le sopracciglia.

  “Nient'affatto. La mia richiesta di tale materiale li farà semplicemente sorridere. Il suo utilizzo viene via via abbandonato a favore di altri composti che stanno sostituendo i filamenti delle lampade da illuminazione.”


12    -     LO SBARCO DAL SARGASSO

  

  Sebbene gliel'avessero detto e illustrato, inoltre, con un'immagine al computer, Henry non si sarebbe mai immaginato che fosse così grande. La sua forma affusolata lo faceva sembrare un sommergibile della classe di quelli atomici in dotazione alla US Navy, ma il Sargasso, tale era il suo nome, non solo aveva una lunghezza dieci volte superiore e una larghezza quadrupla, ma disponeva di dieci ponti, in otto dei quali erano sistematicamente stipati i pannelli solari che sarebbero stati scaricati sulle coste cinesi con un sistema molto originale. Un lunghissimo braccio fatto a passerella che sarebbe uscito dal mare in maniera da non fare scorgere il grosso sottomarino, avrebbe caricato i cento enormi gommoni che ne potevano trasportare trentamila ciascuno cosicché, una volta messi a punto gli accordi con il governo cinese, in meno di tre giorni, lavorando giorno e notte, il primo miliardo di pannelli sarebbe stato scaricato a terra, i gommoni rientrati sott'acqua - gli ultimi due carichi, il primo di dieci tonnellate sia di tungsteno che di rame e il secondo di venti tonnellate di bauxite e di cinquanta chilogrammi di diamanti industriali, purché non inferiori a mezzo carato ciascuno - e il Sargasso, con il personale al completo, avrebbe ripreso la via del ritorno a Kallìtala, rimanendo alla fonda al largo di Poseidonia, a disposizione del nuovo Arconte per essere o meno caricato di altrettanti pannelli, dopo la loro costruzione con i materiali recuperati oltre a quelli, ovviamente, che si trovavano in abbondanza nell'isola-continente.

  Un'altra sorpresa attendeva Henry. Riguardava il momento del suo sbarco. Sarebbe stato segreto, grazie al cheriosmato inseritogli sottopelle, che gli avrebbe dato la facoltà di trasferirsi di notte da un aviolobo a una barca cinese sul Fiume Azzurro e, da lì al Peace Hotel di Shanghai. Questo aviolobo aveva caratteristiche del tutto speciali. Le sue dimensioni erano quelle di un piccolo aereo da ricognizione, ma senza ali, che poteva trasportare un passeggero oltre al pilota e volava all'interno di un campo magnetico, in maniera da non essere individuato da nessuno strumento umano e avrebbe coperto le ottocento miglia tra il Sargasso e la città cinese in appena cinque minuti.

  Aveva intuito, quando era stato accompagnato a visitare l'aviolobo, che quei due sedili passeggeri dietro il posto di pilotaggio, dovevano essere stati inseriti all'ultimo momento, dato che solitamente in quel tipo di aereo vi era solo un posto che veniva occupato dal ricognitore. Non aveva, però, fatto domande imbarazzanti a Eraclide, il comandante del Sargasso, nonostante questi gli avesse dimostrato tutta la sua simpatia.

  L'istinto umano che era in Henry ve lo aveva scoraggiato per timore che gli dicesse quello che temeva e che, secondo il suo parere, avrebbe sconvolto i suoi piani. Solo quando venne l'ora di imbarcarsi sul velivolo, si accorse dal basso che il pilota stava parlando con qualcuno dietro di lui. Incominciò a salire i gradini della scala molto lentamente, mentre rifletteva con il cuore in tumulto chi poteva essere quella persona. Se un addetto al controllo che dava le ultime spiegazioni al pilota oppure… ma poteva mai essere ?

  Henry prese posto con una certa difficoltà sullo stretto sedile e, subito dopo esservisi installato, ricevette una leggera pacca sulla spalla. Si girò e si trovò a contatto con un uomo di robusta corporatura che mal si adattava alla poltroncina su cui, più che seduto, rimaneva accucciato tanto che le sue cosce ne debordavano, invadendo tutto lo spazio libero, il quale lo accolse con un sorriso accattivante sprigionantesi da un viso dalla mascella quadrata.

  “Salve amico Henry Campbell,“ si sentì dire con voce stentorea. “Io sono Melesigene, il tuo compagno di missione.” E, al tentativo di Henry di replicare, aggiunse: “Ovviamente, durante il nostro soggiorno nel mondo degli umani, mi comporterò da americano dato che, come a te, mi è stato cambiato il nome in Lloyd Clodell. Sai, per i cinesi, sarà più facile pronunciarlo.”

  Dopo aver deglutito per la sorpresa, Henry, confuso da una ridda di pensieri per adattarsi alla nuova situazione, emise un laconico: “Salve !” esagerando la sua attenzione nel sistemarsi nello stretto spazio che era rimasto. Non trovando posto dove riporla, dovette appoggiarsi la valigetta in calotex sulle ginocchia e mentre l'aviolobo si staccava dal Sargasso appositamente emerso per quell'operazione, rifletté sul fatto inusuale che dimostrava la non completa fiducia che il nuovo Arconte aveva su di lui.

  ‘Forse…' ebbe a dirsi, ‘essendomi rimasto qualcosa di umano, ha creduto che una volta ritornato tra gli uomini, io mi comporti secondo la mia vecchia natura, specie con l'ingente somma di denaro che ho nella valigetta assieme a tutto l'armamentario tecnico-biologico e ai tre pannelli solari di nuova concezione. Si vede che dubitano che la mia modificazione genetica non sia perfetta. Si sbagliano !' concluse con una manata sulla sua coscia, attirando l'attenzione di Melesigene, che non si faceva sfuggire niente del comportamento del suo compagno di missione.

  Ma sembrava che costui dovesse aspettarsi ogni e qualsiasi reazione di dispetto da parte di Enea ed era stato istruito alla perfezione grazie al computer di bordo che era collegato con Proteo. Durante la navigazione, abbastanza lunga perché il comandante dell'enorme sommergibile aveva preferito doppiare il Capo di Buona Speranza anziché passare il tempestoso Capo Horn, Melesigene non si era mai palesato a Enea, ma era rimasto nella sua cabina a ricevere istruzioni attraverso il super computer di Poseidonia. Il pasto della sera gli veniva servito da un'ancella appositamente scelta per quel servizio. Sul Sargasso il personale navigante era promiscuo e niente giustificava la netta divisione tra maschi e femmine non solo in virtù del fatto che ognuno aveva il proprio alloggio privato ma, soprattutto, perché era contrario al modo di vivere elleno. Non esistevano pregiudiziali che giustificassero l'inferiorità di un sesso rispetto all'altro come accadeva un po' troppo spesso tra gli umani e la donna deteneva pari dignità e funzioni dell'uomo ed entrambi interagivano per la migliore riuscita dei loro compiti. Il comandante del Sargasso era uomo soltanto perché aveva maturato un'esperienza nel settore più di qualsiasi altro, ma il suo secondo era donna e così tra gli altri componenti l'equipaggio, ognuno dei quali non aveva un grado, bensì uno specifico incarico. Esporre il proprio grado in pubblico, al di fuori delle proprie funzioni specifiche, era considerato poco democratico perché a Kallìtala non esistevano gerarchie sociali.

  Henry non stette troppo a deplorare il fatto che gli avessero dato un compagno, ma mentre l'aviolobo si avvicinava a destinazione, studiò con l'ausilio del computer portatile a mirillini un nuovo piano di presentazione ai cinesi e, non appena fatti scendere, non visti, su una barca già in loro attesa in mezzo al Fiume Azzurro, concordò con Melesigene - che d'ora in avanti avrebbe chiamato Lloyd - ogni mossa futura che riteneva di eseguire, ricevendone l'incondizionata approvazione.          

 

ΩΩΩ

 

  Approdarono in un'ansa del fiume deserta a pochi chilometri da Shanghai e, grazie al cheriosmato, si trovarono dinanzi al Peace Hotel, ciascuno con la propria valigia. Solo Henry aveva la ventiquattrore in calotex, la sua valigia essendo vuota, ma appesantita per far credere che dentro ci fossero le sue cose personali. Era evidente che Lloyd era stato istruito al solo scopo di difenderlo da eventuali agguati come quelli di cui era stato vittima il vero Enea degli Anchisi, seppure fosse ancora latente in Henry il sospetto che, oltre a quello, Melesigene gli fosse stato messo alle costole affinché, una volta nel suo elemento primigenio, non avessero prevalso in lui gli istinti umani. Sia il denaro che portava, così come i tre pannelli solari, avrebbero rappresentato per chiunque la possibilità di diventare ricco e potente.

  Tutto sembrava organizzato alla perfezione poiché, come si palesarono entrambi dinanzi all'ingresso del rinomato albergo, due bell-boy volenterosi e cortesissimi accennarono se potevano prendere le valigie e, una volta ottenutone l'assenso, fecero loro strada nel magnifico ingresso del grande albergo.

  Le formalità furono tra le più sbrigative e neppure un sopracciglio dei due impiegati addetti alla reception si alzò quando ebbero in mano i passaporti dei due americani cui venne assegnato l'appartamento dell'Imperatrice, così era stato battezzato quell'alloggio lussuoso. Cinque minuti più tardi, Henry e Lloyd vi si accomodarono. Già tutto predisposto da Proteo, il chemio-elaboratore di Poseidonia, ognuno si diresse nella parte assegnata in considerazione del fatto che l'appartamento imperiale era composto da due suntuose camere, ciascuna con due bagni e un salotto, avendo in comune un salone per ricevimenti e una sala da pranzo. Cose del tutto inutili per i due occupanti presentatisi come uomini di affari che niente avevano a che fare con una rappresentanza più diplomatica che commerciale. Questo perlomeno aveva pensato Henry nel cui animo galleggiavano ancora alcune sensazioni umane, non avendo tenuto conto, però, di ciò che aveva previsto Proteo.

  La cosa più adatta. Infatti, appena un'ora dopo, giusto il tempo che ognuno di loro avesse messo a posto le proprie cose e si fosse rinfrescato, il telefono verde a capo del sontuoso letto di Henry, che si distingueva dall'altro di colore neutro le cui derivazioni erano sparse un po' dappertutto nel vasto appartamento, trillò con un suono argentino, ma d'intensità alquanto discreta.

  Era un funzionario della grande fabbrica metalmeccanica Whang Rong Automobiles, ancora di proprietà dello Stato cinese, che chiedeva la conferma, come convenuto, se nel pomeriggio alle tre la delegazione esecutiva della sua ditta poteva essere ricevuta. Henry assentì. Il programma prevedeva la dimostrazione del funzionamento del pannello su un motore elettrico che operai della fabbrica automobilistica avrebbero installato nel salone e, dopo aver preso gli accordi preliminari del caso, invitati alla cena già predisposta dalla direzione dell'albergo.

  Lloyd Clovell si comportava più come guardaspalle di Henry che da negoziatore. Non lo lasciava un attimo, timoroso che l'ex umano si facesse prendere alla sprovvista dall'avidità e dalla cattiveria degli uomini. Nemmeno si ritirò per riposarsi, salvo il tempo necessario a svelte abluzioni, nella zona dell'appartamento assegnatogli.

  “Lloyd, perché rimani qua da me ?” gli chiese Henry, rimarcando un certo malumore.

   “Ho ricevuto l'incarico specifico di non lasciarti nemmeno per un attimo. Non prendertela, amico Henry. Non è per mancanza di fiducia che l'Arconte mi ha scelto come tuo compagno, ma per l'esperienza che il povero Enea degli Anchisi ha dovuto sperimentare sulla sua pelle.”

  “Ma qua siamo in Cina, Lloyd. Questo ambiente non è infestato da spie e doppie spie e, soprattutto, da giornalisti troppo invadenti.”

  “Lo credi proprio ?” replicò il buon gigante. “Ricordati che ai vertici nel mondo degli umani ci sono sempre i più furbi, i più maligni e i più avidi e non, come da noi, coloro che servono il Paese per idealismo.”

  “Siamo qua in pace a offrire a questo popolo di genti industriose e modeste la possibilità di esportare il loro lavoro in tutto il mondo a prezzi accessibilissimi. Cosicché in poco tempo riusciremo a coprire tutto il fabbisogno dell'umanità in tema di veicoli a propulsione elettrica e quindi antinquinamento.”

  “Questa città che abbiamo in parte osservato dalla barca sul fiume, è una metropoli moderna che può tenere il confronto con New York o altri grandi centri urbani del mondo occidentale. Con quali capitali credi che i cinesi l'abbiano edificata ?”

  “Vogliamo dire con quelli occidentali ?” rispose con fare canzonatorio Henry e dopo, molto serio: “Sì, d'accordo. Ce ne sono anche di americani e, in generale, di tutti i paesi più industrializzati. Ma si tratta di accordi commerciali che niente hanno a che vedere con l'industrializzazione bellica come nel mio ex Paese.”

  “Dai retta a me, amico Henry. Per quanto le nostre operazioni siano rese più facili in Cina piuttosto che negli Stati Uniti, anche qua devi guardarti dagli interessi contrari all'immissione sul mercato di veicoli che non brucino carburanti derivati dal petrolio. Ed io sono qua per questo. Scusami se la mia continua presenza ti peserà.”

  “Ma cosa dici mai, Lloyd ! Non intendevo questo. Solo che…” Henry si tacque perché sapeva che se avesse continuato su quell'argomento insidioso, avrebbe svelato il suo desiderio di essere l'unico deus ex machina dell'operazione pannello solare. Per l'appunto quel qualcosa del vanitoso istinto umano che gli era rimasto gli venne a galla nella mente come se, a operazione felicemente conclusa, il suo nome dovesse essere perpetuato come quello di salvatore dell'umanità. Se l'avesse indovinato Fedra, di sicuro non lo avrebbe più sposato e Pausania poi, forse si sarebbe fatto promotore di un'adeguata punizione, purché non si arrivasse all'estremo di inviarlo definitivamente a Boadicea…

  Lo squillo del telefono principale lo tolse dall'imbarazzo, quando già Lloyd lo stava scrutando con maggiore interesse.

  Il direttore in persona lo avvisava che la delegazione dell'industria automobilistica cinese, appena arrivata al completo, attendeva nella hall che l'ingegner Campbell desse il suo assenso a riceverla.

  “Un momento…” fece Henry togliendo la comunicazione e, rivolgendosi a Lloyd, “potresti andare nella zona degli ascensori per ricevere gli ospiti che stanno salendo ? Io intanto…” e, come Lloyd annuiva, riattivò la linea telefonica, e, “signor direttore, dica loro che sono felice di riceverli nel mio modesto alloggio.”  Con ciò dimostrando di avere bene appreso i modi usuali del vivere cinese.

  La delegazione era formata da sei persone e Henry non se ne meravigliò affatto. I cinesi avevano sempre dato molta importanza ai grandi numeri. Quando si presentarono, due di essi ebbero la compiacenza di dichiararsi emissari del governo, non facenti parte, quindi, della delegazione della fabbrica Whang Rong, il cui direttore tecnico, ingegner Wangfujing, un uomo sulla cinquantina che usciva dagli schemi classici del cinese tipo, essendo alto pressappoco quanto Henry e molto di più degli altri cinque componenti la delegazione, comandò al suo assistente di fare introdurre nell'appartamento i quattro operai che attendevano nel corridoio, i quali avrebbero trasportato il pesante pallet, grande quanto un grosso frigorifero, contenente un moderno quanto potente motore elettrico.

  I quattro piccoli uomini entrarono nel salone e in silenzio e con molta abilità aprirono il contenitore a pannelli smontabili, togliendo la protezione in tela cerata di un motore delle dimensioni di un tornio da fabbro.

  I due delegati governativi si misero alle due estremità del motore, mentre l'ingegner Wangfujing dava istruzioni ai suoi tre sottoposti, tra i quali ce n'era uno, probabilmente il suo assistente, che chiamava con una nota più cordiale, Lin Pao. Proprio quest'ultimo collegò le prese di corrente del motore elettrico a un grosso trasformatore e da qui a una di quelle del salone. Con un sorrisetto ironico, ricevuto l'assenso del suo principale, spinse sul bottone dell'accensione e quando il motore incominciò a girare piano, come se volesse dimostrare una cosa lapalissiana a un bambino, ruotò di due scatti il reostato per aumentarne la velocità.

  “Bene !” esclamò Henry. “Immagino che con quest'operazione volevate accertarvi che il vostro motore funzioni,” disse pacatamente, pur con una lieve nota d'ironia. “Adesso potete staccare la corrente elettrica e togliere quel trasformatore che ritengo inutile per l'esperimento.” Poi, mostrando quello che tutti avevano creduto un quadretto, cui nessuno aveva fatto caso nel tempo in cui era rimasto esposto su una console disse, attirando l'attenzione dell'intero consesso: “Ecco, qua.  Questo è il pannello di cui vi è stato accennato. Buffo, vero ?”

  I cinesi, meno il direttore tecnico, risero squittendo, ripresi subito dal loro capo che si avvicinò a Henry cui chiese il pannello. Lo squadrò attentamente e sgranò tanto d'occhi quando vide scomparire l'immagine naif. Poi, come un cieco, lo tastò dappertutto, se lo rigirò tra le mani, lo esaminò attentamente sul davanti e sul retro e, non riuscendo a dissimulare la delusione, lo restituì a Henry.

  “Lei, ingegner Wangfujing non è propriamente di estrazione cinese ?”

  “Come cittadino lo sono certamente, ma mia madre è giapponese. Perché mi fa questa domanda, ingegner Campbell ?”

  “Solo per la sua altezza, che ha destato la mia curiosità. Tutto qua.”

  Lloyd, istruito sulle operazioni da compiere, chiese ai convenuti di disporsi ordinatamente intorno al motore elettrico, quindi, appoggiando il pannello sulla parte piana sovrastante il rotore della macchina, lo collegò elettricamente al motore, poi si fece da parte in attesa delle disposizioni di Henry. Il quale, guardando bene negli occhi tutti e sei cinesi, alla fine li fissò in quelli del direttore tecnico. “Ingegnere, a lei il privilegio di premere il bottone dell'avviamento.”

  L'ingegner Wangfujing si avvicinò al motore e, con un lieve timore, prima posò il dito sul pulsante rosso guardando gli astanti, poi, quasi vergognandosi della sua incertezza, lo spinse decisamente e la macchina elettrica si mise in moto. Tutti, a esclusione di Henry e di Lloyd, si guardarono intorno, se per caso ci fosse un filo elettrico nascosto che ricevesse la corrente elettrica dell'albergo. Ma non avendo scorto niente, specie i due funzionari governativi che non ebbero neppure il pudore di farsi scorgere a frugare pure sotto il grande tappeto né di alzare le tende per scoprire se sotto o dietro ci fosse un collegamento elettrico qualsiasi, il direttore tecnico della Whang Rong Automobiles, iniziò a ruotare il cursore per aumentare i giri del rotore che si mise a girare vorticosamente alla sua massima velocità.

  “Basta così, ingegnere !” quasi urlò Henry quando si accorse che il cinese stava per far scattare il cursore di una tacca in più. “Il motore è già al massimo, se aumenta, potrebbe fondersi la bobina.”

  Di fronte agli spettatori rimasti sbigottiti da quello che credevano un miracolo, Henry spiegò le caratteristiche del pannello che, nonostante al chiuso non potesse caricarsi al meglio per la schermatura dei muri, disponeva già di una carica di ventiquattro ore, sufficiente a che, prima di esaurirsi, potesse recuperare l'energia spesa. Certo, se una sola finestra del salone fosse stata aperta… tuttavia l'impiego di energia per far girare a vuoto una semplice dinamo era talmente poca che avrebbe avuto un'autonomia praticamente illimitata. Per un'automobile sarebbe stato ben diverso, ma l'auto, si sa, corre sulle strade all'aperto e il pannello si sarebbe ‘nutrito', sia dei neutrini solari che dell'inquinamento terrestre.

  Con fare ironicamente trionfante, uno dei due commissari del governo, un certo Xuahn Li, sicuro di mettere in imbarazzo i due americani, disse: “Bene, signori. Abbiamo già predisposto un'automobile con motore elettrico, cui abbiamo tolto le batterie. Vorrebbero le loro eccellenze farla funzionare con questo… ehm… quadretto… ?”

  “Ma…” intervenne l'ingegner Wangfujing, “veramente, il programma prevedeva una conferenza dell'ingegner Campbell sull'utilizzo del pannello solare, della sua composizione e sui probabili effetti negativi, che so… sugli uomini o sull'ambiente…” e, a un cenno di Henry che voleva intervenire decisamente per ribattere che di effetti negativi non ce ne sarebbero stati, il direttore tecnico, riuscì a finire la frase. “E, poi, la cena che suggellerà l'accordo con la nostra società.”

  “Amico Xuahn Li…” finalmente poté intervenire Henry, “sarei pronto a mostrarle come il mio pannello solare farebbe muovere l'automobile ma, tra l'uscire dall'albergo per recarci in fabbrica, che si trova nella periferia di Shanghai ed effettuare questo ulteriore esperimento, passerebbe molto tempo. La cena già predisposta dall'albergo salterebbe e, inoltre, come giustamente ha fatto notare l'ingegnere capo, ritengo molto utile che io vi spieghi in dettaglio le caratteristiche del pannello a neutrini solari, poiché mi pare che alcuni di voi, nonostante abbiano presenziato all'esperimento, non si siano ancora convinti. Possiamo rimandare a domani il test da lei richiesto. Nel frattempo…”

  “Nel frattempo ?” ebbe a replicare Xuahn Li.

  “Vi elencherò le condizioni che porrò al vostro governo, senza il preciso e inappuntabile rispetto delle quali, questo nostro incontro sarà servito soltanto a conoscerci e…” sentiti i tre squilli convenuti del telefono, “adesso pensiamo a degustare l'aperitivo del Peace Hotel, dopodiché verrà servita la cena. Mica ce la vorremmo guastare, no ?”



13      -   CATENA DI MONTAGGIO

  

Ovviamente, il giorno seguente l'esperimento sull'automobile elettrica, privata delle sue ingombranti quanto pesanti batterie, ebbe lo scontato successo. Funzionando il motore della macchina alla perfezione, questa volta rendendo gli spettatori scevri da qualsiasi dubbio sulla bontà dell'innovazione, il pannello solare venne lasciato per l'intera giornata sull'auto affinché continuasse a far girare le ruote alla massima velocità sul cavalletto su cui era stata posta.

  L'ingegner Wangfujing, da mezzosangue quale era, contrariamente all'indole cinese che sapeva ben mascherare i sentimenti, si fece prendere dall'entusiasmo e chiese subito di vedere il progetto del nuovo motore elettrico dal collega Campbell, che doveva essere di dimensioni ridotte e di maggiore potenza, in modo che la scocca dell'auto venisse alleggerita con minor impiego di materiale e, di conseguenza, con ribassati costi di produzione.

  “Non sono autorizzato a farlo finché il vostro governo al completo non sottoscriverà il contratto che ho con me,” rispose Henry cui, stranamente, Lloyd Clovell si mise al fianco come volesse proteggerlo da un'eventuale aggressione.

  A quel punto intervenne Xuahn Li. “Se non lo può mostrare, visto che mi sono accorto quanto tiene stretta a sé la valigetta, potrei sapere, almeno a grandi linee, cosa prevede ? Sa, dovrei riferirne ai miei superiori.”

  “Proprio per sommi capi, signor Xuahn Li, ne avevo accennato durante la cena. Tuttavia, forse distratti dalla gustosità dei cibi preparatici dall'impareggiabile chef del Peace Hotel, l'attenzione di tutti si è un po' allentata.”

  “Beh, potrei ripeterglieli io, ingegner Campbell,” si intromise il direttore tecnico dell'industria Whang Rong, il quale pensava erroneamente che Xuahn Li avesse l'autorità di dare subito il via all'operazione.

  “Grazie, no, ingegnere,” fece Henry. “È bene che tutti, adesso mi stiate ad ascoltare molto attentamente.”

  Si accomodarono nel salone delle riunioni ed Henry, invitato a sedersi a fianco del presidente e del direttore generale della società, con vicino il fido Lloyd, aprì la valigetta in calotex e ne trasse un secondo pannello a neutrini su retro del quale montò con consumata perizia una serie di mirillini trasformandolo in computer. Sebbene tutti lo osservassero con accentuata curiosità, nessuno, nemmeno l'ingegner Wangfujing, se ne meravigliò.

  “Il punto principale, gentili signori…” incominciò a dire Henry via via che riceveva informazioni dal computer, “è di salvare il mondo dall'insensato inquinamento che ha già intaccato pericolosamente la sua delicata struttura. Con ciò intendendo riferirmi sia all'aria che alle acque, ma non escluderei che, andando di questo passo, si desertifichi tutto l'ambiente, cosicché verrebbero a mancare anche gli enzimi che rendono ferace il terreno per la coltivazione di quelle piante che si trasformano in cibo. Noi…” proseguì, “e con noi intendo dire un ente di cui non voglio specificare nulla, ragione principale della rottura dell'accordo se chiunque volesse indagare su cosa sia e da dove il mio assistente ed io proveniamo, vogliamo salvare il pianeta e, con esso, tutti gli esseri che ci vivono. Abbiamo scelto il vostro popolo che consideriamo, oltre che grande, industrioso e meno coinvolto negli interessi petroliferi di tutti i paesi più industrializzati del mondo. Il pannello solare, di cui avete potuto constatare le potenzialità, è un elemento indistruttibile e impossibile a essere fabbricato da chiunque, salvo da chi l'ha ideato e assemblato. Per cui ne forniremo fino a due miliardi di esemplari per sopperire alle necessità di ogni e qualsiasi propulsore che sia una semplice macchina, un aereo o un impianto elettrico che faccia funzionare un'officina o, addirittura, un'intera fabbrica. Abbiamo calcolato che in tutto il mondo circoleranno, di qui a dieci anni, almeno ottocento milioni di auto private. Il rimanente miliardo e duecento milioni di pannelli solari verranno impiegati per tutte le altre attività che, anch'esse, cresceranno nel tempo. Di conseguenza avremmo in programma di fornirne un'altra tranche di un miliardo di esemplari.”

  “Sempre a noi, vero ?” di nuovo l'indiscreto Xuahn Li.

  “Non è detto,” rispose Henry. “A quel punto le estrazioni del petrolio si saranno interrotte e la mentalità dei governanti delle più importanti nazioni si sarà modificata. Pensate un po' a come sarà migliore la vita allora e, sono certo - ma questa è una mia opinione personale - non avverranno più attentati terroristici perché non saranno più supportati da nessuno.”

  “Lei pensa che siano i grandi capitalisti arabi a farlo ?” fece Xuahn Li, tentando di far deviare la discussione sulla politica per tastare i propositi di quell'uomo strano, americano per di più, il quale stava offrendo alla Cina, il Paese in cui rimaneva attecchito il comunismo tout court e che non aveva mai manifestato molta simpatia per gli Stati Uniti sia pure, dopo il breve periodo della presidenza Nixon, ci avesse intrecciato corposi affari commerciali.

  “Lungi da me affermare una cosa del genere, signor Xuahn Li,” replicò Henry. “Solo che, girando da quelle parti un vorticoso quanto enorme giro di denaro, una parte di esso arrivi, magari per vie traverse, alle minoranze arrabbiate e fondamentaliste, quelle, per l'appunto, che fomentano rivolte in nome di princìpi bacati che non solo non rientrano per niente nella religione islamica, ma sono semplici aberrazioni mentali, degne di accurate ed approfondite visite psichiatriche. Il disprezzo della vita altrui e propria, è un retaggio dei tempi bui che l'uomo ha vissuto forse nel neolitico, quando il suo cervello non si era ancora sviluppato…” Ricevuta, però, una discreta gomitata da Lloyd, si rese conto di non parlare da elleno bensì da uomo e pure con una certa vena polemica: “Gentili signori…” si limitò a dire con pacatezza e scandendo bene le parole del suo fresco cinese, “vi chiedo umilmente scusa. Ho detto cose sciocche su un argomento che esula dal mio compito. Ritorniamo a parlare dell'affare dei pannelli, prego.”

  “Ah, dunque !” esclamò Xuahn Li. “È di affari quindi, che si tratta. E, di grazia, cosa vorreste in cambio ?” affermò, guardando i suoi connazionali con ironia.

  “Le pare un affare commerciale quello che vi sto offrendo ?” rispose piccato Henry. “La giustifico, signor Xuahn Li perché vorrà fare buona figura con i suoi superiori cui dovrà riferire, magari immediatamente dopo questa conferenza informale, dando un suo parere che, almeno a sentire le sue argomentazioni, non sarà del tutto favorevole.” Si interruppe e appuntò il suo sguardo nel volto di tutti con un cipiglio tale che nessuno ebbe voglia di replicare. “Le assicuro che si sbaglia e se gli altri dovessero pensarla come lei, anche loro sarebbero in errore. E di grosso, le assicuro.”

  “Io credo fermamente a quello ha detto, ingegner Campbell,” disse con una vocina acuta, ma decisa, il Presidente della Whang Rong, rimasto finora silenzioso ad ascoltare attentamente lo scambio di opinioni. “Mi auguro che il compagno dottor Xuahn Li sia del mio parere e che le abbia fatto quelle domande solo per sondare meglio le sue intenzioni.”

  “Che sono, mi creda signor presidente, le migliori,” rispose Henry.

  “Ma davvero, non volete niente in cambio ?” chiese timidamente il direttore generale, nonostante fosse spalleggiato da uno sguardo d'intesa del suo presidente.

  “Certo ! Sì che lo vogliamo,” fece Henry, tamburellando sulla valigetta in calotex per dimostrare la sua sicurezza. “Sebbene per voi sia un vero affare e, nei limiti che vi sarà consentito, pure enormemente lucroso, sarà parecchio gravoso perché costruire i motori elettrici secondo i progetti che vi consegnerò non appena firmato l'accordo con il vostro governo al completo, impegnerà le vostre maestranze in modo talmente massiccio, che sarete costretti ad appaltare il lavoro anche ad altre fabbriche in tutta la Cina.”

  “Ma chi ci garantisce che ci vengano acquistati i motori con incorporato il vostro pannello ?” disse il direttore generale, che ormai si sentiva libero di intervenire.

  “Creerete punti di vendita in tutti i luoghi più industrializzati del mondo, facendo dimostrazioni che svilupperanno contratti di franchising e, di conseguenza, corpose vendite.”

  “Ma ci vorrà un impiego di capitale enorme che la Whang Rong non potrà sopportare. Lei sa quanto viene a costare la creazione di una filiale ? Un'enormità, che va moltiplicata per un numero esagerato di posti in tutto il mondo industrializzato. Noi non abbiamo questi capitali di partenza, anche se devo riconoscere che ne trarremo un notevole guadagno. E, infine, gentile ingegner Campbell, bisogna tener conto della costruzione di questi speciali motori elettrici. Dove prendere il denaro necessario per acquistare l'adeguata quantità di materiale che ci necessiterà ?”

  Henry rispose prima con un sorriso sempre tamburellando le dita sulla valigetta, poi con fare deciso, dato che si aspettava di arrivare a quel punto, disse: “Quello ve lo anticipo io, non vi preoccupate.” Voleva dire che l'aveva tutto nella valigetta, ma si fermò a tempo. Cosa avrebbero pensato i cinesi, se avessero visto che ne avrebbe fatto sortire il miliardo di dollari ?

  “Non mi verrà pure a dire che lo ha depositato in una banca cinese senza che lo si sappia,” intervenne Xuahn Li, con la solita voce legnosa.

  “Caro amico…” sorrise Henry, “non vorrei stupire all'eccesso questa assemblea, ma preferisco procedere per gradi. Adesso è indispensabile che l'accordo venga sottoscritto dal vos... suo governo.”

  “E se non avesse il denaro e fosse tutto un bluff ?” fece tagliente Xuahn Li, rivolgendosi ai capi della Whang Rong. “Se di pannelli avesse solo quelli che ci ha mostrato e non i due miliardi come ha promesso ?”

  “Ve ne ho promesso solo uno, di miliardo. Che, come il denaro, verranno fuori al momento giusto,” rispose blandamente Henry, dimostrando una pazienza celestiale.

  “Ma, vorrei dire…”

  “Adesso basta !” La vocina secca e vibrante del Presidente raggelò la sala. “Lei dottor Xuahn Li sta oltrepassando ogni limite di decenza e le sue insinuazioni esulano dai suoi compiti. Lasciamo che l'operazione proceda. Il governo cinese non ha che da guadagnarci. Questo pannello a… neutrini… è così che si chiamano, no ? solari… è davvero portentoso e, anche il solo fatto che gli amici americani si siano scomodati a mostrarcelo, per noi è un guadagno giacché se, come lei afferma, non disponessero del denaro necessario e del miliardo di pannelli, mi dica dottor Xuahn Li, noi che ci perderemmo, eh?” E, scorrendo lo sguardo sul viso di tutti gli astanti per scoprire un'eventuale reazione contraria, lo fissò negli occhi dell'ispettore governativo. ”E della tradizionale e millenaria gentile accoglienza che il popolo cinese ha sempre esercitato nei confronti di ogni straniero, lei cosa ne dice ? L'ha persa di vista, per caso ?”

  “Chiedo scusa, signore,” rispose Xuahn Li abbassando il capo. Poi, rivolgendosi ai due americani: “Vogliate perdonarmi, mi sono fatto trascinare dai miei compiti investigativi.”

  “Di niente, caro amico,” fece con un sorriso liberatorio Henry. “È stata solo una scusabile deformazione professionale. Vuole avere la bontà di riferire al suo governo e sollecitarlo a sottoscrivere l'accordo ?”

  “Lo farò oggi stesso, quando raggiungerò Pechino con il Falcon Jet dell'esercito.”  


ΩΩΩ

 

  A bordo del Sargasso la vita si svolgeva con lo stesso ritmo di sempre, sebbene tutto l'equipaggio - un centinaio tra maschi e femmine – non si sentisse a perfetto agio. Si sapeva che gli elleni non amavano particolarmente andare per mare, un'idiosincrasia trasmessa loro dagli antichi avi che per scoprire Kallìtala avevano penato mesi e mesi di navigazione in quello che consideravano l'inferno, talmente fu tormentoso e… ignoto. Né potevano contare, nel caso la missione si fosse protratta a lungo, in un cambio di equipaggio perché erano gli unici addestrati a questo particolare lavoro da quando prima Proteo, il potente chemio-elaboratore, poi il Gran Giurì al completo e, infine, con la decisione finale dell'Arconte, era stato deliberato per la salvezza del pianeta terra, di regalare agli uomini i pannelli a neutrini solari. Avevano avuto il tempo di addestrarsi durante la costruzione e l'approntamento del mezzo sottomarino sul quale adesso stavano navigando sotto la superficie del Mar della Cina. Zona quella non particolarmente infestata dai sommergibili nucleari americani, presenti in quasi tutto il globo. Tuttavia, il comandante Eraclide si teneva continuamente all'erta al controllo delle speciali apparecchiature in grado di individuare qualsiasi corpo galleggiasse intorno a loro nel raggio di dieci miglia.

  L'autonomia del Sargasso era illimitata. I suoi quattro potenti e silenziosi motori a energia atomica prodotta dalla fusione fredda mantenevano la grande nave come fosse una versione miniaturizzata di Kallìtala. Le serre, create appositamente nei due piani sottostanti a quello di comando e degli alloggi del personale, tenute a temperatura costante di venticinque gradi e con un'umidità ideale, bagnate da una pioggerellina notturna di acqua arricchita di sali minerali e vitamine, producevano in un mese degli umani tutti i prodotti dell'agricoltura, in particolare frutta e verdura.

  Un sistema elettromagnetico, posto in coda al Sargasso, funzionava come una rete a strascico, solo che il suo raggio d'azione non andava oltre i trenta metri di profondità, cosicché il sottomarino si poteva approvvigionare di pesce fresco solo in emersione. In quel caso, come nel piccolo aviolobo che aveva trasportato Henry e Lloyd per deporli sul fiume Yangpu Jiang, veniva creata una cupola magnetica sul modello di quella di Kallìtala, in maniera da rendersi non individuabili da alcuno strumento umano sia naturale che meccanico.

  La vita a bordo era resa meno monotona dall'impegno di tutto l'equipaggio a svolgere i propri compiti e, durante le lunghe ore di riposo, con dedizione alla lettura o alla visione di film e documentari. Nel sottomarino, i cui otto ponti inferiori erano carichi di pannelli solari, c'era anche una palestra attrezzata di tutto punto con attiguo un campo regolamentare di palla a mano. Questa specialità sportiva era molto praticata a Kallìtala e contava diverse squadre in tutte le città dell'isola-continente, che si disputavano un campionato a diversi livelli. Sport agonistico come tutti gli altri praticati dagli umani, conciliava meglio, però, le relazioni sociali, poiché dava modo allo spettatore di seguirne tutte le fasi che si svolgevano a pochi metri dalle tribune. Inoltre, non prevedeva moltitudine di gente che, presa dalla passione sportiva, avrebbe provocato repentini movimenti di folla che, quantunque non intenzionali, potevano causare danni a persone e a cose.

  Nel prolungamento della torretta di osservazione del Sargasso erano alloggiati i due aviolobi da ricognizione, simili a quello che aveva trasportato Henry e Lloyd nei pressi della città di Shanghai. Questi velivoli, che volavano dentro una bolla elettromagnetica tale da renderli invisibili sia agli occhi degli uomini che ai suoi più sofisticati marchingegni, avevano pure il compito di pronto intervento nel caso che i due elleni, i quali stavano trattando con il governo cinese, diventassero obiettivi da colpire o da rapire da parte dei servizi segreti delle maggiori potenze industrializzate, produttori di petrolio compresi. Erano in grado, una volta allertati dal sistema di sicurezza del Sargasso, di intervenire nel giro di appena mezzora per neutralizzare con un'irrorazione mirata di Sapotran qualunque aggressore e successivamente imbarcare i due connazionali per portarli al sicuro.

  L'Arconte aveva dato disposizioni precise a che non succedesse la stessa cosa avvenuta tre mesi prima a Enea degli Anchisi, cui era stato eretto un monumento, in memoria di un eroe del sesto secolo appena iniziato. Il calendario di Kallìtala segnava infatti la data dell'anno seicento quattro.

  Per cui i turni di lavoro di tutto il personale dell'enorme mezzo sottomarino, erano organizzati in modo di non perdere mai il contatto attraverso i monitor con Henry Campbell, il compito di Lloyd prevedendo solo il suo intervento più immediato in caso di pericolo. Quest'ultimo non doveva mai interferire sulle trattative che dovevano essere condotte esclusivamente dal novello Enea degli Anchisi. I monitor del Sargasso erano collegati sia a Proteo che a quello portatile a mirillini, sempreché Henry in quei precisi momenti li avessi montati sul pannello solare. Per le soluzioni di emergenza sarebbe stato il cheriosmato che avrebbe dato l'allarme e indicato la traccia degli spostamenti improvvisi dei due elleni.

  Nell'ultimo ponte inferiore vi era la grande sala con i quattro potenti motori atomici con altrettante pompe che, aspirando l'acqua, la spingevano attraverso gli ugelli con una forza tale da imprimere all'enorme battello una spinta di parecchie tonnellate per farlo navigare in immersione alla fantastica velocità di oltre trentacinque nodi a trecento metri sotto la superficie marina. Il sistema di navigazione era tra i più sofisticati, giacché la rotta veniva tracciata dal grande chemio-elaboratore e un super sistema radar via via la correggeva per evitare un qualsiasi sia pur piccolo ostacolo, in particolare grossi relitti semi-sommersi o i grandi mammiferi del mare.


14        - OPERAZIONI IN CORSO

 

  “Paride, dimmi. Sei proprio sicuro che Enea abbia fatto la scelta migliore ? Ho timore che…”

  “Questa volta, cara sorella, non c'è alcun rischio. Il Sargasso dispone di due aviolobi velocissimi che possono intervenire per trarlo d'impaccio.”

  “Trarlo d'impaccio ! Ma qui si tratta della sua vita, altro che impaccio, Paride…”

  “La vita… su, Fedra, non stai un po' esagerando ? Addirittura, il rischio della vita !”

  “E quel poveretto che ha dovuto farsi annientare pur di non svelare i nostri segreti ?”

  “Beh, secondo me si è fatto prendere dall'orgasmo. Ne abbiamo parlato in fabbrica. Avendo perso tutte le peculiarità del nostro DNA che, come sai, si autodistruggono vivendo più di otto giorni nel mondo degli uomini, non riusciva più a connettere. Se si lasciava prendere da quelli dell'elicottero, appena mezzora dopo sarebbe intervenuto il Sargasso.”

  “Che cosa avrebbe potuto fare, se non aveva un aviolobo a bordo ?”

  “Una volta nel raggio di un chilometro dall'elicottero, creare una cupola magnetica e avvolgercelo assieme agli altri.”

  “E che ne avrebbero fatto degli uomini intrappolati ?”

  “Quando avessero portato Enea in salvo, li avrebbero lasciati liberi dove erano stati fatti prigionieri.”

  “Dopo aver visto quell'enorme nave sottomarina ! Sai come sono fatti gli esseri umani ?”

  “Non esattamente. Tu sì ?”

  “Me l'ha spiegato Enea,” rispose Fedra, il cui viso s'imporporò nello svelare al fratello un segreto appreso da Henry.

“E allora, sorella ?”

“Avrebbero dato la caccia al Sargasso e, nonostante non avessero alcuna possibilità di trovarlo perché gode dell'invisibilità come la nostra isola, avrebbero alimentato i loro sospetti sull'esistenza di un popolo sconosciuto e, magari, in specie gli americani, anziché baloccarsi a inviare oggetti nello spazio spendendo ingenti capitali, dedicare tutte le loro energie alla ricerca di Kallìtala.”

“Non ci sarebbero mai riusciti.”

“Ne sei proprio sicuro ?”

“Ma certo ! Hanno una tecnologia piuttosto arretrata rispetto alla nostra, sebbene…”

“Sebbene ?”

“Se dovessero fare esplodere due bombe all'idrogeno in mezzo all'Atlantico…”

“Che succederebbe ?” chiese tremante e intimorita Fedra.

“Che moriremmo tutti e il vulcano sotto di noi esploderà perché le bombe umane innescherebbero un movimento tellurico di tali proporzioni che distruggerebbe tutte le terre che si trovano nell'arco del Golfo del Messico e del Mar delle Antille e l'intero Golfo di Guinea. Con noi perirebbero anche milioni e milioni di uomini e animali. Sarebbe una catastrofe planetaria.”

“Allora ha avuto ragione il nostro Arconte a dire che Enea degli Anchisi numero uno è stato un grande eroe.”

“Certo. È tutto registrato. Proteo, nell'ultimo collegamento con il suo computer portatile a mirillini, lo aveva avvisato cosa avremmo rischiato. Ecco perché si è sacrificato.”

  “Tutto questo, però, mi lascia un dubbio, Paride.”

  “Sarebbe ?”

  “Se una volta intrappolato l'elicottero con i suoi occupanti, non sarebbe stato meglio relegare gli uomini a Boadicea…”

  “Nella situazione di emergenza attuale, non possiamo più permetterci di mantenere quella vallata. L'Arconte ha deciso di renderla vivibile per noi e di restringere il cono per l'ingresso dell'aria. Lo sapevi che vi sarà costruita una grande fabbrica per…” Paride le disse cosa, ma sussurrandoglielo in un orecchio.

  “Siamo arrivati a questo punto, dunque…”

  “Speriamo nel tuo futuro sposo.”

  “Da solo, cosa potrà mai fare…”

  “Gli è stato messo a fianco Melesigene.”

  “E chi sarebbe costui ?”

  “Un gigante buono, ma molto esperto. Sarà davvero difficile che i cinesi, per quanto furbi, riescano a infinocchiare Enea.”

  “Infinocchiare ? Una parola che non rientra nel nostro lessico, Paride !”

  “È una delle poche cose che ho appreso da Henry Campbell.”

 

ΩΩΩ

 

  Henry, rientrato nel suo appartamento al Peace Hotel, accompagnato dal fido Lloyd che da quando avevano volato dal Sargasso non lo aveva lasciato un solo attimo e mai aveva emesso una parola se non richiesta, si mise a leggere più attentamente il contratto redatto di concerto con il governo cinese sulla base di quanto il neo-elleno aveva preteso. Era scritto, ovviamente, in inglese, ma non vi era stata apposta, per il momento, alcuna firma. Henry aveva chiesto il tempo per una sua attenta rilettura, ma era stata tutta una scusa. Conosceva a menadito il suo contenuto, tuttavia per scrupolo voleva sottoporlo al giudizio di Proteo e per farlo aveva bisogno di utilizzare un pannello solare su cui doveva montare una serie di mirillini per trasformarlo in un computer. Ma, come ovvio, non poteva eseguire quest'operazione che poteva venire filmata nell'appartamento, giacché quegli istinti umani che gli erano rimasti, gli facevano sospettare che in qualche recesso vi fossero nascoste minuscole telecamere che potevano spiare ogni sua mossa. Cosicché, fattone cenno a Lloyd, se ne misero alla ricerca.

  “Avevo ragione nell'affermare che il cinese è un popolo efficiente,” disse a Lloyd, dopo aver scoperto, grazie ai loro sensi potenziati, una ventina di microtelecamere sparse un po' dappertutto nelle varie stanze, compreso il grande bagno ma escluso, però, quello più piccolo adiacente alla camera di Lloyd. “Come abbiano fatto nel breve tempo in cui ci siamo attardati nella hall, considerato che nessuno sapeva del nostro arrivo, la dice lunga sulle loro capacità di costruire in tempi brevi il maggior numero di auto elettriche.”

  Non rimaneva che montare il computer nel bagno di Lloyd dopo un'altra accurata ispezione. Di conseguenza fu proprio da là dentro che Henry inviò copia del contratto a Proteo attraverso le sofisticate apparecchiature a onde elettromagnetiche sottomarine del Sargasso.

  La risposta non si fece attendere. Proteo ordinava una drastica riduzione della fornitura di pannelli solari e dell'intero finanziamento in cambio della fornitura delle materie prime necessarie per la costruzione del secondo miliardo di pannelli, se i cinesi avessero continuato a comportarsi in maniera sospettosa. Tali modifiche erano giustificate dalla scoperta delle spie televisive, considerata cosa sleale che poco aveva di conciliante per una collaborazione ai massimi livelli. Dopo la consegna dei primi duecento milioni di auto elettriche e dell'accertamento che almeno la metà funzionasse in contemporanea, se i cinesi si fossero comportati in modo leale e fruttuoso senza, quindi, spiare e indagare sia sulla composizione dei pannelli che sui due emissari, il contratto poteva essere onorato nella sua completezza.

  L'intento era chiaro. Con in funzione cento milioni e forse più di motori alimentati con il portentoso pannello, intanto si evitavano due cose importanti per la sopravvivenza degli abitanti di Kallìtala. La prima che il loro moto avrebbe incominciato a ‘mangiare' l'inquinamento ambientale del pianeta Terra e il secondo che da quel momento in poi sarebbe stata impossibile la fissione atomica, cosa questa che gli uomini non si sarebbero spiegata. Cosicché, mancando in parecchi paesi del mondo l'energia elettrica prodotta dalle centrali atomiche, quelli che si erano mostrati i più riottosi ad accettare il pannello solare, sarebbero addivenuti a più miti consigli.

  E, a quel punto, onorato il contratto con i cinesi, l'altro miliardo di pannelli poteva essere distribuito secondo il progetto originario formulato dal primo Enea degli Anchisi. Il natante sottomarino Sargasso si sarebbe posizionato nel Golfo del Messico e, con lo stesso sistema utilizzato nel Mar della Cina, li avrebbe scaricati in un punto determinato dell'America Centrale, in prossimità di un aeroporto intercontinentale, in maniera che ciascun Paese cui fosse stata assegnata una quota di pannelli, se li andasse a prendere con i propri mezzi.

  C'era un problema: dopo lo scarico dei pannelli solari in territorio cinese, il Sargasso doveva riguadagnare le acque di Kallìtala per dare modo al suo equipaggio di riposarsi a terra e, soprattutto, respirare l'aria di casa. Non nel senso metaforico del termine, bensì immettere aria pura nei polmoni. Se l'autonomia di un elleno a respirarla nei paesi super-industrializzati non superava i dieci giorni e per quelli imbarcati sul Sargasso questo periodo veniva quintuplicato, bisognava considerare il tempo di percorrenza, sia per l'andata che per il ritorno. La grande nave sommergibile era già fuori delle acque territoriali elleniche da venticinque giorni.

  Queste informazioni vennero trasmesse al computer portatile a mirillini di Henry Campbell nello stesso momento in cui, per farlo, si era rinchiuso con Lloyd nel bagno più piccolo dell'appartamento a loro riservato al Peace Hotel di Shanghai.

  E loro due: Henry e Lloyd, quale autonomia di respiro avevano ? Henry, originato dalla razza umana, praticamente quanto un uomo comune ma Lloyd, sebbene lo avessero sottoposto, presso l'Ospedale Ippocrate di Poseidonia, a uno speciale trattamento per allungargli l'autonomia a un mese degli umani, era già ‘in preallarme', avendo navigato sul Sargasso per venti giorni.

  Per cui c'era la necessità che Henry portasse a termine l'operazione entro cinque giorni e rinviasse Lloyd a bordo del sottomarino che, dopo le operazioni di scarico e carico, doveva fare rotta per l'Oceano Atlantico mentre lui rimaneva in Cina per seguire le varie fasi sia dello stoccaggio dei pannelli solari che dell'inizio dei lavori per la costruzione dei nuovi motori elettrici da adattare, in primis, alle automobili.

  Henry fece presente di avere ricevuto nuovi ordini che pretendevano la più ampia lealtà da parte dei cinesi se volevano tutti i pannelli e il miliardo di dollari. Gli emissari del governo cinese promisero prontamente che sia lui che il suo compagno non sarebbero più stati spiati con mezzi illeciti, ma solo tenuti d'occhio per garantire la loro incolumità. A dimostrazione della loro buona volontà, si offrivano di consegnare il materiale richiesto prima ancora di ottenere sia i pannelli che il denaro. Ricevuto l'assenso definitivo da parte di Proteo, Henry accettò le nuove condizioni e i cinesi non posero tempo in mezzo e dimostrarono tutta la loro efficienza. Non fecero obiezioni di sorta da dove provenissero quei battelli pneumatici che trasportavano i pannelli solari, ma duecento milioni di questi li immagazzinarono in enormi capannoni industriali alla periferia di Shanghai, in prossimità della Whang Rong Automobiles e gli altri ottocento milioni, in depositi sotterranei, costruiti come rifugi atomici, nel deserto di Gobi, a pochi chilometri dal confine con la Mongolia. Quando poi gli emissari del governo e i vertici dell'industria metalmeccanica videro il miliardo di dollari che Henry aveva sciorinato sul pavimento della sala da pranzo, essendo stato il suo appartamento in albergo liberato da tutte le telecamere-spia, i primi diedero ordine che i battelli che avevano trasportato i pannelli venissero caricati del materiale richiesto, già a disposizione, e i secondi diedero il via alla costruzione dei motori elettrici da montare sulle scocche già pronte delle automobili.

  Il Sargasso, con immesso nelle capaci stive il prezioso materiale per costruire un altro miliardo di pannelli, era pronto per prendere il largo. Il Comandante Eraclide attendeva l'OK di Henry.

  “Che stai facendo, Henry ?” chiese Lloyd, quando vide il suo protetto che, prima di uscire dall'appartamento, montati i mirillini sul pannello solare, si stava mettendo in contatto con Proteo facendo il ponte con il computer del Sargasso.

  “Hai appena cinque giorni di tempo per rimanere nel mondo degli umani, amico Melesigene. Chiedo il permesso di rinviarti a Kallìtala.”

   “Ma come ! Io ho il compito di proteggerti. Come faresti senza la mia assistenza?"

   “Melesigene…” fece Henry, guardandolo con un'espressione scanzonata. “Se rimani ancora qua, non solo non potrai ‘proteggermi', ma faresti la fine del primo Enea. Ti ricordi ? Ormai mi sono ambientato e saranno proprio i cinesi a fare di tutto affinché non mi venga arrecato alcun danno.”

  “Ma…”

  “Ecco arrivato il messaggio. Guarda tu stesso,” disse Henry, porgendo a Lloyd il monitor del computer.

  Il messaggio era chiaro e non si prestava a essere frainteso. La scrittura originale ellena impartiva l'ordine a Melesigene di imbarcarsi sul Sargasso e di posizionarsi su una barca sul fiume Yangpu Jiang dove entro mezzora sarebbe arrivato uno dei due aviolobi del sottomarino a prenderlo. Per quanto riguardava Henry, l'Arconte dava disposizioni che non appena a Kallìtala avessero ricevuto una chiamata di soccorso, avrebbero inviato Ermes, che in meno di mezzora lo avrebbe raccolto.

  “In così poco tempo !” esclamò Henry e a Melesigene: “E che sarà mai! Tu ne sai qualcosa ?”

  “Di cosa, amico Enea ?”

  “Di questo Ermes.”

  “Non molto. Il comandante Eraclide me ne ha accennato durante la navigazione sul Sargasso. Ma non è una persona. Dovrebbe trattarsi di un aviolobo di nuova concezione, qualcosa che abbia a che fare con la cosmologia. Non ne so altro.”

  ‘Un argomento cui Paride non mi ha mai accennato. E, a pensarci bene, neppure Pausania, il quale è sempre stato molto esplicativo con me su tutta la tecnologia di Kallìtala. Strano. Molto strano,' si disse preoccupato. ‘Se mi nascondono qualcosa, vuol dire che non si fidano completamente di me… già il fatto di avermi messo alle costole Melesigene…'

  Ma non andò oltre a compatirsi. Doveva recarsi assieme al compagno sul fiume e là farsi dare una barca per un'oretta da un pescatore qualsiasi, senza incomodare i suoi custodi, perché sapeva che d'ora in avanti, sebbene con molta discrezione - con i suoi sensi di neo-elleno acuiti, se li sentiva attorno - i cinesi non lo avrebbero lasciato un attimo.


ΩΩΩ

 

  Il ritorno in albergo, quel tardo pomeriggio, fu piuttosto mesto. Già il tramonto infuocato sul fiume gli aveva ricordato quelli a cui si era abituato di godere a Kallìtala, riacutizzandogli il desiderio di riabbracciare la sua amata Fedra, ma anche la partenza di Melesigene vi contribuiva in maniera sostanziale. Quella grata persona, di cui avrebbe in principio fatto volentieri a meno, gli aveva reso piacevoli gli estenuanti giorni di trattative con i cinesi, dimostratisi più intelligenti di tanti altri popoli, legati a doppia mandata ai loro più o meno legittimi interessi.

  Quando si presentò nella hall del grande albergo, il direttore in persona gli venne incontro e con il suo fare cerimonioso e garbato, gli presentò una giovane cinese di una beltà straordinaria. Cosa inusuale, considerato che gli umani con gli occhi a mandorla non sono mai stati annoverati tra i belli, tuttavia quando una donna cinese è bella, lo è in maniera splendida, grazie, per l'appunto, al taglio degli occhi.

  Henry, sempre sensibile alla bellezza femminile, ne rimase folgorato, sebbene un latente senso di colpa gli affiorasse nella sua coscienza di elleno. Gli si affacciò nitida alla mente la figura di Fedra: una vera dea di beltà, facendogli capire che nell'empireo femminino non si può catalogare l'assoluto nella gradazione della bellezza e che ciò che aveva donato madre-natura non bastava a far considerare una donna bella in modo superlativo, ma ci voleva qualcosa in più. E quel qualcosa Fedra l'aveva per i suoi modi angelici, per la dolcezza della voce e per la sua intelligenza, mentre la ragazza che si trovava di fronte, non conoscendola ancora, quel surplus lo esplicitava grazie agli scuri occhi a mandorla in un viso di porcellana che pareva ultraterreno tanto era bello.

  “Ingegner Campbell, mi permetto di presentarle la signorina Kekou Shang del dipartimento esteri che il governo cinese le mette a disposizione come accompagnatrice. Essendo rimasto solo, signore, almeno durante i pasti avrà con chi scambiare due chiacchiere.”

  “Grazie. Lei è molto gentile, direttore. Ma si dà il caso che io sia qua per svolgere una missione importante in cui non è contemplata alcuna distrazione,” rispose Henry, scusandosi con la ragazza con uno sguardo d'intesa.

  Poiché il direttore rimaneva interdetto e la ragazza non proferiva una parola, la situazione si fece imbarazzante, per cui Henry, aggiunse: “Non per questo posso permettermi di rifiutare la gradevole compagnia della signorina Shang al solo pranzo di stasera.”

  “Ah, bene !” fece il direttore, trattenendo a stento un ouff di impaccio.

  “Sarei lieta che lei mi chiamasse Kekou,” disse la ragazza, indirizzando a Henry un sorriso ammaliatore e nello stesso tempo porgendogli la mano. Che Henry strinse appena, sembrandogli fragile tanto era diafana e leggera.

  Il direttore credette bene defilarsi e lo fece indisturbato, poiché gli sguardi di Henry e di Kekou si fissarono l'uno nell'altro.

  Henry si sentì mancare il terreno sotto i piedi. Se Melesigene fosse stato ancora con lui, una cosa del genere non sarebbe accaduta né, al momento, poteva consultare il computer per sapere come comportarsi, tuttavia riuscì a reprimere i suoi istinti di umano e pensando intensamente alla piacevole vita che aveva condotto da più di un anno a Kallìtala, gli sovvenne che prima avesse portato a termine la missione, prima sarebbe ritornato in quella che era diventata la sua patria e, finalmente, impalmato la bellissima e amatissima Fedra.

  “Allora, signorina Kekou, vogliamo accomodarci in sala da pranzo ?” si sentì dire con sollievo avendo creduto di non poter spiccicare una parola.

  “Volentieri… Henry,” rispose in un soffio la ragazza.


15      -  PRIME COMPLICAZIONI

  

  I primi esemplari di automobili erano già pronti, sebbene i cinesi avessero utilizzato motori elettrici da tempo immagazzinati nei capannoni e non impiegati perché inadatti per funzionare con le batterie di concezione obsoleta, mentre gli ingegneri della fabbrica Whang Rong stavano ancora studiando il progetto del motore elettrico consegnato da Henry al capo fabbrica Wangfujing. Alcuni prototipi di veicoli a pannello solare stavano girando ininterrottamente da giorni sull'anello stradale di prova della fabbrica stessa e pareva che i collaudatori ne fossero entusiasti.

  Henry, che era venuto a conoscenza di questa irregolarità, dovette intervenire al suo ritorno da Pechino. Da tre giorni vi era stato invitato solo perché i vertici del governo, pur avendo sottoscritto ogni accordo, avevano voluto conoscerlo di persona. Insomma, una visita di rappresentanza diplomatica. Era venuto a prenderlo con l'aereo executive quello stesso Xuahn Li, tanto diffidente durante i primi approcci e in quel momento, invece, felice come una pasqua giacché, latore di quella notizia strepitosa, i dirigenti del partito lo avevano premiato con un deciso avanzamento di grado, nominandolo plenipotenziario per le future trattative con i vari governi di quelle nazioni prioritarie cui vendere le autovetture alimentate dal formidabile pannello solare di straordinario quanto inesauribile rendimento.

  L'imprevista visita aveva tolto dall'imbarazzo Henry di continuare a subire la compagnia della bella cinese che rispondeva al simpatico nome di Kekou. La sera in cui avevano cenato insieme si era mostrata disinibita, meravigliando Henry che l'aveva considerata di primo acchito non solo riservata, ma anche un po' timida. Di conseguenza, quando vennero serviti loro gli aperitivi e rendendosi conto dell'imbarazzo della ragazza, era stato lui a dare inizio alla conversazione rendendosi conto, però, che le frasi dette erano piuttosto banali, tali comunque da non stimolare in Kekou ad alimentarla. Subito dopo aver finito di gustare l'aperitivo, risvegliatosi in lui la loquela umana per colpa del poco alcool ingurgitato cui non era più abituato, intavolò l'argomento che lo aveva portato a scegliere questo anziché un altro Paese. Le ragioni addotte furono più che giustificabili perché parlò della Cina come un imbonitore di piazza. Solo allora Kekou iniziò a parlare sull'argomento con tale abilità da arrivare quasi al punto dal chiedergli molto esplicitamente da quale strano paese provenisse, poiché non era per niente credibile che un americano fosse stato incaricato di una simile missione umanitaria a quelle convenientissime condizioni, e in territorio cinese, poi !

  Per fortuna era intervenuta a tempo l'adusbralina presente nel suo corpo che gli aveva impedito di dire ciò che l'astuta ragazza era quasi sul punto di fargli confessare. Da allora aveva usato con lei lo stesso linguaggio utilizzato con i componenti del governo e con quelli della Whang Rong Automobiles, trincerandosi dietro le rigide condizioni che aveva posto loro. Kekou, che fino ad allora aveva fidato sulla propria bellezza, sul suo fascino e su un'adorabile voce calda e suadente, piluccò appena le gustose vivande che accorti camerieri stavano servendo loro, cibo che Henry, invece, essendo quello il suo unico pasto della giornata, mangiò con gusto e appetito.

  La conversazione languì fino all'ultima portata e quando, in procinto di alzarsi per andare verso l'American Bar, Kekou, in un guizzo di scaltrezza, cercò di volgere la situazione a suo favore. Curvandosi con un movimento aggraziato all'orecchio di Henry, gli sussurrò: “Non potremmo, invece,  farci portare qualcosa da bere su… da te ?”

  “Perché no ?” rispose come un merlo Henry, ma subito, riequilibrato l'essere elleno che era in lui, si corresse:  “È che… vedi Kekou… veramente avrei un…” stava per dire ‘impegno' che non aveva. “Sono molto stanco. Domani mattina devo alzarmi all'alba per andare in fabbrica. Dove la mia presenza è importante perché il lavoro progredisca…. mi dispiace…” e riprendendo più decisamente il controllo, concluse: “Ho appena il tempo di farti compagnia per una bevanda. Io gradirei un tè e tu ?”

  La grazia della ragazza era pari alla sua bellezza, giacché rispose con un timbro di voce deciso: “Ottima idea, Henry. Un tè è proprio quello che ci vuole.”

  Ma, non datasi per vinta, al rientro di Henry, l'indomani, dalla Whang Rong, gli si fece incontro per ricordargli che avrebbero di nuovo cenato assieme. E così fino a quando si era recato a Pechino seppure, malgrado la nutrita conversazione alimentata da un Xuahn Li trionfante per la promozione ottenuta, non avesse fatto altro che annuire al suo interlocutore, ma dentro di sé aveva riflettuto intensamente se per caso si fosse lasciato andare a qualche confidenza di troppo con la bella Kekou. Certe frasi da lei pronunciate si prestavano a doppi significati e lui, forse inebriato dal fascino della bella cinese ricordando, mentre la guardava, la sua leggiadra Fedra, aveva risposto troppo esaurientemente facendole capire che veniva da un mondo sconosciuto e che il suo compito era quello di convincere ‘l'umanità' a ridurre, fino alla sua completa eliminazione, l'inquinamento ambientale dovuto alle emissioni di fumi di qualsiasi motore alimentato da idrocarburi. E, coadiuvato da una memoria potenziata, si ricordò che le aveva pure accennato a una maggiore disponibilità di pannelli solari da distribuire in altre zone del mondo.

  La ragazza cinese, durante l'esposizione di quelle cose straordinarie aveva, con voluta indifferenza, mascherato il suo acuto interesse. Solo l'espressione ‘umanità', le aveva fatto appena inarcare le sopracciglia, ma niente più. Nella sua memoria fotografica, durante il volo, malgrado il cicalare ininterrotto di Xuahn Li, Henry aveva rivisto quella definizione e, per la prima volta da quando aveva messo piede in Cina, se ne preoccupò, rimpiangendo la presenza del fido Melesigene.

  Il tallone d'Achille degli elleni, malgrado la loro tecnologia che li aveva visti sopravanzare di almeno mille anni rispetto agli uomini, rimaneva quello di dover respirare solo aria pura. Lui non era stato scelto a caso. Doveva, con la sua presenza, fatto accelerare la costruzione dei nuovi veicoli e, oltre a ciò, affiancare Xuahn Li che presto si sarebbe recato nei paesi prescelti a inaugurare succursali della grande fabbrica, allo scopo di illustrare le caratteristiche delle automobili di nuova concezione affinché venissero accettate e, soprattutto, acquistate grazie anche al loro convenientissimo prezzo.

  Ne aveva parlato con la direzione del governo cinese. Il Presidente e con esso l'intero Comitato avevano approvato, concordando pure il prezzo che doveva essere pari a un terzo del costo di un'automobile della stessa categoria. Poiché, conoscendo gli automobilisti, Henry aveva dato disposizioni affinché le macchine prodotte fossero di tipi diversi, sebbene alimentate dallo stesso motore elettrico che doveva essere falsamente classificato nel suo amperaggio, dando l'impressione che, come in quelli a benzina, la superiore capacità elettrica equivalesse a maggiore potenza. Guai se fosse stato vero. La potenza di cui disponeva il piccolo pannello solare era tale che se sfruttato al massimo avrebbe impresso all'auto la forza di un propulsore da oltre mille cavalli con conseguenze nefaste, facili da immaginare, specie se fosse stata pilotata da uno scavezzacollo. Per questa ragione, nel progetto consegnato ai cinesi era previsto un limitatore che nessuno poteva tarare pena l'autodistruzione del pannello e l'impossibilità di aprire il motore elettrico, visto che anche quel piccolo meccanismo, con l'ingresso dell'aria si sarebbe trasformato in un anonimo pezzo di metallo ferroso.

  Ovviamente, i cinesi nel costruirlo non sapevano a cosa esattamente servisse né, come da accordi, nessuno ne avrebbe chiesto a Henry, il quale aveva già concordato che una delle condizioni di tale importante affare per la Cina, era quello di non fare domande in tal senso, anche perché lui non sarebbe stato in grado di darne una spiegazione logica ed esauriente.

  Quel mattino Henry attendeva che Xuahn Li gli desse il piano dell'itinerario prescelto dal Comitato Centrale per presentare le prime auto nei Paesi occidentali. La fabbrica Whang Rong ne aveva approntate appena una decina e dopo la loro presentazione nei mercati esteri, era previsto che ne avrebbe sfornate almeno diecimila al giorno, la maggior parte delle quali sarebbero rimaste in Cina, in particolare nelle città di Shanghai, Pechino e Zhengzhou.

  A suo tempo due Boeing 747 Cargo della China Airlines, avrebbero fatto il va-e-vieni per trasportare le automobili da vendere e, se acquistate subito, per coprire i primi fabbisogni ne avrebbero portate a più non posso. Le altre, che nel frattempo sarebbero state prodotte in grande quantità dalla fabbrica automobilistica, sarebbero state caricate su grandi navi appositamente attrezzate.

  Xuahn Li trovò strano che Henry declinasse il suo invito a viaggiare assieme. La prima destinazione prescelta era la Germania con le due città di Monaco di Baviera e di Stuttgart, sedi di importanti case costruttrici di automobili, ciascuna avendo sotto prova un'automobile sperimentale a idrogeno.

  “Tutti gli appuntamenti sono stati presi, ingegner Campbell. Spero che lei accetti di viaggiare con me. Il nostro aereo cargo che trasporta i primi tre esemplari di diversa potenza, dispone di una zona passeggeri lussuosamente arredata. Durante il volo sarò lieto di farle assaggiare alcune specialità culinarie pechinesi,” disse e Henry, con un sorriso e con il movimento oscillante della testa, gli fece capire che non era proprio il caso.

  “Ma come, ingegner Campbell ! Non vorrà, spero, presentarsi in ritardo ! Sa, il programma dimostrativo è piuttosto nutrito.”

  “Non rientra negli accordi che io faccia parte della vostra delegazione. Del resto, lei non viaggerà solo. Avrà al suo fianco, oltre agli addetti diplomatici, anche diversi tecnici, una decina di addetti commerciali e alcuni validi consiglieri,” rispose Henry con un sorriso, come si era abituato a fare da quando soggiornava in Cina.

  “Ma signor Henry !” esclamò Xuahn Li che, ligio agli ordini ricevuti, doveva far di tutto pur di convincere l'americano a viaggiare con la sua delegazione per timore che prendesse un'altra direzione.

  “Non si preoccupi, signor plenipotenziario,” replicò Henry con ironia. “Sebbene ciò non rientri nei miei compiti, le assicuro che sarò puntuale alla prima presentazione a Monaco.” Voleva aggiungere che ci sarebbe arrivato prima di lui, ma l'istinto elleno lo fermò a tempo. Se l'avesse detto, avrebbe dovuto darne spiegazioni, con ciò aumentando la curiosità dei suoi interlocutori, specie di quella furba di tre cotte di Kekou.

  Lo speciale aviolobo che l'Arconte aveva messo a sua disposizione, era già pronto al decollo dal tetto del palazzo del governo di Poseidonia e a un semplice comando di Henry attraverso la centrale di trasmissione del Sargasso, in quel momento in navigazione ‘profonda', verso Kallìtala, tempo mezzora si sarebbe trovato sospeso sopra il fiume di Shanghai e in un tempo altrettanto breve avrebbe depositato Henry con la sua valigetta in calotex su una barchetta posta in un'ansa del Kleinhesseloher See nel giardino inglese, nel cuore della grande città della Baviera, almeno sei ore prima dell'arrivo del Jumbo cinese. Henry avrebbe alloggiato al Munich Park Hilton, situato a qualche centinaio di metri dal laghetto.

  Era sua intenzione sentire e valutare i commenti direttamente dagli addetti della grande fabbrica di automobili, compreso ciò che ne avrebbero scritto i giornali locali, poiché la visita della delegazione cinese con i prototipi delle tre formidabili autovetture era stata annunciata già da una settimana.


ΩΩΩ

 

  Avvisò il direttore del Peace Hotel che si sarebbe allontanato per due, al massimo tre giorni. Infilò qualcosa del suo abbigliamento nella valigetta dov'era già tutto l'armamentario, compreso denaro e pannelli solari e si recò nella più prossima banchina sul fiume dove, rivolgendosi al solito barcaiolo che aveva profumatamente pagato per un servizio simile, ottenne la barchetta a remi per fare un ‘giretto'. L'anziano fiumarolo lo ricevette a forza di inchini e niente gli chiese su quelle strane gite sull'acqua che lo obbligavano ad andare a recuperare la sua barca lasciata in balia della corrente, anche se i suoi occhietti maliziosi trasmettevano una complice condiscendenza. Ma tant'è, il compenso che l'americano gli corrispondeva era così generoso che se anche l'avesse perduta, aveva di che comprarsene due nuove.

  Al centro del grande corso d'acqua, approfittando di un breve momento in cui il traffico si era un po' diradato e grazie al cheriosmato che aveva sottopelle, effettuò un salto e venne aspirato nel cockpit dell'aereo elleno, alle spalle del pilota che lo salutò con un ‘Caro amico Enea, benvenuto !' dandogli allo stesso tempo una leggera pacca sulla spalla. Poi, al cenno di Henry significante che si era ben installato, ruotò la leva dell'acceleratore facendo prendere quota all'aviolobo che in men che si non dica si trovò a sorvolare l'India.

  Infine, la velocissima palla magnetica fu sul laghetto in mezzo al parco indorato da un sole rutilante che lo faceva sembrare un enorme smeraldo con l'inclusione di vivaci lapislazzuli e Henry, approfittando che il locale noleggiatore di barche fosse occupato con due clienti che con il loro piccolo natante stavano attraccando, scese su una barca incustodita. Inviò un breve saluto all'invisibile pilota e si sedette sulla panchetta con l'aria più tranquilla del mondo, in attesa che il tedesco lo raggiungesse. Cosa che avvenne di lì a qualche minuto e costui, neppure intrigato dal fatto che un signore vestito in un completo blu con tanto di cravatta in tono, scarpe fini e, addirittura, con la ventiquattrore a fianco, gli sottolineò che il minimo di noleggio era di un'ora al prezzo di quindici euro.

  Durante il corso accelerato con Pausania, non era stata contemplata la necessità di imparare la lingua tedesca, cosicché il povero Henry, che non aveva capito un'acca, rimase frastornato e, allo sguardo interrogativo del barcaiolo, fece capire di essere americano.

  “Ah !” fece costui, indicando con il braccio il vicino albergo, “voi... cliente Hilton ?” E al cenno affermativo di Henry, “Pquesta barca costva quindici euro per una ora.”

  “Vanno bene cinquanta dollari ?”

  “ Shon, gut, gut,” rispose l'uomo e, intascando la banconota, “gravzie molte.”

  La barchetta, dopo la poderosa spinta del noleggiatore, arrivò a oltre dieci metri dalla riva prima ancora che Henry prendesse in mano i remi poi, con qualche energico colpo di pala, guadagnò il centro del laghetto e là, con calma e non visto da nessuno, nonostante fosse sempre osservato dal tedesco, aprì la valigetta, ne tirò fuori pannello e mirillini e in pochi secondi montò il computer. Che gli diede l'esatta posizione dei due aerei Jumbo cinesi partiti da Shanghai. Stavano appena sorvolando le prime pendici del Tibet e non sarebbero arrivati prima di sera. Aveva tutto il tempo. Riservò un appartamento fronte-parco all'Hotel Hilton dando il numero della carta di credito, vera ma non spendibile. Avrebbe pagato in contanti.

  Prima che iniziasse a smontare il computer, considerato che aveva deciso di approdare alla sponda opposta e lasciare là la barca, gli arrivò un segnale di emergenza da Kallìtala.

  Era la prima volta che succedeva una cosa simile e se ne impressionò quanto però glielo permetteva il suo essere diventato elleno, cioè senza alcun senso di panico. Tuttavia, in un lampo il suo pensiero volò a Fedra per timore che le fosse accaduto qualcosa. Era, invece, solo Proteo, il grande chemio-elaboratore, che lo avvertiva di stare correndo un rischio inutile, non previsto nel piano. Da solo com'era, avrebbe dovuto rimanere in Cina, per cui tra un'ora al massimo sarebbe stato raggiunto da Melesigene con lo stesso aviolobo in procinto di atterrare a Poseidonia.

  Il suo compagno lo avrebbe protetto per tutto il soggiorno in Germania, paese ritenuto a rischio per la presenza di troppi ‘addetti diplomatici'. Il controspionaggio americano era venuto a conoscenza della sua riapparizione e dell'utilizzo di quel pannello solare cui avevano dato un'inutile caccia, causando l'annientamento del primo Enea degli Anchisi.

  Henry capì chi fosse stato a far propalare la notizia. Senz'altro Kekou Shang, la bellissima cinese sulla quale non aveva mai fatto affidamento. Si guardò intorno se per caso qualcuno lo seguisse ma, per quanto la sponda opposta del laghetto fosse affollata di gente che approfittava della bella giornata per fare un giro in barca, in quella zona melmosa e contornata da un fitto canneto dov'era approdato, non c'era nessuno. Il cheriosmato lo aiutò a superare ogni ostacolo facendolo trovare sotto il fitto boschetto di lecci e di querce antistante l'edificio alberghiero. Da là, con voluta indifferenza e senza forzare l'andatura di una camminata che doveva sembrare una passeggiata, si diresse verso l'ingresso dell'albergo.

  All'ossequioso concierge-capo il quale, dopo aver controllato che la prenotazione era in regola, gli chiedeva la carta di credito, Henry diede una decina di banconote da cento dollari come deposito, preferendo pagare tutto in contanti. Aveva trasmesso gli estremi della sua carta di credito al solo scopo di farsi accettare la prenotazione via Internet. Il bravo professionista non fece una piega, ma ordinò al suo vice di accompagnare il signore nell'appartamento 511, mentre Henry faceva cenno al bell-boy accorso per il bagaglio, che non aveva bisogno dei suoi servigi. Tutto quello di cui abbisognava era stipato nella valigetta. Ed era vero, considerato che ci aveva inserito, oltre alla biancheria di ricambio e al necessaire di toletta, anche il vestito nero da sera. Quello che gli era rimasto di umano gli aveva stuzzicato il desiderio di partecipare a un eventuale ricevimento elegante.

 

ΩΩΩ

 

  Il ritorno di Melesigene a Kallìtala fu salutato dal Gran Consiglio al completo presso il quale si era presentato per fare rapporto della sua missione al fianco di Enea degli Anchisi, con un certo scetticismo. Non per l'operato del coraggioso accompagnatore, bensì per il progetto che Henry Campbell stava eseguendo. Non tutti erano d'accordo che la Cina si facesse promotrice commerciale presso le altre nazioni del mondo occidentale allo scopo di vendere loro le automobili già pronte. Forti dell'esperienza del primo Enea che aveva dovuto sacrificare la vita - morire a trentadue anni, per un elleno era una cosa inaudita, inconcepibile e senza precedenti - immaginavano che i paesi più industrializzati covassero qualche tiro mancino per impadronirsi del pannello anche se, una volta avutolo, non sarebbero mai stati in grado di scoprire come funzionava esattamente e di cosa era fatto, poiché il solo tentativo di aprirlo causava la sua autodistruzione completa e la morte degli incauti che vi si trovavano a meno di un metro di distanza. Tuttavia, c'erano alcuni fattori determinanti che li avrebbero incoraggiati a rapire l'ingegner Campbell. Il primo, ovviamente messo in cantiere dagli Stati Uniti e, in misura minore, dall'Inghilterra, sarebbe stato quello di avere tra le mani colui che consideravano un genio dal cervello incredibilmente geniale con in aggiunta poteri soprannaturali per essere sopravvissuto alla formidabile palla di fuoco nel golfo di Port-au-Prince. Non di minore importanza era la facile accettazione da parte dei costruttori italiani e tedeschi di automobili che non avevano né lo stile né quelle linee armoniose che, specie per quelle italiane, le avevano rese famose nel mondo, oltre che per i formidabili propulsori. C'era da riconoscere che i simpatici abitanti dell'Estremo Oriente non si erano scervellati a disegnare un tipo di veicolo che concedesse qualcosa di piacevole alla vista. Le loro macchine erano proprio brutte e se non fosse stato che funzionavano con il pannello solare e che, insomma, non di certo a velocità troppo elevata tenevano pure la strada, non avrebbero interessato nessuno. Era questo un problema che a Kallìtala si erano posti, considerato che il popolo elleno teneva in gran conto l'armonia delle forme e, soprattutto, la sicurezza. A riprova di ciò erano intervenuti anche sui grandi alberi con cui abbellivano le loro città, facendoli crescere in maniera equilibrata con tronco e rami secondari possenti che tenevano una chioma di foglie formanti una perfetta cupola verde.

  Tuttavia, Pausania fece presente all'Arconte che al novello Enea degli Anchisi non era stato dato il progetto di un'automobile ‘umana', per non far perdere troppo tempo ai tecnici cinesi nel costruirla. Bisognava vedere se i costruttori occidentali avrebbero immesso nel loro mercato le autovetture cinesi che assomigliavano alle vecchie Trabant che si costruivano nell'ex Germania dell'Est oppure si sarebbero impuntati per avere solo i motori elettrici con il pannello applicato o, addirittura, solo quest'ultimo.

  Ciò non era giustificabile perché si sarebbe trattato di una semplice speculazione a favore della Cina, sebbene rappresentasse una salutare lezione per quelle Nazioni che non avevano accettato la prima offerta fatta loro attraverso l'ONU.

  “Pausania,” disse l'Arconte, e tutta l'assemblea si tacque. “Questo è l'ultimo tentativo per indurre gli uomini a utilizzare il pannello. Non so che reazioni possano avere, giacché nessuno di noi conosce il loro animo e neppure il potente Proteo riuscirebbe a farlo. Per questo il mio predecessore, Patroclo, fece arrivare a Kallìtala l'umano ora diventato nostro consanguineo di cui, però, non possiamo controllare a pieno le mosse.”

  “Ma Arconte…” replicò con un inchino il saggio Pausania, “sono sicuro che Enea degli Anchisi si comporterà da vero elleno. Non solo gli è stato modificato il DNA, ma io stesso gli ho fatto da insegnante, coadiuvato dai più insigni professori di Poseidonia.”

  “Certo, amico Pausania,” rispose l'Arconte, rivolgendo al suo interlocutore un sorriso di magnanimità. “L'animo umano è insondabile per noi elleni e le varie operazioni con l'inserimento dell'adusbralina e gli insegnamenti ricevuti, hanno fatto di Henry Campbell un elleno a tutti gli effetti. Tuttavia, dovrai convenire con me che gli uomini posseggono qualcosa che da noi è molto rara: l'istinto fantasioso. Ed è appunto per questo che Enea degli Anchisi ha deciso all'ultimo momento di presentarsi al cospetto degli umani più corrotti dal vile interesse pecuniario e, di conseguenza, retrivi ad accettare la nostra offerta, poiché una volta che tutti i veicoli o la maggior parte di essi funzioneranno con le sole risorse della natura, non avranno più la possibilità di effettuare le loro losche speculazioni. Sanno benissimo che l'utilizzo degli idrocarburi porta all'inquinamento ambientale oltre ad aumentare l'effetto serra che a lungo andare provocherà catastrofi che distruggeranno e desertificheranno l'ambiente, ma come il fumatore che, cosciente che il tabacco porta inevitabilmente al cancro, all'ictus e all'infarto miocardico, non succedendo ciò nell'immediato, si illudono di esserne immuni e che la morte riguardi solo gli altri. Noi non possiamo rischiare. Non siamo refrattari al pari degli uomini a respirare aria che sa di anidride carbonica. A noi basta un decimo di quella che si inala nel mondo fuori dal nostro per farci ammalare e abbreviarci la vita. Dobbiamo mettere in atto l'operazione Boadicea.”

  “Non pensavo si dovesse arrivare a tanto,” rispose Pausania che, da consigliere anziano, era stato il primo a proporre una cosa del genere prima ancora che a Patroclo fosse venuta l'idea di ‘catturare' l'ignaro skipper di un giorno. “La tua decisione vorrebbe significare ammettere il nostro fallimento. Ho quasi il presentimento che facendo questo, forse non arriveremo al termine naturale della nostra vita.”

  “Non essere catastrofico, Pausania. Non è da te.” La voce dell'Arconte rimbombava nell'enorme sala. “Sono convinto che, malgrado il novello Enea degli Anchisi non segua alla lettera le nostre raccomandazioni, porterà a compimento la missione e l'operazione pannello solare renderà finalmente consenzienti tutti gli uomini. Tuttavia, già dalla mia nomina a questa eccelsa carica, avevo messo in programma il progetto elaborato da Proteo.”

  Dieci consiglieri si alzarono all'unisono e dopo un brevissimo conciliabolo, lasciarono parlare uno di loro, Pasifile, il quale disse: “Noi vogliamo che il progetto Boadicea venga subito messo in cantiere, amico Arconte. L'aria che entra dall'imbuto sopra la valle non è ancora inquinata al punto da non poterla renderla pura con un appropriato filtraggio.”

  “Bene,” fece l'Arconte. “Dal momento che l'amico Pausania ha un ‘presentimento' che è un sentimento più umano che elleno, dovuto senza dubbio al contagio per l'insistita vicinanza con Henry Campbell da noi ribattezzato Enea, voglio che questa mozione sia votata all'unanimità. Prego !”

  Il primo ad alzare la mano in segno di accettazione fu proprio Pausania, seguito da tutti gli altri.

  “Benissimo. Tutti e venti, non dubitavo affatto sulla vostra ragionevolezza e lealtà. Amico Pausania, affido a te, in qualità di decano del Gran Giurì e probabilmente, grazie ai tuoi eccelsi meriti, prossimo a essere scelto per sostituirmi quando mi scadrà il mandato, il compito di dirigere i lavori per la costruzione della grande fabbrica a Boadicea. Prima ancora che nel mondo esterno sia distribuito il secondo miliardo di pannelli solari, deve essere completato il primo stock di trecento milioni di contenitori da diecimila litri di aria a una pressione di tremila atmosfere.”

  “Trecento milioni…” fece Pausania quasi dicendolo tra sé, “li dovremo immagazzinare nei depositi sotterranei.”

  “Ottima idea,” riconfermò l'Arconte, ”e, a proposito…” cercò con lo sguardo tra tutti i presenti e, appuntandolo su un consigliere particolare, “tu amico Pasifile. Ti affido il compito di supervisione e di manutenzione di Caulonia, la nostra grande città sotterranea. È tempo che lo si faccia e lo stoccaggio delle bombole di aria ne è l'occasione più che propizia. Bisogna innanzitutto che i recipienti siano collegati alle varie diramazioni coprenti tutto lo spazio che vi abbiamo creato, parallelo alla rete dell'energia elettrica. Si tratta di una preparazione all'emergenza. Lo so che alcuni di voi potrebbero obiettare che non siamo affatto in pericolo e che Enea assolverà il suo compito con provate capacità, tuttavia consideriamola un'esercitazione per cui a te amico Telamonio do incarico di far dotare le abitazioni di Caulonia di tutti gli elettrodomestici, mobili e suppellettili in maniera da rendere abitabili le case alle famiglie che, a rotazione, vi si installeranno per due settimane ciascuna. Proteo, il nostro grande chemio-elaboratore, provvederà ad assegnare i turni a ogni famiglia abitante nelle otto città della nostra isola, come pure a tutte quelle che vivono nelle campagne o che sono dedite alla pesca, affinché si abituino al nuovo ambiente. Non si sa mai cosa siano capaci di combinare gli uomini e con queste guerre e guerricciole in atto, non mi sento affatto tranquillo.”

  “Ma, Arconte, quella in Iraq è finita. Gli uomini del male sono stati catturati e tutto si sta avviando alla normalizzazione,” intervenne Pausania il saggio.

  “Non ci credo. Nel mondo occidentale è iniziata l'era della vigliaccheria. Colpire alle spalle, uccidere persone inermi, pure vecchi e bambini. Uccidere quest'ultimi, poi, è un delitto così atroce che se non fossimo un popolo mite e che ha in orrore l'uso delle armi, interverremmo. Uccidere un bambino vuol dire negare il futuro.”

  “Le tue sagge parole, o Arconte, mi hanno fatto insorgere un pensiero,” rispose Pausania.

  “Beh, esponilo. So che quando usi questi termini, hai qualcosa di costruttivo da dire e non credo che ti sia venuto in maniera spontanea, ma sia un progetto sul quale rimugini da tempo,” disse l'Arconte, con un'espressione amichevole.

  “La scomparsa di Enea degli Anchisi, l'originale, mi ha particolarmente addolorato e, per quanto io abbia riversato il mio affetto su colui che ne ha preso il posto, ha alimentato in me una maggiore diffidenza rancorosa verso gli uomini. Non odio, poiché non è un sentimento elleno, ma la voglia di rendere gli uomini un po' più saggi, sì.”

  “E allora ?” chiese l'Arconte guardando tutti i consiglieri che a loro volta stavano fissando il loro sguardo curioso su Pausania.

  Il quale, quasi con contrizione, si posizionò al centro della sala e, chinando leggermente il capo davanti alla poltrona della massima autorità di Kallìtala in segno di deferenza, disse: “Aumentiamo la produzione di adusbralina e, al momento opportuno, con i nostri aviolobi da caccia, irroriamola nelle zone in cui c'è questo tipo di terrorismo. I primi paesi potrebbero essere la Palestina, l'Iraq e, non dimentichiamo, l'Afghanistan e il Pakistan.”

  “Ma perché l'adusbralina faccia effetto, bisogna che sia inoculata nel sangue,” replicò l'Arconte.

  “Efesto, il direttore dell'Ospedale degli Esculapi di Poseidonia, mi ha anticipato proprio questa mattina che la sua equipe di ricerca ha individuato un gene patogeno che, unito all'adusbralina, fa ammalare gli uomini che lo respirano rendendoli, durante la malattia - non più grave di uno stato influenzale che li obblighi a stare a letto per almeno tre giorni - permeabili al nostro ritrovato che modifica il DNA. Dopo questo periodo, si trasformeranno in esseri simili a Henry Campbell, mansueti e saggi.”

  “L'idea è eccellente, amico Pausania,” disse l'Arconte. “Sai però che la produzione di questo enzima è piuttosto scarsa e come potremmo…”

  “Possiamo aumentarla con relativa facilità,” specificò con enfasi Pausania. “Finora è stata limitata a casi piuttosto sporadici che accadevano a Kallìtala. Ma, se costruissimo un'altra fabbrica a Boadicea, nei pressi di quella per l'imbottigliamento dell'aria, non ci mancherebbero gli elementi per produrne in quantità industriale.”

  “Bene, allora. Dai gli opportuni ordini che si proceda. Guai a chi attenta alla felicità del popolo elleno !” esclamò l'Arconte, dando con ciò termine al consesso.

 

ΩΩΩ

 

  “Paride, questa notizia della costruzione della fabbrica a Boadicea, mi preoccupa fortemente,” disse Fedra quando il fratello, ora non più assiduo della casa dei genitori da quando il novello Enea era partito in missione.

  “Non c'è niente da preoccuparsi, sorella. Era già nei progetti di Proteo adattare la valle di Boadicea a normale territorio elleno. Abbiamo, ormai, trovato l'uomo giusto: il tuo futuro sposo.”

  “Ma se la missione dovesse fallire…”

  “Non possiamo fare altri tentativi e dobbiamo adattarci a utilizzare solo le nostre risorse interne. Quindi anche l'aria che immagazzineremo e, ti assicuro, che lo faremo con tale impegno che gli uomini dovranno adattarsi a respirarne di più inquinata, giacché quella che assorbiremo sarà la più pura.”

  “Ma, Paride… e Henry cioè Enea… che ne sarà di lui ?”

  “Enea, cioè Henry Campbell, ha il vantaggio di disporre ancora di un certo discernimento umano. Non sarà tanto ingenuo come il primo Enea a sacrificare la vita per non farsi prendere con i pannelli solari, mirillini e tutto quanto ha nella valigetta. Lui si difenderà e starà con tutti i sensi all'erta per non essere raggirato e, infine, al suo fianco ci sarà Melesigene che, come mi ha riferito Pausania, è molto accorto ed è dotato di una forza straordinaria. Non ti preoccupare, sorella. Il tuo Enea ritornerà, qualsiasi sia l'esito della sua missione.”


16      --  REAZIONI A CATENA

  

  Melesigene non essendo ancora arrivato, fu l'involontaria causa di qualche difficoltà a Henry Campbell. Il novello Enea non si era aspettato che Kekou Shang facesse parte della delegazione cinese né mai immaginato che la parte più importante di essa, formata da Xuahn Li, da due importanti funzionari diplomatici con adeguato seguito, da quattro tecnici e, per l'appunto, dalla bellissima donna, avesse prenotato tutto il terzo piano dell'Hilton Park Hotel. Stupido lui a non averlo chiesto al capo concierge quando si era presentato a ritirare la chiave dell'appartamento riservato, in considerazione del fatto che aveva ricevuto il messaggio da Proteo che il suo fidato compagno sarebbe arrivato al più presto.

  E, guarda caso, quando scese per cenare scegliendo pure il ristorante turistico dell'albergo per mangiare da solo, immaginandosi che la delegazione cinese lo avrebbe fatto, ma molto più tardi, recandosi in quello di lusso, non aveva ancora varcato la soglia che si sentì chiamare da una voce calda e suadente. Era Kekou, la quale chissà come, sapeva che alloggiava nel suo stesso albergo e chissà perché, anche l'ora in cui desiderava mangiare e dove, infine ! C'era da stare molto attenti e in quel preciso istante si ricordò le insistite raccomandazioni del suo mentore Pausania, il quale non era molto convinto che lui, sebbene ex-umano, conoscesse alla perfezione l'animo dei suoi simili.

  “Salve Henry,” lo apostrofò, raggiungendolo con due eleganti falcate. “Dovrei dire combinazione, ma di tutto ciò che fai non mi meraviglio più. Tuttavia, è un piacere rivederti.” E, a un Henry rimasto ammutolito, tutto concentrato a cercare una risposta che non la mettesse a disagio: “Non mi pare l'ora adatta per mangiare e poi, perché non ceniamo tutti assieme ? Sai, sono arrivata con la delegazione al completo capeggiata dal dottor Xuahn Li.”

  “Ti ringrazio, gentile Kekou, ma non posso. Ho un impegno molto importante tra un'ora e un discreto appetito. Ci vedremo domani presso gli stabilimenti automobilistici. Adesso devo lasciarti,” replicò lui, facendo il suo ingresso nel ristorante.

  “Davvero, Henry…” tentò di insistere la bella cinese dando alle sue parole un'inflessione suadente, ma il capo cameriere stava già facendo strada all'ospite ed Henry, girando la testa verso Kekou rimasta sulla soglia, le fece un cenno di saluto e si andò ad accomodare a un tavolo non visibile dall'entrata.

  “C'è un'altra uscita ?” chiese al cameriere, porgendogli una banconota da venti dollari.

  “Certo signore. Mi segua,” rispose quello, appallottolando il denaro dentro il pugno mentre gli faceva strada verso le toilette, precedendo Henry fino in fondo al corridoio dov'era una porta di servizio che aprì con una chiave tratta fuori dalla tasca in cui nel frattempo aveva riposto il biglietto di banca. “Entri, signore. Quelle sono le toilette di pertinenza del ristorante di lusso. Da là può uscire sull'Arcade dei negozi. Là nessuno la disturberà.”

  E, in effetti, nonostante ci fosse gente che guardava le vetrine, Henry non vide Kekou né un altro cinese. Percorse tutta la sfilata dei negozi e guardò dall'angolo di uno di essi la grande hall. C'erano diversi clienti seduti sui divani che parlavano tra loro e sei altri intorno al grande banco della reception che tenevano occupati gli impiegati. Era il momento propizio per uscire allo scoperto e guadagnare alla chetichella l'uscita. Aveva deciso di consumare il suo unico pasto della giornata in un ristorante in centro città e, fatto cenno all'inserviente gallonato in una pomposa uniforme, questi fece avvicinare il primo taxi della fila in attesa dei clienti.

  Al tassista, un giovane che parlava decentemente l'inglese, chiese che lo conducesse presso un ristorante dove servissero piatti della cucina internazionale. Aborriva mangiare le sapide salsicce tedesche. Il tassista lo condusse in Karlplatz, nei pressi della stazione ferroviaria, invitandolo a entrare nel lussuoso Hotel Konigshof dove al primo piano c'era uno dei ristoranti più rinomati di Monaco di Baviera.

  Il pranzo fu eccellente. Da tempo Henry Campbell si era dimenticato il gusto delle vivande cucinate con tale rara maestria. Le tagliatelle ai funghi erano speciali. A confezionarle non poteva essere stato che un cuoco italiano e il filetto ‘en croûte' laddove credeva fosse coperto di pasta sfoglia aveva, invece, uno strato di mandorle spezzettate che l'avevano reso croccante nella parte esterna e morbido e sugoso al suo interno. Unica bevanda che si poteva permettere, come del resto aveva fatto in Cina, la birra. A differenza di quella piuttosto acida, questa era corposa, amabile e leggermente schiumosa.

  Nell'uscire dal ristorante si confuse tra la gente, in quella zona abbastanza numerosa. Dovette attendere tre taxi per prenderne uno e vi si imbarcò alla svelta, dato che negli ultimi minuti gli era sorto il presentimento di essere stato troppo imprudente a lasciare il suo albergo nel parco, sebbene non corresse il rischio di essere derubato della sua preziosa valigetta in calotex. Avendogliene il capo concierge offerto la possibilità dietro sua richiesta, l'aveva riposta nella grande cassaforte centrale posta sul retro della reception, in uno scomparto di cui solo lui aveva chiave e combinazione.

  Non appena il taxi imboccò la strada del parco, l'autista lo fece deviare dalla grande strada asfaltata, immettendosi sul percorso erboso e, prima che Henry se ne accorgesse, si trovarono al ridosso di un gruppo di alberi. Là il tassista scese con sveltezza dalla vettura e con la pistola in pugno andò ad aprire lo sportello posteriore, minacciando Henry perché uscisse alla svelta. Nello stesso tempo dal folto degli alberi si materializzarono tre figuri, armati anch'essi, uno dei quali, arrivato da dietro, appioppò all'ignaro Henry un secco colpo di manganello alla base posteriore del cranio, facendolo svenire.

 

ΩΩΩ

 

  Peggio che una cella, quello era un container. Ammuffito e, nell'angolo dove lo avevano deposto, pure maleodorante. Per fortuna aveva una finestrella posteriore, senza vetri, tuttavia chiusa da una grata a sbarre verticali. Henry che, grazie ai suoi sensi sensibilizzati da quando era diventato elleno, subito dopo esservici stato deposto, si era risvegliato. E sebbene avesse ricevuto un discreto colpo alla testa che i suoi assalitori-rapitori avevano creduto lo facesse restare svenuto per un po', per fortuna non lo avevano legato. Cosicché, non solo si spostò fin sotto alla finestrella, ma poté indisturbato frugarsi nelle tasche della giacca. Da cui estrasse una pasticca di Stetopan per cancellare il dolore che gli martellava nella testa e la bomboletta del Sapotran pronta all'uso.

  Non appena il dolore cessò, fece pressione nell'angolo del container e spinse con forza. Il cassone ondeggiò leggermente.

  ‘Male !' si disse. ‘È già montato su un veicolo.'

  Con il suo udito prodigioso sentì avvicinarsi gente. Erano senz'altro i suoi rapitori che venivano ad aprire il container per rendersi conto se fosse rinvenuto e, quindi, legarlo o ammanettarlo. Era quello che attendeva. Con una discreta spruzzata di Sapotran li avrebbe narcotizzati e sarebbe uscito da quella scomoda cella. Poi, con tutta tranquillità, dato che doveva trovarsi ancora nel parco, avrebbe raggiunto il suo albergo come se niente fosse. Stupido a non aver portato con sé la valigetta. Ma come poteva andare a pranzare in un ristorante, di notte, come fosse un nostalgico uomo di affari ! La sua coscienza di elleno ebbe a rimproverarlo. Non poteva nutrirsi nel ristorante turistico dell'Hilton Park Hotel ? Un vero elleno lo avrebbe fatto. La sua imprudenza aveva oltrepassato ogni limite e se gli fosse accaduto qualcosa di spiacevole, al suo rientro a Kallìtala, altro che sposarsi con la sua amata Fedra… sarebbe stato relegato a Boadicea a finire i suoi giorni di uomo stupido.

  Non aveva ancora finito di commiserarsi, che sentì chiaramente due uomini salire nella cabina del camion e, tutto teso dietro la porta in attesa che qualcuno lo venisse a legare, con in mano il contenitore di Sapotran pronto all'uso, rimase deluso perché il camion si mise in moto e partì per destinazione ignota.

  Dopo lo sballottamento iniziale dovuto alle curve per prendere una via dritta che gli impedì ogni movimento, finalmente la corsa del grosso veicolo si fece lineare e il rumore del motore costante. Solo allora Henry, per timore che il camion si allontanasse troppo, pensò a come liberarsi. Il cheriosmato che aveva sottopelle gli avrebbe fornito gli impulsi per allontanarsi più velocemente dal luogo in cui era, beninteso, a condizione che si fosse trovato all'aria aperta. L'avesse usato dentro il container, sarebbe andato a sbattere da una parete all'altra. Tuttavia, tutto in lui era potenziato. Dalla vista all'udito e, quindi, anche la forza. Sarebbe stato uno scherzo piegare o, addirittura, svellere le sbarre alla finestrella. Ma proprio perché era una finestrella, il suo corpo non ci sarebbe mai passato. Sfortunatamente gli elleni non avevano pensato di inventare qualcosa che lo riducesse temporaneamente… e allora, che fare ?

  Il camion si fermò prima di quanto Henry avesse previsto. In attesa che qualcuno venisse ad aprire il portello per trasferirlo in qualche altro luogo, vi si acquattò vicino, pronto a far schizzare una nuvoletta ben dosata di Sapotran. Era tutto in tensione per farlo, quando sentì il lontano bombito di un elicottero in volo. Dunque, i suoi rapitori sapevano del narcotico di cui disponeva, per cui non potevano che essere americani, poiché era stato proprio contro di loro che il vero Enea degli Anchisi l'aveva utilizzato sul lungofiume di Manhattan.

  ‘Se sono loro, non vedo quale via d'uscita mi si prospetti,' si disse scoraggiato.

  I suoi più profondi pensieri per trovare una soluzione vennero interrotti dal forte rumore dei motori e del vorticare delle doppie pale dell'elicottero.

  ‘Dev'essere un Chinook. Di quelli grossi dell'esercito, capaci di sollevare un carro armato…. ohi, ohi, stanno imbracando il container, sono perduto !'

  Sentì armeggiare e il classico scorrere, al di sotto, di un primo cavo d'acciaio Poi di un secondo e un uomo che stava armeggiando sul tetto per unire i quattro terminali dell'imbracatura, mentre il rumore dell'elicottero si stava facendo assordante. Malgrado ciò, i suoi sensi acutizzati percepirono il trepestio di diversi uomini che, arrivati al camion, urlavano in un tono stentoreo alcune parole gutturali che Henry interpretò trattarsi di comandi intimanti di smettere immediatamente quello che stavano facendo. Sentì infatti il tonfo dei quattro ganci cadervi sopra. L'elicottero fece un'improvvisa cabrata e il suo assordante rumore andò via via spegnendosi, mentre agli ordini perentori che venivano dati ai due uomini del camion, si aggiunsero le voci stridule di due cinesi. Henry riconobbe quella di Kekou prima e di Xuahn Li, dopo.

  “Sciocco,” gli sussurrò la ragazza, non appena riuscì a trovarsi faccia a faccia con Henry abbastanza discosto dagli altri. “Per non cenare con me, sei andato a ficcarti in un guaio serio. Sai chi erano quelli ?”

  “Americani, senza dubbio,” rispose Henry, che teneva ancora in mano la bomboletta di Sapotran.

  Kekou, curiosa, si distrasse per vedere meglio, nonostante il buio della notte fosse appena interrotto qua e là dalle torce dei poliziotti tedeschi. “Che cos'è che hai in mano?”

  “Niente, niente,” rispose Henry, mettendosela in tasca. “Mi stavi dicendo chi fossero i miei rapitori. Come ho detto, quindi, americani…”

  “L'elicottero, sì. Dev'essere di qualche base americana. I poliziotti non sono riusciti a vedere i numeri perché volava con i fari spenti, ma vedrai che lo troveranno attraverso il piano di volo.”

  “Diamine !” esclamò Henry, lasciandosi sfuggire un'interiezione: “Ancora !”

  “È già successo ?” chiese l'astuta cinese.

  “No… no. Solo che…” cincischiò Henry e fissando lo sguardo nei begli occhi della ragazza, “qualcuno deve averli informati…”

  “Non pensare a me o al mio governo, Henry. Ti posso dimostrare che non abbiamo fatto trapelare alcuna notizia.”

  “Chi sarebbero, allora ?”

  “Gli uomini che ti hanno rapito non erano americani.”

  “Tedeschi, quindi. Come quelli che hanno condotto il camion fin qua e che la polizia ha appena arrestato.”

  “Quei due sono bassa manovalanza. Non possono essere accusati di rapimento. Hanno già detto che non sapevano cosa contenesse il cassone.”

  “Chi altri, allora ?”

  “Arabi. Così hanno detto i due del camion. Che li hanno pagati profumatamente per condurlo in questa zona deserta affinché il container, una volta imbracato, venisse portato via dall'elicottero.”

  ‘È abbastanza logico. Come aveva previsto Pausania,' si disse Henry.

  “Ora, Henry, non vuoi proprio dirmi cos'era quella bomboletta che hai messo in tasca ?”

  “Cosa… quella ? Un semplice spray nasale. Sai, in quel container mi mancava l'aria e poi, c'era un odore cosi sgradevole…”

 

ΩΩΩ

 

  ‘Quindi gli americani si sono coalizzati con gli arabi per carpirmi il segreto del pannello solare,' si disse con un acuto senso di colpa Henry. ‘I primi per avere l'esclusiva e usare a loro piacimento il ritrovato elleno e i secondi, è intuibile, per salvare le loro ricchezze minerarie. Gli americani, poi, che per il petrolio, come hanno già ampiamente dimostrato, scatenerebbero una guerra in qualsiasi parte del mondo, dispongono di giacimenti che tengono semi-attivi preferendo comprare quello che si estrae fuori dei loro confini. Appartengono a loro le più grandi società petrolifere, intorno alle quali vorticano lucrosi affari giganteschi e sono in grado di determinare l'orientamento politico della Nazione. Forse, per farmi bello di fronte a Fedra e per riconoscenza a Pausania, ho esagerato a propormi per questa missione. Quasi, quasi, se riavessi vicino Melesigene, lui così bravo e attento…'

  E quando fece il suo ingresso nell'appartamento, accompagnato fin davanti alla porta da Xuahn Li e da Kekou, i quali non la smettevano di raccomandarsi di non commettere più imprudenze, vide Melesigene alias Lloyd Clovell, comodamente seduto sul divano del salotto che divideva a metà l'appartamento, in uno stato di grande pace, benché un leggero sorriso gli increspasse le labbra non appena Henry ebbe chiusa la porta dietro di sé.

  “Ah, finalmente !” esclamò Henry. “Tu non sai quanto mi saresti stato utile prima. Quella ragazza-spia mi tampina in ogni luogo io mi rechi…”

  “Sei stato tu a mandarmi via, amico Enea,” replicò con voce calma Lloyd, il quale quando non erano sorvegliati lo chiamava con il nome elleno. “Sembrava ti bruciasse il terreno sotto i piedi in mia compagnia.”

  “Che dici mai, amico Melesigene ! Era necessario che tu tornassi a Kallìtala. Il tuo tempo stava per scadere. Non è così ?”

  “Bastava che l'aviolobo di servizio del Sargasso mi riportasse a bordo per ‘ricaricarmi' nell'infermeria e sarei stato in grado di rimanere con te altri dieci giorni. Quanto bastava per…”

  “Per evitare che mi cacciassi in questa brutta avventura e, magari, rimanere a Shanghai mentre i cinesi chissà cosa avrebbero combinato qua a Monaco…”

  “Corretta giustificazione. Anche Pausania è stato del parere che noi fossimo presenti alle trattative con questa grossa fabbrica tedesca di automobili. Non intenderlo come un rimprovero, per carità, tuttavia avremmo cenato assieme qua in albergo dove sono attivi i servizi di sicurezza e, inoltre, se me lo permetti, con la mia presenza…”

  “Mi avresti protetto da chiunque. Giusto e te ne chiedo scusa, Lloyd,” rispose Henry che nel frattempo si guardava in giro per vedere se per caso anche in questo appartamento, così com'era accaduto in quello del Peace Hotel di Shanghai, ci fossero microfoni e telecamere nascosti.

  “Non ti preoccupare per questo, Enea. Ho già controllato tutto io. Non c'è niente e da questo salotto che si trova in mezzo alle due camere, ho appurato che non può trapelare all'esterno nemmeno un urlo.”

  “Bene. Bentornato, amico Melesigene. Domani ci aspetta una giornata campale. I cinesi hanno già sbarcato le prime tre automobili elettriche e, dopo la dimostrazione, incominceranno le trattative per la vendita di stock di mille esemplari ciascuno.”

Alle otto del mattino i due elleni erano già seduti a un tavolo del ristorante turistico a fare colazione, che per loro consisteva in un caffè lungo e una doppia spremuta d'arancia. Erano là da appena cinque minuti, quando arrivò Xuahn Li seguito dalla delegazione al completo, una ventina tra dimostratori e ingegneri. Mancava, però, la bella Kekou ed Henry, per la prima volta, ne provò un lieve rammarico. Se non fosse stato che lo teneva sempre d'occhio, la sera prima non sarebbe stato salvato e chissà se l'operazione ‘rapimento con elicottero' fosse andata a buon fine, dove si sarebbe trovato adesso.

  “Vedo con piacere che il signor Clovell è ritornato,” disse Xuahn Li una volta avvicinatosi al tavolo dei due americani, porgendo la mano a Melesigene, che il bravo elleno strinse con cordialità e, infine, rivolgendosi direttamente a Henry con un sorriso tra il sarcastico e il divertito, soggiunse: “Ciò le eviterà altri brutti incontri, ingegner Campbell. Qua non siamo nella tranquilla Cina.”

  “Tutto il mondo è paese…” bofonchiò Henry e poi, più deciso, “non bisogna mai meravigliarsi dell'incomprensione umana. Il nostro pannello solare, che dovrebbe renderci la vita più salubre, ispira in alcuni il desiderio di possesso al solo scopo di non cambiare le vecchie regole del gioco. Gli americani per garantirsi sempre la loro superiorità e sicurezza, come se non bastassero due oceani a dividerli dagli altri popoli e gli arabi, i quali non hanno mai brigato per emanciparsi come paesi industriosi, a mantenersi ricchi con i proventi dell'oro nero.”

  “Sono lusingato per le sue parole, mister Campbell. Offrendo a noi cinesi la sua ‘invenzione'…”

  “Non è affatto una mia invenzione,” tagliò corto Henry guardando Lloyd per tranquillizzarlo.

  “Lo so, lei l'ha sempre sottolineato. Ma non saprei come definirla in maniera più semplice. Me lo conceda, la prego. Offrendola al mio popolo, era sicuro che tutto il mondo occidentale ne avrebbe usufruito a costi piuttosto convenienti.”

  Henry non rispose, ma portò alle labbra il secondo bicchiere di spremuta e Xuahn Li interpretò questo suo gesto come la conclusione del loro colloquio. Fece un inchino e si diresse verso il tavolo dove i suoi due aiutanti lo attendevano per ordinare la colazione.

  I due elleni uscirono nel parco. La giornata era splendida e sebbene fosse ancora presto, si vedevano i primi fanatici del jogging percorrere i viali a passo di corsetta, mentre nello sfondo smeraldo dei prati alcuni cani lupo stavano rincorrendosi allegramente, osservati a vista dai loro padroni con il guinzaglio in una mano e una cosa molto importante nell'altra. Seppure sembrasse che non lo fosse, il parco era sorvegliato in modo discreto dai poliziotti metropolitani e guai se alle deiezioni dei cani non fosse seguito subito l'intervento d'asporto dei loro accompagnatori !

  Grazie a quei poliziotti oltre che a Kekou, la sera prima Henry era stato tolto da una situazione imbarazzante, cosicché rivolgendosi al suo compagno, ebbe a dirgli: “Pensi che a Kallìtala abbiano saputo del tentativo di rapimento ?”

  “No di certo,” rispose Melesigene, il quale si aspettava una domanda del genere. Infatti? aggiunse: “Stai tranquillo, amico Enea, io non ne farò menzione,” e, dandogli una leggera pacca sulla spalla, “del resto, non ero presente al fatto e sono venuto a saperlo solo per una mera combinazione.”

  “Ah, tu dunque la consideri semplicemente mera combinazione ?” rispose Henry, indirizzandogli un sorrisino complice. “Adesso chiedo a Xuahn Li se è tutto pronto per la presentazione delle nuove elettro-automobili.”

  Il capo delegazione cinese stava in quel momento addentando un croissant quando, vedendo Henry venire presso il suo tavolo, posò il dolce sul piattino e scusandosi con un cenno verso i due suoi commensali, si alzò per andargli incontro.

  “Ingegner Campbell…” disse sorridendogli, “in che cosa possa servirla ?”

  “Non c'era bisogno che si alzasse,” rispose Henry leggermente confuso, sebbene si fosse abituato alla cerimoniosità dei cinesi. “Volevo semplicemente chiederle quando e dove avverrà la conferenza stampa.”

  Xuahn Li glielo disse, raccomandandosi di unirsi a lui di lì a mezzora. “I miei collaboratori già da ieri hanno sistemato le automobili dopo che sono state sbarcate dall'aereo con cui sono arrivato.”

  “E quelle dentro l'altro Jumbo ?”

  “L'aereo è parcheggiato in una piazzola dell'aeroporto di Monaco. Le dieci autovetture che contiene non vengono sbarcate qua. Lasceremo i tre prototipi a disposizione della fabbrica presso cui, tra oggi e domani, faremo le dimostrazioni. Quelle ancora nel B747 cargo ci serviranno per gli stessi motivi con altre fabbriche in due città diverse della Germania. La prima a Stuttgart e l'altra…”

  “Ma c'era proprio bisogno di portarle nelle diverse case automobilistiche tedesche ? Non era meglio fare un'unica dimostrazione per tutti in questa città ? Il mio rapimento di ieri sera mi ha dato la percezione che questo tipo di automobile non sia il benvenuto. Non sarà che…”

  “Ma si figuri !” replicò Xuahn Li tagliandogli la frase a metà. “Gli autori del rapimento, ormai è ben chiaro, erano arabi d'accordo con gli americani. Forse entrambi ingaggiati dai produttori di petrolio. Qua la cosa è diversa. Ci troveremo di fronte ad alcuni tra i più grandi costruttori di automobili, interessatissimi ai nostri prodotti.”

  “Ne è davvero sicuro ?”

  “Ma certo, ingegner Campbell,” rispose un po' risentito il capo delegazione cinese. “La nostra visita è a seguito di accordi preliminari e dell'ispezione, presso la Whang Rong Automobiles di Shanghai dei dirigenti delle tre maggiori fabbriche automobilistiche tedesche. Loro già conoscono il funzionamento dei veicoli, che oggi presenteremo anche a tutta la stampa specializzata.”

  “Bene, dottor Xuahn Li. Ci vedremo in quel posto tra due ore al massimo.”

  “Ma, come ! Non viene con me, con noi ?”

  “No. Verrò con il mio collega Clovell. Non si preoccupi, questa volta sarò ben protetto,” rispose Henry, stringendogli la mano per accommiatarsi. Poi, girandosi verso Lloyd e facendogli un cenno, i due uscirono dal ristorante e si diressero alla reception.

  Dove il servizievole direttore, uscito dal suo ufficio per l'occasione dopo essere stato avvertito dal concierge, andò cerimoniosamente loro incontro.

  “Posso esservi utile in qualcosa, signori ?” fece con deferenza.

  “Grazie. Vorrei ritirare la mia valigetta,” rispose Henry.

  Dieci minuti dopo i due amici si trovavano nel loro appartamento e Henry si accinse a montare i mirillini a un pannello solare. Doveva mettersi in contatto con Kallìtala per trasmettere a Proteo le ultime novità. Il fatto che dieci elettro-automobili fossero ancora dentro la pancia dell'aereo della China Airlines parcheggiato in una piazzola, chissà se ben custodito, lo preoccupava.

  “Senti, Melesigene,” disse prima di mettere in funzione il computer. “Quella di tacere sulla mia disavventura di ieri sera, non mi pare una buona idea. Può darsi che con quelle informazioni, Proteo possa comunicarci le mosse più appropriate da fare. Non mi sento tranquillo in questo Paese dove circola liberamente gente di ogni nazionalità. Sono pure convinto che c'è parecchio controspionaggio in giro. Americani, inglesi, e arabi in particolare.”

  “Giusto, amico Enea,” rispose Melesigene, atteggiando un sorriso liberatorio.

  Non appena, però, Henry si collegò con Kallìtala, udirono il boato di un'esplosione, talmente potente da far tremare i vetri. Proveniva dalla parte dell'aeroporto, a meno di dieci chilometri. Melesigene guardò in quella direzione se per caso nel cielo sgombro da nubi se ne formasse una di fumo nero. Niente, tutto rimaneva invariato. Citofonò al concierge, che gli rispose che non se ne sapeva ancora niente. Forse la radio o la televisione ne avrebbero subito parlato. Allora Melesigene, mentre Henry era preso dalla comunicazione con Kallìtala, accese la radio. Di solito precede la televisione nel dare le prime notizie. Imbroccò la stazione giusta che, nonostante lo speaker parlasse in tedesco, con le poche parole che conosceva, intese trattarsi di un aereo esploso sulla pista. Altro non riuscì a capire, ma siccome anche il personale addetto alla portineria dell'albergo aveva ascoltato tutto, chiamò di nuovo il concierge. Le notizie apprese erano piuttosto frammentarie né si sapeva se l'aereo avesse preso fuoco in fase di decollo o di atterraggio.

  Proteo, alla notizia che gli aveva introdotto Henry, dopo appena un minuto rispose che di sicuro l'esplosione era stata causata da un attentato all'aereo della China Airlines che conteneva le dieci elettro-automobili e che lui e il suo compagno stessero attenti quando si fossero recati alla dimostrazione, rimanendo defilati dalle delegazioni e che si mantenessero nell'ombra per cercare di indovinare quello che poteva succedere.

  Quando vi si recarono, non c'era niente da scoprire, salvo vedere la delegazione cinese, Xuahn Li in testa, il quale stava lamentandosi per quello che era appena accaduto. Non sapendo ancora che il Jumbo-cargo era stato distrutto nell'aerea di parcheggio dell'aeroporto che, tra l'altro - così dicevano - aveva causato una ventina di vittime tra il personale navigante e gli addetti alla sorveglianza aeroportuale, il funzionario cinese si stava disperando, urlando ora furiose querimonie, ora lamentose esortazioni alle Autorità presenti, stralunate anch'esse per ciò che era successo.

  Le tre automobili elettriche, vanto dell'ingegnosità cinese, anche se alimentate dal pannello a neutrini solari, erano sparite e a tutta prima non c'era alcuna traccia lasciata dai ladri che potesse far indirizzare le indagini verso una direzione precisa.

  Illazioni a non finire, da parte di tutti. La più ragionevole la espresse a Henry l'amico Melesigene, il quale sospettava che il furto non poteva avvenire senza la complicità del personale addetto alla sorveglianza. Azzardò di più. Tale complicità poteva essere condivisa dai dirigenti della grande fabbrica di automobili se non, addirittura, anche del governo asiatico.

  “Certo. Non può essere altrimenti, Lloyd,” disse Henry. “Il sospetto l'ho avuto in occasione del mio rapimento. Passi per qualche delinquente prezzolato, ma un elicottero del tipo militare, nonostante non avesse insegne o le avesse provvisoriamente coperte, sarebbe di facile individuazione se la polizia lo volesse. E, invece, non se ne sa ancora niente. Sembra che si sia volatilizzato, poiché le prime indagini hanno dato un risultato negativo. Pare che nessun elicottero di quel tipo si sia alzato in volo ieri sera in tutta la Germania. Pensa un po' !”

  “Pausania, prima di ritornare da te, mi aveva confidato di essere molto in apprensione per questa missione. Non ci crede…”

  “Ma…” stava per replicare Henry.

  “No, tu non c'entri. Lui ha molta fiducia in te. Molto meno, invece, nei tuoi ex-simili. Il nostro pannello solare rappresenta un pericolo per gli uomini assetati di potere e di denaro. Porterebbe troppi vantaggi alla stragrande maggioranza della popolazione umana e annullerebbe molti privilegi ai pochi burattinai che muovono i fili del mondo. Per questo l'Arconte ha dato ordine di costruire una grande fabbrica per il ricovero di quanta più aria ancora pulita possibile e sospeso la produzione della seconda tranche di pannelli.”

  “Perché non me ne hai informato subito ?” chiese con stizza Henry. “So che è antipatico dirtelo, ma vorrei ricordarti che sei stato messo al mio servizio, con l'obbligo di coadiuvarmi.”

  “Amico Enea degli Anchisi…” rispose Melesigene in un sussurro, portandolo più lontano dalla gente, che comunque non avrebbe capito la lingua con la quale conversavano, “sai bene che la parola obbligo non esiste per un elleno. Vorrei ricordarti che sono qua unicamente per guardarti le spalle e, infine, nemmeno io mi aspettavo cose del genere. Non te ne ho parlato prima per non scoraggiarti nel compito che ti sei prefissato. Che è molto nobile, ma adesso la faccenda è diversa. Ci troviamo di fronte a fatti inauditi e ti confesso che sono in apprensione per le fabbriche cinesi.”

  “Scusa, Melesigene. Dunque, a Kallìtala non credono più all'operazione pannello a neutrini ?”

  “Vedi tu di trarne le conclusioni,” fece l'elleno.

  “Allora dobbiamo rientrare al più presto a Shanghai. Ritorniamo in albergo. Debbo mettermi in contatto con Kallìtala.”

  “Non pensare all'albergo. Sono sicuro che ci stanno già cercando. Hai la valigetta con te, per cui defiliamoci e, approfittando che sono tutti in confusione, scappiamo.”

  “Ma dove ?”

  “In qualsiasi posto. Con il cheriosmato potremmo ritrovarci sui bordi del laghetto del parco.”

  “Ottima idea, Melesigene. Faremo una bella gita in barca. Conosco un vecchietto tedesco che…”

  Il quale, quando vide la banconota da cento dollari che Henry gli porgeva, senza dire una parola si fece seguire dai due fino alla sua migliore barca invitandoli a salirvi sopra e sempre senza spendere alcuna delle sue parole gutturali, con l'indice indicò il suo orologio da polso e ne pronunciò due rare: “No time”, facendole seguire dal generoso gesto del braccio verso l'acqua come a significare che sia laghetto che natante erano a loro completa disposizione.


17      -  CAMBIO DI  STRATEGIE

  

Fuori dallo sguardo curioso dell'uomo, dato che l'esplosione avvenuta all'aeroporto aveva messo in apprensione tutta la popolazione compresi i turisti che di solito affollavano il laghetto per romantiche passeggiate in barca, Henry, mentre Melesigene si allontanava a vigorosi colpi di remi, aprì la valigetta in calotex e ne estrasse un pannello solare su cui montò i mirillini. Doveva chiamare l'aviolobo che conducesse entrambi a Shanghai per l'operazione che aveva in mente, ottenendo la pronta autorizzazione di Proteo.

  Il periodo di attesa era di mezzora, per cui i due avevano il tempo di scambiarsi con calma le loro opinioni sull'accaduto.

  “Allora, Melesigene, pensi ancora che si tratti di arabi coadiuvati, magari, dagli americani ?”

  “Sì, Enea. Solo che adesso sono convinto che sono gli arabi i coadiutori e gli americani, cioè quelli della CIA, a muovere le fila di tutto.”

  Quel qualcosa che era rimasto di umano-americano di Henry quasi si ribellò a quelle affermazioni. “Gli americani…” disse risentito, “non fanno queste operazioni quando c'è il rischio di uccidere degli innocenti.”

  “Forse, Enea…” rispose serafico Melesigene, “il lavoro sporco lo fanno fare agli altri, ma il risultato è sempre lo stesso e a mio avviso, questa è la colpa maggiore. Dove vorrebbero arrivare…”

  Non aveva finito la frase che la barca subì un forte scossone e Melesigene, che si era sporto per scoprire quale ne fosse la causa, venne afferrato al collo da due robuste braccia nere e trascinato in acqua. Henry, a quella vista, non avendo la possibilità di smontare il computer, ebbe appena il tempo di prendere dalla valigetta la bomboletta di Sapotran, ma non la possibilità di usarlo, poiché un lazo del tipo argentino con le bolas, lanciato con abilità da un uomo in tuta nera, gli bloccò ogni movimento e in men che non si dica, tutto il petto e le braccia ne furono stretti.

  “Fermo così,” disse un terzo uomo uscito improvvisamente dall'acqua, mentre ne emergevano altri tre e poi un quinto, che teneva per la collottola l'impaurito Lloyd, legato come un salame, che galleggiava disteso sull'acqua.

  “Non abbiate timore, non vogliamo farvi del male, solo…”

  Con le mani e i polsi liberi, Henry stava ancora armeggiando con il computer. Poteva mettere in funzione il meccanismo dell'autodistruzione dei tre pannelli solari, ma ciò avrebbe causato la morte sua e di tutti gli altri intorno alla barca, compreso l'amico Melesigene. Il completo fallimento dell'impresa con i cinesi in possesso dei pannelli solari avrebbe rappresentato un pericolo per il popolo degli elleni. Riuscì solo a staccare i mirillini dal computer e a spargerli sul pagliolo, rendendoli così inservibili. I suoi rapitori, una volta in possesso dei tre pannelli, non sarebbero mai riusciti a individuare il loro segreto, perché al primo tentativo di aprirli per scoprirne la composizione, si sarebbero autodistrutti. Eseguì l'ordine del capo dei sommozzatori, la cui parlata gli aveva fatto accettare la tesi di Lloyd. Erano davvero americani.

  Delle Forze Speciali, infatti, e decisi a tutto, a quanto pare.

  Come il primo di loro montò in barca mentre gli altri la spingevano, nuotando, verso la sponda più vicina, costui si impossessò della valigetta e strappò dalle mani di Henry il pannello solare. Poi raccattò i multiformi solidi sparsi sul pagliolo e, dopo essersi tolto la cuffia, disse con calma a Henry: “Non si preoccupi, ingegner Campbell. Stiamo agendo per il suo bene e poi, siamo connazionali, no ?”

  Henry non ebbe alcuna reazione. Si era tranquillizzato quando aveva visto che Melesigene era in salvo sulla riva dove giaceva supino con le braccia legate strettamente al corpo.

 

ΩΩΩ

 

  L'improvvisa interruzione della comunicazione da parte di Enea degli Anchisi mise in allarme il centro operativo di Poseidonia. Il pilota Prassitele, il quale aveva già trasportato Melesigene, era già ai comandi dell'aviolobo sul tetto a terrazza del palazzo del Gran Consiglio, quando gli arrivò l'ordine di non decollare. Proteo stava preparando un piano di emergenza, il cui risultato doveva essere approvato prima dai consiglieri del Gran Giurì che, sebbene non presenti a palazzo, erano comunque già in contatto in videoconferenza e, infine, la decisione dell'Arconte.

  Il piano era piuttosto semplice. Due aviolobi sarebbero decollati e, una volta raggiunti i due prigionieri, considerato che conoscevano la loro posizione minuto per minuto grazie al cheriosmato che ciascuno di loro aveva impiantato sottopelle dell'omero destro, con getti mirati di Sapotran avrebbero narcotizzato i sequestratori e liberato Enea e Melesigene, trasportandoli immediatamente nei pressi di Shanghai dove, con le speciali apparecchiature di bordo e dopo aver avvertito gli addetti al montaggio delle elettro-automobili di allontanarsi a distanza di sicurezza, avrebbero incominciato a rendere inservibili tutti i pannelli solari, per quanto un lavoro del genere, considerata l'enorme quantità di elementi, avrebbe implicato tempi abbastanza lunghi. Nel caso specifico, almeno dieci giorni.

  Poi, il mesto ritorno a Kallìtala, per il secondo fallimento della missione pacifica. Ma, perlomeno, con i suoi inviati, vivi.

  “È contro i nostri princìpi e le leggi che ci siamo dati, causare un danno fisico o la morte di un qualsiasi essere vivente che non siano gli abitanti che vivono sotto la superficie del mare. Come ben sapete, da infinite generazioni con quelli lo facciamo solo per nutrirci,” disse l'Arconte davanti al grande schermo di Proteo.

  “Così è,” gli risposero tutti e venti consiglieri, ciascuno dei quali apparve sullo schermo giusto il tempo per pronunciare quelle due parole.

  “Non ci rimane altro che chiudere Boadicea e creare immense riserve di aria allo stato, più puro che sia possibile, per la nostra sopravvivenza. I capo-ingegneri Talete, Anassimandro e Persefone, progettisti di Proteo, mi hanno assicurato che la fabbrica in costruzione potrà imbottigliare tanta aria quanta ce ne servirà per almeno venti dei nostri anni. Non appena l'operazione, prevista in sei mesi, sarà portata a termine, verrà progettato un sistema per un riciclo completo. Ciò garantirà la sopravvivenza della nostra isola-stato finché sulla Terra, martoriata dagli uomini, ci sarà vita animale e vegetale.”

“Non è escluso che gli uomini arrivino a più miti consigli,” intervenne Pausania l'ottimista, il cui volto apparve sullo schermo. “Quando si renderanno conto di aver perso l'occasione di salvarsi, forse accetteranno di buon grado di rinunciare ai loro egoistici interessi e utilizzeranno i nostri pannelli.”

  “Amico Pausania, prendo atto della tua immensa generosità, ma non sono più disposto a sperperare le risorse di Kallìtala per costruirne ancora. Che si arrangino da soli e quando vedranno che, oltre all'ozono, anche l'aria si sarà ridotta, gli esseri umani capiranno di essere sul ciglio di un baratro e starà alla loro intelligenza discostarsene in tempo. Ho chiuso.”

  Terminata la videoconferenza, l'Arconte diede ordine a che i due aviolobi, già dotati degli speciali cannoncini a ricerca laser per sparare i getti di Sapotran, partissero immediatamente per la missione e che il Sargasso, posizionato in quel momento a sud della penisola arabica, si mettesse in navigazione per raggiungere il punto X posto a millecinquecento miglia dalla costa della Cina, perpendicolarmente a sud della grande città marinara di Shanghai. Ciò per agevolare le trasmissioni a onde intra-acquee con il centro operativo di Kallìtala, in maniera da seguire ogni operazione e, se del caso, poiché gli umani hanno sempre comportamenti imprevedibili, intervenire più decisamente al fine di salvare la vita ai due elleni e rendere inservibili i pannelli. Quelli rubati dall'organizzazione che aveva rapito Enea e Melesigene, potevano essere utilizzati per far funzionare un motore elettrico, senza alcun pericolo che gli uomini ne scoprissero il segreto, considerato che per farlo avrebbero dovuto aprirli con inevitabili conseguenze catastrofiche. E se poi qualcuno più intelligente fra loro ci fosse riuscito, non avrebbero potuto risalire alla formula né trovare i materiali con i quali erano stati costruiti. Che se li tenessero tutti e sei. Era la prova lampante della loro insensatezza.

  “Forse…” disse Pausania all'Arconte, subito accorso a parlargli di persona, “potremmo procrastinare l'operazione di inservibilità del miliardo di pannelli solari già immagazzinati in Cina, amico Arconte.”

  “Tu sempre così disponibile per non arrecare danni agli umani, Pausania,” replicò bonariamente l'Arconte.

  “Se, come hai accennato, gli uomini che hanno commissionato il furto dei sei pannelli diverranno più ragionevoli vedendoli in funzione senza che siano alimentati da un carburante qualsiasi, quell'enorme disponibilità attualmente in mano ai cinesi, potrebbe essere utilizzata per i nostri scopi.”

  “Vuoi far scoppiare una guerra all'ultimo sangue ? Questa volta atomica, poi !” esclamò l'Arconte. “I cinesi non accetteranno mai di condividere i pannelli, che ormai considerano ‘loro', con altre nazioni. Gli accordi con Enea prevedono che devono costruire automobili da vendere, sia pure a prezzi ultra-competitivi, indistintamente a tutti.”

  “Guadagnandoci corposi profitti che renderebbero la Cina la prima nazione del mondo,” disse mestamente Pausania.

  “Era previsto anche questo,” riprese a dire l'Arconte. “Per non alimentare questa ambizione avevo deciso che, una volta messi in funzione i primi cento milioni di pannelli solari, verrebbe a mancare per sempre l'innesco per la scissione dell'atomo che causa l'esplosione atomica, cosicché se gli uomini volessero farsi la guerra, questa avverrebbe con le sole armi convenzionali.”

  “Beh, sempre guerra sarebbe e poi, anche le deflagrazioni da tritolo o da plastico esplosivo, non farebbero di certo bene all'atmosfera,” replicò Pausania.

  “Sì, è vero. Ma pazienza,” rispose l'Arconte con decisione.

  “Allora…” fece deciso Pausania, “bisogna trovare il modo di riprenderci tutti i pannelli a neutrini solari o, almeno, riuscire a nasconderli meglio prima del loro utilizzo e non renderli inservibili per sempre. Il materiale che abbiamo impiegato per costruirli è troppo prezioso e se dovessimo averne bisogno in seguito, potremmo riutilizzarlo.”

  “È giusto questo il problema che solo Enea, alias Henry Campbell, potrà contribuire a risolvere.”

 

ΩΩΩ

 

  Sembrava che gli uomini che li avevano fatti prigionieri fossero a conoscenza delle loro capacità, visto che non intendevano slegarli. Di certo non potevano sapere del cheriosmato anche se avevano sperimentato sulla propria pelle l'effetto del Sapotran, dato che li frugarono entrambi accuratamente e solo nella tasca dei pantaloni di Henry, pronta all'uso, trovarono la bomboletta spray.

  Pure in quel caso, ebbe a tranquillizzarsi il neo-elleno, non potevano sapere cosa fosse né, in seguito, analizzarne il contenuto, ma solo stare attenti a non inalarlo. Il suo raggio d'azione, se fosse stato pigiato il tasto della fuoriuscita, sarebbe stato piuttosto vasto ed Henry sperava proprio in quella manovra. Se i suoi carcerieri avessero voluto provarlo in quella stessa stanza dove si trovava con Melesigene, si sarebbero addormentati tutti di colpo. Lui e il suo compagno compresi, ma sarebbero stati i primi a risvegliarsi appena tre minuti dopo, mentre gli uomini avrebbero dormito per una buona mezzora. E allora… allora, si sarebbero sciolti da quelle robuste corde di nylon che li tenevano avvolti come salami.

  Studiò il da farsi se quell'eventualità si potesse realizzare e osservò attentamente i tre uomini incappucciati addetti alla loro sorveglianza, uno dei quali, l'unico che non indossasse i guanti, da un po' di tempo osservava attentamente la bomboletta spray su cui non c'era alcuna etichetta che ne descrivesse il contenuto, ma solo un codice a barre di diversi colori che gli elleni leggevano con facilità e che ne indicava l'uso e la composizione.

  Rimanendo i tre con il cappuccio in testa per non farsi riconoscere non potevano, di conseguenza, parlarsi fra loro ed era evidente che attendevano l'ordine di qualcuno per avere il cambio e consegnare in contenuto delle tasche dei due elleni assieme a  quel cilindretto che l'uomo senza guanti si rigirava con curiosità tra le dita e lo stava facendo con tale abilità che dimostrava quanto il suo interesse a quel ritrovato fosse scarso, attirato, invece,  più per  noia che per altro, dal giochetto di destrezza manuale.

  Henry e Lloyd non lo perdevano di vista. Con i loro sguardi si scambiavano opinioni su come sarebbe andata a finire la cosa ed entrambi si auguravano che non arrivasse ancora nessuno a interrompere quel gioco. Statisticamente, alla cinquantesima rivoluzione della bomboletta nelle mani del più nervoso dei tre carcerieri, un dito qualsiasi avrebbe fatto quella leggera pressione sul tasto, tale da far fuoriuscire una nuvoletta bastante a invadere tutto l'angusto locale.

  Henry osservava con attenzione e contò fino a trenta rivoltolamenti del cilindretto e poi, clack! Il dito indice si appuntò per una frazione di secondo sul sensibilissimo tasto e ssshhhuuush… una nuvoletta uscì dal piccolo ugello. Appena due respiri e, senza accorgersene, tutti si addormentarono.

  Henry fu il primo a risvegliarsi. Appena un minuto e mezzo giacché, prevedendo quello che sarebbe successo, aveva trattenuto il respiro ed era riuscito ad alzarsi in piedi sulla scomoda sedia sulla quale lo avevano messo a sedere. Le corde gli tenevano strette le braccia al tronco ma le gambe e i polsi erano liberi, sebbene non riuscisse a effettuare movimenti in scioltezza. Sapeva che il Sapotran, una volta spruzzato nell'ambiente, dopo avere fatto il primo effetto, per il suo peso specifico sarebbe sceso negli strati più bassi e continuato la sua azione sugli uomini narcotizzati che erano caduti a terra, Melesigene compreso. Aveva previsto una cosa del genere e, di conseguenza, predisposto la piccola ghiera in modo che non appena pigiato il tasto dell'erogatore, uscisse una quantità di gas da coprire quanto più spazio possibile. E, trattandosi di un locale chiuso…

  Doveva attendere che il suo compagno si risvegliasse, ma venne assalito dall'angoscia umana di vedere arrivare i colleghi dei carcerieri, per cui discese con molta attenzione dalla sedia e, avvicinatosi al luogo dov'era caduta la bomboletta, riempì a fondo i polmoni di aria pura e trattenne il respiro. Andò a sedersi a fianco dell'uomo senza guanti e, con le mani semi-paralizzate, cercò di raccattarla. Al primo contatto con i polpastrelli, la bomboletta rotolò più in là. Dovette fare alcuni contorcimenti con il collo per vedere di sbieco che si era andata a ficcare lungo il fianco del soldato disteso. Inarcò le gambe e con i tacchi si spinse strusciando le natiche sul ruvido pavimento. Una volta vicino al corpo dell'uomo, dovette fare una rotazione, ma le sue gambe gli impedivano quel movimento poiché dovevano scavalcarlo. In quello stesso istante percepì lo scambio di frasi brevi tra due uomini che stavano percorrendo il corridoio.

  Ebbe un sussulto di terrore. Doveva impossessarsi subito della bomboletta. Se lo avessero sorpreso in quel momento, sarebbe stata la fine di ogni probabilità di fuga. Non aveva altri mezzi. Il cheriosmato funzionava solo per trasferimenti all'aria aperta e non poteva comunicare con Kallìtala né con l'aviolobo che senz'altro era in arrivo per soccorrere lui e l'amico.

  Di forza ne disponeva in quantità, per cui fece una capriola su se stesso e andò a trovarsi carponi con le scarpe a più di un metro dalla bomboletta. E intanto le voci si stavano facendo più chiare con l'approssimarsi dei nuovi carcerieri… forse tra meno di mezzo minuto avrebbero aperto la porta della cella. Ruotò il corpo in senso antiorario e fece due capriole, venendosi a trovare corpo a corpo con l'uomo addormentato. Ora sentiva i passi cadenzati, tipici degli scarponi dei soldati. Quindici secondi ancora.

  Tastò con le mani il corpo dell'uomo e quando udì la voce di uno dei carcerieri chiedere di aprire la porta, a furia di tastare, finalmente le sue dita si posarono sulla bomboletta. Per timore che rotolasse ancora, la prese tra l'indice e il medio e riuscì a gettarsela al volo tra le gambe. Questa volta un soldato del cambio bussò con decisione alla porta. Uno strepito infernale. Lo doveva aver fatto con qualcosa di metallico sulla piastra di acciaio.

  Henry si mise in ginocchio, strinse bene la bomboletta e girò la ghiera che controllava il flusso della nebulizzazione del Sapotran al minimo. Era certo che gli uomini dietro la porta erano due e mentre il primo infilava la chiave nella toppa, si posizionò al lato opposto del battente. Essendo l'uscio di una cella, doveva per forza aprirsi verso l'esterno. Tenne la bomboletta con tutte e due le mani all'altezza del ventre per via della legatura e con il dito sul pulsante, pronto a premerlo con la direzione del flusso contro i due carcerieri che stavano entrando. Quasi perdendo l'equilibrio fletté il corpo all'indietro in modo che il getto arrivasse loro direttamente in faccia. Non aveva fatto i conti, però, con il secondo soldato che si era fermato nel corridoio, cosicché narcotizzò il primo e l'altro, visto il compagno cadere a terra come morto, arretrò di qualche passo, imbracciò la mitraglietta e la puntò deciso sul petto di Henry che, spaventato dal suo aspetto truce, rimase per un attimo inebetito a guardarsi le mani. In quella posizione, se avesse schiacciato il pulsante, il getto di Sapotran non avrebbe avuto l'effetto istantaneo sperato. L'uomo armato si distrasse un istante a osservare quello che Henry stava maneggiando.

  All'improvviso, quando ormai si era rassegnato a rimanere prigioniero, un'ombra passò davanti ai suoi occhi come un lampo e un attimo dopo l'uomo armato fu sovrastato da un corpo massiccio che lo mise fuori combattimento. Era Melesigene, il quale, afferrato il soldato per la collottola, lo portò di peso, come fosse un fuscello, dentro la cella, chiudendo la porta dietro di sé.

  “Dagli una spruzzatina,” sussurrò a Henry.

  “Ma tu… come hai fatto…”

  “Fai alla svelta Enea. Dopo ti spiegherò.”

  “Non vedi come sono ?”

  “Ah, già !” con venne il suo compagno che, con lestezza tirò fuori dalla cintola un coltello e altrettanto velocemente con un colpo solo recise tutta la complicata legatura di Henry.

  “Il coltello…” balbettò meravigliato Henry, “come sei riuscito a…”

  “Sshhhtt !” fece l'amico. “Dagli una spruzzatina. Abbiamo poco tempo !”

  In effetti di tempo ce ne volle un po', soprattutto per trovare un'uniforme che si attagliasse al possente corpo di Melesigene. Per Enea fu più facile e sbrigativo, ma il suo compagno dovette indossare i pantaloni di uno e la giubba di un altro soldato che se la dormiva beatamente.

  “Devo recuperare la mia valigetta,” mormorò quasi a se stesso Enea.

  “Pensiamo prima a uscire da questo edificio,” replicò Lloyd. “Mi sembra una fortezza.”

  “Basta che ci sia un resede interno e…”

  “Mica possiamo volare!”

  “Volendo, con il cheriosmato un bel salto lo potremmo anche fare…”

  “Ma non superare sei metri. Vedrai che le mura di questo forte saranno anche più alte.”

  “Allora non ci rimane che…” e Henry sussurrò il suo piano all'orecchio del compagno.


ΩΩΩ

 

  “Voi che ci fate lì !” si sentirono interpellare da una voce stentorea.

  Era un sergente dalla faccia quadrata, dalle spalle quadrate e pure dai piedi quadrati, armato di tutto punto e con l'elmetto in testa che anziché tondo, pareva anch'esso quadrato.

  “C'è stato dato il cambio nella cella dei prigionieri,” rispose pronto Henry.

  “E le armi ? Gliele avete lasciate in custodia, eh ?”

  ‘Già, le armi !' fece tra sé Henry. ‘Che stupido a non averci pensato…'

  “Ho questo,” rispose Lloyd, mostrando il pugnale al sergente.

  “Cosa… ma questi sono…”

  Henry non gli diede il tempo di dire altro, che già una spruzzatina di Sapotran lo aveva steso a terra.

  “Presto !” disse al compagno. “Nascondilo in quel vano e prendigli le armi. Dobbiamo uscire nel cortile. Io terrò la pistola e tu il fucile.”

  In effetti in quell'assetto, sebbene non di ordinanza, riuscirono ad attraversare il cortile dove alcuni soldati li guardavano incuriositi e solo quando furono nei pressi del cancello di uscita, un ufficiale, seguito da un sergente e da due soldati, li rincorsero. L'ufficiale urlò al capoposto del check-point di bloccarli, ma ormai Henry era a portata di spruzzo e dopo averne irrorato i quattro addetti al controllo, assieme a Lloyd saltò a piè pari le sbarre e, una volta aver toccato terra, entrambi azionarono il cheriosmato venendosi a trovare in meno di due secondi a più di cinquecento metri dalla fortezza. Là giunti, si liberarono delle uniformi e delle armi, che nascosero dentro un fitto cespuglio e si incamminarono con andatura normale all'interno del non troppo fitto bosco.

  Tuttavia, quando, dopo che Henry glielo aveva ancora una volta chiesto, Melesigene aveva iniziato a spiegargli come si era procurato quel coltello, sentirono il rombo del motore di un elicottero sopra le loro teste.

  “Allontaniamoci ancora,” propose Henry.

  “Ma di quanto ?”

  “Non sappiamo dove ci troviamo. Proviamo con cinque impulsi verso sud,” rispose.

  Ebbero fortuna. I cinque impulsi comandati al cheriosmato, li portarono al centro di una cittadina che seppero chiamarsi Freising, situata a pochi chilometri da Monaco di Baviera e di sicuro a una decina dal suo aeroporto.

  “Non possiamo metterci in contatto con l'aviolobo, non abbiamo denaro e…” incominciò a dire scoraggiato Henry. “Siamo in balia degli uomini che, vedrai, riusciranno a riprenderci.”

  “Cosa credi che io sia stato mandato a fare al tuo seguito, eh ?”

  “A proteggermi. Cosa che hai fatto egregiamente. Adesso la situazione si è complicata per entrambi e non saprei come uscirne.”

  “A te sono rimaste alcune caratteristiche umane, amico Enea, che ti inducono a scoraggiarti troppo presto e, pure, nel tuo intimo, a credere che noi elleni si sia un po' troppo ingenui.”

  “Scusami, Melesigene. L'ho fatto senza alcuna intenzione malevola.”

  “Lo so, amico Enea. Non saresti uno dei nostri, altrimenti.”

  “E allora ? Hai una soluzione ?”

  L'amico gli sorrise. Di quel sorriso benevolo che tutti gli elleni si scambiano l'uno con l'altro anche se non si sono mai visti o conosciuti.

  “Vuoi sapere del coltello, vero ?” e, al cenno affermativo di Henry, gli spiegò: “L'impugnatura è fatta di rocroasio e la lama di ruprizio. Ti sei dimenticato dei nostri metalli-principe e anche che non sono individuabili dai raggi x degli uomini né al loro tatto, giacché dentro l'impugnatura che, come vedi, è piuttosto grossa, ci sono due impianti miniaturizzati. Uno per creargli intorno un campo magnetico atto a renderlo invisibile e l'altro… indovina a cosa serve.”

  “C'è dentro il denaro di cui abbiamo bisogno per…”

  “Sempre quel rimasuglio di umano che ti è rimasto, Enea degli Anchisi !”

  “E allora, cosa ?” replicò un po' scocciato Henry, rimarcando il tono delle sue parole per fargli capire che chi comandava era lui.

  “Non volevo irritarti, Enea. Ebbene, qua dentro c'è l'impianto automatico d'emergenza per mettersi in contatto con l'aviolobo.”

“Davvero ! E allora, dai ! Mettilo in funzione !”

  “Lo è già. Il nostro aviolobo ci attende all'uscita di questa cittadina. Come sai, non può abbassarsi sui tetti e nemmeno sui boschi. Cerchiamo un luogo dove ci sia acqua. In queste zone non mancano laghetti o acquitrini. Mi pare che ce ne sia uno posizionato a nord-nord-est, a milleduecento metri. Tra un attimo ci saremo."


18      -  IL MONDO CON IL FIATO SOSPESO    

  

Xuahn Li non stette a rimuginarci su. Erano quei fatti che, sebbene respinti a priori dal suo governo per l'affidabilità delle forze dell'ordine tedesche, erano stati messi in conto alla lontana come un'improbabile conflagrazione atomica. Qualcosa poteva anche succedere come una contestazione o un tentativo di sabotaggio visti gli enormi interessi in campo, ma era fuori previsione una cosa di tale gravità. Un jumbo cargo con dentro ancora il suo prezioso carico fatto saltare in aria. La morte di tutto l'equipaggio nella carlinga e di dieci degli uomini della sicurezza a terra e, cosa meno grave, dato che non aveva causato la perdita di vita umane, ma di grande impatto offensivo, la sottrazione dei prototipi delle tre automobili elettriche che dovevano rappresentare l'orgoglio del suo grande Paese, a torto considerato dal mondo occidentale molto indietro sul piano strategico-tecnologico.

  Visto che l'ambasciatore e tutta la rappresentanza diplomatica si erano ritirati, decise di raggiungere l'aeroporto per fare ritorno in Cina con la delegazione commerciale al completo. Destinazione Pechino e non Shanghai. Avrebbe riferito i dettagli del grave fatto facendo seguito all'inevitabile rapporto già inviato al suo governo dall'ambasciatore.

  Nessuno li ostacolò. Sembrava, anzi, che tutto fosse previsto e le scuse di prammatica degli inviati del governo tedesco furono accettate al solo scopo di non avere impedimenti per far decollare  il Jumbo-Combi che, una volta in volo fuori dello spazio aereo della Germania, trasmise in codice da diecimila metri di quota, il primo irato rapporto del capo delegazione, il quale tuttavia non si permise di esporre i suoi sospetti su chi avesse effettuato il colpo, ma li avrebbe esternati solo al cospetto dei suoi più diretti superiori.

  Non omise di comunicare che l'ingegner Campbell, cui era stato caldamente consigliato di viaggiare assieme alla delegazione, arrivato con altri mezzi a Monaco di Baviera, era sparito per la seconda volta. Forse di nuovo rapito da quei medesimi che avevano fatto saltare in aria il loro secondo aereo e rubato i tre prototipi di vetture elettriche.

  Il mancato commento a caldo da parte dei suoi superiori, lo mise maggiormente in agitazione. Significava che con molta probabilità avrebbero messo in atto il programma ‘Torre d'Avorio' e se ciò si fosse verificato, addio alla carriera che solo due giorni prima aveva previsto sfolgorante, rendendolo ricco a milioni di dollari. Il sogno che aveva accarezzato tutta la vita non si sarebbe mai più materializzato. Una villa principesca sulla Costa Azzurra e un conto in banca talmente cospicuo da farlo vivere di rendita come un nababbo, allo stesso livello dei ricchissimi che si ritiravano in quelle belle coste baciate dal sole, così rigogliose di vita. Amava la cultura occidentale e il suo modus vivendi, compreso il cibo, nauseato fino all'eccesso dal riso, dalla soia e da quegli assurdi intingoli sempre presenti nelle pietanze confezionate nel suo Paese. Già da tempo si serviva di un ristoratore occidentale che gli faceva recapitare a casa vivande da gourmet della cucina internazionale, come quello che in quel momento una graziosa hostess gli stava servendo. Una morbida bistecca di filetto con patatine novelle rosolate a dovere e, infine, il vino. Un bordeaux rosso rubino dal delizioso aroma e dal sapore corposo che si sposava magnificamente con il delicato sapore della carne.

  L'aereo atterrò all'aeroporto di Pechino sotto una pioggia battente che da tre giorni stava tormentando la zona, avendo fatto ingrossare pericolosamente fiumi e torrenti. Le estesissime campagne coltivate a riso erano già sotto di due metri il livello di fiumi e torrenti e migliaia di contadini stavano lasciando le loro case grazie all'intervento dell'esercito che li stava trasportando con gli elicotteri verso rifugi già approntati per avversità del genere, sulle propaggini delle colline dell'Hebet Sheng, a nord della Capitale.

  Strano, a ricevere la delegazione proveniente dalla Germania, Xuahn Li non vide nessuno, solo un colonnello dell'esercito, il quale lo aspettava al cancello dell'uscita del corpo diplomatico e lo riverì, pregandolo di seguirlo all'aperto dove li attendeva una grossa berlina nera con l'autista al posto di guida e uomini in completo blu, armati ciascuno di una mitraglietta oltre a un evidente rigonfio sotto l'ascella sinistra che rivelava la probabile presenza di un'altra arma.

  ‘Che sta succedendo ?' si chiese Xuahn Li. ‘Agenti del servizio segreto, un colonnello… che nelle alte sfere mi ritengano responsabile di…'

  Non ebbe modo di riflettere a lungo che già il colonnello lo invitava a prendere posto tra lui e un agente in borghese, mentre l'altro, dopo essersi guardato attentamente intorno, si sedeva a fianco dell'autista.

  ‘Sono nei guai,' rifletté scoraggiato Xuahn Li riandando con il pensiero alle ultime quarantotto ore vissute in Germania. Esplorò nei suoi ricordi più recenti e mise a confronto le varie situazioni in cui si era venuto a trovare, in particolare quand'era intervenuto per salvare l'americano, quel tale ingegnere che, strano a crederci, era venuto a offrire proprio al suo Paese i portentosi pannelli solari e poi, in che quantità ! 'Che sia stato tutto progettato apposta, a quale scopo ?'

  Durante il lungo tragitto per arrivare in centro città, visto che nessuno degli occupanti della macchina parlava, setacciò nella mente ogni e qualsiasi particolare di quella vicenda e quando stavano lasciando la Shoudujichandfu per prendere l'arteria Dongzimenwaixiejie che arrivava al quartiere di Dong Cheng, si rese conto che sarebbe stato condotto nel palazzo di Dongsi 10 Tiao, sede sussidiaria del governo, nello stesso luogo dove era stato nominato capo delegazione e funzionario di primo livello.

  Là, forse, gli avrebbero tolto tutte le prerogative di cui aveva goduto ben poco e, se avesse avuto fortuna, non lo avrebbero messo in carcere. Si sarebbe accontentato di un licenziamento in tronco senza benefici in denaro, sperando che non lo imprigionassero. Aborriva gli interrogatori e la tortura psicologica. Da tempo in Cina, pur rimanendo in vigore la pena di morte, le torture fisiche non venivano più praticate salvo in casi sporadici, ma solo in zone di confine, con la Mongolia soprattutto.

  E in quello stato d'animo depresso, dopo aver percorso, accompagnato dal solo colonnello, i lunghi corridoi che lo avevano visto poco tempo prima assurgere a una delle più importanti cariche dello Stato, si accinse a entrare nell'anticamera di un ufficio molto importante che conosceva bene. Era quello del Primo Segretario del capo del governo.


ΩΩΩ

 

  L'anziano uomo addetto al noleggio delle barche non era lo stesso al quale Henry aveva dato una generosa mancia, bensì un altro, sebbene ne avesse all'incirca l'aspetto e l'età. Corpulento, dalla faccia quadrata e con uno stomaco spropositato dovuto senza dubbio alle abbondanti libagioni a base di birra bavarese, mostrava l'apparente età di cinquanta anni. Ma questi non aveva, come l'altro, gli stessi modi cordiali e disinvolti. Anzi, sembrava non si trovasse a suo agio nel ruolo di noleggiatore di barche e quando Henry gli porse il denaro del costo del noleggio, che fortunatamente non gli era stato tolto dalla tasca dai suoi rapitori e vi aggiunse i soliti venti dollari di mancia, all'uomo che li prese con indifferenza non brillarono gli occhi di riconoscenza, ma li accettò come normale prassi.

  Quell'atteggiamento distaccato insospettì Henry, cosicché scambiò quattro brevi parole nella lingua degli elleni con Melesigene.

  “Non c'è da fidarsi.”

  Ma, visto che tutt'intorno non c‘era nessuno salvo le due barchette che galleggiavano placidamente sul laghetto, ciascuna distante più di duecento metri dalla sponda dove si trovavano, occupate altresì da altrettante coppie di innamorati, così almeno scoprì grazie alla vista potenziata, i due elleni montarono sulla barchetta e, pur mettendo a fuoco i loro sensi acuiti, non scoprirono niente di anormale nel raggio di almeno due chilometri. Nemmeno, però, l'avvicinarsi dell'aviolobo.

  Ebbero la percezione che il mezzo aereo si avvicinasse non appena furono al centro del laghetto e anche se per loro non era ancora visibile, sapevano che esattamente di lì a tre minuti esatti sarebbero stati aspirati a bordo e, in meno di mezzora, finalmente si sarebbero ritrovati in Cina, lontano dagli intrighi e dai trabocchetti del mondo occidentale.

  L'unica nota dolente per Henry era la perdita della valigetta in calotex con i tre pannelli solari, i mirillini e parecchio denaro in valuta statunitense. Riandò alla sua preziosa valigetta perduta e si tranquillizzò perché gliel'avevano sottratta ben chiusa. In questo momento i ladri stavano senz'altro sacramentando per aprirla, cosa impossibile senza imporre sulle finestrelle delle due serrature le impronte digitali dei suoi pollici e se avessero tentato di forzarla, appena ci fosse entrato il primo filo d'aria, si sarebbe autodistrutta causando danni gravissimi tutt'intorno. Quello che gli dispiaceva di più era la perdita di vita umane. Sperò in un ultimo soffio di pensiero che i ladri leggessero le avvertenze scritte in inglese incollate sul coperchio.

  “Arriva !” disse eccitato a Melesigene. “Lascia i remi e mettiamoci in piedi al centro della barca. Tra pochi istanti ci tira su.”

  In effetti l'aviolobo condotto da Prassitele si stava posizionando sulla verticale del natante per scendere fino a cinque metri sul livello terrestre, quando la barca subì una tremenda scossa dal basso come se fosse stata investita da un'onda anomala, facendo perdere l'equilibrio ai due amici che si ritrovarono in acqua a nuotare con bracciate poderose per rimontare a bordo. L'aviolobo non avrebbe potuto aspirarli in quella posizione perché con essi sarebbe entrata una tale quantità di acqua da rendere inservibili i comandi elettronici, senza contare che avrebbe pure interrotto la bolla magnetica dentro cui navigava, rendendolo pure visibile e inadatto a volare alla velocità di un satellite nel cosmo: trentamila chilometri all'ora.

  “Forza Henry !” gridò Melesigene che, più vigoroso del suo compagno lo spingeva verso la barca che ondeggiava tranquilla a meno di due metri.

  “Ma cosa sarà stato ?” disse Henry, sputacchiando l'acqua che gli era entrata in gola.

  “Qualcosa di grave. Presto, afferrati al bordo ! Ti darò la spinta per risalire,” rispose Melesigene.

  E, in effetti, Henry era già per metà dentro la barca, quando il suo compagno sparì sott'acqua e la stessa forza che aveva tirato giù l'amico, si accanì contro di lui che si senti prendere per le gambe e, non potendo contrastare quell'energia erculea, si ritrovò sotto il pelo dell'acqua dove mani esperte lo incapsularono dentro una grossa campana di plastica smerigliata in cui circolava aria ricca di ossigeno.

  Non aveva la possibilità di vedere chi fossero gli uomini che li avevano di nuovo rapiti perché l'involucro lasciava entrare solo una luce opaca. Si accorse solo che le ombre dei nuotatori che portavano la campana erano quattro, tutti muniti di motore subacqueo elettrico e dopo qualche minuto il chiarore interno si fece più intenso, segno che stavano per uscire all'aria aperta.

  E, di nuovo, quel rumore assordante cui non era più abituato. Le pale rotanti, quel bombito poderoso che sembrava scandire le pulsazioni del cuore di un drago possente – non poteva non farsi venire in mente i ricordi della sua infanzia – incombeva sopra di lui e, com'era logico, la campana che lo conteneva, fu issata a bordo. Sperò solo che anche quella con il corpo di Melesigene venisse caricata nell'elicottero.

  ‘Melesigene !' si disse spaventato. ‘Se non potrà caricarsi d'aria pura, morirà…'

  Ma poi, a ben rifletterci, quella che stavano respirando, così arricchita di ossigeno, non era che aria pura, forse più di quella di Kallìtala e allora si mise il cuore in pace e anziché starsi a scervellare chi fossero i suoi rapitori e come li avessero sorpresi sul laghetto quando in quel luogo, sia lui che il suo compagno erano arrivati con gli impulsi del cheriosmato, si mise a pensare intensamente a come uscire dalla nuova situazione. Grave, questa volta. Molto più delle altre due, poiché i sequestratori dovevano avere appreso qualcosa delle loro elevate capacità di elleni, vedi questa specie di sarcofago da cui non era possibile fuggire e l'appropriata miscela d'aria. Ma dove vi erano riusciti e, infine, come ?

  Nell'assurda ipotesi che fossero stati capaci di aprire la valigetta in calotex senza che questa esplodesse, non avrebbero avuto il tempo di studiare i pannelli solari e la seconda scorta di mirillini inseriti alla rinfusa sotto forma di cubetti, piccoli parallelepipedi e vari tipi di diedri. Solo montandoli secondo lo schema giusto, avrebbero ottenuto il computer il cui pannello sarebbe rimasto opacizzato se non fosse stato percorso dal palmo di una mano di un elleno, le cui rughe erano del tutto diverse da quelle umane. Si guardò le mani. Strano, nessuno gliel'aveva detto né lui ci aveva fatto caso. In effetti le linee, quelle che gli uomini erroneamente definiscono della vita, non erano orizzontali e parallele, ma scendevano, al contrario, dall'attaccatura di ogni dito verso lo scafoide alla base del pollice e alcune si intersecavano tra loro.

  Si mise l'animo in pace. Gli uomini, degli elleni non sapevano nulla e questi che avevano rapito lui e Melesigene, erano interessati solo a interrogarli per farsi rivelare il segreto dei pannelli solari. Erano senz'altro suoi ex-connazionali. Nessuno più di loro disponeva di mezzi tecnici anche all'estero. L'elicottero, i sommozzatori, e poi i punti di ascolto e di rilevazioni. Chi meglio degli americani poteva muoversi anche al di sopra della legalità in paesi stranieri amici ? Nessuno. Si preparò a subire un interrogatorio. Per fortuna aveva con sé la bomboletta di Sapotran che conteneva ancora più di due terzi di gas e due iniezioni sottocutanee di Cardilox, il potente antistress che lo avrebbe coadiuvato a sopportare le insistenti e stringenti domande cui sarebbe stato sottoposto. Per Melesigene, essendo nato elleno e quindi dotato di una sopportazione illimitata, non ci sarebbero stati problemi. Interrogando lui, sarebbe stato come parlare, senza gli appropriati segni delle mani, a un sordomuto.

 

ΩΩΩ

 

  “Dottor Hu Shi,” disse lamentosamente Xuahn Li, alzandosi dalla scomoda poltroncina. C'era un comodo divano nell'anticamera, ma aveva preferito sedersi su quella, forse per prepararsi psicologicamente ai rimproveri del suo capo diretto, sempreché non fossero previste sanzioni ben più severe nei suoi confronti. Al silenzio dell'importante personaggio fece seguire un umile inchino, ripetendo: “Onorevole dottor Hu Shi, i fatti si sono svolti contro la mia volontà, mi creda…”

  “Prego, si accomodi,” rispose il segretario e, con un gesto papale, gli indicò il suo ufficio dove i due uomini entrarono. Poi, una volta chiusa la porta dietro di sé, Hu Shi si premurò che il suo protetto si sedesse prima di lui nella poltroncina a destra della scrivania.

  “Dunque…” fece, guardando negli occhi Xuahn Li. “Un vero e proprio disastro, vero ?”

  “Una catastrofe !” rispose debolmente Xuahn Li. “E pensare che vi avevo messo tutta la mia dedizione, non dormendoci neppure la notte.”

  “Ci credo. Non avevo mal risposto la mia fiducia,” rispose il segretario del capo del governo.

  “Quindi lei, onorevole segretario…” fece timidamente Xuahn Li, i cui lineamenti del viso si stavano distendendo.

  “Cosa credeva ?” replicò Hu Shi. “Siamo soddisfatti della sua missione, sebbene non portata a felice compimento, ma solo per fatti imprevedibili di cui lei non può essere ritenuto responsabile. Ci immaginavamo che qualcuno avrebbe tentato di ostacolarci e, infatti, la prima cosa che hanno fatto è stata quella di rubarci le tre elettro automobili trasferite nei saloni della grande casa automobilistica tedesca.”

  “E l'esplosione del nostro aereo cargo ? Non sono andati tanto per il sottile. Prima hanno causato quella e, infine, approfittando della confusione generale, hanno rubato le macchine,” aggiunse Xuahn Li, che ormai non temeva più alcun rimprovero.

  “No. Quella è avvenuta dopo, dottor Xuahn Li. Sono lieto di anticiparle la sua ulteriore promozione a capo dei servizi di controspionaggio e da questo momento, ogni cosa che le verrà confidata, sarà considerata segreto di stato.”

  “Io ? Ma come…”

  “Non faccia troppo il modesto. Lei ha dimostrato di essere un dirigente ligio ai suoi doveri e riscuote oltre che la mia, anche la piena fiducia del nostro grande presidente.”

  Non era per modestia che Xuahn Li aveva pronunciato quelle interiezioni, ma di sorpresa, per lui sgradevole, per di più. Invischiato nei segreti di stato, non ne sarebbe più uscito e anche se gliene fossero venuti ricchi emolumenti, poteva dire addio ai suoi sogni di ritirarsi in Costa Azzurra per goderseli. Si mise l'animo in pace perché non si poteva rifiutare. Se l'avesse fatto, gli sarebbero piombate sul capo le peggiori querimonie dei maggiorenti che confluivano, per il novantacinque per cento dei casi, in severe sanzioni fino a essere dimenticato in qualche carcere di confine. Se poi con la Mongolia, sarebbe stata la fine certa dei suoi giorni.

  “Dunque…” continuò il dottor Hu Shi, “l'aereo cargo con a bordo le automobili elettriche, l'hanno fatto saltare in aria i nostri uomini della sicurezza che avevamo spedito a Monaco di Baviera prima della delegazione commerciale capeggiata da lei, dottor Xuahn Li. Si tranquillizzi. Non è morto nessuno, sebbene sia stata data la notizia dei decessi. Avevamo montato tutto noi. Non potevamo permetterci di perdere le dieci autovetture e, con l'azione di commando, che noi sospettiamo sia stata ordita dagli americani, abbiamo avuto la certezza del fallimento della nostra missione. Per cui…” si interruppe una frazione di secondo per la mano alzata del suo interlocutore, il quale la ritirò velocemente alla sua occhiata di rimprovero, “abbiamo deciso di utilizzare tutti i pannelli solari per le esigenze del nostro grande Paese e per i nostri fidatissimi cugini: Corea del Nord e Vietnam.”

  “Potrei umilmente farle presente, onorevole segretario del nostro rispettabilissimo presidente, che quei pannelli ci sono stati forniti da un'entità sconosciuta con la quale, però, abbiamo firmato un contratto ben preciso, che prevede la distribuzione a tutto il mondo motorizzato delle autovetture che usciranno dalle nostre fabbriche, con un guadagno per la nostra nazione, oltre che di prestigio, di parecchi miliardi di dollari ?”

  “Non siamo in grado di rispettarlo e l'ingegner Campbell ne capirà le ragioni. Nessuno, oltre a noi pochi…” replicò Hu Shi dando una veloce occhiata al ritratto incorniciato nella parete dietro di sé, “sa esattamente come si sono svolti i fatti. Per cui l'ingegner Campbell, che io sospetto sia l'inventore del pannello solare anche se ancora ci chiediamo dove abbia preso le risorse per costruirne in tale quantità, è stato portato a credere che la matrice di quell'attentato fosse la stessa del furto e converrà con noi che sarà bene che almeno per il momento nessun veicolo motorizzato con quel portentoso pannello esca dalla Cina. Sarà suo compito convincerlo.”

  “Ma, onorevole dottor Hu Shi, io non so dove si trova in questo momento. Ho la vaga impressione che sia stato rapito. La prima volta sono riuscito a liberarlo, ma adesso penso che lo abbiano sequestrato e non lo molleranno se non dopo che avrà svelato il segreto del progetto.”

  “Non sarà tanto facile, visto che si è rivolto a noi e non ad altri. Ci aveva già provato l'anno scorso attraverso i buoni uffici delle Nazioni Unite e non essendoci riuscito, per ritorsione ha preferito la Cina, giudicandoci un popolo più serio e intelligente degli altri.”

  “Ma…”

  “Dottor Xuahn Li !” esclamò con voce contenuta il suo superiore. “Quale capo del controspionaggio che deve indagare su questi fatti, non le sono permesse espressioni dubitative. Niente ‘ma', ‘forse', ‘se', eccetera, eccetera. Solo affermazioni che abbiano un solido fondamento. Ho capito dove voleva andare a parare. I pannelli solari rimarranno presso di noi. Sono già state date disposizioni che siano ricoverati in un luogo segreto e invisibile ai satelliti spia.”

  “D'accordo,” rispose con aria dimessa Xuahn Li, senza aggiungere altro.

  Hu Shi lo guardò perplesso. Si aspettava che il suo maggiore collaboratore palesasse la curiosità di sapere dove sarebbero stati nascosti i pannelli. Forse era stato un po' troppo rude, per cui cercò di rendere più lieve la situazione. In fin dei conti era necessario, per il buon esito della reciproca collaborazione, che si scambiassero ogni tipo di informazione. “Non mi chiede dove ?”

  “Cosa ?” fece Xuahn Li, preso alla sprovvista.

  “Dove saranno nascosti i pannelli !” disse Hu Shi scoraggiato.

  “Ah, sì ! Chiedo scusa onorevole Hu Shi.”

  “Beh, il suo è un comportamento normale. Certe domande non vanno rivolte ai propri superiori.”

  “È quello che ho fatto, signor segretario generale.”

  Quel titolo accarezzò la vanità di Hu Shi che, con fare mellifluo, guardandosi prima intorno nello studio come se ci fosse un estraneo che lo spiasse e, infine, piantando lo sguardo negli occhi semi-chiusi di Xuhan Li, disse: “Le operazioni sono ancora in corso, in considerazione dell'enorme quantità di pannelli, ma già più della metà sono stati trasportati nella regione del Qinghai Sheng, nella depressione intorno a Suhai Hu e ricoverati in capaci depositi nel sottosuolo. Questi trasferimenti di materiale avvengono di notte per evitare che siano scoperti dai satelliti-spia. In ogni caso gli americani per il momento non controllano la zona del deserto di Gobi, per cui ignorano due cose principali: che noi possediamo una tale quantità di pannelli solari e che li stiamo nascondendo.”

  “Senza utilizzarli ?”

  “A suo tempo ne distribuiremo un centinaio di milioni alle nostre fabbriche in tutta la Cina, per essere impiegati dalle nostre nuove automobili ma, soprattutto, installati sui nostri mezzi bellici che avranno un'autonomia praticamente illimitata anche se per ogni carro armato i nostri ingegneri ritengano necessario utilizzarne due alla volta. Adesso stanno studiando un motore elettrico da applicare ai caccia intercettori e d'assalto. Pensi, dottor Xhan Li, una volta che questi aerei voleranno, potranno raggiungere qualsiasi destinazione senza bisogno dell'appoggio delle portaerei. L'unico problema da risolvere sarà quello di dotare l'aereo di un frigorifero per il fondato motivo che i due piloti non muoiano di fame…” e, istigato da un sorgente sorriso sulla faccia di Xuahn Li, scoppiò in una risatina nervosa, “he, he, he, hi,hi, hi.”

  Che non contagiò, però, Xuahn Li, tuttora preoccupato del suo incerto futuro e sempre con il pensiero deluso che veleggiava sulle anse dorate della Costa Azzurra.

  “Quale sarebbe il mio compito immediato, onorevole dottor Hu Shi ?” chiese con voce gelida.

  “La prima cosa, quella di andare a visitare i nostri depositi di pannelli e la seconda, di coordinare un piano strategico per il loro prossimo utilizzo e, soprattutto, accertarsi che le persone addette a queste operazioni non facciano trapelare alcuna informazione al riguardo. Nonostante siano state scelte tra gli elementi più fidati, non ci sentiamo garantiti al cento per cento.” Vedendo passare sugli occhi del suo interlocutore un lampo di delusione, aggiunse: “Subito dopo, si dovrà darsi da fare per rintracciare l'ingegner Henry Campbell e spiegargli la nuova situazione.”

  “Ma, e se non fosse d'accordo ?”

  "È scontato che non lo sia. Sta a lei convincerlo. Nel caso contrario, lo porterà a visitare i depositi e…”

  “Ma onorevole signor segretario…” azzardò, ma con molta deferenza Xuahn Li.

  “Dopo questo ho in serbo per lei una gradevole sorpresa. Mi raccomando onorevole dottor Xuahn Li.”


 

20  -      LA VALLE DI BOADICEA

 

  Per non impressionare la popolazione di Kallìtala, niente trapelò delle difficoltà che la missione ‘pannelli solari' inviati nel mondo orientale stava incontrando, mentre fervevano i lavori per la trasformazione di Boadicea, cui partecipavano parte delle maestranze delle grandi industrie dell'isola-stato. Ovviamente, non mancando a nessun elleno il lavoro, venne ridotta la produzione di alcune fabbriche e una parte dei loro lavoratori specializzati vennero distaccati nei cantieri della valle che senza meno poteva per l'ultima volta essere definita ‘degli umani'. Le ragioni addotte erano semplici. La prima, che Boadicea era una vallata di notevole estensione e di una bellezza unica, con declivi che scendevano dolcemente verso la depressione formata dal fiume, ricchi di vegetazione fino ai bordi del Lete che scorreva, lento e con abbondanza di acque, per ventidue chilometri prima di immettersi nel Flegetonte. Agli elleni piacendo più la terra che il mare, molte volte avevano espresso, nei modi più educati possibili che, non entrando più un umano a Kallìtala da molti anni - l'arrivo di Henry Campbell con la sua barca a vela era stato taciuto - sarebbe stato gradevole se, una volta ripristinate le caratteristiche del territorio dove vivevano, venisse aperta per il suo popolamento, sebbene si dovesse tener conto che sopra la valle doveva rimanere il cono aperto per l'entrata dell'aria, anche se ciò avesse potuto causare qualche inconveniente. Che, in ogni caso, non sarebbe stato grave, giacché poteva essere spostato sulla direttrice del monte Dicea, caratteristica montagna a cima piatta sulla quale l'ingresso dell'aria a pressione non avrebbe fatto alcun danno se non, in certi giorni in cui ‘fuori' imperversava un ciclone, un soffio fastidioso. Ma erano casi rari, poiché quelle potenti depressioni si formavano proprio alle latitudini dove all'incirca era situata Kallìtala e difficilmente esercitavano la loro virulenza nei luoghi nativi, ma si rafforzavano e si ingrandivano via via nel loro avvicinamento al continente americano, andando a scaricare in quelle zone la loro potenza devastatrice.

  La valle di Boadicea era talmente armoniosa nelle sue forme arrotondate, con i terreni che digradavano verso la piana formata dal fiume Lete, che gli architetti incaricati del progetto giudicarono fosse meglio costruire la fabbrica delle bombole d'aria compressa in una valletta formata dal grande monte Dicea, proprio al suo ridosso roccioso, cosicché la sua vista si sarebbe mimetizzata con il paesaggio circostante mentre per la costruzione del laboratorio della sintetizzazione su base industriale dell'adusbralina, venne scelto un terreno nella valle, là dove il fiume formava un'ampia ansa e avrebbe avuto l'aspetto di un'immensa villa a due piani, contornata dagli alberi che a Boadicea occupavano un buon terzo della superficie: pini a ombrello, castagni, noci, ulivi, querce di tutte le specie e, benché a quelle latitudini, anche una rigogliosa macchia mediterranea con i suoi variegati colori e gli intensi profluvi odorosi.

  Era indispensabile, non appena trasformata la zona in territorio adatto alla vita degli elleni, fondarvi una piccola città, la nona in tutta la grande isola atlantica, i cui futuri abitanti sarebbero stati scelti dal grande chemio-elaboratore sulla base delle caratteristiche di ciascuno, considerato che quel territorio si prestava magnificamente a essere sfruttato per l'agricoltura e la zootecnia e gli stessi addetti alla fabbrica di imbottigliamento dell'aria e del laboratorio per la produzione dell'enzima, si sarebbero stabiliti là definitivamente, portando con sé le proprie famiglie per chi le aveva oppure, se ancora scapoli o nubili, creandole di nuove. Tuttavia, l'Arconte, pur avendo approvato il progetto, diede la precedenza, tra i due opifici da portare a compimento, alla costruzione di quello a ridosso del monte, stabilendolo in circa quattro mesi e l'altra, tenuto conto delle difficoltà della sintetizzazione dell'adusbralina, sarebbe iniziata non appena fosse messo in funzione il primo stabilimento. Ovviamente i quattro mesi preventivati rappresentavano un tempo quattro volte superiore a quello del mondo degli umani, cosicché rientrava nella precedenza su tutto l'esecuzione della missione ‘pannelli solari', per quanto non tutti i componenti il Gran Giurì e i pochi estranei che ne erano a conoscenza, ne fossero più convinti.

  Sì, proprio. Poiché più di uno dei componenti della massima istituzione dell'isola-stato erano certi che la missione in atto si rivelasse impossibile per gli egoismi degli uomini e la loro reticenza ad accettare una novità che avrebbe rivoluzionato il loro modo di vivere. Non è che avessero dimostrato, in fatto di mentalità, di avere superato la fase medioevale della loro coscienza. Miliardi di esseri indifesi dagli artigli dei predatori, stentavano a vivere un'esistenza fatta di miseria, di privazioni, di ingiurie morali e parecchi di loro morivano prima ancora che le loro ossa si fossero consolidate: i bambini, la promessa del futuro.

  Uno scoramento totale prese Pausania, proprio lui che, avendo vissuto a stretto contatto con Henry Campbell, poi divenuto Enea degli Anchisi, gli si era talmente affezionato, in certi casi condividendone pure gli ideali, da essere soprannominato ‘l'ottimista'.

  E solo perché l'Arconte, il quale aveva dimostrato grande saggezza, manteneva fermo il suo intento di proseguire la missione di convincimento presso gli uomini regalando loro un ritrovato che, nell'enorme quantità in cui era stato costruito, aveva in pratica esaurito le risorse di alcuni componenti, in specie diamanti e tungsteno, infondeva speranza a tutti. Nonostante sapesse che Enea e Melesigene si trovavano in gravi difficoltà, prigionieri degli uomini nei sotterranei blindati dagli spessi muri di cemento armato di Forte Knox, il grande deposito di oro degli Stati Uniti. Dato che le sofisticate apparecchiature di Kallìtala, grazie proprio all'immensa quantità di oro ricoverata in quella specie di sarcofago, potevano ancora conoscere con esattezza la loro posizione. Nel caso di una prigione normale, non ne avrebbero saputo più nulla. Per il momento, Prassitele, primo pilota di Kallìtala, si trovava in standby ai comandi di Ermes, il più moderno e veloce aviolobo, appena uscito dai cantieri dov'era impiegato l'ingegner Paride degli Achelai.

  Bastava anche una semplice informazione che Enea e Melesigene si fossero liberati e posizionati sull'acqua, ma in caso di emergenza anche in un qualsiasi altro luogo, purché allo scoperto di muri o altre fitte recinzioni, che Ermes li avrebbe raggiunti, considerato che attualmente i due prigionieri si trovavano negli Stati Uniti, in dieci minuti appena. Pazienza se per salvarli fosse stato costretto a sbaragliare gli eventuali inseguitori dei fuggiaschi con getti di Sapotran o combatterli in campo aperto se invece gli americani avessero tenuto sotto la minaccia delle armi i due elleni. A tal proposito era stato previsto un co-pilota scelto da Prassitele e che si chiamava, strano a dirsi, Paride. Sì, proprio lui, Paride degli Achelai, il futuro cognato di Enea, il quale aveva pregato l'amico capo-pilota di portarlo con sé dopo aver ricevuto il via libera prima da Proteo e, in seguito, il consenso definitivo dell'Arconte. Era stata una sua iniziativa per l'amicizia che lo legava a Enea ma, soprattutto, per tranquillizzare Fedra, la quale veniva informata di tutte le fasi in cui si trovava ad agire il suo futuro sposo, con la calma che le era naturale, poiché gli elleni non arrivavano mai ad angosciarsi, sebbene per certi accadimenti di pericolo in cui poteva venirsi a trovare qualcuno dei loro cari, provassero un sordo dolore che nemmeno lo Stetopan riusciva a lenire.

 

ΩΩΩ

 

  Mentre, quindi, fervevano i lavori di trasformazione della valle di Boadicea, Enea e Melesigene erano ‘ospiti' - così si erano piccati definirli i loro rapitori - dentro Forte Knox, in un appartamento lussuosamente arredato e non mancante di alcunché dei moderni comforts. Chissà come, gli americani sapevano che i due mangiavano una volta al giorno, al calar del sole e che avevano la possibilità di spostarsi velocemente da un luogo all'altro, quando stavano all'aperto, per cui si guardavano bene, pur non volendo loro far mancare nulla, di lasciarli liberi nel giardino interno del grande edificio-deposito che era ormai diventato un'istituzione avendo perso il suo valore intrinseco, in quanto l'oro, erroneamente ritenuto dagli uomini solo un metallo dal valore monetario, era stato declassato a ‘riserva.'

  “Di che, non si sa,” si dicevano i due elleni nella loro lingua totalmente sconosciuta dagli americani.

  “Se sapessero, invece, come sfruttare tutte le riserve auree che sono contenute in questa costruzione, forse nel giro di una quarantina di anni riuscirebbero a costruirsi da soli un'imitazione abbastanza valida del nostro pannello solare,” disse Melesigene, il quale, appassionato di quella branca della fisica, aveva seguito a suo tempo tutte le fasi del progetto.

  “Quando il pianeta sarà così inquinato che scompariremmo tutti noi elleni,” rispose Enea ma, cambiando subitamente argomento: “Senti, Melesigene…“ sussurrò, “tu, con il coltello ed io con la bomboletta di Sapotran che vi hai nascosto, dovremmo riuscire ad avere ragione dei nostri carcerieri per almeno cinque minuti quando ci portano nei giardini per la passeggiata. Dobbiamo studiare un piano.”

  “L'aviolobo Ermes impiega dieci minuti per posizionarsi su di noi. Per cui i cinque a nostra disposizione non sono sufficienti,” rispose Melesigene.

  “Ragione di più per studiare il piano di fuga, tenendo conto che dobbiamo avvisare Kallìtala una decina di minuti prima di uscire all'aperto e trovarci dopo, se possibile, distanti dagli uomini e in prossimità del laghetto al centro del giardino.”

  “Se usiamo il Sapotran al chiuso, ci addormenteremmo e, anche se per noi l'effetto dura all'incirca tre minuti, quelli che ci controllano dai posti di guardia, avranno tutto il tempo di venirci a legare mani e piedi.”

  “Ecco allora l'importanza del tuo coltello…” azzardò, ma con una nota dimessa, Enea.

  “Per fare che ? Mica ci sono corde da tagliare…”

  “Ma per metterli fuori combattimento, Melesigene…”

  “Enea !” fece scandalizzato l'amico. “Noi elleni non siamo capaci di ferire o di uccidere chicchessia. Dico !”

  “Non essere drastico, amico Melesigene,” replicò ma con molta dolcezza Enea, battendogli pure una leggera pacca sul braccio intorno al quale sapeva ci fosse il coltello invisibile. “Ti ricordi ? Sono stato incaricato apposta, io…”

  “Cosa vorresti dire ?” rispose l'elleno, che già presagiva quello che il compagno voleva fare.

  “Che… insomma. Io potrei…” azzardò umilmente l'emissario di Kallìtala, il quale in quel momento si sentiva più Henry Campbell che Enea degli Anchisi. “Ti assicuro che non farò loro troppo del male… solo una piccola ferita per metterli fuori combattimento.”

  “Eh, già !” convenne Melesigene. “Sai tu come fare.” Si sfilò il coltello dal braccio sinistro e lo mise pari nelle mani di Henry. “Stai attento. Solo impugnandolo senza toccare il nottolino rosso, potrai arrecare… ehm !…un danno fisico al tuo avversario. Ma, ti prego, cerca il più possibile di farne a meno !”

  “Non mi farà certo piacere. Sarà solo in caso di un'impellente necessità. Approfittiamo del fatto che, convinti nella nostra mansuetudine, veniamo scortati nella passeggiata soltanto da due uomini che non ci stanno nemmeno tanto addosso, per cui…”

  “Ti prego !” lo interruppe Melesigene, “risparmiami i particolari…”

  “Dobbiamo parlarne, invece !” insisté Henry. “È indispensabile che anche tu entri in gioco bloccandone uno.“ E gli spiegò il piano di azione che aveva ideato, trovando il poco entusiastico assenso dell'amico.

 

ΩΩΩ

 

  Ricevuto il segnale di richiamo, Prassitele perse solo qualche secondo affinché Paride, in quel momento a terra, prendesse posto sull'aviolobo Ermes che decollò dal palazzo del Gran Consiglio. Non appena lasciata la città di Poseidonia, il suo motore atomico formò la bolla magnetica che lo fece volare alla velocità spaziale rendendolo, allo stesso tempo, invisibile. In appena sette minuti si venne a trovare sopra Forte Knox e, come un elicottero, ma silenzioso come il cielo nel quale galleggiava, si fermò sul piccolo laghetto al centro di un giardino dai colori variegati, curato magnificamente. Entrambi i piloti rimasero esterrefatti nel seguire la scena che si svolgeva ad appena dieci metri sotto di loro.

  Due uomini erano a terra. Melesigene teneva per il collo quello che si dibatteva di più, mentre Enea, ferito l'altro con un coltello, stava gridando al compagno di avvicinarsi al laghetto perché una schiera di uomini armati era in procinto di uscire dai quattro i lati della costruzione. Melesigene cercò di liberarsi dal custode che stava bloccando, ma quello, non fuori combattimento come l'altro che giaceva sdraiato lamentandosi, si aggrappava con tutte le sue forze alle gambe dell'elleno. In un attimo, Enea gli saltò addosso e lo ferì con il pugnale. Incominciarono a sentirsi le scariche dei fucili mitragliatori che sparavano, però, più per intimorire i fuggiaschi piuttosto che ferirli. Erano troppo preziosi per gli americani, i quali non erano ancora riusciti a farsi rivelare i segreti sia dei portentosi pannelli solari che della misteriosa potenza terrestre cui appartenevano.

  In un balzo i due elleni, grazie al cheriosmato, si trovarono in mezzo all'acqua profonda non più di cinquanta centimetri e, da quella posizione videro l'aviolobo che li soprastava. C'era un piccolo problema, però. Attaccato ai piedi del gigante elleno, c'era ancora il tenace soldato che Enea aveva ferito troppo leggermente perché rimanesse tramortito come il collega, cosicché non fu facile liberarsi da quella morsa e, soprattutto, ci fu una perdita di tempo mentre le pallottole schizzavano intorno a loro. Ma, con un potente quanto deciso calcio del piede libero che lo colpì in mezzo agli occhi, il soldato finalmente mollò la presa. Paride, messo in funzione lo speciale aspiratore magnetico, riuscì a fare entrare i due dentro l'apposito vano e l'aviolobo prese quota con una veloce cabrata che lo portò fuori della portata delle armi degli uomini. Tuttavia, qualcosa non stava funzionando al meglio. Prassitele, malgrado la sua perizia, non riusciva a tenere perfettamente in linea il velivolo spaziale, ragione per la quale non poteva lanciarlo alla sua normale velocità di crociera.

  “Un grosso proiettile vagante deve avere colpito uno degli stabilizzatori,” disse il capo pilota a Paride. “Non riesco a mantenerlo in linea…”

  “Beh…” rispose Paride, “non importa se viaggeremo ondeggiando.”

  “Non possiamo procedere alla nostra maggiore velocità, ma mantenerci a quella di un normale jet degli umani.”

  “Ci vorrà un'infinità di tempo per raggiungere Shanghai. Chissà nel frattempo cosa i cinesi riusciranno a combinare. C'è il serio rischio di complicazioni internazionali, con tutto quello che è successo a Monaco…”

  “Proporrei di fermarci in qualche posto deserto per provvedere alla riparazione. Tu sei un esperto, amico Paride, ma secondo me ci sono due inconvenienti,” disse con voce neutra Prassitele.

  “Uno lo conosco già,” rispose Paride. “Per il tempo della riparazione non saremo protetti dalla bolla magnetica e quindi risulteremo visibili…”

  “E l'altro, che non sappiamo quanto tempo ci occorrerà. Da come Ermes sta sbandando, il danno deve essere piuttosto grave.”

  “Per questo non preoccuparti, amico Prassitele. Ho partecipato alla costruzione di questo speciale aviolobo e sono in grado di ‘rigenerare' la parte danneggiata. Piuttosto, prima dobbiamo informarne Enea e Melesigene che, nel vano in cui sono rinchiusi, hanno un'autonomia di respirazione di appena un'ora.”

  “Non ci rimane che trovare un posto deserto per atterrare e farli uscire,” convenne il capo pilota. “Purché l'aria sia respirabile.”

  “Dalla mappa che appare sullo schermo, vedo che siamo sulle Blue Ridge Mountains,” rispose Paride. ”Mi pare un luogo abbastanza isolato…”

  “Bravo Paride !” fece Prassitele. “Stavo appunto studiando il posto più adatto per atterrare e penso che quello più isolato sia il Mount Le Conte, che abbiamo di prua, di circa duemila metri di altezza. Là, sotto quei due pinnacoli, c'è una valletta che ci nasconde da tre lati e, secondo le nostre sonde, l'aria ha un inquinamento di appena zero virgola due. Avverti  i nostri amici che tra tre minuti poggeremo gli stabilizzatori sul monte. Manovra di atterraggio. Fuori i piedini estensibili.”

  Paride premette il tasto e le quattro lunghe ‘zampe' dell'aviolobo si distesero con un'inclinazione ciascuna di quindici gradi in modo da occupare una superficie pari al doppio di quella del velivolo che si stabilizzò perfettamente nel punto indicato da Prassitele.

  Le solite pacche sulle spalle. Era il modo più cordiale per gli elleni di salutarsi. Non baci e abbracci e troppe effusioni. Una pacca di un elleno trasmetteva i sensi della vera amicizia.

  Dato che dalla cabina in cui si erano installati, Enea e Melesigene avevano osservato tutto il volo senza parlare con i piloti per non interferire con le manovre dell'aviolobo, anche loro si erano accorti che il velivolo aveva subìto un guasto abbastanza grave. Purtroppo, Enea, pur essendo ingegnere, non poteva dare un valido aiuto ai due piloti, i quali si misero subito all'opera per riparare il guasto. Né, tantomeno, Melesigene, medico fisioterapista e istruttore ginnico, poteva a sua volta essere di alcuno aiuto.

  “Voi due amici…” disse Paride, non appena ebbe individuato il danno, “mettetevi di vedetta dalla parte nord che è quella scoperta, per avvertirci se arriva qualcosa come un elicottero o un aereo,” e a Prassitele, appoggiando la mano sul generatore magnetico, “come vedi, il proiettile ha rotto la coppa del liquido refrigerante del reattore,” gli confermò. “Un danno grave che poteva farci saltare in aria se tu non avessi ridotto la velocità ma, al momento, una sciocchezza perché ne abbiamo una di riserva e…”

  “Anche il liquido. Ne abbiamo una capsula di venti litri. Quanto basta per ricaricarla alla perfezione,” aggiunse Prassitele con un sorriso liberatorio.

  “Bene, allora bisogna sbrigarsi,” disse Paride. “Io, di questi umani, mi fido così poco ! Sarebbero capaci…”

  “Di trovarci anche in questo posto deserto,” finì la frase il capo-pilota.

  “E non ha torto,” intervenne Enea, senza interrompere l'attenta osservazione verso la parte da dove erano visibili. “Non so come, ma credo che qualcosa abbiano capito di noi e ci danno la caccia per avere tutte le informazioni di cui abbisognano.”

  “Puoi pure passarmelo,” disse Paride rivolgendosi a Prassitele. “Ecco il pezzo danneggiato. Guarda che buco ci hanno fatto! Al nostro ritorno bisogna segnalare alla fabbrica che per i nuovi aviolobi in costruzione, dato che questo è un prototipo, dovranno installare una protezione di ruprizio e non di rocroasio e pure di maggiore spessore.”

  Montare la nuova protezione comportò appena cinque minuti, ma il lavoro più lungo fu quello di inserire i venti litri di liquido refrigerante, cremoso come uno shampoo per capelli, per cui doveva essere colata, oltre che con cautela, anche con molta pazienza. Tempo previsto: almeno mezzora. Un tempo lunghissimo se per caso gli americani avessero avuto sentore di dove si fossero andati a fermare.

  E, infatti, erano appena a metà dell'opera, quando Melesigene, dallo sguardo più acuto di Enea, facendo segno al compagno, gli disse indicando nell'orizzonte sgombro da nubi: “Quel puntino mi pare proprio un aereo.”

  “Non vedo nulla,” fece Enea.

  “Ed è anche molto veloce. Tanto che se osservi attentamente tra quelle due creste sull'orizzonte, lo vedrai avvicinare.”

  “Sì, è vero !” convenne Enea con una nota di disappunto nella voce. “Dev'essere uno Stealth, l'aereo invisibile ai radar.”

  E quando Paride e Prassitele, non ancora avvertiti dai due osservatori, erano a due terzi del travaso, tutti intenti a non far traboccare dal contenitore il liquido vischioso, l'aereo americano passò sopra le loro teste con un mugghio che, malgrado fosse a una quota di più di tremila metri, fece vibrare l'aria.

  “Che cos'è…” chiese Melesigene a Enea, “un aereo in missione ?”

  “Questi tipi di aereo, quando vanno in missione, sono sempre in due,” rispose Enea. “Non vedo l'altro e mi pare che…” e, infatti, accorgendosi che lo Stealth stava facendo un'ampia virata dalla parte opposta, “questo ci abbia scorto e venga ad accertarsi se siamo proprio noi.”

  Mentre Melesigene teneva sotto il suo controllo visivo il puntino nero che stava via via ingrandendosi, Enea, rivolgendosi ai due piloti, chiese loro: “Se non avete ancora finito di travasare, non credete che quello che avete messo dentro basti per decollare e andarcene di qui ? Magari potreste continuare l'operazione in un altro luogo…”

  “Sarebbe come non averci messo nulla. Se il liquido non arriva a livello, il produttore della zona magnetica non si mette in funzione,” rispose Prassitele.

  “Lascia che passi un'altra volta. Enea,” s'intromise Paride senza distogliere la sua attenzione dal travaso. “Anzi, fagli un salutino con la mano.”

  “Ma Paride !” esclamò Enea, guardando i due piloti che sorridevano, ”scoprirà tutto…”

  “Ma cosa vuoi che scopra, Enea !” replicò Paride, questa volta accentuando il sorriso. "Anzi, lo incuriosiremo di più perché non avrà il tempo di fare un'altra picchiata e osservarci in dettaglio. Siamo quasi pronti. Incominciate a prendere posto nel vostro alloggio. Tra poco più di mezzora saremo a Shanghai.”

  Quando lo Stealth ripassò, riuscì a fotografare solo uno strano aggeggio bianco che si confondeva con il paesaggio. Nessuna traccia di uomini, poi visto che per una migliore osservazione, anziché a volo radente, aveva fatto un ampio circolo alla quota più bassa che gli era possibile per avere un maggiore raggio di visibilità, a un certo punto il pilota americano si accorse che lo strano aggeggio si alzava di qualche metro e, improvvisamente, spariva nel nulla.


21      -  RITORNO  IN  CINA

  

Questa volta il loro rientro al Peace Hotel di Shanghai meravigliò un po' tutti. Nessuno si aspettava di rivedere l'ingegner Henry Campbell e il suo inseparabile assistente Lloyd Clovell. Tutto il mondo aveva parlato e scritto sul loro sequestro e, sebbene nessuno ne avesse le prove, tutti supponevano che autori di ciò fossero gli americani, spalleggiati dai maggiori produttori di petrolio.

  Il governo cinese aveva richiamato in patria i propri rappresentanti diplomatici accreditati negli Stati Uniti come pure quelli in Germania e in Arabia Saudita. Verso quest'ultimo Paese si erano manifestati, per la gran parte della popolazione mondiale, i sospetti che fosse la matrice degli attentati alla Twin Towers e del Pentagono, giacché quasi tutti i diciannove kamikaze autori di quelle orrende stragi provenivano proprio dal suo territorio, teorie fondate, inoltre, anche dal fatto che qualche ricco sceicco li avesse finanziati. Che fosse una rivalsa, come nel gioco del biliardo, di un riuscito rinterzo di sponda ? Volendo con ciò dire che, non potendo operare contro i padroni della nazione più ricca di petrolio al mondo, se la prendevano con quella che più di tutti aveva sempre offerto amicizia e protezione al proprio Paese, complice determinante l'inesauribile fonte di oro nero di cui gli americani non potevano fare a meno.

  Strano mondo quello degli umani. Gli agi e i comfort avevano obnubilato i cervelli di tutti. Mai un'invenzione nuova che rivoluzionasse il loro modo di vivere. Se c'era stato qualcuno il quale aveva avuto un'idea luminosa che, se sfruttata, avrebbe portato alla soluzione di parecchi problemi, ‘le voilà' ! trovava subito l'acquirente che lo rimpinzava di denaro e la sua ‘invenzione in fieri' veniva accantonata, se non addirittura distrutta. Il mondo doveva andare come andava. C'era chi diceva che le riserve petrolifere si sarebbero prosciugate nel giro di venti anni e chi, invece, le considerava senza fondo, forte del fatto che, passato il tempo da quando era stato vaticinato il loro esaurimento, se ne erano scoperte di nuove sia nelle vicinanze degli stessi luoghi sia in mare. Era quasi una predestinazione che gli uomini, con il passare del tempo, così come si erano abituati a camminare eretti, si stavano adeguando a respirare una diversa miscela di aria, la cui componente in crescita, anziché l'azoto, sarebbe stata l'anidride carbonica con tracce di metano superiori a quelle attuali.

  Gli elleni non potevano sopportare tutto ciò. Sebbene con l'immagazzinamento dell'aria nella grande fabbrica in costruzione a Boadicea si garantissero venti anni di vita, equivalenti a ottanta degli umani, potevano già contare il tempo che mancava per ché scomparissero dalla faccia della Terra. Il loro istinto a esagerare la piccola traccia di ribellione che era rimasta nell'intimo e che l'adusbralina, formatasi nel loro corpo del tutto spontaneamente, aveva messo a tacere per secoli, li obbligava a pensare a come risolvere questo problema.

  Già c'era chi, tra i componenti il Consiglio del Gran Giurì, nonostante non lo palesasse ad alcuno, stava rimuginando che si doveva trovare un modo per fermare l'insensata corsa all'inquinamento da parte degli uomini. Contrari per vocazione e predisposizione d'animo alla violenza, prima ancora di attendere lo scontato fallimento della missione di Enea degli Anchisi, bisognava fermare gli uomini con argomenti convincenti. Quegli stessi che solo loro capivano. La violenza. Neppure pensabile contro le persone, ma verso le loro cose, certamente sì.

  E, allora, l'ultima ratio. Non distruggere i loro mezzi di comunicazione e di offesa in quanto avrebbero potuto causare la morte di alcuni uomini né gli impianti di trasformazione del petrolio e neppure le grandi navi che lo trasportavano in tutto il mondo. Ma una cosa che avevano appreso dagli iracheni durante la guerra del Golfo del 1991, sì. Distruggere o, meglio, tamponare le prese di petrolio in maniera che nessuna trivella, nemmeno la più dura con le punte coperte da diamanti grezzi, sarebbe riuscita a farsi strada per arrivare a pompare il greggio imprigionato nelle profonde viscere della Terra. Una bella colata di ruprizio, che a Kallìtala si produceva in abbondanza, avrebbe sigillato per sempre le sacche di petrolio. Il modo c'era, anche se quel formidabile marchingegno che aveva scavato le canalizzazioni nell'isola-stato a seicento metri di profondità, doveva essere trasportato nel mondo esterno in parecchie unità, pari ai più grandi giacimenti di oro nero e nello stesso tempo prendere gli uomini alla sprovvista. Di aviolobi da trasporto ce n'erano più che a sufficienza e se anche per quell'operazione ne sarebbero stati impiegati la maggior parte della disponibilità di Kallìtala, causando il rallentamento per qualche giorno delle normali attività commerciali dell'isola-nazione, l'operazione poteva essere portata a felice compimento. Già, felice era la parola adatta, poiché nel medesimo tempo in cui venivano tamponate le riserve di petrolio, gli stessi aviolobi che avrebbero trasportato sia il ruprizio che le macchine che l'avrebbero utilizzato per sigillare le bocche dei giacimenti petroliferi, avrebbero lanciato sugli ospedali, fabbriche e opifici, una serie di pannelli solari in maniera che, durante l'intervallo dell'esaurimento delle scorte, gli umani li avrebbero finalmente utilizzati.

  A questo proposito, visto che l'Arconte non voleva che se ne costruissero ancora, seppure con il materiale venuto dalla Cina lo si potesse fare anche in misura superiore al secondo miliardo a suo tempo progettato, bisognava recuperare quelli che i cinesi avevano nascosto nel deserto di Gobi. Pertanto, l'operazione tamponamento pozzi doveva essere procrastinata quel lasso di tempo che desse la possibilità a Enea, coadiuvato da Melesigene, di recuperarli, senza con ciò arrecare danni fisici agli umani.

  Il piano progettato in pochi secondi da Proteo prevedeva il posizionamento di cento aviolobi da traporto sul cielo di Gobi, mentre il Sargasso sostava al limite delle acque territoriali cinesi, in modo da ricevere e stivare i pannelli solari che poco tempo prima aveva trasportato con un entusiasmo, purtroppo mal riposto.

  Il compito, essendoci gli uomini di mezzo, risultava essere piuttosto arduo e, ancora una volta, Enea degli Anchisi diventava la pedina più importante dell'operazione. Cosa che diede un certo tremore all'Arconte e a tutti i componenti del Gran Consiglio, eccezione scontata, Pausania, il quale riponeva nell'ex umano una fiducia illimitata dovuta, forse, più a un sentimento affettivo che a razionalità di pensiero.

  I mezzi che penetravano in qualsiasi tipo di terreno come fosse burro e che, arrivati a destinazione spargevano il ruprizio, si chiamavano magatau ed erano portentosi. Con due punte ritorte come le corna di un toro da corrida che, una volta in funzione, giravano a cinquantamila giri al minuto, si aprivano il varco in qualsiasi materiale terrestre e i due corti bracci laterali, simili ad ali, che emettevano getti di fuoco ad altissima pressione, trasformavano la roccia in magma, che non veniva espulso ma ‘spalmato' sulla galleria in mondo da formare un condotto con una volta ad arco, con pareti uniformi e sicure come fossero di cemento armato. Una volta arrivati a destinazione, il che voleva dire a circa dieci metri dal diaframma finale che divideva la roccia dalla sacca di greggio, onde evitare un pauroso incendio, il magatau spargeva davanti a sé un leggero strato di ruprizio tutt'intorno, rendendolo impermeabile. Poi, nel ritirarsi, via via che le due corna, anziché nel senso di entrata, giravano alla stessa velocità, ma all'incontrario, ricolmavano il passaggio con il magma che, raffreddandosi, si trasformava in basalto e tappava completamente il buco. L'accesso al grande deposito di petrolio diventava, per gli uomini, pressoché impossibile. Centinaia di pozzi non avrebbero più aspirato il greggio e anche se le trivelle avessero continuato a ruotare, si sarebbero grippate sulla roccia magmatica.

  E dato che i magatau erano macchine di forma abbastanza ridotta rispetto all'enorme lavoro che dovevano fare e potevano contenere una grossa quantità di ruprizio grazie all'involucro interno di calotex, trasportati a due per volta dagli enormi aviolobi cargo del tipo di quelli che avevano portato la barca di Henry Campbell dal Mar dei Sargassi sino alle placide acque di Kallìtala, in un solo giorno erano in grado di bloccare la produzione in un'intera area, la prima scelta essendo caduta sul Medio ed Estremo Oriente. Quindi Arabia Saudita, Iraq, Iran, Kuwait, Bahrein, Egitto, la Georgia caucasica, la Cecenia e la Russia. Poi sarebbe toccato ai giacimenti della Nigeria, Nord Africa, Stati Uniti e Indonesia tutta, mentre per quelli del Venezuela, del Messico e del Mare del Nord, di proprietà i primi di Venezuela e Messico e gli altri di Inghilterra e Norvegia, trovandosi in fondo al mare, l'operazione sarebbe stata affidata ai magators, fratelli maggiori dei magatau, più possenti di quello e dotati di un'apparecchiatura subacquea.

  Per gli altri giacimenti sparsi un po' per tutto il pianeta, ma di scarsa produzione petrolifera, Proteo aveva programmato di lasciarli produttivi per lo scarso impiego locale, fino all'esaurimento delle scorte di tutti i derivati dell'oro nero.

  I primi che si sarebbero venuti a trovare in gravi difficoltà erano gli Stati Uniti sul cui territorio, però, sarebbero ‘piovuti' i primi pannelli solari sottratti agli enormi, quanto ormai inutili depositi della Cina. Dal punto di vista legale, Enea avrebbe avuto tutte le ragioni del mondo a ritirarli, giacché i cinesi avevano manifestato l'intenzione di non rispettare gli accordi, prova ne era l'aver creato il pretesto diplomatico nel far credere che coloro che avevano sottratto le tre automobili elettriche dal salone erano gli stessi che si erano macchiati della gravissima colpa di far saltare in aria il Jumbo cargo, seppure non causando la morte di una ventina di persone, polverizzate dall'enorme calore oltre alla distruzione delle altre dieci automobili. Fola per il momento accettata da tutti, ma non dalle analisi del grande chemio-elaboratore di Kallìtala che, mettendo a confronto i vari elementi, aveva scoperto l'inghippo.

  Tuttavia, Enea, alias Henry Campbell, non l'avrebbe potuto dimostrare se non facendo scoprire chi agisse dietro di lui, per cui si rendeva necessaria un'operazione ‘pirata'. E chi, se non un essere che era stato umano per trentadue anni, acquisendo oltre alle conoscenze scientifiche, anche il cinismo necessario a tutti gli uomini per sopravvivere in quel mondo inquinato ormai diventato una giungla ? Per l'appunto lui, Henry, nella speranza che l'adusbralina che lo aveva reso elleno, non inibisse troppo a fondo i suoi istinti ancestrali.

 

ΩΩΩ

 

  "Ingegner Henry Campbell, eccoti di nuovo !” fece Kekou Shang che chissà perché, essendo naufragata l'operazione di presentazione delle automobili elettriche in Germania, alloggiava in quell'albergo anziché a casa propria. Henry non ebbe tempo di replicare, perché la disinvolta ragazza lo precedette, aggiungendo: “Sei come la Fenice che risorge dalle sue ceneri.”

  La battuta era quasi uno sberleffo, ma se la fece perdonare per l'espressione dolce e conturbante da come l'aveva detta e, inoltre, quegli occhi meravigliosi e la chiostra dei denti aperta in un sorriso più luminoso del sole, disarmò il suo interlocutore, il quale avrebbe voluto dirle senza mezzi termini di levarsi dai piedi.

  “Il paragone non mi si attaglia, gentile Kekou. Come vedi, godo di ottima salute. La Fenice, come dici tu, si rigenera dalle sue ceneri, è vero, ma ogni volta perde qualcosa. Il mio corpo è integro e… pure la mia mente, che mi fa ricordare che la signorina Kekou Shang dovrebbe essere altrove. Che so… forse al servizio dell'ineffabile Xuahn Li ?”

  “Ha fatto carriera. È stato promosso ad altro più importante incarico, lontano da Shanghai, però.”

  “E dove ?”

  “Segreto di stato. Non si può nemmeno chiedere,” rispose Kekou con una nota di rassegnazione.

  Henry che, durante il breve volo dalle montagne Blue Ridge fino in Cina dopo la riparazione di Ermes, era stato informato via computer degli ultimi sviluppi della situazione, sapeva che Xuahn Li al momento si trovava nel deserto di Gobi a ispezionare i depositi sotterranei di pannelli solari elleni, cambiò argomento e con un piglio che più che autoritario era ironico, le chiese: “E a te, cara Kekou, che promozione è stata conferita ?”

  Il labbro inferiore della bella cinese fece una leggera piega all'ingiù a dimostrare la sua delusione, nel rispondere: “Il mio, essendo un incarico a tempo, è terminato. Di conseguenza, sono stata liquidata.”

  “Bene a quanto pare, considerato che alloggi nell'albergo più caro di Shanghai.”

  “Abito a casa mia. Sono venuta qua solo per incontrarti di nuovo,” rispose Kekou, con un'espressione nei languidi occhi quasi a implorare che Henry la prendesse al suo servizio.

  Ma l'adusbralina stava facendo il suo dovere. Enea, senza nemmeno risponderle, si voltò di scatto e, vedendo Melesigene che si avvicinava, “presto Lloyd…” disse, “abbiamo quell'appuntamento e siamo già in ritardo,” e mentre il suo aiutante lo guardava sbalordito perché non avevano alcun appuntamento, cosa che non sfuggì all'attenzione dell'astuta donna, rivolgendosi a Kekou, la congedò con: “Mi dispiace, ma devo lasciarti. Non mancherà occasione di vederci ancora, spero !”

  Lei dovette arrendersi. “Sono certa che ciò accadrà presto,” rispose rassegnata guardandolo fisso negli occhi e, dopo un cenno del capo, si allontanò verso l'Arcade di negozi.

  “Bisogna, invece, che non la rincontriamo più,” disse Enea a Melesigene nella loro lingua, convincendolo che non si trattava di un gioco di seduzione. L'amico accennò appena una smorfia pensando che semmai uno di loro fosse stato soggiogato dal fascino di Kekou, quello era solo Enea, poiché gli elleni autentici non potevano subire alcuna influenza da un umano qualsiasi. Ma ritenne saggio non rispondergli, anzi, attese che l'amico gli esternasse il suo piano di azione. Era urgente, secondo le disposizioni ricevute dall'Arconte, raggiungere i depositi dei pannelli a neutrini solari e seguire il piano ideato da Proteo.

  “Penso che la migliore cosa sia di raggiungere Pechino e reclamare dal governo cinese che il contratto venga rispettato nei termini in cui è stato sottoscritto,” propose Enea.

  “E tu credi che quelli accetteranno ?” rispose l'amico con sicurezza.

  “Perché no ?” fece Enea. “Bisogna pur averne la certezza per poter agire.”

  “In te albergano ancora troppi sentimenti umani, amico Enea,” disse, questa volta con molta pacatezza Melesigene. Se fosse dipeso da lui, la dose di adusbralina iniettata all'ex-umano avrebbe dovuto essere almeno doppia. “Io sono al tuo servizio, per cui se vuoi fare un'azione del genere, ebbene, andiamo pure a Pechino…”

  Questa arrendevolezza da parte dell'accorto compagno diede a Enea una sferzata che gli fece capire che il suo sarebbe stato un comportamento sciocco. Era ormai chiaro che i cinesi, con il pretesto della sottrazione delle tre auto a Monaco di Baviera e dell'attentato che aveva fatto saltare in aria il Jumbo della China Airlines con la distruzione delle altre dieci, si sentivano legittimati a utilizzare i pannelli solari solo per se stessi, almeno finché non si fossero trovati gli autori della strage che, secondo le analisi di Proteo sulla base dei fatti reali, risultava fossero proprio loro.

  “Beh, allora….” disse, ma con una certa indecisione, “seguiamo il piano Gobi, ma prima di farvi convergere gli aviolobi da trasporto, rendiamoci conto della situazione logistica. Chissà quante migliaia di cinesi armati fino ai denti saranno a guardia dei depositi…”

  Noleggiarono una barchetta e si posizionarono su un'ansa del fiume in quel momento poco trafficata, dato che i mille battelli che la percorrevano, navigavano nel centro o sull'altra sponda, evidentemente luoghi più sicuri per la profondità delle acque. Dalle due sgradite esperienze avute in Germania, oltre a guardarsi attentamente intorno, quando sapevano che da un momento all'altro l'aviolobo di Prassitele sarebbe calato su di loro, Melesigene si mise addirittura a osservare attentamente le acque limacciose del fiume per timore che improvvisamente ne sbucasse fuori qualcuno per rapirli ed Enea, invece, con la bomboletta di Sapotran in mano pronta all'uso se quell'eventualità si fosse concretizzata.

  Ma non accadde nulla di tutto questo. Gli americani o chi per essi non godevano delle stesse libertà che avevano negli altri Paesi.

  L'aviolobo Ermes, proveniente dal Sargasso, si materializzò puntualmente ai loro occhi e i due elleni vennero ‘aspirati', nei due posti dietro il pilota che, richiusa la bolla magnetica, fece rotta verso nord subito dopo averli salutati.

“Benvenuti !” disse Prassitele. “Spero che questa sia la volta buona… per quanto quest'operazione si presenti piuttosto ardua.”

  “È una grossa incognita. Abbiamo due elementi contrari, questa volta, con i cinesi che faranno di tutto per non renderci i pannelli e la difficoltà, una volta scovati i depositi dove li hanno nascosti, di trasportarli di nuovo sul Sargasso,” disse Enea.

  “Non ancora, amico Enea,” rispose Prassitele, mentre si apprestava a ridurre la velocità dell'aviolobo perché erano già arrivati in zona. “Non appena troverete gli ingressi dei nascondigli dei pannelli e solo quando saremo in grado di riprenderceli, verrà emanato l'ordine a tutti gli aviolobi da trasporto di trasferire i magatau e i magators per sigillare i depositi di petrolio.”

  “Immagino ci vorrà un'enormità di tempo. E noi cosa faremo nel frattempo nel deserto ?” chiese con voce lievemente alterata Enea

  “A bordo c'è una scorta di cibo e l'acqua di Kallìtala, oltre a due bombole di aria per Melesigene, affinché possiate sopravvivervi per più di un mese,” e, all'inarcar delle sopracciglia di Enea, “di quelli umani, s'intende !”


12      OPERAZIONE  GOBI

  

Erano solo tre ma, all'apparenza, immensi. Lo si indovinava dalle grandi dune di sabbia che li ricoprivano, che non seguivano l'andamento del terreno dove la distesa di sabbia era interrotta da affioramenti di rocce aguzze e da piccole dune formate dal vento. Quelle tre, invece, lunghe all'incirca centocinquanta metri l'una, potevano ingannare qualsiasi ricognizione dall'alto - in questo caso solo dei satelliti, considerato che era proibito il sorvolo ad altro tipo di velivolo - ma non un occhio esperto quale quello degli elleni. Prassitele se n'era accorto per primo e per questo, dopo averli indicati ai suoi due passeggeri, li fece scendere a circa tre chilometri di distanza. Non poteva fare altrimenti. Nella zona, com'era ovvio, non poteva esserci una distesa di acqua, cosicché l'unico punto dove sbarcare Enea e Melesigene con i due contenitori di calotex, non poteva che essere una piattaforma naturale di rocce basaltiche, abbastanza distante dalla sabbia che, sollevata dalla turbolenza formata dalla palla magnetica che li rendeva invisibili oltre che a sostenere l'aviolobo, non sarebbe stata aspirata nei delicati congegni dell'apparecchio.

  La prima cosa che Henry fece mentre Melesigene cercava un anfratto dove nascondersi più che altro per ripararsi dal sole cocente i cui raggi come a Kallìtala non venivano filtrati o respinti come i pericolosi UVA, oltre al caldo torrido, fu quello di montare a un pannello solare i mirillini e con quel computer tenersi in continuo contatto, attraverso le antenne del Sargasso, con Proteo.

  Non ci volle molto a Melesigene a scovare un anfratto a tettoia con un'inclinazione inversa al suolo di oltre dieci gradi, lungo una ventina di metri e di pari profondità. Pareva fatto apposta per loro. Sotto quel riparo avrebbero atteso il tramonto, mangiato all'ora solita e, con il calare delle tenebre, sarebbero andati in avanscoperta per rendersi conto di quanti uomini fossero stati messi a guardia dei depositi. Da fuori sembrava non ci fosse nessuno, ma i rilevatori a impulsi cheriosmatic avevano evidenziato parecchie pulsazioni cardiache, segno della presenza di diversi umani.

  La distanza per loro non era un problema. Grazie al cheriosmato, potevano percorrere i tre chilometri che li separavano dai depositi in pochi secondi e con le bombolette di Sapotran inserite su ciascun omero della speciale tuta in calotex che indossavano, sarebbe stato facile, per ciascuno dei due, sbaragliare una ventina di uomini alla volta.

  La ricognizione fatta con l'aviolobo aveva dato la certezza che non c'erano soldati alla guardia esterna, ma tutto era stato organizzato dai cinesi per far credere che quelle ‘dune' che nascondevano i depositi sotterranei, fossero del tutto naturali. Tuttavia, gli elleni sapevano che dentro di esse vi potevano essere decine di soldati armati di tutto punto, se non addirittura centinaia, considerato che la politica cinese si basava sulla quantità di militari, di cui avevano vaste riserve.

  Il compito, quindi, non era dei più facili per due elleni soli, sebbene dotati di apparecchiature di una tecnologia molto efficace e sconosciuta agli umani. Inoltre, non appena fosse stata iniziata l'operazione ‘inutilizzazione pozzi petroliferi', i due aviolobi del Sargasso e quello pilotato dalla coppia Prassitele-Paride, sarebbero immediatamente intervenuti per rendere innocui i soldati cinesi con getti mirati di Sapotran. Questa volta sia Enea che Melesigene avevano in dotazione un minuscolo respiratore, simile a una mascherina da chirurgo, ma molto più efficace, che li avrebbe affrancati dal subirne le conseguenze.

  Loro incombenza più immediata era quella di scoprire gli ingressi dei depositi e accertarsi della consistenza numerica degli addetti alla loro sorveglianza. Ma prima di ogni cosa, visto che era già pomeriggio inoltrato, c'era da approntare il rifugio con il materiale che ciascuno aveva dentro la valigia di calotex, come le dotazioni, l'aria di emergenza per Melesigene, il cibo e, soprattutto, l'acqua. Il clima caldo-secco del deserto di Gobi faceva presto a disidratare un corpo di un essere vivente e in particolare quello di un elleno, sensibile a ogni variazione di clima. In questo caso anche quello di Enea, giacché l'adusbralina che se per certi meccanismi biologici non aveva annullato alcuni istinti umani, per quanto riguardava, invece, l'acclimatazione, lo aveva reso identico a qualsiasi altro elleno. Di conseguenza, la prima cosa che i due fecero, fu quella di dissetarsi con l'acqua di Kallìtala e, come il sole incominciò a percorrere la sua fase discendente dietro gli acuti picchi della catena montuosa del Sinjang, di cibarsi.

  Subito dopo, riposo per entrambi. Non c'era bisogno che ciascuno di loro facesse la guardia mentre l'altro dormiva. Melesigene aveva montato un'apparecchiatura atta a svegliarli alla minima variazione che non fosse naturale di quella zona, come l'avvicinarsi di un respiro animale o il prossimo arrivo su di loro di un corpo che avesse qualcosa di più della consistenza dell'aria, come una pietra o un proiettile qualsiasi. Ulisse, questo era il suo nome in ricordo di quando l'eroe omerico si mascherò da guardiano di porci per accedere alla sua reggia invasa dai Proci, non avrebbe fatto alcun rumore, ma li avrebbe svegliati entrambi dando loro, allo stesso tempo, la situazione reale in modo che potessero subito scongiurare l'imminente pericolo.

  Non accadde, però, nulla di tutto ciò e il primo a ridestarsi fu Melesigene verso le due del mattino, dandosi subito a preparare il materiale e a bere la dose giornaliera di acqua. Enea aprì gli occhi dieci minuti dopo. I due elleni, nel più completo silenzio, misero a punto le loro dotazioni compreso gli occhiali notturni che davano loro la possibilità di vedere come di giorno, seppure con una visione di una colorazione di un appena sfumato grigio.

  Grazie al cheriosmato, andarono a piazzarsi in pochi secondi nelle parti terminali della prima duna e, nascosti tra gli anfratti, osservarono con attenzione ogni possibile variazione intorno. Non ci volle molto perché Enea, che si trovava dalla parte che volgeva a oriente, udisse un lieve parlottio proveniente dal basso. Attraverso il suo trasmettitore a bassa frequenza, inviò il messaggio a Melesigene affinché lo raggiungesse. In due ebbero la certezza che proprio da quella parte, a pochi metri sotto il livello del suolo, era posto l'ingresso al deposito, parendo loro, inoltre, che la scolta notturna di cinesi fosse formata da non più di tre soldati. Mentre Enea si dirigeva verso la seconda duna, Melesigene, nell'esplorare attentamente la prima, scoprì le prese d'aria.

  Riunitosi a Enea, ebbero a scambiarsi con appena un sussurro la loro opinione in merito.

  “Tutti gli ingressi sono posti verso oriente,” disse Enea. “Non ci avrei dubitato.”

  “E a metà duna…” relazionò Melesigene, “ho scoperto esserci le prese d'aria. Non è facile vederle dato che sono ben camuffate.”

  “Quindi, come gli ingressi, anche le prese d'aria saranno allo stesso punto in tutte e tre le dune,” rispose Enea.

  “Penso proprio di sì, amico Enea.”

  “Quante persone pensi che ci siano dentro?”

  “Attraverso la presa d'aria principale - penso lo sia perché era la più grande - ho ascoltato attentamente i respiri dei dormienti e calcolato che all'incirca ci siano non meno di venti uomini.”

  “Allora il nostro compito viene semplificato.”

  “Sarebbe a dire?”

  “Vai presso il nostro rifugio, mettiti in contatto con Proteo e comunica che abbiamo scoperto i depositi dei pannelli. Che venga subito messa in atto l'operazione ‘Gobi'”

  “Non vieni con me?” fece Melesigene incuriosito.

  “Sono già le quattro e tra poco là sotto incominceranno ad alzarsi dalle brande. La sveglia per i militari solitamente suona alle cinque. Se mi allontano anch'io perdo la possibilità di inviare getti di Sapotran e farli dormire quanto basta per agire indisturbati,” rispose Enea, tutto preso a fare certi suoi calcoli mentali. “Fatti dire i tempi, in modo da calcolare la dose di gas da inviare attraverso le prese d'aria.”

  Appena dieci minuti dopo, Melesigene comunicò a Enea che era iniziata l'operazione sigillatura dei pozzi petroliferi. Tempo previsto: un'ora e mezza per il trasporto a Kallìtala di magatau e magators e un'altra ora affinché gli aviolobi da trasporto si posizionassero sui depositi cinesi. Per maggior sicurezza la dose di Sapotran doveva essere regolata a intensità zero undici, che garantiva la messa fuori servizio di tutto il personale cinese per almeno quattro ore, margine abbastanza ampio per portare a termine l'asportazione di tutti i pannelli solari e il loro successivo caricamento sul Sargasso.


ΩΩΩ

 

  L'operazione tamponamento pozzi di petrolio, denominata in gergo ‘Gobi 2' si svolse com'era previsto, salvo un inconveniente non contemplato. Sebbene gli elleni sapessero dell'incontinenza umana e della vocazione guerresca degli uomini, non si erano nemmeno immaginati che la guerra tra gli Stati Uniti d'America e l'Iraq potesse sfociare in una sanguinosissima guerriglia. Vero è che più di un anno prima c'era stata quella in Afghanistan, che però poteva essere considerata più un'operazione di polizia in grande stile piuttosto che un conflitto armato contro un'intera nazione, che avrebbe dovuto insegnare agli americani come scongiurare gli attentati terroristici. Era bastato scacciare quei sanguinari e feroci fanatici che il timore di un popolo ridotto agli estremi aveva portato al potere. Ma quella contro l'Iraq del dopo Saddam Hussein era una guerra dichiarata contro una Nazione. Almeno sulla carta. Per l'appunto quella stessa carta stampata in cui giornalisti boccaloni riportavano le forze in campo che, almeno per ciò che riguardava i numeri dei combattenti, vedeva gli iracheni superiori e, sembrava pure, anche più motivati.

  Non era possibile, pertanto, tamponare i pozzi petroliferi della zona nordorientale e quella molto più a sud, di Bassora, se non facendosi largo tra le forze combattenti e rischiare di uccidere anche un solo uomo. Ciò non era compatibile per le poche ma efficaci leggi degli abitanti di Kallìtala oltre che per la loro deontologia. Sarebbe stata una cosa assurda come uccidere la propria madre. Per cui si prospettava un'operazione zoppa, giacché i pozzi petroliferi del paese in conflitto erano tra i più importanti del mondo.

  Tuttavia, forti del fatto che le operazioni belliche avrebbero impedito per qualche mese il risucchio del petrolio greggio o, tutt'al più lo avrebbe ridotto di parecchio, per non mandare tutto a monte e vedere aggravarsi la situazione generale, l'Arconte fece trasmettere l'ordine a Enea di procedere immediatamente al recupero dei pannelli.

 

ΩΩΩ

 

  Quando arrivò l'ordine da Kallìtala, il sole stava sorgendo nella squallida pianura e i suoi raggi radenti misero in particolare evidenza le tre lunghe gobbe di terreno sabbioso, rendendole alla vista più imponenti che mai. Il terreno si era raffreddato durante la notte, ma presto si sarebbe arroventato. I raggi non filtrati avrebbero eluso le poche difese di Melesigene, rendendolo in breve tempo inadatto all'opera.

  Dovevano sbrigarsi, cosicché si piazzarono ciascuno presso le prese d'aria, immettendovi la giusta dose di Sapotran. Melesigene aveva indossato lo speciale casco con la visiera schermata che lo avrebbe protetto in parte dai raggi accecanti. La sua sensibile pelle era protetta dalla tuta in calotex, ma l'elleno aveva una breve autonomia, tanto è vero che Ermes era già pronto sulla verticale del loro rifugio per prelevarlo e portarlo a bordo del Sargasso.

  Immesso il gas nelle prime due, Enea fece cenno al compagno di raggiungere il rifugio per andarsene e si apprestò a fare la stessa cosa alla terza. E proprio quando stava premendo il pulsante che convogliava il Sapotran nelle condutture dell'aria, vide i primi uomini uscire dai due depositi sotterranei già ‘trattati' e rimase per un attimo sgomento.

  Quegli esseri umani erano… anzi avevano… la maschera antigas e si stavano dirigendo verso di lui con intenzioni che a tutta vista parevano poco pacifiche, dato che alcuni imbracciavano il mitra e gli stavano minacciosamente puntando la canna !

  Diede un veloce impulso al suo cheriosmato e riuscì a schivare la prima raffica di proiettili, venendosi a trovare a fianco di Melesigene che proprio in quell'istante era in procinto di essere ‘aspirato' da Ermes, l'aviolobo pilotato da Prassitele e da Paride. Avrebbe voluto salirci anche lui, ma non poteva lasciare agli uomini tutto il materiale che aveva nascosto nell'anfratto roccioso. Già quelli avevano scoperto il segreto del Sapotran, tanto è vero che si erano protetti con le maschere e, oltre a ciò, intuito che lui e il suo compagno avrebbero tentato di riprendersi i pannelli.

  Ricevette l'ordine da Proteo di rimanere in zona e di non imbarcarsi, al suo ritorno, sull'aviolobo di soccorso, che era già partito alla volta del Sargasso. I cinesi non sapevano dove si nascondesse né immaginavano che mantenesse la posizione a tre chilometri dai depositi. Se Enea non fosse riuscito nel suo intento, non sarebbe rimasto altro che far saltare in aria i depositi di pannelli solari, causando tre palle di fuoco talmente enormi che avrebbero bruciato in due secondi tutto l'ossigeno nel raggio di trenta chilometri, causando l'estinzione di qualsiasi cosa vivente nella zona, uomini compresi. A meno che… a meno che… Enea si ricordò di averli visti bene. Indossavano la maschera e sulla schiena avevano una specie di bottiglia. Ma certo, una bombola d'aria per respirare.

  Quindi, ciò stava a significare che conoscevano l'effetto del gas elleno, ma temevano che potesse superare i filtri di carbone delle maschere, cosicché si erano muniti di una buona scorta d'aria. Della durata di un'ora, forse, o anche di più, visto che la bombola era lunga dal collo ai fianchi. L'esplosione dei pannelli avrebbe bruciato l'ossigeno creando un vuoto nell'atmosfera per una decina di minuti, poi la pressione di ritorno, sotto forma di un vento impetuoso, avrebbe di nuovo colmato il vuoto e dopo il gran polverone che avrebbe spianato tutto ciò che aveva prodotto l'esplosione e, quindi, ogni aspetto sabbioso, come pure il camuffamento dei depositi che sarebbero stati scoperchiati.

  Nessuna forma di vita animale e vegetale sarebbe sopravvissuta al fuoco e il vento che ne sarebbe scaturito si sarebbe andato a spegnere sul Mar Cinese, non senza prima avere arrecato gravi danni durante il suo percorso e forse, visto l'orientamento, avrebbe investito qualche grande città. Pechino o Shanghai. Non si sapeva quale delle due, ma una di loro, senza meno.

  Attese con fiducia di ricevere ordini da Proteo, certo che l'Arconte non avrebbe mai dato l'ordine di far saltare i pannelli. Era contrario all'animo elleno di arrecare danni fisici a qualsiasi essere vivente terrestre e in quel mentre cercava di studiare da uomo, visto che lo era stato per tutta la vita, quale soluzione sarebbe stata quella ottimale.

  E la trovò. La ripensò più volte e via via l'ottimizzava fino a che, messosi in contatto con Proteo, gliela tradusse in chiaro. Strano, la risposta tardava ad arrivare. Allora Henry ne capì la ragione. Proteo stava sottoponendo la sua idea all'intero Gran Giurì ed erano tutti in attesa della decisione dell'Arconte. Considerò di buon auspicio questa attesa, giacché al grande chemio-elaboratore sarebbero bastati pochi secondi per dargliene il parere.

  Che arrivò un'ora dopo, proprio quando la pianura sottostante era percorsa da un numero imprecisato di mezzi militari, tra cui diversi carri armati. I cinesi stavano cercando lui e Melesigene ma, fortunatamente non spararono verso l'unico possibile rifugio in tutta la piana desertica. Quello, per l'appunto, dove si nascondeva Henry, ma stavano avvicinandovisi. Per fortuna era pronto a fuggire con tutto il materiale riposto dentro i contenitori di calotex, salvo il computer a mirillini che doveva dargli la risposta tanto attesa.

  Già i primi militari, scesi da due camion, si accingevano ad arrampicarsi sulla parte rocciosa dove lui si nascondeva. Henry calcolò che avrebbero faticato un po', considerata la natura molto impervia della montagnola costituita da strati basaltici terrazzati che aggettavano di diversi metri: Una cosa molto difficile per i soldati cinesi, i quali bisognava che fossero degli esperti alpinisti muniti di corde per scalarli uno alla volta, tutti. Ce n'erano una decina.

  Con i suoi sensi acutizzati, scorse Xuahn Li in divisa da generale che impartiva ordini uno dei quali, che gli piacque molto, fu quello di non sparare assolutamente nemmeno un colpo di pistola. Il furbo cinese sapeva che Henry Campbell e Lloyd Clovell si erano rifugiati in quel posto e voleva prenderli senza arrecare loro alcun danno.

  Del resto, secondo il suo parere, non si erano macchiati di alcun crimine nei confronti del governo cinese, anzi, la loro curiosità sullo stoccaggio dei pannelli solari era più che legittima, per quanto nutrisse qualche serio dubbio sull'uso di quel gas che aveva addormentato metà dei suoi uomini. Poco male, dato che sapeva che il suo effetto sarebbe durato non più di qualche ora e avrebbe infuso ai suoi soldati energie maggiori dopo un salutare riposo.

  ”Amico Enea degli Anchisi…” la voce dell'Arconte era chiara e determinata, ”abbiamo ponderato a fondo la tua idea e riteniamo che si attagli alle peculiarità umane. Dal momento che non possiamo permettere che con la distruzione di una tale quantità di pannelli solari, il danno conseguente all'esplosione nei confronti degli esseri viventi nel suo raggio di azione nella zona, abbiamo deciso continuare sino al suo compimento l'operazione ‘Gobi 2'. Vediamo come si comporteranno i cinesi, specie ora che americani e inglesi sono scesi in guerra contro l'Iraq e che reazione avrà il mondo intero per la prossima carenza di petrolio greggio. Se da commercianti quali essi sono da millenni, oppure da guerrafondai, come alcuni di loro, fortunatamente una minoranza, vorrebbero. Ho dato ordine a Ermes di venirti a prendere tra due minuti.”

  “Amico Arconte, preferirei tra un quarto d'ora. Stanno cercando di intrappolarmi quassù, ma non sparano, per cui vorrei rendermi meglio conto, da come si comportano adesso, cosa faranno in seguito. Convinto che, se non useranno le armi contro di me, avremo la speranza che commercializzeranno i pannelli solari, sebbene si debba temere che una parte venga utilizzata per i loro mezzi bellici.”

  “Attendi pure il tempo che ti abbisogna, ma per la sicurezza di Kallìtala, Prassitele e Paride hanno l'ordine di posizionare Ermes sopra di te tra un minuto per la sosta da te richiesta. Salva tutto il materiale. Auguri, amico Enea degli Anchisi.”


22 -  INTERMEZZO  BELLICO

  

  La guerra imperversava in Iraq e non fu difficile alle truppe anglo-americane sbaragliare gli iracheni in fuga sin dalle prime avvisaglie, cosicché furono risparmiate molte vite umane. E mentre le truppe vincitrici avanzavano tenendo d'occhio, per quanto potevano, i preziosi pozzi petroliferi per timore che gli iracheni, come avevano già fatto in passato in Kuwait, li incendiassero, furono aiutati in questo compito, senza però saperlo, da alcuni aviolobi che, posizionati su tutti gli impianti estrattivi, non appena vedevano avvicinarvisi potenziali sabotatori, creavano una temporanea bolla magnetica che impediva l'accesso a chiunque.

  Ma la cattiveria umana non conosceva limiti sia dall'una che dall'altra parte in conflitto. Parte degli iracheni sconfitti sul campo si diedero alla guerra clandestina, non di certo in nome di un ideale di patria, bensì portati per natura all'assassinio e al saccheggio e altrettanto fecero gli americani che usarono il sistema barbarico della tortura per far confessare i prigionieri.

  Ciò disgustò l'Arconte e il Gran Giurì che stabilirono di non rendere edotti di queste efferatezze i pacifici abitanti dell'isola felice.

  Coinvolti in una guerra che li avrebbe visti sconfitti sul piano morale e tutti presi nei controlli interni per timore di altri attentati terroristici, gli americani avevano allentato i servizi di spionaggio indirizzati fuori del campo terroristico, non potendo così, accorgersi che i cinesi possedevano una tale quantità di pannelli solari da trasformarsi, in poco tempo, nella più importante potenza mondiale. Di quelli stessi che i loro agenti della CIA erano riusciti a rubare durante l'esposizione nella grande fabbrica di automobili a Monaco di Baviera, dopo averli smontati dalle tre automobili. Scartate subito sia per il motore elettrico per il suo livello tecnologico di concezione antidiluviana, che per lo chassis, degno epigono della prima carrozza a vapore. Sapevano del pannello perché non si erano fatti sfuggire il film che era stato girato all'interno del Palazzo delle Nazioni Unite e l'avevano studiato con la massima attenzione. Poi avevano tentato di impossessarsene dando la caccia all'emissario che l'aveva presentato per offrirlo in centinaia di milioni di esemplari a tutto il mondo, ma la faccenda si era risolta in un vero e proprio fallimento con la scomparsa dell'ingegner Henry Campbell nel Mar dei Caraibi. Riapparso, un anno dopo in Cina, era stato riacciuffato dai loro agenti ben tre volte, ma non erano mai riusciti a tenerlo prigioniero quel tanto che sarebbe servito a fargli svelare quegli insondabili misteri.

  A causa della guerra in Medio Oriente, il governo cinese si riteneva legittimato a considerare gli americani imperialisti e ad utilizzare al più presto i pannelli solari, soprattutto per adattarli a un nuovo tipo di aereo che avrebbe avuto un'autonomia illimitata di volo. Ottima arma di difesa nel caso di un attacco diretto contro i suoi più stretti alleati - Corea del Nord e Vietnam, essendo già accaduto in due convincenti precedenti storici - oltre a essere in grado di arrecare più danni possibili nel territorio statunitense, in caso di conflitto armato. Giacché gli americani, i quali avevano praticamente combattuto tutte le guerre al di là dei loro confini, ritenuti in tal senso sacri, non avevano mai subito alcuna offesa guerresca nel loro territorio, fatta salva la guerra di secessione combattuta, però, tra compatrioti. Le conseguenze degli attentati alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono di Washington, che avevano causato la morte di circa tremila persone, avevano rivelato che, pur essendo passati duecento anni, nel loro intimo erano rimasti come i primi pionieri: giustizialisti. Se al tempo del Far West impiccavano un ladro colpevole solo di aver rubato un cavallo, dopo gli attentati subiti, avevano scatenato due guerre contro altrettanti paesi, l'Afghanistan e l'Iraq, non sapendo neppure, per quest'ultimo, come sarebbe andata a finire.

  Ed era ciò che più impensieriva l'Arconte e, da quello che aveva appreso stando a stretto contatto per tre mesi con Henry Campbell alias Enea degli Anchisi, anche Pausania ‘l'ottimista'.

  Bisognava al più presto trovare una soluzione. Proteo, il grande e possente chemio-elaboratore, sinora aveva sempre dato una risposta precisa a ogni quesito ma, trattandosi dell'animo umano le cui reazioni erano illogiche e imprevedibili, non si voleva pronunciare, ragion per cui tutto rimaneva nelle mani di Enea, in quel preciso istante in procinto di mettersi in salvo sull'aviolobo Ermes.

  A meno che…

ΩΩΩ

 

  Aveva indugiato troppo prima di essere ‘aspirato' da Ermes che aveva appena ingoiato il contenitore in calotex dove Enea aveva riposto tutto il materiale. Qualcosa, anticipato da un forte sibilo, lo avvolse strettamente. Non ebbe la presenza di spirito di strapparsi di dosso la sottile cordicella che gli si stava avvolgendo intorno al corpo, veloce come un rocchetto azionato da una macchina per cucire, arrivando a immobilizzarlo completamente, non lasciandogli la possibilità di muovere nemmeno la punta delle dita. Nonostante fosse stato dotato di una forza sovrumana e avesse inspirato una grande quantità d'aria per gonfiare al massimo il torace, riuscì solo a spezzare due o tre avvolgimenti, ma ormai era diventato appunto come un rocchetto con tutto quel filo avvolto intorno alla parte superiore del corpo, dagli omeri fino al bacino. Non gli rimaneva che affidarsi al raziocino di Xuahn Li per convincerlo a liberarlo per il bene del suo popolo, in difetto di ciò - e qui subentrò per un attimo il ragionamento tipico di ogni umano - avrebbe fatto saltare tutto in aria senza alcuna precauzione per ogni essere vivente che si trovava nel raggio di azione dell'enorme esplosione. Gli sarebbe bastato premere con il mento sull'omero sinistro per azionare il dispositivo di emergenza, affinché uno dei milioni di pannelli solari nascosto nei rifugi antiatomici, si disintegrasse e facesse da esca a tutti gli altri. Avrebbe fatto la fine del primo Enea, ma perlomeno risolto il problema dell'occultamento di ogni segreto riguardante Kallìtala dove gli elleni sarebbero sopravvissuti per almeno ottanta anni e in quel lungo lasso di tempo, avrebbero trovato un'altra soluzione per salvare il pianeta dall'insensato inquinamento causato dalle attività degli uomini.

  Sembrò che l'astuto Xuahn Li gli avesse letto nel pensiero, poiché diede ordine ai suoi subalterni di rimanere fermi dov'erano e di abbassare le armi. Incominciò, dimostrando un'energia e un'abilità ginniche di rilievo, ad arrampicarsi su, costone per costone, per arrivare in meno di mezzora di fronte a Enea.

  “Ingegner Campbell…” fece ossequioso, malgrado grondasse sudore come una fontanella, “non mi pare sia la prima volta che lei obbliga qualcuno a usare maniere poco diplomatiche per conferire con lei.” E, all'inarcar delle sopracciglia di Henry, specificò: “Seguendo l'esempio degli altri, mi ha costretto a farlo, ma…” mentre lo guardava fisso negli occhi dove non vedeva alcuna variazione di umore se non una calma olimpica, iniziò a tastarlo per accertarsi che l'avvolgimento di quei fittissimi fili di seta tenesse bene.

  “Maggiore Kai Du. L'elicottero, presto !”

  Immediatamente, a un cenno del maggiore, da una delle enormi tre dune si aprirono due portelloni che scaricarono la sabbia che li ricopriva e agli occhi di Henry si spalancò un hangar in corrispondenza alle prese d'aria in cui aveva spruzzato una buona dose di Sapotran. Le pale di un piccolo elicottero incominciarono a emettere il tipico suono sibilante per diventare con l'aumento dei giri un bombito possente e il velivolo venne fuori dall'enorme capannone sotterraneo. Poi, come per un piano prestabilito, in meno di due minuti si posizionò sulla verticale del rifugio dov'erano Henry e Xuahn Li, il quale ultimo, preso al volo il gancio con l'imbracatura, vi avvolse l'americano, dando subito ordine di issare.

  “Vengo anch'io con lei,” fece il generale. “Non si sa mai che nel breve volo per atterrare, non mi giochi uno dei suoi soliti scherzi.”

  “Ah, dunque ! Quindi anche lei sarebbe uno dei miei rapitori,” sbottò Henry, che aveva deciso ormai di desistere dal far saltare tutto, desideroso, per il momento, di vedere come sarebbe andata a finire la faccenda.

  “Solo a Monaco di Baviera, ma per precauzione,” rispose serafico Xuahn Li. “Ci aveva messo in agitazione andando a mangiare in un ristorante in centro città. E poi, infine, proprio in un albergo frequentato dagli americani !”

  Fece cenno verso il pilota di procedere e infatti, non appena l'elicottero ebbe sollevato Henry di una ventina di centimetri, Xuahn Li si abbrancò alle sue spalle e ordinò che li facesse atterrare dov'erano i soldati.

  “Maggiore Kai Du, prima di tagliare i fili che lo legano, gli faccia mettere le catenelle ai polsi e alle caviglie e lei personalmente svuoti ogni tasca della sua tuta e dia a me tutto quello che vi trova.”

  Era tale il timore di Xuanh Li che Henry Campbell riuscisse a fuggire, nonostante si trovassero in un luogo deserto lontano centinaia di chilometri da un centro abitato, che durante tutte le operazioni per rendere innocuo il prigioniero, non si allontanò di un solo passo da lui.

 

ΩΩΩ

 

  “Ebbene, che se lo tengano come prigioniero, per ora. Forse in quello stato, Enea li convincerà ancora di più a utilizzare i pannelli solari per la loro commercializzazione in tutto il mondo, in maniera che non appena ne funzioneranno i cento milioni previsti…”

  “Non sarà più possibile la fissione dell'atomo,” confermò l'Arconte a un Pausania spaventato dalla temerarietà mostrata dai cinesi. “Se ciò si avverasse, avremmo risolto il problema più grave giacché, mancando agli uomini le maggiori fonti energetiche che abbiamo provvisoriamente sigillato e non avendo ancora a disposizione un'alternativa valida se non quella atomica, non la useranno per scopi civili, bensì per indurre i cinesi a rilasciare buona parte dei pannelli solari che si tengono indebitamente.”

  “Non indebitamente, amico Arconte,” disse quasi in un sussurro Telamonio. “Glieli abbiamo dati noi.”

  “È stata un'idea di Enea, il quale credeva ingenuamente che i cinesi li avrebbero venduti a tutti i Paesi del mondo, affinché ciascuno li montasse su autovetture di propria fabbricazione,” rispose l'Arconte.

  “Ha fatto un errore di valutazione…” si intromise Pausania, “credendo che la tecnologia cinese fosse al passo di quella del mondo occidentale e così pure lo styling. E, invece, i cinesi hanno avuto la presunzione di presentare nel mercato internazionale macchine con un motore elettrico di vecchia concezione, montato su una carrozzeria sgraziata.”

  “Il nostro intento era che dessero dimostrazione a tutti delle particolari capacità del pannello solare che sarebbe stato il ‘carburante' del loro futuro. Sono stati presuntuosi e troppo avidi di denaro e di potere e per questo vanno puniti.”

  “E come ?” chiesero all'unisono Pausania e Telamonio, seguito da tutti gli altri componenti il Gran Giurì.

  “Prima di convocare questa riunione, ho sentito il parere di Proteo. Mi ha suggerito un piano che prevede di distruggere tutti i pannelli in mano ai cinesi, non appena Enea degli Anchisi sarà portato a Pechino per subire gli interrogatori di rito.”

  “Ma morirebbero tutti i soldati attualmente a guardia dei tre depositi sotterranei !”

  “Enea, un'ora prima dell'esplosione, convincerà i cinesi a farli allontanare di almeno cinquanta chilometri.”

  “Non ci sarebbero più pannelli disponibili, quindi,” fece Pausania. “Non è che vorresti per caso dotarli dei nostri motori atomici ?”

  “Sarebbe una pazzia e penso che non avrei la facoltà di farlo. Proteo per primo e voi di seguito, mi destituireste. No, ne farei costruire altrettanti grazie alle forniture cinesi di quelle materie che da noi incominciavano a scarseggiare.”

  “E ricominciare, così, la solita solfa ?” disse Pausania, con un abbassamento di tono nelle ultime parole.

  “Solita solfa, dici ?” rispose con cipiglio l'Arconte.

  “Sì, volevo dire…”

  “Lo so cosa vuoi dire amico Pausania,” replicò bonariamente l'Arconte. “Vedo che la frequentazione con Enea ha dato i suoi frutti.” Poi borbottò quasi fra sé e sé: “Solfa… espressione tipicamente umana. Ridicolo.” Poi riprendendo il controllo e schiarendosi la voce, disse: “Questa volta glieli scaraventeremo addosso i pannelli… e vedrete come faranno a gara a prenderseli. Su ognuno faremo stampare le modalità d'uso e le avvertenze per non farli scoppiare. Da quando mancherà loro il petrolio, vedrete come si adatteranno a utilizzarli. Per adesso si stanno dando da fare per trivellare il suolo con punte di diamante, ma non riusciranno a scendere nemmeno di un centimetro oltre lo strato di rocroasio. Immediatamente dopo si adopereranno per rendere più sollecito l'utilizzo dell'idrogeno, ma non conoscendo quali basilari principi fisici adottare per farlo al meglio, avranno bisogno di molta energia per renderlo allo stato puro. Che non avranno più. Allora vedrete, amici consiglieri, come si interesseranno per avere i nostri pannelli!”

  “Ma se glieli gettiamo spargendoli nel territorio di ciascuna nazione, ciò causerà parapiglia e ci saranno molto morti,” fece Pausania nel cui animo, da quando aveva frequentato Henry Campbell, era subentrato un certo affetto per il genere umano.

  “Non ci sarà questo pericolo, Pausania. I nostri aviolobi da traporto li depositeranno all'interno delle fabbriche di automobili, di aerei e di ogni altro veicolo semovente. Proteo ne ha già stilato la lista e la necessità del triplo della loro produzione attuale in maniera che possano sostituire tutti i veicoli e motori di qualsiasi tipo in uso. Abbiamo previsto che quest'operazione debba durare non più di sei mesi, tali essendo lo riserve di petrolio negli Stati Uniti, mentre per gli altri paesi super industrializzati, il periodo sarà di appena dalle dieci alle quindici settimane.”

  “Rimane il problema dei pannelli in mano ai cinesi, dunque,” si azzardò a ripetere Pausania, cui premeva la sorte di Enea.

  “Non è più un problema, amico Pausania,” controbatté l'Arconte con una lieve nota di biasimo. “Non possiamo permettere che i cinesi utilizzino i nostri pannelli per i loro armamenti e anche se, inevitabilmente, lo faranno pure gli altri Paesi, ma perlomeno sarà salvaguardato l'equilibrio mondiale. Vorrei ricordare a tutti voi che il nostro scopo precipuo - e urgente - è che venga al più presto arrestato il ciclo di inquinamento atmosferico. In questo momento, se non distruggeremo il contingente di pannelli solari che detiene la Cina, visto che non vuole rispettare gli accordi sottoscritti, saremo responsabili di un grave scompenso che porterà a un conflitto mondiale. Questa volta sicuramente atomico, se prima non ne verranno messi in funzione almeno i cento milioni necessari a disinnescare per sempre la scissione dell'atomo.”

  “Tuttavia, se non mi sbaglio…” intervenne Pausania, “non resta che temporeggiare, visto che non abbiamo ancora la seconda tranche di pannelli. Nel frattempo, quindi ?”

  “Proteo aveva già paventato una cosa simile e, per non allarmarvi, ho dato ordine che iniziassero a costruirne. Ne sono già stati prodotti i cento milioni necessari e nel giro di due settimane, arriveremo al miliardo. Adesso debbo sottoporvi un progetto che, da quanto mi aveva già detto Pausania a proposito degli uomini, dovrebbe risolvere il problema. Se voi foste d'accordo, incomincerei a distribuire trecento milioni di pannelli in altrettante zone, molto diverse tra loro, con questa suddivisione: centocinquanta milioni agli Stati Uniti, cinquanta all'Inghilterra e i restanti cento al Giappone.”

  “E perché non in Francia, in Germania e in Italia ?”

  “Ne saranno dotati dopo il primo esperimento. Per il momento i tre Paesi cui ho accennato, sono quelli più invisi ai cinesi per cui, venendo a conoscenza che anche loro dispongono degli stessi pannelli solari e ben sapendo che grazie alle loro avanzatissime tecnologie li utilizzeranno, sia pure solo in parte, nei propulsori bellici in particolare quelli aerei, addiverranno a più miti consigli e forse…”

  “Forse, amico Arconte ?” si fece sfuggire Telamonio.

  “Sono convinto che converrà loro rispettare il nostro contratto e, prima di essere battuti dalla concorrenza, commercializzare i pannelli magari senza montarli su quelle brutte autovetture che avevano presentato al salone automobilistico di Monaco di Baviera.”

  “Idea geniale. Proteo è impareggiabile !” esclamò Pausania.

  “Invece, caro amico, quest'ultima è proprio un'idea mia. Non avevo ritenuto di interpellare il chemio-elaboratore,” replicò l'Arconte con aria piccata.

  “Ti chiedo umilmente scusa, amico Arconte,“ rispose Pausania un po' imbarazzato. “I miei più vivi complimenti a te.”

  “Ma… ehm !” fece titubante Telamonio.

  “Amico Telamonio, prego dì pure.”

  “Mi riferisco alla missione di Enea degli Anchisi. Adesso si trova in grave pericolo. Cosa potremmo fare per lui ?”

  “Mica rischia di fare la stessa fine del suo sosia originale… spero,” intervenne Pausania che ormai se ne considerava il tutore.

  “Nessun pericolo. Per lui stiamo studiando con Talete, Anassimandro e Persefone e con l'aiuto esterno e molto tecnico di Proteo, ma solo per ciò che concerne i dati statistici, un piano ad hoc che, sono certo, lo toglierà da ogni imbarazzo. Vedo già dall'espressione del volto di Pausania il desiderio di sapere di cosa si tratta. Ebbene, al momento non lo posso svelare perché tutti e quattro, anzi cinque se contiamo anche Proteo, vorremmo avere la possibilità di modificarlo a seconda dell'evolversi degli avvenimenti che accadono fuori del nostro territorio.”


23  -  LA GUERRIGLIA PIU' VILE : IL TERRORISMO

 

Tutto il mondo si aspettava che, caduto il regime tirannico che tanti crimini aveva commesso contro l'umanità con migliaia di ammazzati dopo inenarrabili torture, la popolazione intera dell'Iraq si adeguasse al sistema più consono di governo come la democrazia che, sebbene imperfetto, era quello che garantiva più libertà. Invece, fu tutto il contrario. Quegli stessi che erano scappati davanti alle forze armate supertecnologiche degli americani e degli inglesi, dopo lo shock iniziale, si erano organizzati in bande di assassini, ladri, grassatori e stupratori e, soprattutto, vigliacchi come, del resto, non era affatto loro difficile, giacché per generazioni non avevano fatto altro che quello. Nel mentre gli scienziati di Kallìtala avevano creato l'adusbralina per modificare i geni ancestrali, nel DNA dei terroristi rimanevano preponderanti quelli della malvagità e della viltà. Poiché uccidere uomini inermi e, peggio ancora, legati e incapaci di difendersi, non era altro che quello. Arrivare poi, a recidere il collo di un uomo segandolo con un coltello, era il massimo dell'efferatezza. Più pietose le belve selvatiche che uccidono in un attimo la preda per cibarsene.

  Gli americani ne furono disorientati né serviva loro strategia e neppure tattiche belliche, ma solo quella stessa capacità assassina dei loro nemici. Che non possedevano e anche se qualcuno di loro l'avesse avuta, l'opinione mondiale non avrebbe approvato il loro operato, cosicché le operazioni si trascinavano stancamente con morti e feriti da ambo le parti, in uno stillicidio che faceva ingrassare solo i giornali. Non si parlava d'altro. Diarroici telegiornali e paginate di carta stampata laddove si sprecavano le illazioni, i falsi pietismi e il gusto di raccontare eccidi di esseri umani.

  Tutte queste notizie venivano registrate a Kallìtala e immagazzinate da Proteo che le rielaborava per edulcorarle, di concerto con il Gran Giurì, ultima autorevole conferma quella espressa dall'Arconte, prima di renderle di pubblico dominio.

  Malgrado ciò, tra tutti gli abitanti dell'isola felice, da un po' di tempo aleggiava un'aria di scontento e di ribrezzo che venne recepita dai governanti, i quali promossero un referendum città per città, ognuna delle quali, a eccezione per il momento della valle di Boadicea dove se ne sarebbe presto creata un'altra, era la capitale di ciascun dipartimento geografico.

  I delegati chiesero che si ponesse fine a tali massacri, nonostante nella storia degli umani ce ne fossero stati parecchi, ultimo quello della Seconda guerra mondiale. Ma perlomeno, allora si erano battuti come nemici palesandosi, salvo rare eccezioni, sui campi di battaglia. Adesso era l'ora della vigliaccheria, primi esempi i kamikaze palestinesi che avevano ammazzato migliaia di civili inermi. Anche se questo esempio proveniva dal Giappone, i kamikaze nipponici si sacrificavano a bordo del loro aereo solo contro le unità da battaglia nemiche, mentre i ‘kefiah' lo facevano non per un atto di estrema nobiltà patriottica bensì contro obiettivi civili e tanta maliziosa efferatezza ci mettevano, da caricarsi di schegge e bulloni in maniera da spargere più morte e dolore possibili. Poveri illusi ai quali veniva fatto credere che dopo l'orrenda fine cui andavano incontro, sarebbero saliti nell'empireo coranico dove li avrebbero attesi ben settanta urì, fanciulle illibate che aspettavano di riunirsi proprio a quella carne martoriata, una volta animata da un cervello bacato!

  La filosofia pragmatica degli elleni, popolo evoluto avanti a quello umano di almeno mille anni, aveva chiarito che dopo la morte esiste solo il nulla. L'anima si spegneva con l'arresto del funzionamento del corpo. L'aveva dimostrato a posteriori anche il grande chemio-elaboratore prodotto dalla sofisticata tecnologia dell'ultimo ventennio. Non esisteva alcuna trasmigrazione delle anime, ma solo il ricordo che rimaneva infisso nelle mente di chi aveva amato o conosciuto il defunto in terra e le sue opere, se degne di essere inserite nella storia di Kallìtala. Poi più niente. Il fuoco che ardeva nelle viscere del grande Monte Taigeto, avrebbe ridotto in un pugno di magma quel corpo inanimato sterilizzando l'aria dal fetore che ne sarebbe scaturito se, invece, fosse stato lasciato a marcire nella fredda terra. Ma infine, una vita quasi garantita della durata di sessanta anni degli elleni, duecentoquaranta del tempo marcato dagli uomini,  sarebbe stata più che sufficiente al godimento di ognuno dei beni che ci offre la natura specie se, con l'andare degli anni, il corpo adulto si fosse mantenuto sempre in salute e nell'approssimarsi della vecchiaia non avesse subito l'ingiuria del tempo, ma denotasse l'anzianità solo sotto forma di un incanutimento dei capelli e  modifiche poco sostanziali per il corpo, in particolare il viso che manteneva l'opaca luminosità dell'età di mezzo.

  E ora, colpa della insensatezza del genere umano, tutto stava per finire. Un fondo di ribellione era rimasto nell'animo degli elleni, anche se stemperato con il passare dei secoli, di quando i primi coraggiosi coloni avevano scoperto l'isola meravigliosa sulla quale si erano stabiliti. Già qualcuno tra i più esagitati, poiché bisogna considerare che anche se gli elleni non volevano essere annoverati tra gli uomini, uomini erano anch'essi, aveva embrionalmente espresso l'opinione che se gli umani non accettavano i pannelli solari elargiti dal suo popolo e continuavano a bruciare insensatamente gli idrocarburi, oltre a farsi la guerra per garantirsene la fornitura, tanto valeva allora, dare loro una salutare lezione.

  E, visto che a Kallìtala non esistevano armi di offesa, si levarono voci autorevoli a chiedere che l'Arconte, e il Gran Consiglio al completo, prendessero in considerazione la possibilità di crearne una efficace per indurre la civilizzazione umana a cambiare il suo modus vivendi.

  Sensibile elle esigenze dei compatrioti, queste lamentazioni vennero tenute nel debito conto dall'Arconte che, di conseguenza, chiese a Proteo che provvedimento fosse previsto per un'eventualità del genere e il grande chemio-elaboratore subito elencò le possibili soluzioni. Che sarebbero state catastrofiche per il genere umano. 

 

ΩΩΩ

 

  Enea questa volta si trovava davvero senza risorse. Solo e senza alcuna possibilità di utilizzare la bomboletta di Sapotran visto che gli avevano svuotato le tasche della tuta lasciandogliela, fortunatamente, ancora indosso. Poteva usare il cheriosmato, ma sembrava che l'astuto cinese dalla carriera folgorante, giacché ancor giovane era già generale, ne conoscesse il segreto e lo teneva alla catena come una belva. Forse se l'avesse fatto, avrebbe avuto la forza di spezzare le catenelle con gli tenevano avvinti sia le caviglie che i polsi, ma il cheriosmato non avrebbe di certo avuto l'energia necessaria a far spostare lui con il soldato che le teneva. Nemmeno da provarci, ebbe a pensare, perché Xuahn Li, una volta accortosene, sarebbe stato tanto cinico da fargli incidere con un coltello la pelle per vedere dove fosse nascosto quel piccolo ritrovato chimico-tecnologico.

  Convenne che sarebbe stato più giudizioso non fare niente che lo potesse irritare, confidando nel suo senso dell'onore e di fair play che il funzionario cinese gli aveva sempre dimostrato.

  Lo imbarcarono su una camionetta che per percorrere i tre chilometri impiegò un tempo abbastanza lungo per dare modo agli altri veicoli militari di precederla e di seguirla. Lo fecero scendere di fronte all'ingresso di uno dei tre depositi sotterranei e Xhuan Li che fino ad allora non aveva pronunciato una parola, forse ora che si sentiva più al sicuro, nel fare un gesto indicando con la mano la porta aperta, disse: “Mi segua, ingegner Campbell. Adesso le mostrerò il luogo dove abbiamo ricoverato i suoi pannelli solari e che, mi pare, lei voleva in qualche modo riprendersi.”

  “È colpa del suo governo che non ha alcun'intenzione di rispettare gli accordi sottoscritti.”

  “Cosa non dimostrata, ingegner Campbell. Visto quello che è accaduto in Germania, dovevamo pur trovare un rifugio dove nasconderli. Quegli stessi pirati che ci hanno rubato le autovetture, avrebbero potuto effettuare lo stesso colpo nei depositi della Whang Rong Automobiles e mi pare che lei, o chi per lei, non fosse per niente d'accordo. Non è così ?”

  “Non credo a una sola sua parola, caro generale,” replicò Henry. “Qua siamo a qualche migliaio di chilometri dalle fabbriche che dovrebbero montare i pannelli sulle nuove autovetture e non mi sembra molto conveniente trasportarne un carico alla volta, così allo scoperto. Sono certo che non avete alcuna intenzione di distribuirne in tutto il mondo ma, al contrario, vogliate tenerveli tutti per voi, magari utilizzandoli per potenziare le vostre armi di offesa,” e, vedendo che dagli occhi del cinese traspariva una certa meraviglia, aggiunse: “Non è che vorrete scatenare una guerra imperialista per dominare il mondo ?”

  “A che servirebbe ?” fece di rimando Xuahn Li con un sorrisino. “Il nostro Paese è grande abbastanza e sta vivendo uno sviluppo vertiginoso. Abbiamo bisogno di molte fonti energetiche e i pannelli solari sono una vera e propria manna. Basteranno appena per le nostre esigenze. Certo, devo ammettere che… insomma, considerata la prorompente forza bellica americana, dovremo prendere in considerazione la possibilità di rafforzare le nostre armi di difesa. E se gli americani, come hanno già dimostrato, volessero prendersi con la forza i pannelli solari, come faremmo altrimenti ?”

  “Già !” convenne Henry. “Ma dipende da voi agire di conseguenza se dovessero arrivare a tanto.”

  “Sono imperialisti e guerrafondai. Lei ha visto cosa sono stati capaci di fare in Afghanistan e, adesso, in Iraq. Tutto ciò solo perché hanno subìto qualche attentato…”

  “Generale !” esclamò Henry al colmo dell'indignazione. “Li hanno massacrati in tutto il mondo e, per ben due volte, addirittura in casa loro. L'ultimo, poi, è stato l'attentato più dirompente che possa esistere. Oltre tremila morti e distruzioni per miliardi di dollari.”

  “E secondo lei, signor ingegner Campbell, c'era bisogno di invadere due nazioni con centinaia di migliaia di morti ?”

  “Forse no,” rispose più pacatamente Henry, in fondo al cui animo era rimasto qualcosa di americano. “Ma di fronte al pericolo cinese, ora che disponete di centinaia di milioni di pannelli solari e che tutte le fonti energetiche derivate dagli idrocarburi sono temporaneamente occluse, penso proprio che dovrete temere un colpo di mano.”

  Malgrado la grave affermazione di Henry, l'interesse di Xuahn Li venne attratto dalla notizia. “Come sarebbe a dire ‘occluse' ?” fece con un certo sgomento. “Che cosa avete combinato ancora lei e… ma sì, certo ! Lei e coloro che lo hanno inviato con quei pannelli… non mi vuol dire a quale organizzazione lei appartiene e quali sono, alla fine, i vostri scopi ?”

  No comment,” rispose asciutto Henry. “Una cosa però posso dirgliela. Tutti i più importanti pozzi petroliferi sono stati occlusi con un materiale speciale non trivellabile. La ragione è che il nostro pianeta non ce la fa più a sopportare l'enorme inquinamento prodotto dall'utilizzo di propellenti derivanti dal petrolio. Le riserve di tutti i paesi industrializzati non arrivano a superare i tre mesi, cinque al massimo se verrà fermato il traffico veicolare privato. L'unico paese che ha scorte di oltre un anno, anche se solo per operazioni belliche, sono gli Stati Uniti che, visto che sanno ormai tutto o quasi tutto dei pannelli solari, presto scopriranno che ne avete ricevuti per distribuirne al mondo intero, loro compresi e, invece, non lo state facendo.”

  “Beh ? E allora ?”

  “Non mi faccia dubitare della sua intelligenza, generale !” lo richiamò all'ordine, Henry. “Sa benissimo quali saranno le conseguenze nel caso vi rifiutiate di dare loro la parte spettante e così quelle di tutti gli altri.”

  “Ci faranno la guerra. Ebbene, questo è già stato previsto dal comitato di governo e noi ci stiamo, per l'appunto, preparando. Disporremo di certe armi, noi e di alcuni speciali tipi di aerei che…”

  “Che non combineranno niente di buono, anzi, non avrete nemmeno il tempo per utilizzarli.”

  “Perché ?”

  “Vi scateneranno addosso una pioggia di bombe all'idrogeno che voi non ve lo immaginate nemmeno.”

  “Ma anche noi abbiamo l'arma atomica.”

  “Ascolti bene e segua il mio consiglio. Rispettate il contratto sottoscritto, altrimenti non avrete nemmeno il tempo di iniziare il conto alla rovescia per lanciare una delle vostre bombette nucleari, perché tutto il suo paese arderà come una torcia e moriranno centinaia di milioni di persone.”

  “Avrò almeno il tempo di farle visitare uno dei nostri rifugi ?” disse Xuahn Li, cambiando discorso. “Si renderà conto, ingegnere, che la nostra tecnologia non ha niente da invidiare a quella dell'occidente.”

  Enea avrebbe voluto replicare che il tempo stringeva e che, di fronte a una futura guerra atomica, non c'era tecnologia che potesse contrastarla, ma preferì seguire con mansuetudine l'invito del cinese. Aveva letto nei suoi occhi qualcosa di indefinito che gli trasmetteva una labile speranza.

  Non sarebbe stato per niente facile se, con Melesigene e, forse, coadiuvato da qualche altro elleno, avessero tentato di riprendersi i pannelli, ammesso e non concesso che non ci fosse nessuno a fare la guardia ai ricoveri. I depositi avevano più o meno la stessa struttura dei piani di carico del Sargasso. Scendevano nelle viscere della terra per dieci piani e all'undicesimo, che Xuahn Li gli fece visitare, c'era il vero e proprio rifugio antiatomico, con tutte le dotazioni per farci sopravvivere almeno un centinaio di persone per oltre sei mesi. Abbastanza comodi visto che le celle unifamiliari erano dotate di servizi igienici e di acqua corrente alimentata da una sorgente sotterranea proveniente dalla catena montuosa dell'Altaj. Enormi congelatori contenevano il cibo deperibile, mentre il riso era immagazzinato in capaci silos che venivano svuotati e ricaricati ogni otto mesi. Generatori di corrente potevano garantire la fornitura di energia elettrica per almeno un anno, ma ora che avevano i pannelli di Kallìtala, potevano contare su un'autonomia illimitata non solo, ma se li avessero fatti funzionare almeno cento milioni in una sola volta, avrebbero annullato la reazione nucleare e distrutto le radiazioni che ne sarebbero derivate.

  Ma questo non lo sapevano. Almeno per il momento, visto che Xuahn Li aveva dato prova di avere scoperto qualche segreto più del previsto del popolo elleno.

  ‘Ma lo sapranno anche gli altri ?' si chiese Enea. 'Oppure, visto il suo comportamento, voglia sfruttare la mia cattura a suo esclusivo vantaggio ?'

  Ne ebbe la prova durante la visita di tutti i vari piani dov'erano stipati i pannelli solari.

  “Vede, ingegner Campbell…” incominciò a dire il novello generale, incurante di essere ascoltato dai due accompagnatori che gli aveva presentato prima di entrare del deposito, il primo come colonnello Xu Jingyang e l'altro il pari grado Zhang Daoling, “a prima vista sembra impossibile trasferire i pannelli da questo posto verso le industrie affinché vengano utilizzati e, invece…” fece un cenno al colonnello Xu Jingyang, un quarantenne alto dai capelli nerissimi e due baffi sottili, di moda negli anni venti e, soprattutto, dagli occhi mobilissimi e intelligenti, il quale, tirato fuori dalla tasca della giacca un telecomando e pigiato un pulsante, mise in moto un meccanismo che fece aprire il portellone del primo piano. I ripiani che contenevano i pannelli incominciarono a sortire sul terreno pianeggiante. “Vede ?” fece a Enea con la mano rivolta in direzione dei primi veicoli che stavano uscendo. “Scaricato il primo piano, il secondo sale al primo e così via fino allo scarico completo dei dieci livelli. Tutto questo in meno di mezzora, cosicché per riportarli tutti all'aperto impiegheremmo all'incirca non più di due ore Questo sistema è stato studiato allo scopo che i pannelli si ricarichino di neutrini e non perdano niente della loro capacità.”

  “Davvero ingegnoso. E poi, in così poco tempo…” disse Enea, ammirato dalle capacità dei cinesi. ‘Forse se avessero impiegato la loro capacità di apprendimento nel costruire automobili dotate di motori elettrici più moderni, l'operazione ‘pannelli solari' sarebbe andata a buon fine, e invece…' ebbe a riflettere con scoramento.

  “Avrei un'altra soluzione, però, ingegner Campbell,“ continuò quasi in un sussurro Xuahn Li, guardando i due colonnelli e accertandosi che i soldati non capissero quello che stava dicendo in inglese.

  “Ah, sì ?” interloquì incuriosito Henry, che venne subito invitato da uno sguardo lampeggiante del generale a essere più riservato.

  “Mi seguano, signori,” disse e con un gesto perentorio fece capire al colonnello Zhang Daoling di rinviare la truppa ai propri impegni normali. Non c'era più bisogno della loro assistenza.

  Scesero al secondo piano che non era stato ancora aperto e là, fatte spegnere le telecamere che controllavano i due ingressi e i meccanismi di elevazione e di apertura, preso da parte Henry, disse quasi sussurrando: “Sarei d'accordo nel rispettare il suo contratto ingegner Campbell…” gli propose, “ma con una piccola variante.”

  Henry gli rispose con un'occhiata incoraggiante.

  “Lei o chi per lei, forse un'organizzazione segreta, siete venuti sin qua per riportarveli via. Questo l'ho capito benissimo. Ebbene, io… cioè noi tre, vi concediamo questa possibilità, sicuro che troverete la maniera di far credere a quelli di fuori e al mio governo che ne avevate le capacità. Del resto, gente come voi che costruisce questi pannelli portentosi, che si sposta da un continente all'altro con una facilità impressionante e, soprattutto, che è stata in grado di scaricare dal mare tante centinaia di milioni di pannelli in brevissimo tempo, può trovare un giustificativo credibile alla vostra aggressione per sopraffarci.”

  “Le condizioni ?” fece laconicamente Henry che, se non fosse stato un ex umano, non avrebbe capito al volo dove il cinese volesse andare a parare.

  “Un miliardo di dollari in un conto cifrato in Svizzera e, prima che iniziate l'operazione, il trasferimento in segreto di noi tre nella Chinatown di San Francisco. Pensa che sia possibile ?”

  Enea intravide la risoluzione dei problemi degli elleni. Si immaginava che dopo aver reso inutilizzabili le prese di petrolio in tutto il mondo, la seconda mossa dell'Arconte sarebbe stata quella di causare una catastrofe per diversi milioni di uomini. Le richieste dei tre cinesi erano semplici sciocchezze per la dirigenza di Kallìtala. Di denaro americano ce n'era in gran quantità e sebbene non fossero adusi a versarlo in una banca del mondo occidentale, Proteo avrebbe trovato il modo migliore per farlo e, per quanto riguardava il trasferimento dei tre cinesi a San Francisco, c'era solo l'inconveniente di non far scoprire ai tre con quale tipo di velivolo vi sarebbero arrivati. Chiese che gli restituissero il coltello e, una volta avutolo, al colonnello Xia Jingyang che aveva estratto la pistola dalla fondina, disse: “Non abbia timore. Non lo uso come arma di offesa, ma per un'altra cosa,” e rivolgendosi a Xuahn Li, assicurò: “Per darvi una risposta, dovrei fare una veloce operazione senza essere visto e sentito da voi.”

  “Va bene,” concesse il generale cinese, con un timbro di voce che denotava una certa delusione. “Si rinchiuda in quel box di controllo ma, per carità non tocchi nulla della console.”

  Enea si mise in comunicazione con Ermes al comando di Prassitele e di Paride, i quali, ritornati sulla zona con Melesigene ‘ricaricato' per tentare di liberarlo, prima ancora di ascoltare quello che aveva loro da dire, gli fecero intendere che avevano ricevuto il benestare per addormentare tutti i cinesi, lui compreso, con getti di Sapotran.

  “No,” comunicò loro Enea. “Sono disposti a collaborare con noi. Mandate giù Melesigene con il computer.”

  “D'accordo,” rispose Paride che era quello più in ansia per la sorte di Enea. “Il comandante dice che può sbarcare nello stesso punto dove vi eravate acquartierati. Fai in maniera che i soldati non intralcino l'operazione.”

  Henry chiese a Xuahn Li di fare allontanare i soldati dal luogo dove Melesigene sarebbe arrivato con il suo cheriosmato e cioè proprio davanti all'ingresso del rifugio.

  “Andrà il colonnello Zhang Daoling a riceverlo, non appena arriva.”

  “Ce lo mandi subito. Come il colonnello si troverà all'aperto, il mio compagno gli arriverà da dietro.”

  Così accadde e il colonnello Zhang Daoling, non si meravigliò affatto nel vedere il compagno di Henry materializzarsi al suo fianco. Lo salutò con un marziale cenno della testa e lo accompagnò di sotto.

  “Vi conoscete già, vero generale Xuahn Li ?” fece Henry, mentre Melesigene gli porgeva la valigetta in calotex.

  “Certo,” rispose il cinese e a Melesigene, quasi volesse prenderlo in giro: “Come sta, signor Clovell? Ha fatto buon viaggio ?”

  Melesigene era di poche parole e se ne spendeva qualcuna era solo per parlare con i suoi simili. Quel cinese arrivista poi, non gli piaceva affatto, cosicché si limitò ad assentire con il capo seguito da un leggero grugnito.

  Enea si rintanò di nuovo nel box dei comandi e, montato il pannello solare con i mirillini, si mise in contatto con Proteo esponendo le richieste dei tre cinesi. Il chemio-elaboratore richiese dieci minuti per sentire il parere definitivo dell'Arconte, trascorsi i quali l'approvazione arrivò, ma con una piccola variante. Gli elleni non erano in grado di fare il versamento dei dollari in un conto cifrato in Svizzera. Se la loro tecnologia aveva toccato vertici inimmaginabili per il genere umano e non si sarebbe di certo fermata, gli abitanti di Kallìtala non avevano mai messo in conto queste disinvolte operazioni bancarie. Inoltre, i tre alti ufficiali cinesi avrebbero viaggiato su Ermes solo dopo essere stati addormentati con il Sapotran. Durante il volo verso San Francisco, l'aviolobo di Prassitele avrebbe fatto uno scalo intermedio a Poseidonia per imbarcare la valigetta di calotex con il denaro, che al momento opportuno sarebbe stata svuotata dal co-pilota, mentre Enea e Melesigene sarebbero rimasti sul posto per coordinare le operazioni di recupero dei pannelli solari. Sarebbero stati inviati una cinquantina di aviolobi da trasporto per fare da barcarizzo con il Sargasso, in modo da portare a termine l'operazione di trasferimento in due ore al massimo. Ovviamente, condizione irrinunciabile era che nessun militare cinese si trovasse più in zona. A meno che…

  A meno che, per salvaguardare ogni vita umana, venissero tutti narcotizzati con una massiccia dose di Sapotran, in maniera da dare la possibilità agli aviolobi di caricare i pannelli e, anziché travasarli sul Sargasso, a ognuno di essi venisse affidata la missione di deporli nelle grandi città industriali di ciascun Paese del globo e dato tempo alle autorità cinesi di accertarsi che la numerosa e ben armata guarnigione messa a guardia dei tre grandi depositi, era stata sopraffatta. E i vertici di comando, sia il comandante, generale Xuahn Li che i due colonnelli suoi assistenti diretti, probabilmente rapiti o uccisi.


25 - EMERGENZA MONDIALE  

 

 I primi tempi sembrava che la sospensione dell'estrazione di greggio fosse dovuta a una specie di boicottaggio da parte dei Paesi del Medio Oriente, ma poi notizie allarmanti arrivarono da tutto il mondo e pure i ricchi giacimenti degli Stati Uniti, del Messico e del Venezuela, gli ultimi a essere stati ‘trattati' dagli elleni, diedero la conferma che le trivelle non potevano penetrare oltre e tutti i pozzi, pure quelli che i privati avevano nel giardino antistante la propria casa, specie nella bassa California, non pompavano altro che aria, consumando inutilmente energia.

  Si stava prefigurando una catastrofe di portata planetaria. La prima cosa che fecero gli Stati Uniti e i Paesi che con loro stavano contribuendo a democratizzare l'Iraq e l'Afghanistan, fu quella di richiamare in patria tutte le truppe, ripetendo in quella maniera ciò che fecero in Vietnam qualche decina di anni prima, lasciando la parte buona della popolazione a soffrire oltre alle indicibili pene della scomparsa dei loro cari, anche quella della fame, sottoposta pure alle angherie di quegli aguzzini assetati di sangue… e di denaro… che si definivano eufemisticamente  ‘guerriglieri per la libertà.'  Tutte le nazioni vennero a trovarsi in un particolare squilibrio. Alcune che potevano contare sull'energia atomica, avrebbero continuato a produrla per emergenza per quanto le auto private, finito il carburante, fossero costrette a fermarsi. Ma, perlomeno, per ciò che riguardava gli spostamenti all'interno del paese, i treni funzionavano a pieno ritmo e la corrente elettrica, sia pure contingentata, veniva erogata alle famiglie. Così si trattava dei servizi essenziali come gli ospedali presso i quali, però, i malati sarebbero arrivati con carri tirati dai cavalli. Peggio era per quei Paesi che avevano rinunciato all'energia atomica, i quali si venivano a trovare veramente a mal partito.

  Unico nel novero dei paesi più industrializzati del mondo, l'Italia dove la gente aveva sempre creduto e credeva ancora nei miracoli. Stranissimo popolo per cui il mestiere più ambito era fare il politico non tanto per idealismo, quando per assicurarsi un posto ben remunerato. Bastava sapere da che parte il vento tirava e mettersi alla cappa come una barca a vela in mezzo al mare durante un fortunale. Per cui si può capire come mai un coacervo di comunità che nel passato aveva espresso uomini geniali che avevano inventato di tutto e creato opere d'arte incommensurabili, da quando si era data una democrazia repubblicana, partoriva soltanto geni della poltrona. Dove rimanevano a sedere comodissimamente per intere generazioni, salvo qualcuno che, inviso al potere o troppo ingordo da farsi corrompere, non fosse costretto a lasciarla prima della propria scomparsa fisica.

  Ebbene, le prime fragorose lamentazioni arrivarono proprio da lì nel periodo, poi, che coincideva con le sacre ferie d'agosto e, ovviamente, furono regolarmente registrate dai sofisticati sistemi di ascolto di Kallìtala e compendiate in un rapporto molto sintetizzato, che comunque rese bene l'idea, quando Proteo lo vomitò da una delle sue fessure di servizio, riassunto in un foglio di formato A4, che venne subito consegnato all'Arconte, il quale, malgrado la situazione di estrema emergenza, si concesse una gran risata e poi, rivolgendosi all'unico consigliere che in quel momento si trovava nel suo ufficio, disse: “Pausania, tu che ne pensi ?”

  “Che bisogna subito prendere provvedimenti, amico Arconte,” rispose il saggio elleno. “Gli uomini sono talmente abituati ai loro comfort che se indugiamo ancora, arriveranno a scatenare una guerra che coinvolgerà il mondo intero.”

  “Indugiamo, Pausania ?” replicò con bonarietà l'Arconte. “Ci è appena giunta la buona notizia da parte dei Enea degli Anchisi, che i cinesi si stanno facendo ‘rubare' i nostri pannelli ed io ho già decretato che quest'operazione abbia subito inizio, anzi, ho impartito disposizioni affinché gli aviolobi vi si posizionino immediatamente.”

  “Ma non è cosa fuorilegge, Arconte ?” si lamentò Pausania. “Il governo cinese, quando si accorgerà di essere stato raggirato, reagirà in maniera, direi… direi…”

  “Lascia perdere la reazione del governo cinese. Che non ci sarà affatto,”  rispose l'Arconte. “Come dicono gli uomini ? Chi la fa, l'aspetti. Non volevano tenersi tutti i pannelli e, addirittura, utilizzarli per i loro armamenti ? Ebbene, ora saranno gli ultimi a esserne dotati e, ti assicuro, in misura non abbastanza adeguata.”

  “Ma anche se saranno pochi, li utilizzeranno per i carri armati o quegli aerei che però non riusciranno mai a costruire.”

  “Bravo. Lascia che li utilizzino per i carri armati. Che ci faranno, poi…”

  “Ma anche gli altri, non appena verranno dotati dei nostri pannelli, faranno la stessa cosa, Arconte,” fece Pausania con una nota dolente nella voce.

  “Ma lascia che lo facciano ! Le forze in campo si equilibreranno. Del resto, gli uomini con la scusa di difendere il sacro suolo della patria, non hanno fatto altro nella loro storia. Armarsi e armarsi fino a denti. L'importante, per noi, è che…”

  “Vengano utilizzati nello stesso tempo cento milioni di pannelli,” venne spontaneo rispondere a Pausania che, ripresosi, “scusa la mia interferenza, amico Arconte,” disse con umiltà.

  “Più che legittima, Pausania.”

  Poi l'Arconte premette un tasto nella grande console della sua scrivania e la voce dolce e soffusa di Proteo, su cui era stata installata proprio quella di Fedra, rispose che, come richiesto, l'assemblea plenaria del Gran Giurì era convocata di lì a mezzora e che tutti i suoi componenti erano già stati avvisati.

 

ΩΩΩ

 

  Mentre tutti i Paesi rimasti senza le risorse energetiche principali, ripiegavano su se stessi e cercavano di sfruttare al massimo quelle alternative come  pannelli solari di concezione umana che riuscivano a catturare la milionesima parte di neutrini di quelli elleni oppure le eoliche con l'installazione di inestetici mulini a vento, incominciando a studiare quelle provenienti dal moto ondoso, dalle correnti marine o dalle maree, nel territorio del maggiore consumatore di energia del mondo, gli Stati Uniti, i grandi strateghi stellati studiavano, invece, la possibilità di invadere la Cina per prendersi i pannelli solari elleni, una volta rifiutati tanto sdegnosamente. Giacché gli scienziati che ventiquattro ore su ventiquattro cercavano inutilmente di apprendere i segreti fisici dei tre pannelli rubati a Monaco di Baviera, non riuscivano a raccapezzarsi su come un quadretto delle dimensioni di un monitor da diciassette pollici potesse produrre tanta energia. Per colmo di sfortuna, inoltre, uno di questi tre, visto che qualcuno aveva tentato di aprirlo, era esploso, causando la morte di due persone e gravi ustioni su altre quattro.

  Un buon terzo delle navi da guerra americane sia di superficie che sottomarine, disponeva di propulsori nucleari, in particolare tre modernissime portaerei in grado di raggiungere una velocità di crociera di ben quaranta nodi all'ora. Uno scherzetto per raggiungere le coste della Cina dalla grande base navale di San Diego in California, in pochi giorni. Vi furono caricate doppie scorte di carburante per gli aerei, tra i quali tre grossi bombardieri invisibili ai radar che, sebbene nel più grande segreto portavano nascoste nella capace pancia altrettante bombe all'idrogeno. Sarebbe stata l'ultima possibilità se la Cina avesse opposto troppa resistenza a rilasciare i pannelli o si fosse, per caso, azzardata a utilizzare anch'essa l'arma atomica.

  Le informazioni della CIA che, dal disastro delle Twin Towers aveva perso una notevole credibilità, davano per certo che il paese orientale disponeva di armi tattiche che potevano essere lanciate con una precisione approssimativa, a circa diecimila chilometri di distanza, quindi, sulla California e oltre, fin nel cuore del Midwest.

  Mentre i mezzi navali americani, cui si erano uniti anche quelli inglesi, si dirigevano verso il Mar Cinese, iniziò l'operazione di scambio con il generale Xuahn Li e i due suoi accoliti per la restituzione dei pannelli. Nonostante la perfetta efficienza dell'organizzazione ellena, si ebbe un notevole ritardo per ciò che concerneva la raccolta di denaro americano. Visto che queste erano cose che esulavano dal normale iter della vita a Kallìtala e che un miliardo di dollari era stato utilizzato da Enea per sovvenzionare le fabbriche cinesi, per il suo reperimento vennero impiegati due giorni, equivalenti a otto di quelli umani, giusto il tempo a che le navi americane si posizionassero a una quarantina di miglia dalle coste cinesi, in particolare nella direttrice delle grandi città di Shanghai, Fuzhou e Hong Kong.

  Ovviamente intercettate dai radar cinesi, nonostante fossero in acque extra-territoriali, le portaerei e i sommergili vennero tenuti a debita distanza dalle unità navali da guerra della Cina e il governo cinese si diede subito a interpellare l'ambasciatore americano a Pechino, per conoscere le ragioni di tale accerchiamento.

  Il signor David Lyndons, guarda caso, proprio di fresca nomina perché proveniva dall'ambasciata presso le Nazioni Unite, sebbene messo al corrente dall'amministrazione presidenziale americana, oltre ad aver assistito alle prove del pannello solare elleno tenute dal primo Enea degli Anchisi prematuramente scomparso in azione nel Mar delle Antille, incominciò a mettere in atto i crismi del suo difficile mestiere e le sue propensioni naturali a tergiversare, sperando in cuor suo che le richieste americane fossero esplicitate direttamente dal Presidente o, in sua vece, da uno dei numerosi ammiragli a quattro stelle imbarcati sulle unità della flotta a propulsione nucleare, pronta a lanciare le testate termonucleari se la Cina avesse opposto un ferreo divieto.

  Il dottor Hu Shi, segretario particolare del Presidente, venne da costui incaricato, in considerazione che parlava correntemente l'americano, di fare da interprete nel colloquio telefonico tra il capo dell'esecutivo del suo Paese e quello degli Stati Uniti e, finalmente venne fuori l'inghippo. Non che il Presidente americano, nella sua cortese richiesta di un buon cinquanta per cento dei pannelli solari, avesse anche minimamente minacciato di utilizzare la forza, ma Hu Shi capì benissimo e con lunghe frasi circonlocutorie fece capire al suo capo che le navi, gli aerei e i sommergibili che si trovavano, per l'appunto, di fronte alle coste cinesi, erano pronti a usare, ma solo se costretti, la forza bellica. Convenzionale, però. Nessuno aveva accennato alla decina di bombe nucleari già pronte per essere sganciate dall'aria e, dopo quelle, altrettante testate lanciate da sotto il pelo dell'acqua.

  “Come sarebbe a dire ?” sbottò con ira il presidente cinese. “Vorrebbero, per caso prenderseli con la forza ? Faremo vedere loro come li sloggiamo da dove sono.” E, quasi in un sussurro, chiese all'orecchio del suo segretario: “I pannelli sono al sicuro ?”

  “Certo, signor presidente. “Ho ricevuto proprio ieri sera il rapporto del generale Xuahn Li, il quale mi ha comunicato che è tutto è sotto controllo e nessun estraneo si è avvicinato ai tre depositi.”

  “E allora, diamo loro una lezione,” affermò deciso il Presidente.

  “Ma come, onorevole eccellenza ?” chiese spaventato Hu Shi.

  “Niente di trascendentale. Solo una piccola prova di forza. Inviamo, oltre a quelle che ci sono già, un'altra decina di navi da battaglia e facciamo decollare quindici stormi di aerei che sorvolino a bassa quota le navi americane e inglesi. Quando si vedranno più di duecento velivoli sulla testa e saranno contornati da quasi un centinaio di navi da guerra, concorderà pure lei che dovranno addivenire a più miti consigli.”

  “Ma ci sarà un consumo di carburante spaventoso, eccellenza. Con la penuria che c'è…”

  “Intanto disponiamo di notevoli scorte che abbiamo accumulato recentemente, facendo credere che le nostre industrie giravano al massimo regime e poi non possediamo, per caso, centinaia di milioni di pannelli solari consegnatici assieme a un miliardo di dollari per installarli sui nostri mezzi di difesa ?”

  “Sì, eccellenza.”

  “A proposito, a che punto sono i test per far volare i nostri aerei Mig 31 con quei portentosi pannelli ?”

  “Mi è stato comunicato che nel giro di un mese, due al massimo, il primo prototipo sarà in grado di volare.”

  “Non possiamo tenere a bada gli ‘invasori' per così tanto tempo. Dia disposizione affinché i capi di quei tecnici da strapazzo siano convocati nella riunione di Consiglio di questa sera. Voglio assicurarmi che siano all'altezza. Nel caso contrario, chiamerò i tecnici russi.”

  “Ma, eccellenza, se verranno i tecnici aeronautici russi, verrebbero a sapere dei pannelli…”

  “Perché, non lo sanno già? L'importante è che non scoprano quanti ne abbiamo e dove sono stati nascosti. A questo proposito, impartisca l'ordine che ne vengano trasportati qualche migliaio da distribuire presso le nostre grandi fabbriche, così faremo credere ai nostri compagni che sarebbe solo quello il contingente che abbiamo avuto da quell'ingegner americano… ma come si chiama ?”

  “Campbell, eccellenza, Henry Campbell e l'altro, se mi ricordo bene, Lloyd Clovell.”

  “Ah, già ! Che strani personaggi. Ma da dove vengono ?”

  “Pare siano dei dissidenti americani che…”

  “Che dispongono di quei portentosi pannelli solari e poi anche di tutto quel denaro… ma lei aveva dato precise disposizioni ai nostri servizi segreti di appurare chi siano davvero e perché agiscano in questa maniera e, infine, quale sia il loro vero scopo?”

  “A suo tempo sono state fatte indagini molto accurate, Eccellenza, che sono durate parecchio. I nostri agenti Xuahn Li e Kekou Shang hanno praticamente vissuto a stretto contatto con i due americani, rendendosi conto che non avevano altro scopo che quello di salvare la Terra dall'inquinamento derivato dall'utilizzo degli idrocarburi e, sotto questo punto di vista, non potremmo dar loro torto.”

  “Ma questa Kekou Shang, dottor Hu Shi, che da quanto mi è stato detto, è una vera e propria bellezza, è riuscita a circuire l'ingegner Campbell ?”

  “Ci ha provato diverse volte, ma è stata sempre respinta. Anzi, Xuahn Li ha riferito nel suo rapporto, dopo i fatti di Monaco di Baviera, che per non avere contatti con lei, l'ingegner Campbell si era andato a ficcare in un guaio molto serio, dal quale lei stessa, in compagnia di Xuahn Li, coadiuvati dai nostri agenti speciali, lo hanno tolto appena in tempo.”


26  -   NELL'ISOLA-STATO DI  KALLITALA

  

Non rientrava nel temperamento degli elleni preoccuparsi. Tuttavia, Fedra soffriva di una lieve apprensione, inasprita dal fatto che la missione del suo Enea nel mondo degli umani si stava protraendo più di quanto era stato previsto. E, ad aggravare il fatto, non c'era neppure suo fratello Paride al quale confidare le sue pene. Pene d'amore, beninteso, giacché Fedra era molto innamorata, felicemente ricambiata da Henry Campbell, che era stato ribattezzato con il nome del grande eroe di Kallìtala.

  Di andare a disturbare Pausania, permanentemente convocato dall'Arconte a palazzo per seguire le varie fasi dell'operazione ‘pannelli solari' e tutto ciò che ne conseguiva, non era il caso. Il bravo consigliere anziano, candidato a diventare arconte dopo la scadenza del mandato di quello attuale, si era molto affezionato a Enea tanto da considerarlo, visto che l'ex umano non poteva contare su una parentela a Kallìtala, suo figlioccio e, di conseguenza, annoverare anche Fedra, sua futura sposa, come tale.

  Nell'isola felice chiunque era libero di fare quello che voleva anche in materia di sesso, ma quando i due giovani si erano promessi, era come si fossero già uniti in matrimonio. E a Fedra ed Enea, perché la loro unione matrimoniale fosse sancita ufficialmente, mancava solo la cerimonia.

  Più volte la leggiadra ragazza era andata a passeggiare sulla spiaggia del loro incontro evocando romanticamente il loro primo approccio, venendole alla mente gli atteggiamenti di curiosa stupefazione dell'americano ‘catturato' dalle fere. Come non si fosse reso conto di trovarsi in un mondo sconosciuto ma, nello stesso tempo, affascinato da tutto ciò che vedeva e infine, meravigliato dell'automobile su cui stava viaggiando per raggiungere la casa dei genitori ad Anticira. Come non perdesse di vista alcun particolare interno ed esterno e la sua buffa definizione del veicolo terrestre in ‘astromobile'. Tale era per lui quel normale mezzo di locomozione, impensabile nel mondo dal quale proveniva.

  E adesso rischiava di perderlo per sempre. Un vago presentimento glielo infondeva nell'animo. Le ultime notizie provenienti dal mondo degli umani non invitavano di certo all'ottimismo. Era in corso una guerra efferata e, ciò che era peggio, un terrorismo diffuso che faceva strage di uomini inermi e, spesso, anche di bambini. A Kallìtala non c'era differenza tra maschi e femmine adulti. Ognuno aveva diritti e doveri e la femmina non era mai stata considerata un essere da proteggere, quindi inferiore al maschio. Ma i bambini, quelli avevano il diritto a ogni e qualsiasi riguardo da parte degli adulti. Erano sacri e nessuno in tutto il territorio del paese felice si era mai azzardato ad andare oltre un semplice rimprovero per una marachella. Mentre invece, nel mondo occidentale i bambini alcune volte erano considerati merce di scambio, li facevano lavorare quando era il loro tempo di giocare e, addirittura, venivano armati per combattere e uccidere il prossimo senza che quelle menti ‘tabula rasa' sapessero di arrecare del male.

  Fedra pensò ai figli che avrebbe generato se Enea, che lei nel suo intimo chiamava sempre Henry, orgogliosa di essere in parte l'artefice della sua trasformazione in elleno, ma con caratteri ancora umani che l'avevano affascinata tanto da innamorarsene a prima vista.

  Sospirò e, guardando il molo spoglio al quale per diversi giorni era rimasta attraccata la barca del suo amato, andò con il pensiero alla piccola crociera con lo yacht del fratello, quando Henry aveva ingenuamente tentato di fuggire.

  Poi, quando il sole venne a trovarsi a tre quarti del suo cammino e stava per indorare gli aguzzi picchi delle montagne, violacee per la lontananza, si incamminò verso il boschetto oltre la spiaggia dove aveva lasciato l'automobile. I genitori la stavano aspettando per il pranzo serale. Forse Alcinoo, ma molto più sua madre Ecuba, le avrebbero infuso la sicurezza di cui sentiva tanto bisogno.

 

ΩΩΩ

 

  A parecchie migliaia di chilometri da lei, anche Enea, durante un attimo di pausa in attesa che arrivasse da Proteo la conferma che il versamento del miliardo di dollari a favore di Xuanh Li e soci fosse pronto, ebbe le stesse riflessioni della sua amata Fedra e, per niente rimpiangendo il suo essere stato uomo con il suo mondo che già da adesso non riteneva più tale, visto quello stava accadendo tra guerre e ammazzamenti vari, riviveva il suo romantico incontro con la donna dei suoi sogni e sentiva ancora negli orecchi la sua voce calda e suadente, la vedeva muoversi, flessuosa con l'incedere elegante e gesticolare con le sue maniere accattivanti. Riviveva la sorpresa che gli aveva fatto quando si era nascosta nello yacht di Paride il giorno in cui aveva deciso insensatamente di fuggire da Kallìtala. Quell'idea gli diede i brividi. Supponendo, malgrado ciò fosse stato impossibile, che ci fosse riuscito, ora sarebbe stato il più infelice degli uomini dopo aver commesso l'errore di chi, trovando una grossa pietra preziosa, la scambiasse per un sasso, tutt'al più buono per essere lanciato il più lontano possibile.

  Si stava prestando a un'azione, ignobile per gli elleni: quella di dare la ‘mazzetta' a Xuahn Li e farlo fuggire con i sui accoliti. Per questo era stato chiamato a Kallìtala, poiché nessun elleno sarebbe riuscito a fare una cosa simile. Tuttavia, ne era disgustato. Unica maniera, però, per riprendersi i pannelli senza arrecare del male a nessuno e distribuirli equamente tra tutti i popoli della Terra, nessuno escluso sicuro che, ove non fossero bastati, l'Arconte avrebbe dato ordine affinché se ne costruissero degli altri. Del resto, aveva pagato profumatamente il governo cinese per avere in cambio quelle materie prime che a Kallìtala incominciavano a difettare.

  Già vedeva il mondo in pace e con un convincente motivo di base per non osteggiarsi l'uno con l'altro. Non ci sarebbero più stati paesi produttori di petrolio che avrebbero imposto il cartello dei prezzi e, con gli enormi proventi, finanziato indirettamente e, forse, senza nemmeno volerlo, i gruppi eversivi che volevano imporre il loro senso esagerato di chiromanzia religiosa.

  ‘Se sapessero…' si diceva, ‘gli stupidi, che lassù non c'è proprio nessuno e che il genere umano, come tutti gli esseri viventi è originato da una combinazione molecolare, forse si adopererebbero a diventare solidali tra loro. Ad alcuni non bastando le ricchezze satrapiche che, sebbene non diano la felicità, aiutano a vivere meglio, esserne contenti, specie paragonandosi a chi soffre pure la fame e la sete. Invece si divertono a vedere gli uomini uccidersi tra loro solo per un irragionevole complesso di inferiorità.'

  Solo lui poteva sentire il bip del piccolo computer e sul display apparve il venerabile volto dell'Arconte. Era la prima volta da quando si trovava in missione che si palesava. Doveva trattarsi di una cosa importante. Enea ne ebbe la certezza nel momento in cui, con una gravità esagerata, il capo del popolo di Kallìtala, disse: “Il denaro è stato raccolto, ma tu dì loro che è stato trasferito in un conto cifrato in una banca svizzera e inventatene il codice. Hai il mio benestare affinché i tre cinesi vengano trasportati nel luogo prescelto, a condizione che abbiano l'autorità di fare allontanare tutte le truppe di almeno cento chilometri. L'operazione recupero pannelli è annullata. Appena resterai solo con Melesigene, riceverai altre disposizioni.”

  Enea non fece trapelare il suo sbigottimento e si avvicinò a Xuahn Li come se tutto fosse nelle regole.

  “Il versamento è stato effettuato. Si scriva il riferimento che sto per darle,” disse senza alcuna incrinatura nella voce, tanto che il generale cinese non poté impedirsi un sorriso di compiacimento.

  “Il codice è KLa 145234 presso l'U.B.S. di Zurigo. Devo ripeterglielo per registrarselo bene in mente?”

  “Non c'è bisogno,” rispose Xuahn con una lieve nota di trionfo. “KLa 145234. Un miliardo, vero?”

  “Un miliardo,” confermò Henry Campbell.

  “Di dollari ?”

  “Sì. Ma c'è una condizione. Prima che lei e i suoi colonnelli siate trasportati nel luogo prescelto, dovete fare allontanare tutti i soldati per almeno cento chilometri da questa zona.”

  “Perché ?”

  “Non discuta, generale Xuahn Li,” replicò con cipiglio colui che stava per trattare per l'ultima volta come Henry Campbell. “Si tratta di una condizione irrinunciabile, altrimenti va tutto a monte.”

  Xuahn Li pensò che il suo, se avesse osato non attenersi ai patti, sarebbe stato un grave passo falso. Ormai non poteva più tirarsi indietro. I suoi capi avrebbero sospettato l'inghippo e il meglio che gli sarebbe capitato, una volta catturato, sarebbe stato quello di marcire per tutta la vita in una delle peggiori prigioni della Cina, perché il colpo di pistola alla nuca, destinato ai malfattori di infimo rango, per lui sarebbe stato una liberazione.

  Diede ordini perentori ai due colonnelli affinché rispedissero tutti i militari negli acquartieramenti di Yinchuan, a oltre quattrocento chilometri, dicendo al colonnello Xu Jingyang, per rendere più credibile la cosa, di accompagnare le truppe fino a Wuhai e da lì tornarsene indietro.

  Quando seppe che avrebbero percorso la strada tra loro e Wuhai e ritorno in meno di quattro ore, ricevuto il benestare da Proteo, Enea diede il suo assenso, richiamando per tale ora l'aviolobo che avrebbe condotto i tre cinesi a San Francisco, con scalo segreto ai confini della bolla magnetica di Kallìtala, per la consegna del denaro.

  Melesigene, alla partenza dei soldati, andò ad accertarsi in ogni dove se per caso ci fosse rimasto qualcuno in giro. Grazie al suo cheriosmato ispezionò la zona per un raggio di cento chilometri e si accertò che l'ultimo camion carico di militari superasse quel cerchio di sicurezza, poi ritornò al fianco di Enea, con il latente timore che i due cinesi, ripensandoci, potessero sopraffare il suo protetto, per quanto lo avesse lasciato con la promessa che, in caso di sospetto, usasse la bomboletta di Sapotran.

  Ma non ce ne fu bisogno. Anzi, quando tornò, lesse nei volti tirati sia del generale che del colonnello, un'ansia grave. Il tempo, per loro, stava scorrendo lentamente e via via che passavano i minuti, aumentava in loro la paura che qualcuno del battaglione in viaggio ‘forzato' verso Yinchuan sospettasse qualcosa e avvertisse il comando generale.

  Cosa che accadde puntualmente non appena i camion si fermarono per la prima sosta a Wuhai e il colonnello Xia Jingyang passò le consegne al maggiore Chen Tang, il quale aveva sospettato per tutto il viaggio che i suoi superiori avessero tramato, cosa esattamente non riusciva a sapere, ma senza dubbio qualcosa contro gli interessi del suo Paese. Di conseguenza, non appena la camionetta che portava il colonnello, guidata da lui stesso e protetta da una mitragliatrice pronta all'uso, fu a debita distanza, anziché riprendere il viaggio verso le caserme di Yinchuan, si mise in contatto radio con il comando generale di Pechino e, dopo un'attesa snervante durata più di un'ora per l'impallo da un funzionario all'altro prima di arrivare alla personalità con la quale doveva conferire, una voce concitata gli chiese di ripetere esattamente ciò che secondo lui poteva accadere presso i rifugi sotterranei nel deserto di Gobi.

  Quella voce era di Hu Shi, il diretto superiore del generale Xuahn Li che, inteso benissimo che il suo sottoposto, assurto al grado di generale proprio per sua intercessione, lo stava tradendo, si sentì trascinato in una situazione estremamente pericolosa.

 

ΩΩΩ

 

  “Dal mondo degli umani ci sono sempre arrivate notizie efferate,” incominciò a dire l'Arconte, il quale aveva convocato l'assemblea straordinaria del Gran Giurì. La sua voce grave rimbombava nella grande sala dove aleggiava un tale silenzio da percepire i fiati di quei consiglieri che, più anziani degli altri, ansimavano un poco per l'emozione. A memoria di elleno era la prima volta che veniva convocata un'assemblea del genere. “Ma questa, cari amici, è senza dubbio la più grave e ci colpisce in maniera devastante, giacché le vittime di tanta efferatezza umana, sono principalmente bambini nella loro più tenera età, compresi quelli che si sono salvati la vita, ma avranno incise nel cuore e nel cervello quelle scene spaventose. Lo scoppio di una bomba terrorista o l'impatto degli aerei contro le Twin Towers di New York, pur causando la morte di tanti civili inermi, è una conseguenza non preordinata. Sì, è vero, si tratta di attentati per uccidere e per distruggere, ma gli stessi attentatori non sapevano quale risultato quantitativo e qualitativo potessero ottenere. Ma a Beslan nell'Ossezia del Nord, in Russia, lo sapevano, eccome ! Li avevano davanti a loro quei piccoli esseri tremanti di paura dopo due giorni e due notti vissuti nel più abietto terrore. E, come una condanna procrastinata ad arte, li hanno uccisi e alcuni, prima ancora, anche stuprati. Sono sconvolto e se voi foste d'accordo, non lo renderei noto ai nostri concittadini. Se lo sapessero, molti di loro reagirebbero in maniera imprevista e saremo obbligati a disporre che si inoculasse loro una buona dose di adusbralina per riportarli alla ragione. Naturalmente, sto paventando un'opportunità non reale, poiché un vero elleno non perde mai la calma. Seicento morti, la maggior parte di essi erano bambini e altre centinaia in ospedale, di cui parecchi in fin di vita, che moriranno certamente nel giro di qualche giorno. Noi potremmo anche salvarli con i nostri medicinali. Ma a che servirebbe ? Sono destinati a vivere una vita infelice, tanto vale che l'oblio li racchiuda nelle sue braccia pietose. Basta, basta e basta!” L'ultima parola venne urlata dall'Arconte, causando un generale mormorio di riprovazione.     “Perché aiutare gli esseri umani donando loro i nostri pannelli a neutrini solari, quando stanno dimostrando che, peggio che per il petrolio, ora per averli sarebbero disposti a scatenare una guerra planetaria ?”

  “Ma, amico Arconte…” intervenne Pausania al quale era stato dato il permesso di parlare non appena alzata la mano, “scatenerebbero una guerra atomica che segnerebbe la nostra fine.”

  “E la loro, amico Pausania,” replicò l'Arconte. “Non faranno mai una cosa del genere per cui, sotto questo aspetto, possiamo stare tranquilli.”

  “Ma, e l'aria ?”

  “Tra poco la fabbrica di Boadicea entrerà in funzione. Per questo lasso di tempo i nostri ingegneri hanno progettato uno speciale filtraggio dalla grande presa sul monte Dicea. Ho convocato questa assemblea, però, per due decisioni che vorrei prendere dopo aver consultato, per la parte puramente tecnica, il nostro chemio-elaboratore Proteo.”

  I venti consiglieri si fecero più attenti ma, più di tutti, Pausania, ebbe un presentimento che lo fece trasalire. In quel breve istante pensò irrazionalmente all'eventuale sacrificio del nuovo Enea degli Anchisi. Si era un po' troppo affezionato a quel giovane e non avendo figli, lo considerava tale, come pure la sua promessa sposa, Fedra. Aveva tanto sognato che i due giovani si sposassero, sicuro che non lo avrebbero trascurato nella sua lunga età di mezzo. Ne sentiva il bisogno da quando aveva perso l'occasione di mettere su, a sua volta, una famiglia. Un amore contrastato il suo, quello di gioventù, laddove per un esagerato senso dell'onore e dell'ordine, aveva sacrificato la sua vita privata a quella pubblica, divenendo il personaggio più in vista e, forse, più importante, di Kallìtala. Non che fosse un ambizioso, dato che nessun elleno lo era, ma solo soddisfatto di avere contribuito ad accrescere, con la sua dedizione, la condizione della grande isola atlantica. Del resto, tanti altri come lui l'avevano fatto nei tempi passati, dedicandosi con tutta la loro volontà e capacità a raggiungere quell'eccelso grado di tecnologia tale da mettere al riparo la loro amata isola-stato da gravi interferenze dal mondo degli umani. Evidenziate in particolare negli ultimi tempi con la motorizzazione di massa e tutti i comfort che la vita moderna poteva offrire, fatti salvi, ovviamente, diversi miliardi di umani che mancavano anche dell'essenziale per sopravvivere, la loro condizione essendo aggravata pure dalle cattive condizioni dell'aria che respiravano.

  L'Arconte, accortosi che il decano dei consiglieri stava veleggiando nei suoi pensieri, volutamente non riprese il discorso, ma catturò lo sguardo di Pausania che, capito al volo quel muto rimprovero, indirizzò al suo superiore un'espressione di umiltà.

  “Stavo dicendo, amici consiglieri… “ riprese l'Arconte, “che due sono le soluzioni che andrebbero prese per risolvere i nostri problemi più immediati.”

  L'Arconte guardò attentamente tutti i consiglieri per scoprire anche la più lieve sfumatura di contrasto ma, a eccezione di Pausania, nemmeno un sopracciglio si inarcò.

  “Amico Pausania, hai qualcosa in contrario ?”

  “Non vedo come potrei, Arconte, dato che non hai ancora formulato il contenuto delle due decisioni annunciate,” replicò, ma con poco convincimento.

  L'Arconte sapeva che Pausania era già a conoscenza, seppure non nei dettagli, quali sarebbero state queste decisioni, ma non volle interferire soprattutto per non irritare gli altri consiglieri che non ne erano ancora al corrente.

  “Premesso e, purtroppo, accertato che gli esseri umani hanno dimostrato di essere così insensati da considerare i nostri pannelli più come un mezzo per aumentare la loro potenza bellica con conseguente maggior potere nei confronti del prossimo e che, alla fin fine, grazie alla tecnologia dei nostri prodotti, arriveranno, anche a costo della vita, a scoprirne il segreto e a rivoluzionare la loro tecnologia con in forse la scoperta della nostra isola e conseguente distruzione del nostro popolo, dietro suggerimento di Proteo e sempre che voi siate d'accordo, avrei deciso di distruggere il miliardo di pannelli solari attualmente in fase di scambio tra Enea e quei corrotti cinesi con a capo quello scriteriato generale Xuahn Li. Il sito dove attualmente si trovano è piuttosto sicuro per non apportare danno agli esseri umani, per quanto ci possa essere pericolo di uccidere quella fauna selvatica e tenace che riesce a sopravvivere anche nel deserto più arido. Ma tant'è, la perfezione assoluta non è di questo mondo e in tutta quest'operazione sarebbe il danno minore. Dopo la distruzione dei pannelli, faremo trascorrere giusto il tempo che le riserve dei prodotti petroliferi si esauriscano nei paesi industrializzati. È stato calcolato tre mesi, tempo necessario affinché i nostri tecnici mettano a punto il grande filtro dell'aria sopra il Monte Dicea, così da poter stare al riparo dei miasmi della produzione umana giusto il tempo per terminare la costruzione della fabbrica di bombole per l'aria compressa. Nel frattempo, i nostri aviolobi trasporteranno, per l'ultima volta, i magatau e i magators per riaprire tutti i pozzi petroliferi attualmente sigillati con rocroasio e ruprizio. Il mondo degli umani riprenderà la sua innaturale attività, le sue piccole guerre e l'insensata corsa al benessere di pochi a danno di molti. I quali, tenetelo bene a mente, amici consiglieri, arriveranno a organizzarsi e a ribellarsi e succederà una cosa inverosimile di questi tempi. Una Rivoluzione francese moltiplicata per mille. Un bagno di sangue che il suo scorrere sulla Terra andrà a rimpinguare la feracità dei terreni. Ma noi, a quel momento, saremo al sicuro sia perché avremo una quantità d'aria pura necessaria alla nostra sopravvivenza per quasi un secolo del tempo umano, sia perché la nostra tecnologia svilupperà il difficile, ma non impossibile progetto per la produzione di aria propria, purificando e riciclando quella di cui disponiamo. E, a quel punto, che gli umani si distruggano pure da loro stessi. E, infine, chi non morirà di morte violenta, finirà i suoi giorni agonizzando in un letto d'ospedale corroso e distrutto dal cancro o dalle malattie vascolari.”

  La solita mano del solito interlocutore. Pausania chiese la parola e l'Arconte, con l'accenno di un lieve sorriso, gliela concesse.

  “Amico Arconte…” fece Pausania, “forse non hai tenuto conto di una cosa. L'unico pericolo che, in questa situazione incomberebbe su di noi. L'energia atomica prodotta dagli esseri umani. Se, come asserisci, ci sarà una rivoluzione mondiale, qualcuno penserà bene a pigiare quei maledetti bottoni rossi per scatenare una guerra atomica !”

  “Non ne avranno il tempo, amico Pausania,” rispose l'Arconte, con nel viso l'espressione di un sorriso molto più accentuato del primo. “I famosi cento milioni di pannelli li metteremo in funzione noi in posti disparati ma remoti nella Terra dove l'uomo non potrà mai indovinare siano.”

  “E dove, se è lecito saperlo, visto che non vi è luogo sulla Terra, escluso beninteso la nostra isola-continente, dove l'uomo non abbia messo piede ?”

  “Sì, ciò che affermi è vero. Ma, contento di avere ‘conquistato' quel posto, l'uomo si guarderà bene di ritornarci come sui monti dell'Himalaya, sui picchi delle Ande, nella Terra del Fuoco, al centro dell'Antartide, al Polo Nord, nel cuore dei deserti più infuocati e, in un luogo che nemmeno noi avevamo preso in considerazione: il mare. Certo, sotto la superficie del mare viaggeranno strani pesci imprendibili dalle reti degli uomini o dai loro arpioni, che faranno in continuazione il giro del pianeta e, possibilmente solo in acque piuttosto agitate.”

  “Hai detto imprendibili ?”

  “Certo !” affermò con decisione l'Arconte. “Un sofisticatissimo sistema radar messo a punto da Persefone, eviterà che nemmeno uno di questi pesci artificiali possa essere avvicinato dall'uomo e preso nelle sue reti a meno di cinque miglia. Distanza più che sufficiente per non essere scoperto con mezzi visivi. Inoltre, lo stesso principio che ci nasconde, lo renderà trasparente ai loro radar e sonar, cosicché i cento milioni di pannelli saranno in funzione contemporaneamente, rendendo inefficace in tutti i sensi la reazione atomica inventata dagli umani.”

  “Una ragione di più per utilizzare in modo massiccio l'energia derivata dagli idrocarburi,” disse con aria scontenta Pausania, seguito dal mormorio di consenso di tutti gli altri componenti del Consiglio, nessuno dei quali, finora, aveva pronunciato una parola.

  “Direi che avete ragione, amici consiglieri,” sottolineò l'Arconte in tono deciso, come se si aspettasse un tale commento. “Ma tenete conto che gli uomini sanno, anche se approssimativamente, che il petrolio è una fonte esauribile in pochi anni e si daranno da fare per trovare un'alternativa.”

  “Il pannello solare !” fecero tutti all'unisono.

  “Per arrivare a inventare un pannello solare simile al nostro, bisognerebbe che rivoluzionassero tutti i princìpi fisici di loro conoscenza. Sarebbe, per loro, l'invenzione del secolo e voi sapete benissimo che una nuova invenzione, basata su princìpi che si fondino sulla fisica e sulla chimica, non è ancora alla portata degli uomini. I quali finora hanno imitato quello che succede in natura, vedasi l'elettricità e le onde magnetiche. Però potrebbero arrivare a sfruttare l'energia che si scatena nei temporali, imbrigliando i fulmini oppure quella delle tempeste marine o dell'impetuosità del vento. Solo a quel punto incominceranno a fare a meno del petrolio, ma scorreranno diverse decine di anni, tempo in cui anche noi troveremo la maniera di chiuderci ermeticamente nel nostro guscio, producendo da soli l'aria che ci servirà per sopravvivere, quando quella dell'esterno sarà così contaminata che un elleno non potrebbe viverci nemmeno un'ora.”


27       ALLARME

  

Partiti Xuahn Li assieme  ai due colonnelli, abbigliati poveramente come inservienti, con l'aviolobo che dopo la sosta per il carico del denaro, in meno di un'altra mezzora li aveva deposti in un canale interno alla Chinatown di San Francisco, Enea e Melesigene incominciarono a coordinare il lavoro degli altri aviolobi da trasporto pesante affinché tutti i pannelli solari, a eccezione di cento milioni che dietro ordini ricevuti all'ultimo momento dovevano rientrare a Kallìtala, fossero posizionati in un solo luogo, in maniera che la loro distruzione potesse essere unica e non a catena, deposito per deposito, allo scopo di non causare danni maggiori.

Scoperchiati i grossi depositi, i potenti aviolobi da trasporto iniziarono ad ammucchiare i pallet di pannelli, che ne contenevano mille ciascuno, su un grande spiazzo antistante il ricovero numero due, in modo che alla loro esplosione la fortissima depressione che ne sarebbe derivata, si dirigesse verso l'alto evitando in quel modo la distruzione di ogni e qualsiasi centro abitato si fosse trovato nel suo raggio d'azione.

Svuotato il primo deposito, erano a più della metà del secondo, quando il pilota dell'aviolobo di controllo segnalò l'avvicinamento di una grossa colonna militare comprendente, oltre ai camion trasporto truppe, anche una dozzina di carri armati e di altrettanti semoventi armati di batterie di razzi Katiuscia.

Se Melesigene rimase interdetto a quella notizia, la reazione di Enea alias Henry Campbell, fu del tutto diversa. Forse per l'ultima volta in vita sua ebbe l'intuito di agire da uomo. Allo scopo di evitare di essere sopraffatti da quel piccolo esercito che si stava avvicinando a discreta velocità e nello stesso tempo non uccidere esseri umani, diede ordine al comandante dell'aviolobo che in quel momento stava sollevando un pallet di mille pannelli, di posizionarsi davanti ai cinesi, lasciando cadere il carico in maniera da creare una barriera di fuoco a circa cinquecento metri dalla testa della colonna. Poi, per ultimo avvertimento, avrebbe detto loro a gran voce dalla montagnola sulla quale, assieme a Melesigene, avevano scelto il loro primo rifugio, che ove si fossero avvicinati anche di un sol passo, avrebbe fatto esplodere quel mucchio di pannelli solari.

Ovviamente, non fu ascoltato e, immediatamente Enea diede ordine all'aviolobo sovrastante a una altitudine di circa tremila metri, di inviare l'innesco elettronico per l'esplosione.

Un'enorme barriera di fuoco si frappose tra i depositi dove gli aviolobi continuavano a fare il loro lavoro di ammassamento e la colonna militare cinese. Una cosa impressionante anche se durò pochi secondi e che, per fortuna, non provocò nessuna vittima, salvo una decina di soldati di prima linea che svennero per la paura.

E, infatti, lo spavento fu notevole tanto da fare arretrare tutta la colonna di almeno mezzo chilometro, nonostante le torrette dei carri armati si orientassero verso la catasta di pannelli solari che via stava diventando imponente. Enea, con i sensi acuiti, sentì pure lo scorrere delle ghiere di puntamento dei cannoni e la messa in canna dei proiettili.

“Fermi !” urlò con quanto fiato aveva in gola. “Se avanzate ancora, vi farò esplodere sulla testa tanti di quei pannelli da cancellarvi dalla faccia della Terra !”

Il piccolo esercito non si mosse di un centimetro. Del resto, lo spavento era stato tanto forte che nessun comandante di battaglione – in tutto ce n'erano quattro – né, tantomeno il generale Whu Cheng, accorso dagli acquartieramenti militari di Yinchuan, il quale ora comandava tutto l'esercito, ebbero animo di ordinare l'avanzata. Quattro aviolobi da trasporto erano già sulle loro teste, pronti a sganciare il carico di pannelli che, fatti esplodere da Enea – l'unica persona che poteva farlo perché ex-umano – li avrebbe completamente annientati.

“Il generale Xuahn Li e i due colonnelli che lo assistevano sono, in effetti, a nostra disposizione finché l'operazione rimozione pannelli solari non verrà portata a termine,” rispose prontamente Henry.

“E cosa vorreste farne ?”

“Di che ?”

“Ma dei pannelli, C'era l'impellenza di guadagnare più tempo possibile per il trasferimento dei cento milioni di pannelli dal deserto di Gobi al Sargasso, che stazionava al limite delle acque territoriali cinesi dove però, grazie alle sue sofisticate dotazioni tecniche, non era stato segnalato da nessuna nave da guerra. I primi venti carichi erano già stati effettuati. Ne mancavano, però, ancora ottanta, cosicché tutto dipendeva dalla capacità di persuasione dell'ingegner Henry Campbell e del suo assistente Lloyd Clovell. In tale veste si presentarono al generale Whu Cheng in territorio neutrale. Le due parti avverse avevano chiesto di parlamentare lontano dalle quattro divisioni armate, ma anche dai depositi che venivano svuotati in continuazione. Il comando cinese stava palesando inquietudine per la quantità di pannelli solari che scendeva dal cielo e veniva posata delicatamente sul terreno e che, crescendo a vista d'occhio, aveva già formato una discreta montagna senza, peraltro, che alcuno degli osservatori riuscisse a individuare quali mezzi vi provvedessero.

“Ingegner Campbell… “  iniziò a dire il generale Whu Cheng con voluto tono cortese, stiracchiando un sorriso che gli scoprì una chiostra di denti anneriti dal fumo, “non vediamo per quale ragione lei abbia deciso di riprendersi i pannelli che prima, con tanta generosità, ci ha donato.”

“È semplice, generale Whu Cheng, “ rispose con altrettanta cortesia, ma con molta fermezza, Henry. “Il suo governo non ha rispettato i patti sottoscritti con regolare contratto.”

Doveva guadagnare tempo per cui, contrariamente alla sua natura, bisognava che desse la stura a una loquela più logorroica gli fosse possibile. Nel giro di un'ora al massimo le centinaia di aviolobi impegnate avrebbero portato a termine il lavoro, soprattutto quello del recupero dei pannelli solari necessari, una volta messi in funzione, a impedire l'innesco delle reazioni nucleari.

“Non mi risulta, onorevole ingegner Campbell, “disse il generale. “La Whang Rong Automobiles sta lavorando a pieno ritmo per la produzione dei nuovi motori elettrici secondo il progetto che lei ci ha dato e nel giro di…”

“Generale Whu Cheng, “ lo interruppe Henry. “Questo è vero. Ma è altrettanto vero che state studiando il modo di applicare i pannelli agli apparati bellici, in specie certi tipi di aerei che vorreste far volare in continuazione su tutto il mondo, armati di missili e, oltre a ciò, avete pure sospeso la commercializzazione delle automobili.“

“Siamo a questo punto semplicemente perché stanno testando il nuovo motore elettrico, ingegner Campbell. Glielo assicuro,“ rispose il generale con convinzione.

Evidentemente non era stato messo al corrente sulle reali intenzioni del suo governo sulla questione e la sua accorata perorazione lo stava dimostrando.

Henry se ne rese conto ma, per guadagnare tempo, insisté sull'argomento tanto che al generale non rimase che cambiare discorso, domandandogli: “Mi faccia parlare con il collega Xuahn Li.” Ma, guardandosi attorno nell'intento di scorgerlo, “mica lo terrete prigioniero, vero ?” disse indignato.

diamine !” disse un po' esasperato il generale Wu Cheng.

“Ah, pensavo si preoccupasse della sorte del suo collega e degli altri due…” fece Henry, con una nota di sarcasmo.

“Non mi interessa la sorte dei tre comandanti i quali, anziché opporsi con le loro truppe al vostro operato, hanno preferito la comoda situazione di rimanere vostri prigionieri.”

Henry doveva procrastinare, per cui cercò di allungare la conversazione con il generale. Tutto ciò per non arrivare a un conflitto con le truppe cinesi che, dimentiche già dell'esplosione dei mille pannelli proprio davanti ai primi reparti armati, si stavano rimettendo in posizione per spazzare quei due uomini insistenti che stavano riempiendo inutilmente gli orecchi del loro generale. Anzi, il maggiore Chen Tang che lo assisteva, lo stava discretamente sollecitando a rompere le trattative.

“Quindi si stava riferendo ai pannelli, vero ?” fece Henry per stuzzicarlo.

“Esattamente. Sono di proprietà dello Stato cinese e quindi inalienabili. Voi non avete nessun diritto…”

“Eccome, se lo abbiamo, onorevole generale,” rispose Henry facendogli pure l'inchino. “Non solo vi abbiamo dato i pannelli da distribuire in tutto il mondo, ma anche una somma miliardaria in dollari per costruire i motori elettrici. E invece, cosa ne avete fatto ? I primi li avete nascosti nel deserto più inaccessibile del mondo per utilizzarli alla vostra maniera, vale a dire per fare la guerra e i secondi li avete utilizzati per altre cose, forse per costruire altri impietosi meccanismi bellici ? E no, mio caro generale ! Questo non era affatto nei nostri intendimenti.”

“I suoi, o di chi ?” chiese il generale Wu Cheng.

“Ma davvero, le interessa ?” rispose con vena polemica Henry. “Ebbene, si tratta di un'organizzazione umanitaria i cui fini sono quelli di salvare il mondo da una fine prematura dovuta all'utilizzo sconsiderato dei prodotti petroliferi che stanno appestando l'aria. Che tutti respiriamo, compreso lei signor generale e tutta la sua famiglia. Ha figli, vero ?”

La diversione di Henry stava facendo il suo effetto, mentre gli invisibili aviolobi facevano il loro lavoro e, finito di caricare i pannelli sul Sargasso, ammucchiavano i restanti sullo spiazzo indicato da Henry, mucchio che era già una discreta montagna, causando lo sgomento del generale il quale però, preso dagli affetti familiari, rispose: “Tre maschi e una femmina. L'ultima, che adesso ha dodici anni.”

“Vorrebbe vederli morire di asma o, nel peggiore dei casi, di cancro alle vie respiratorie ?”

“Certo che no !” esclamò il generale che, sebbene pungolato dal maggiore, proferì, modulando la voce a un tono suadente: “Le assicuro, ingegner Campbell e pure a lei, signor Lloyd Clovell, nella sua qualità di importante testimone, che mi farò garante presso il mio governo affinché venga rispettato il patto stipulato fra voi.” Infine, calando di tono: “Io sono solo comandato…”

Ricevuto il segnale del completamento del carico sul Sargasso, Henry fece cenno a Melesigene di dirigersi verso il loro primo rifugio per imbarcarsi su Ermes. Al suo successivo ricovero sul Sargasso, il grande sommergibile avrebbe preso la via di casa. La faccenda era piuttosto urgente, poiché avevano meno di una settimana a disposizione per mettere in funzione i cento milioni di pannelli ed evitare così la deflagrazione di un conflitto nucleare. Ingenti forze di attacco americane e inglesi stavano radunandosi più decise che mai davanti alle coste della Cina. Ormai tutti sapevano dove si trovasse il miliardo di pannelli che, se fosse rimasto in mano ai cinesi, avrebbe rappresentato, secondo i criteri occidentali, un gravissimo pericolo per tutti. Sottoposti a tutti  i test possibili e immaginari i tre pannelli solari trafugati nel salone di esposizione a Monaco di Baviera e gli altri tre requisiti a Enea sul laghetto, gli americani finalmente si erano resi conto della loro importanza strategica e malgrado si maledicessero per non avere accettato la generosa offerta fatta loro tramite l'alto patronato delle Nazioni Unite, adesso volevano che fossero perlomeno ristabiliti i termini della proposta originale. In poche parole, che quel miliardo di pannelli solari venisse distribuito a tutti per il suo utilizzo civile, in considerazione che si stava prospettando una crisi energetica senza precedenti. I più importanti pozzi petroliferi di tutto il mondo compreso – ahinoi ! – anche quelli del Texas e della California, non davano più petrolio e le scorte stavano esaurendosi a vista d'occhio. Il traffico privato era già stato bloccato da qualche settimana e quello indispensabile era stato contingentato. Gli aerei civili potevano decollare solo se al completo di passeggeri e solo quelli della nuova generazione dotati di motori a minor consumo. Paesi importanti come quelli che formavano l'Europa Unita, ad eccezione della Gran Bretagna, avevano bloccato tutte le attività industriali e commerciali per mancanza di carburante. Riuscivano a malapena a mantenere efficienti gli ospedali e ad erogare per solo due ore a notte elettricità a scarso amperaggio che serviva solo per l'illuminazione con lampade a basso consumo. Quindi, niente televisione né giornali, per quanto fosse un bene per rigenerare i neuroni nel cervello delle masse, finora tenuti nel freezer dalla tempesta di informazioni e di commenti dei soliti pennivendoli/boccaloni. Per l'incipiente inverno si stava prospettando una tragedia immane, poiché non tutte le case avrebbero avuto riscaldamento e già c'erano in giro bande che ammassavano legname per venderlo al mercato nero o tenerselo per uso proprio. Dato che i piccoli giacimenti non erano stati presi in considerazione da Proteo, in Italia era stata circoscritta quella zona della pianura padana che gli ecologisti avevano voluto fosse chiusa per non appestare con il suo puzzo i luoghi limitrofi e potenziato il lavoro di estrazione nella Lucania, dove insistevano discreti giacimenti di oro nero. I comitati dei verdi e ambientalisti, quelli più fanatici con gli altri e mai con se stessi, che avevano trasformato la propria azione ecologica in un'arrampicata politica per conquistare più poltrone possibili in Parlamento dove si parlava molto ma, soprattutto, si intascava ancora di più sotto forma di ricchi stipendi e di favolose prebende, adesso urlavano a gran voce di riconvertire le centrali di Trino Vercellese, di Montalto di Castro e di Caorso, in nucleari e riprendere il programma per costruirne con urgenza una dozzina per dare al Paese quell'energia propulsiva che era venuta improvvisamente a mancare.

Le uniche fonti di energia che gli elleni non avevano ‘tappato', erano le sacche di gas metano, il cui impiego in qualsiasi branca non produceva alcun inquinamento, cosicché quei paesi che ne erano ricchi vennero corteggiati prima e, non volendo accettare le loro imposizioni pseudo-religiose e di costume, dato che l'occidente si era già abbassato anche troppo ad accogliere torme di mancati beduini, minacciati poi. E con quali armi, se mancava il carburante per trasportarle? Diamine, ma da quelle atomiche. Una minaccia che per alcuni che ne disponevano, divenne irresistibile. Si venne a scoprire, poi, che le nazioni annoverate come dichiaratamente detentrici di armi atomiche erano in realtà soltanto la metà di quelle effettive. Malgrado gli occhiuti controlli delle agenzie preposte a quel delicato incarico, diverse nazioni erano riuscite a tenere segreta la costruzione di armi nucleari ben più sofisticate e potenti di quelle convenzionali. E, ovviamente, senza controllo, non avendo firmato alcun accordo preliminare che ne limitasse l'utilizzo. Insomma, un caos totale che incombeva sul futuro dell'umanità. Anche degli elleni poiché, per quanto non si reputassero tali, in fin dei conti anche loro ne facevano parte e considerata la loro struttura delicata, trasformatasi in millenni di progressi scientifici sotto l'ombra protettrice di una natura incontaminata, sarebbero stati i primi a scomparire dalla faccia della Terra e il loro fantastico paese, una volta scoperto e occupato dagli uomini, inevitabilmente guastato.

Mentre Enea cercava di guadagnare tempo con il generale Whu Cheng, lo speciale ricevitore gli stava dicendo in lingua ellena che era necessario convincere il comandante cinese a fare allontanare le sue truppe di almeno cinquanta chilometri dal luogo dove erano stati ammassati i pannelli solari e, una volta persuaso il militare cinese che anche Enea si facesse spostare dal suo cheriosmato sulle alture scelte come primo rifugio. Nel giro di appena mezzora l'aviolobo Ermes sarebbe arrivato per riportarlo a casa. La missione, da quel momento poteva considerarsi terminata. Nessun commento avverso, al momento, salvo fare le debite considerazioni una volta rientrato a Kallìtala.

“Generale Whu Cheng…” disse Henry, “devo chiederle di fare allontanare le sue truppe di almeno cinquanta, meglio sessanta chilometri da qui. È stato deciso che questa enorme montagna di pannelli solari venga distrutta facendola saltare in aria e non vorremmo arrecarvi alcun danno.”

“Cosa ? Come ?” esclamò adirato il generale Whu Cheng. “Lei è impazzito, ingegner Campbell! È una cosa…”

“Voleva dire ‘inaudita', vero ?” lo interruppe Henry. “Non posso farci niente, generale. Dovrò innescare il sistema automatico che farà esplodere i pannelli entro un'ora, proprio il tempo necessario in modo che le sue divisioni motorizzate riescano a ripararsi nella zona di sicurezza. Per un raggio di cinquanta chilometri sarà un vero e proprio inferno di fuoco.”

“Lei è uscito di senno… lei è pazzo !” gridò il generale. Poi udendo i solidali commenti dei comandanti di battaglione che finora lo avevano assistito nelle trattative, si rafforzò nella sua convinzione e aggiunse, ma con un tono forzatamente pacato: “Onorevole ingegner Campbell, sia ragionevole. Potrei dare ordine ai miei soldati di arrestarla. Lei è solo contro migliaia di uomini. Mi lasci compiere la mia missione. Lei rientrerà con noi e verrà generosamente ricompensato dal mio governo. Pensi, essere considerato il primo cittadino della Cina con onori imperiali e prebende a non finire. Avrà tutto quello che desidera e vivrà come un ricchissimo mandarino dei tempi andati.”

 

ΩΩΩ

 

Lo speciale impianto di filtraggio, provvisorio, giacché era impensabile anche per gli ingegneri di Kallìtala crearne uno che avesse una durata superiore a un mese dei loro, era finalmente in fase di installazione sul monte Dicea. Ciò avrebbe comportato appena tre ore di lavoro, tante quante bastavano a dissigillare tutti i pozzi petroliferi del mondo. Lavoro che stavano già facendo i magatau e i magators portati in loco dagli aviolobi che avevano terminato il trasporto dei pannelli solari sul Sargasso, attualmente in navigazione nell'Oceano Indiano, e di ammassare tutti gli altri nei pressi dei tre depositi antinucleari nel deserto di Gobi. Si aspettava il via da parte di Enea degli Anchisi, il quale stava perdendo più tempo del previsto a parlamentare con il capo del piccolo esercito colà concentratosi.

Tuttavia, la parte più gravosa dell'operazione era già stata compiuta e tutti gli addetti, una volta installato il grande filtro, avrebbero ripreso il lavoro per la messa in funzione della fabbrica di aria compressa.

L'Arconte era abbastanza soddisfatto e, trovandosi a colloquiare con Pausania - per antica tradizione era prassi consolidata che il delfino di un arconte fosse il suo interlocutore preferenziale - gliela esprimesse, sebbene covasse ancora qualche dubbio su una mossa imprevista degli esseri umani e il timore, quasi panico, che in brevissimo tempo potessero scatenare una conflagrazione atomica.

“Sono impauriti…” iniziò il colloquio con l'attento Pausania, “e per un istinto animalesco, per il momento stanno mostrando unghie e denti, ma non ricevendo subito consistenti segnali di accordi reali, aggrediranno chiunque si trovi a tiro. Primi fra tutti i cinesi, creduti irragionevolmente i loro più acerrimi nemici.”

“Inizierà, allora, una guerra lunga e dolorosa,” convenne Pausania, dall'alto della sua bonarietà.

“No, amico Pausania,” ebbe a replicare l'Arconte. “Sara brevissima. Un blitzgrieg, come la definivano i tedeschi. Il cinese è un popolo sterminato, distribuito in un territorio di una vastità tale, da andare oltre la concezione tattica umana e, a peggiorare le cose, ogni individuo è un essere tenace che combatte fino alla fine, mantenendosi con un pugno di riso al giorno. Per cui…”

“Per cui, amico Arconte ?”

“Gli americani scateneranno su di loro l'arma nucleare. Davanti alle coste cinesi ci sono già dodici sottomarini atomici e altrettanti B52 armati di testate nucleari, sono pronti a partire dalla base di Diego Garcia e arrivare sul territorio nemico in meno di sei ore di volo. Una catastrofe che, purtroppo, anche se non subito, toccherebbe anche noi.”

“Mandiamo loro il messaggio che tutti i pozzi sono stati riaperti.”

“Dovrebbero fare i controlli uno per uno e ciò implicherebbe molto tempo. Per le maggiori potenze è urgente, quindi, impossessarsi dei nostri pannelli solari.”

“Abbiamo commesso un errore, caro Arconte,” disse Pausania con fare dimesso. “Quello di puntare ancora sulla giustizia umana affinché tutti i popoli si dividessero equamente i pannelli.”

“La giustizia umana…” rispose sconsolato l'Arconte, “che ne sanno loro di giustizia… ognuno la interpreta come vuole. Nel mondo umano la giustizia la fa il denaro, il potere e, in alcuni casi, le amicizie, le parentele e, meno spesso, la simpatia. Hai notato ? Dicono che gli uomini sono tutti uguali a prescindere dal colore della pelle o dalla razza di appartenenza e poi applicano pene più severe nei confronti di quelli che esteriormente sembrano essere inferiori alla razza bianca o comunque diversi da quella dominante. No, l'errore l'ho commesso io, anche se il mio giudizio è stato influenzato e distratto dai dati che mi forniva Proteo. È un grande chemio-elaboratore che pensa come milioni di cervelli umani, tuttavia sempre macchina è, mancante di fantasia e di… sentimento. Penso, caro amico Pausania, che se riusciremo a superare questa crisi, darò le dimissioni e passerò il mio incarico a te.”

“Non lo dire nemmeno per scherzo, amico Alceo !” disse con costernazione Pausania. Era la prima volta, da quando era diventato arconte, che lo chiamava con il suo nome. “Riusciremo, e vedrai come sarà in gamba il nostro Enea e così tutti gli ingegneri di Kallìtala, i quali hanno già preparato le macchine che andranno in giro per il pianeta ad attivare i cento milioni di pannelli solari che il Sargasso sta riportando nel nostro mare.”

“Ti ringrazio della fiducia, caro Pausania,” disse l'Arconte, posando le sue mani sulle spalle del saggio consigliere. “Ci manca il tempo. Il Sargasso non arriverà prima di un giorno, il che fa quattro degli umani e chissà cosa riusciranno a combinare costoro in questo lasso di tempo.”

“Ne perderanno, eccome, di tempo !” rispose con una nota di trionfo, Pausania. “Sanno quali sono i rischi cui vanno incontro e cercheranno di parlamentare. Di solito vi impiegano una settimana o più anche se i cinesi non volessero arrivare a patti. Vedrai che belle sorprese saranno riservate loro. La prima quella di riavere tutti i pozzi petroliferi attivi, anzi, da quanto ho appreso da Proteo, gliene faremo scoprire altri, ma in Paesi che non hanno risorse energetiche, specie in Europa. La seconda che se appena appena qualcuno di loro provasse a premere il pulsante rosso per fare esplodere una qualsiasi bombetta atomica, questa non deflagrerà e la sofisticatissima apparecchiatura di sicurezza risponderà con un semplice clic come fosse uno sberleffo e la terza, ah, la terza sarà quella che li condurrà a miti consigli: la distruzione dei novecento milioni dei nostri pannelli, là nel deserto di Gobi, in un'immensa palla di fuoco che per qualche attimo sarà come se il sole collidesse con la Terra, provocata da una lieve pressione del dito di Enea. Enea ! Enea degli Anchisi ! Come vorrei che fosse Enea dei Pausani. Amico Arconte, io sin dal primo istante in cui lo ho conosciuto, ho accarezzato il desiderio che fosse mio figlio.”

“Bando ai sentimentalismi, Pausania !” lo richiamò benevolmente alla realtà, l'Arconte. “La situazione attuale non ce lo permette. Siamo ancora in pericolo fintanto il grande sommergibile non rientra nelle nostre acque.” E poi, accomiatandosi dal suo futuro successore, fece il gesto di ruotare il dito indice all'altezza della tempia destra e quasi brontolando fra sé, aggiunse: “Questi uomini, sono davvero insani di mente !”


28  -  IL DESTINO DELL'UMANITA'…

 

Com'era stato previsto da Pausania, le forze armate occidentali schierate a bella posta davanti alle coste della Cina, mostravano le unghie e i denti e ringhiavano pure sotto forma di esercitazioni con lanci di missili a testate convenzionali e sorvolo degli Stealth, anche a bassa quota. Nel frattempo, tuttavia, erano iniziate febbrili consultazioni diplomatiche per ottenere la giusta quota di pannelli solari. E, come la storia millenaria dei cinesi ci ha tramandato, quando con loro c'erano trattative in corso, queste avevano tempi lunghissimi anche se, invece di un'imperatrice, sullo scranno più importante del governo sedeva un compagno aperto alle idee di modernismo, ma limitato dall'ideologia comunista che, contrariamente all'evoluzione della tecnica, è immutabile nel tempo.

  Ragione per cui l'Arconte e con lui il Consiglio al completo e, conseguentemente, tutti gli elleni di Kallìtala, trassero un sospiro di sollievo. Il Sargasso sarebbe approdato tempestivamente nelle coste dell'isola felice e i tecnici avuto il tempo necessario affinché i pannelli recuperati venissero montati sugli appositi veicoli, onde evitare la reazione atomica.

  I lavori nella valle di Boadicea fervevano giorno e notte. La grande fabbrica a ridosso del monte a cima piatta era già stata costruita e i tecnici vi stavano installando gli enormi macchinari che avrebbero compresso l'aria nei trecento milioni di bombole.

  Quelli, invece, della costruzione del laboratorio nei pressi del fiume, non erano neppure iniziati come era stato anticipato in un'animata riunione con il Gran Consiglio.

  La questione che si era posta era che se, come aveva suggerito Pausania, si fosse evitato che gli umani potessero utilizzare la reazione nucleare, non c'era alcuna ragione che si inoculasse su ciascuno di loro una giusta dose di adusbralina onde renderli più calmi e ragionevoli. Non apprezzando essi, infatti, le bellezze della natura, la vita animale né le ponderate riflessioni filosofiche sulle ragioni della propria esistenza sul pianeta Terra, li avrebbero resi infelici. Perché, in ultima analisi, quello che dà vitalità all'essere umano è per l'appunto la competizione dell'uno contro l'altro per dimostrare il proprio grado di superiorità. Ogni uomo doveva evidenziare al suo prossimo di essere felice. Cosa c'è di meglio nel destare l'invidia, madre di tutti i mali e del più grave di tutti, l'odio ? E allora giù guerre a non finire per conquistare quel territorio che ingenuamente ognuno crede dia la felicità, mentre l'adusbralina gli avrebbe fatto capire che la felicità dell'essere pensante è, per l'appunto, il suo più intimo pensiero per arrivare a capire il mistero della vita e del mondo che lo ha generato. La natura, in qualsiasi veste si presenti, è un inno a volerla apprezzare e godere di essa, generosa di provvidenze. Non sarebbe bastato loro adeguarsi al clima e superare gli inverni rigidi e le estati bollenti, i venti più impetuosi e le piogge alluvionali e tutti i fenomeni di un mondo provvido, ma anche impietoso, bisognava anche scatenare le guerre per uccidersi a vicenda in nome soprattutto di un'idea errata dell'esistenza di un Creatore che, in ultima analisi, è la natura stessa.

 

ΩΩΩ

 

  Fedra, presa da incantamento mentre si trovava, provvisoriamente libera da impegni di lavoro, a camminare sulla spiaggia di Anticira, ripercorse con la mente, per l'ennesima volta, l'arrivo di Henry con la barca a vela condotta dalle fere. Diede un sospiro di smarrimento. Per quanto le fosse stato assicurato dai genitori, da Paride e dal più affidabile parere di Pausania, che il suo futuro sposo sarebbe presto ritornato, qualcosa dentro di sé le diceva che non tutto avrebbe funzionato a dovere. Con quello che era successo con gli uomini, che lei non conosceva da prima dell'arrivo di Henry, c'era da aspettarsi qualsiasi cosa per un elleno che ne venisse a contatto. Problema risolto infine, come aveva stabilito l'Arconte, una volta gli elleni chiusisi in una torre di avorio com'era sempre stato, grazie al non più esistente problema dell'aria. Ma che il suo amato, per prima cosa, ritornasse a Kallìtala.

  ‘Perché…' si chiedeva, ‘lasciarlo da solo a trattare con gli uomini e non inviare una pattuglia di aviolobi a respingere l'esercito cinese che lo tiene in bilico tra il rimanere loro prigioniero o rischiare di farli arrostire tutti con l'esplosione dei pannelli ? Cosa si aspettava a farlo ?'

  Strano proponimento per un essere elleno, donna per di più. Come è vero che anche le donne più leggiadre, quando vengono toccate nei loro più intimi sentimenti, possano arrivare a divenire crudeli. Fedra si vergognò di avere anche solo pensato una cosa simile e finalmente si rese conto perché Enea fosse stato prescelto per questa missione che solo lui, essendo un umano trasformato in elleno, poteva trattare con gli uomini e, se fosse stato costretto, per la salvezza di Kallìtala, avrebbe potuto causare la loro morte.

  E allora, nella sua infinita bontà, pensò che fosse egoistico aspettarselo arrivare da un momento all'altro, se prima non avesse portato a termine la sua missione da elleno e non da uomo o ex-tale. Chi lo avrebbe più visto nel suo paese felice come un essere dalla coscienza bianca come quelle degli elleni ? Con la fama di uccisore di uomini, non avrebbe potuto accedere ai più altri gradi della gerarchia del governo degli elleni e a lei stessa si sarebbe posto il problema se mantenere o meno la promessa di sposarlo. Seppure acclamato al suo felice ritorno come un eroe, sulla coscienza di ogni elleno avrebbe pesato che l'ex umano aveva causato la morte di molti uomini. In questo caso, visto che ogni abitante di Kallìtala grazie al prodigioso Proteo, era al corrente in tempo reale di ciò che si stava svolgendo nel mondo degli uomini, sebbene non nei particolari filtrati dal grande chemio-elaboratore per non impressionarli troppo, come minimo l'annientamento del piccolo esercito cinese formato da quattro divisioni al completo comandate da un generale. Almeno ottomila uomini, quasi tutti in giovane età.

  E se c'erano esseri viventi che gli elleni rispettavano sopra ogni altro, questi erano i giovani: la promessa del futuro, immaginando che anche nel mondo degli umani tale principio fosse valido.

  Ma ripensandoci meglio e grazie anche alle assicurazioni che le aveva dato il saggio Pausania, Enea aveva a disposizione mezzi tecnologici atti a evitare che nel rogo della montagna di pannelli solari venisse ucciso alcun essere umano. Al massimo avrebbe causato qualche danno collaterale, come la scomparsa di ogni vita animale nel raggio di cinquanta chilometri. Ma considerato il trambusto in atto in quell'arida zona del deserto di Gobi, i più veloci animaletti si erano già da tempo allontanati. Rimanevano quelli che si nascondevano sotto la superficie che, restandoci spaventati com'erano, non avrebbero subìto alcun danno dall'esplosione dei pannelli in quanto il fuoco da essi prodotto si sarebbe propagato verso l'alto in un tempo talmente breve che non avrebbe avuto la possibilità di bruciare invasivamente il terreno.

  Scacciò questi sgradevoli pensieri e carezzò nella mente l'immagine del suo amato con tale passione che dalla bocca le uscirono queste chiare parole, mentre con il suo passo leggiadro percorreva la sinuosa battigia della spiaggia di sabbia dorata: “Il mio Enea tornerà presto e queste mie preoccupazioni finiranno. A Kallìtala si ritornerà a vivere la normale vita di tutti i giorni e, finalmente ci sposeremo. Come lo amo !”

  Pensò alla casa che avrebbero fatto edificare nella tenuta di Anticira, molto più vicina alla spiaggia di quella dei genitori. Sua madre le aveva chiesto di non andare a risiedere nella città di Poseidonia per averli più vicini e lei ed Enea avevano accettato il regalo che suo padre Alcinoo aveva fatto loro di un grande appezzamento di terreno non ancora coltivato nei pressi del confine con il retrospiaggia.

 

ΩΩΩ

 

  Nello stesso istante, a migliaia di chilometri di distanza, anche Enea stava sognando all'incirca le stesse cose e avrebbe, invece, dovuto pensare più attentamente a venire fuori dalla situazione in cui si trovava.

  Del tutto irragionevolmente, sia il generale Whu Cheng che i due colonnelli che gli facevano da spalla, gli stavano puntando addosso le pistole e lui, sbigottito, sentì dire al generale: “Basta con le chiacchiere, ingegner Campbell. I pannelli sono nostri e se lei insiste nel suo insano progetto, sarò costretto a farlo prigioniero.”

  Enea si toccò leggermente la spalla, proprio dov'era il meccanismo che interagiva con il cheriosmato, ma qualcosa di caldo gli penetrò proprio in quel posto e quando ritrasse la mano se la vide intrisa di un caldo liquido sanguigno. Il colpo di pistola del colonnello Ziang Daoling doveva averlo raggiunto in quel punto e, del tutto fortunosamente, oltre ad averlo ferito in modo leggero, non aveva distrutto il delicato impianto elettrochimico.

  Atterrito da questa mossa che lo aveva solo per un centesimo di secondo spiazzato, giacché aveva già inviato un messaggio di soccorso, quando sentì che un aviolobo si stava avvicinando, gli arrivò addosso un altro proiettile. Questa volta nello stomaco. La dose automatica di Stetopan inserita nella tuta, gli penetrò nel sangue non facendogli avvertire alcun dolore, ma non impedì che si formasse pian pianino una chiazza di sangue che incominciò ad allargarsi nella zona colpita, con soddisfazione dei tre cinesi che, pistole puntate, lo stavano osservando con attenzione. Si immaginò che i suoi movimenti non sarebbero più stati sciolti come prima, tali da mettersi in condizione di essere aspirato dall'aviolobo invisibile gli astanti, sebbene in quel momento si stesse posizionando sopra di lui.

  Il suo pensiero corse di nuovo a quel paradiso terrestre di Kallìtala che vedeva nella mente già ottenebrata dai colpi d'arma da fuoco ricevuti come se galleggiasse su un indistinto orizzonte, dal quale venne fuori una svelta figurina che via via che si avvicinava si materializzava nelle vesti di Fedra, il suo amore. Troppo celestiale, adesso. Fece pure la mossa per abbracciarla, ma non insistette. L'adusbralina gli comandava di utilizzare le ultime, deboli forze che gli restavano per fare due operazioni che, nonostante le sue capacità si stessero obnubilando, fece quasi automaticamente. La prima di comandare all'aviolobo di allontanarsi e la seconda, dieci secondi dopo, di toccarsi lo sterno, esattamente a dieci centimetri appena sopra la ferita mortale allo stomaco. Un altro proiettile, sparato dalla pistola del generale, andò a colpire il delicato meccanismo che aveva sottopelle, facendo partire una scintilla, appena una scintilla, e sembrò che il tempo si fermasse. Anche gli ulteriori tre colpi sparati all'unisono dalle pistole degli ufficiali cinesi sembrarono interrompere la loro corsa e in effetti non fecero in tempo a martoriare il povero corpo di Henry Campbell e non più Enea degli Anchisi, poiché la scintilla, quella invece arrivata a destinazione, innescò una piccola esplosione. Il primo pannello solare elleno deflagrò da solo facendo una fiammata a pallone e, come la bacchetta magica di un direttore, diede il la alla nutrita orchestra, che suonò una partitura infernale.

  Prima che gli occhi gli si chiudessero, Henry Campbell vide scomparire i tre alti ufficiali cinesi e l'immensa palla di fuoco divenire un sole magnifico che ingoiò tutto quanto era intorno, lui compreso.

  Le quattro divisioni militari neppure si resero conto di quanto stava accadendo né ebbero il tempo di un'interiezione, ma scomparvero nel nuovo sole, dato che i neutrini imprigionati nei milioni di pannelli scatenarono una potenza tale da bruciare miliardi di metri cubi di ossigeno e chi non perì per l'enorme calore, perse la vita per mancanza d'aria e gli stessi piccoli animaletti che si erano protetti nelle buche sotterranee, rimasero imprigionati nelle loro tane. Infatti, l'immenso fuoco aveva fuso ogni cosa che si era trovata nella sua azione e formato come una crosta di cristallo di un colore indefinito, con striature giallo-rossastre, formate dalla sabbia quarzifera e dai corpi degli esseri viventi polverizzati.

  Poi com'era iniziato, così finì senza alcuna traccia di polvere né strascichi come si è abituati a vedere quando il sole tramonta dietro l'orizzonte piatto del mare. Come se fosse stato girato un interruttore, così l'immensa luce si spense e tutto tornò come prima o, meglio, per un raggio di cinquanta chilometri non ci fu al mondo in quel momento un deserto più deserto di quello. Non un filo d'erba e neppure un essere vivente, fosse esso il più microscopico, salvo quelli che si erano riparati nelle loro tane sottoterra e che stavano lavorando indefessamente, come le foche sotto la calotta artica, nel tentativo di aprirsi, con denti e artigli, un improbabile pertugio per riemergere all'aria.

  E, più inquietante di tutto, fu il silenzio. Non di questo mondo, poiché anche la terra più arida ne produce. E poi, in confronto con quello che era stato pochi secondi prima con il movimento delle truppe e lo sferragliare dei mezzi cingolati e gommati, soprattutto poi, dall'acuta vocina del generale Whu Cheng che non la smetteva mai di minacciare Henry Campbell alias Enea degli Anchisi, sembrava una porzione di luna. Solo dopo qualche secondo, a rianimare il paesaggio spettrale ci fu il sorvolo di un aviolobo resosi visibile adesso, visto che non poteva essere individuato da nessuno. Fece una manovra ardita con un sorvolo a così bassa quota che rasentò la crosta formatasi dall'esplosione e, infine, sempre rasente al suolo, si allontanò fino a sparire oltre l'orizzonte crestato del deserto e là si fermò.

  Forse anche i due elleni dell'equipaggio non si erano fidati a scendere nel luogo dell'esplosione oppure con quel volo radente avessero voluto rendersi conto che  tutti i pannelli fossero bruciati e non rimanesse traccia degli uomini, per quanto non potessero nutrire la speranza di trovare ancora in vita l'eroico Enea né di sapere cosa si fosse fermato a fare in quel posto lontano, di sicuro ben al di là del raggio di azione della palla di fuoco prodotta dalla deflagrazione dei novecento milioni di pannelli solari. Un mistero che solo Proteo avrebbe potuto chiarire e per saperlo, bisognava essere a Kallìtala.


29   - … E QUELLO DEGLI  ELLENI

  

  Quando Proteo diede la notizia che l'operazione distruzione pannelli era avvenuta, nessuno dei venti componenti in Gran Consiglio esultò. Tanto meno l'ottimo Pausania. Il quale fu il primo a piangere tutti quei morti ma, ancor di più, si disperò della fine di Enea, il suo amato figlioccio.

  “Abbiamo pagato un prezzo troppo alto, amico Arconte,” disse addolorato, una volta che il Consiglio si era sciolto e, come al solito, i due amici si erano venuti a trovare soli nel grande salone delle riunioni.

  “Non potevamo fare altrimenti, amico Pausania,“ rispose l'Arconte con voce mesta. “Cos'altro poteva fare Enea contro le pistole puntate sul suo petto e, per di più a distanza ravvicinata, se sono stati i militari cinesi a mettere in funzione il dispositivo di emergenza per far esplodere, incendiandoli, i nostri pannelli ?”

  “Pensare a salvarsi, prima. Non era protetto dalla tuta speciale ?”

  “Vero,” approvò l'Arconte. “C'era anche il dispositivo per far sgorgare, da ogni foro causato dai proiettili, la sostanza simile al sangue per indurre i suoi sparatori a credere che fosse mortalmente ferito. Adesso bisognerà stabilire se…”

  “Se… che cosa ?” fece apprensivo Pausania, nel cui animo stava nascendo una labile speranza.

  Che l'Arconte alimentò a bella posta.

  “Se i colpi ricevuti, anche se non letali, non gli abbiano tolto per un attimo il raziocinio o la possibilità di…”

  “Di… di che cosa ?” lo interruppe Pausania, cui stava montando quella poca eccitazione consentita a un elleno.

  “Ma diamine ! Mettere in funzione lo speciale cheriosmato sull'omero sinistro !” esclamò l'Arconte.

  “Allora si è salvato ! Non posso credere che Enea… così bravo… non ci…”

  “Calma, Pausania. Non è detto. Attendiamo ancora il rapporto di Ermes, se per caso Prassitele e Paride sono riusciti a uscire indenni dalla palla di fuoco. Lo sai che per un attimo ha oscurato anche il sole ?”

  “Cosa ?” fece Pausania, ora davvero in confusione.

  “Ma la palla di fuoco generata dall'esplosione dei novecento milioni dei nostri pannelli. Pensa, ha interrotto le trasmissioni satellitari e, quindi anche quelle di Ermes, l'aviolobo inviato per tentare di salvare Enea.”

  “Allora non è certo che il mio…. cioè, il corpo di Enea non sia stato recuperato…”

  “Dobbiamo attendere ancora più di un'ora che l'atmosfera terrestre riesca ad assorbire il vuoto causato dall'esplosione. Per fortuna che l'ossigeno è venuto a mancare solo negli alti strati e che nessun velivolo volasse sopra il deserto di Gobi, salvo un Iljuscin russo che è dovuto atterrare in emergenza nell'aeroporto di Yumen.”

 

ΩΩΩ

 

  Fedra, più angosciata che mai, sempre che questo termine debba essere interpretato alla maniera ellena, presentiva che qualcosa di grave era accaduto a Enea, visto che non era ancora ritornato. Ormai tutta la popolazione era a conoscenza che l'operazione distruzione pannelli solari aveva avuto esito positivo e che, grazie alla messa in funzione della grande centrale di aria compressa di Boadicea, il futuro della loro meravigliosa isola era garantito per molte generazioni future. Tutti gli elleni si aspettavano la venuta dell'eroe da glorificare. In vita e non come il primo Enea, il quale era caduto in azione per non svelare il segreto dell'esistenza della loro isola-paradiso.

  Sarebbe stata la prima volta. Il popolo elleno era vissuto pacificamente per millenni e non si era verificata alcuna occasione che un suo figlio avesse messo alla prova il proprio coraggio, immolandosi per la patria. Solo in questi tempi di grande ‘civilizzazione' umana, erano sorte alcune complicazioni che avevano turbato il quieto vivere nello stato di Kallìtala. L'unico diaframma che li teneva uniti al molto più vasto mondo esterno, era l'aria da respirare che per millenni si era mantenuta inalterata, ma che negli ultimi due secoli gli uomini avevano gravemente danneggiato intaccando, prima con i fumi dei loro camini che sbuffavano cenere a più non posso per la cattiva combustione sia del legno che del carbon fossile ma, di recente, molto più gravemente con una quantità tale di emissioni nocive derivate dalla combustione del petrolio e dei suoi derivati che, senza un deciso intervento, avrebbe in primis causato l'estinzione del popolo elleno e, buoni secondi, la sparizione di tutti gli uomini dalla faccia della Terra. Così come avvenuto con i dinosauri, in quel caso però, grazie a una buona combinazione, giacché chi si poteva mai immaginare il pianeta terra abitato solo da quegli esseri mostruosi, la cui scarsissima intelligenza li avrebbe per sempre relegati a una vita appena superiore a quella vegetativa.

  E se, per caso, con l'estinzione degli esseri umani fosse nel progetto cosmico delle cose l'apertura della via al progredire di un altro essere più intelligente, la cui conformazione fisica gli avrebbe concesso di non respirare affatto e, oltre a ciò, di mantenersi in vita con un minimo apporto di calorie in maniera tale che con il tempo, quello cosmico, s'intende, che avrebbe fatto impallidire anche quello elleno, non solo avrebbe civilizzato alla sua maniera l'inaridita Terra ma, appunto per questo, si sarebbe spinto a colonizzare tutti i pianeti del sistema solare?

  Poteva mai essere quello il loro destino ? La mente confusa della giovane donna, poiché il dolore del mancato ritorno del suo amato offuscava in quel momento il suo raziocinio di ellena, le faceva prevedere catastrofi planetarie. Si immaginò che tutto ciò dovesse necessariamente collimare con il suo futuro, della famiglia che voleva creare con Enea e dei due figli concessi loro, che il suo istinto di madre le faceva tanto anelare di procreare. E allora, in un sussulto d'equilibrio mentale, riuscì a scacciare quelle divagazioni fantasiose e si disse che, semmai quel futuro immaginato dovesse davvero avverarsi, lo sarebbe stato in tempi talmente lunghi per la mente umana che lei e i suoi figli e i figli dei figli, fino alla millesima generazione di elleni dalla vita lunga quattro volte quella degli uomini, non avrebbe riguardato né lei né i suoi cari.

  ‘Ma Enea…' ebbe a dubitare con un appena accennato sgomento, ‘ritornerà ? Perché se fosse accaduto che…. io non so se…'

  Ma poteva un essere leggiadro, per di più dalla natura pacifica e paziente, concepire una rabbia o una semplice protesta nel caso ciò fosse avvenuto ? E neppure pregò, giacché a Kallìtala non era concepibile una cosa del genere. Pregare chi, dove, quando ?

  C'era una cosa sola da fare, anziché passeggiare senza costrutto sulla spiaggia e quella cosa era di ritornare a Poseidonia e chiedere il permesso di entrare nel palazzo del Gran Consiglio e colà farsi tranquillizzare dall'amico Pausania. Il quale si era dimostrato, specie da quando era arrivato Henry nell'isola, particolarmente affezionato a lui e, in conseguenza della loro promessa di sposarsi, deputarsi come un loro secondo padre.

  Sembrava che i gravi sconvolgimenti che stavano modificando, almeno in parte, la vita degli uomini, non preoccupassero gli abitanti di Kallìtala, anzi, nemmeno li stavano interessando, poiché sia i giornali che le informazioni telematiche relegavano tali notizie in ultimo piano dopo quelle, già per sé poco interessanti, delle cronache spicciole delle diverse città dell'isola. Ciò la tranquillizzò e, dopo aver ottenuto il permesso di accedere all'interno del grande palazzo sede del governo, Fedra, spinta dalla forza di volontà come era accaduto tempo prima a Enea, saliti tre piani con l'ascensore e attraversato diverse sale, varcò la soglia dello studio privato del suo protettore, le cui porte si erano aperte automaticamente. Una volta superata quella soglia, ebbe il piacere di essere accolta con affetto dal venerabile Pausania, che l'abbracciò come fosse una figlia ritrovata, dall'ultima volta che si erano visti essendo passato parecchio tempo.

  “Sono convinto di indovinare la ragione di questa visita,” disse Pausania dopo che l'ebbe fatta accomodare su una poltrona del suo ufficio. “Se forse non abbiamo ancora buone notizie certe, considerate le risorse di Enea, non può che essersela cavata quando sono esplosi i pannelli.”

  “Oh, Pausania !” implorò Fedra cui i timori di un disastro che le avevano affollato disordinatamente la mente durante il viaggio, a quelle parole incerte si concentrarono in una punta di lieve angoscia. “Nemmeno tu né Proteo, mi immagino, sapete se il mio Enea si è salvato ! Temo che…”

  “Niente di certo di cui preoccuparsi, figliola…” tagliò corto un Pausania, stranamente accigliato. ”Con i mezzi di cui disponeva e dell'aviolobo più sofisticato che gli abbiamo messo a disposizione, condotto dai migliori piloti che abbiamo: Prassitele e pure tuo fratello Paride, non può che essersi messo in salvo e, forse, è già sulla via di casa.”

  “Amico Pausania, tu sei molto saggio, ma non è tuo costume usare la locuzione ‘forse'. E sinora l'hai pronunciata due volte. Se, come asserisci, l'aviolobo Ermes avesse a bordo Enea, a quest'ora sarebbe già atterrato a Poseidonia e, invece…”

  “Sono passate due ore e tu presumi solo per questo che sia accaduta una disgrazia. Non essere sciocca, deliziosa Fedra. Tu sai che un aviolobo, per caricare una persona a bordo, ha bisogno di una superficie molto piatta, possibilmente liquida. Molto probabilmente avranno perso tempo per trovarne una adatta allo scopo.”

 

ΩΩΩ

 

  A dir la verità, non era affatto così. Enea, dopo essere stato colpito dalle dolorosissime pallottole degli alti ufficiali cinesi, nonostante fosse protetto dalla tuta speciale che aveva impedito che i proiettili gli penetrassero in corpo, aveva subito un forte stordimento che, fortunatamente, non gli aveva impedito di azionare lo speciale impianto del cheriosmato. Tuttavia, la sua reazione dovuta al dolore lancinante, era stata piuttosto esagerata, cosicché l'impulso dato al prodigioso impianto chimico-fisico, era stato più pesante del dovuto perché vi aveva tenuto premuto il dito più di quanto dovuto, andandosi a posizionare ben al di là del luogo dove l'attendeva l'aviolobo Ermes. Esattamente a quasi duemila chilometri di distanza, in mezzo alla campagna siberiana nei pressi della città di Krasnojarsk, attraversata dal fiume Mana. E, guarda caso, proprio in mezzo a una festa di contadini che lo notarono subito additandoselo tra di loro come un essere tra il misterioso e il ridicolo.  Misterioso, poiché era apparso improvvisamente e ridicolo perché indossava una tuta spaziale che lo faceva sembrare un astronauta piovuto dal cielo e, per di più, sanguinante.

  Enea avrebbe potuto liberarsi dalla tuta – tra l'altro di un colore verde-giallognolo che avrebbe attirato l'attenzione anche di un mezzo cieco – ma, memore dei colpi di pistola ricevuti, con quella gente che gli si stava avvicinando da tutte le parti come fosse un'attrazione da circo, poteva darsi che qualche sventato gli sparasse ancora. E senza la speciale tuta, sarebbe stata davvero la fine delle sue avventure tra i suoi ex-simili. A proposito dei quali, se n'era davvero stufato. Avevano ragione gli elleni a diffidarne e starsene il più possibile alla larga. Adesso, con l'eliminazione dei novecento milioni di pannelli solari e l'utilizzo degli altri cento che avrebbero impedito ogni reazione atomica in tutto il pianeta fino al confine ideale tra la Terra e la Luna, gli elleni e lui con essi, avrebbero vissuto tranquilli.

  E di nuovo, mentre uomini rozzi e donne vocianti una lingua a lui incomprensibile gli si avvicinavano, il suo pensiero volò a Fedra, la sua amata. Ormai dimentico di Liza e con lei di tutte le sue esperienze di umano, vergognandosi pure di non ricordarsi neanche dei suoi genitori impetrando, come fosse una Madonna, il suo aiuto, dimenticandosi anche se momentaneamente, vista la sua confusione mentale, di avere a disposizione un valido apparato per mettersi in contatto, attraverso il Sargasso, con Kallìtala. Forse, lanciando il segnale di soccorso, anche Ermes, che di sicuro lo stava cercando, l'avrebbe individuato.

  Quando gli uomini, prima delle donne, lo stavano minacciosamente raggiungendo con la chiara intenzione di catturarlo per consegnarlo alle autorità di polizia, Enea, in un sussulto di sopravvivenza, si chinò a terra e prese la posizione a uovo. Non voleva far vedere che estraeva lo speciale coltello, simile a quello che Melesigene aveva utilizzato per fuggire dalla prigione in Germania, affinché la gente non scambiasse il suo gesto come ostile e lo sopraffacesse, uccidendolo. Già di per sé, quella strana posizione fece riflettere gli uomini, i quali si fermarono e stettero a curiosare per indovinare cosa stesse facendo lo strano uomo piovuto sulla Terra e quell'indecisione diede tutto il tempo a Enea di trasmettere il messaggio in codice e riporre nel suo alloggio il coltello senza che nessuno dei presenti avesse individuato quell'arma impropria.

  Poi, come d'incanto, gli occhi di Enea si fissarono su quelli di un uomo all'apparenza pacifico e vi scorsero qualcosa che lo tranquillizzò.

  In effetti l'essere umano fece un gesto per fermare i suoi simili e prese ad avvicinarsi a Enea con fare calmo seppur guardingo e quando si trovò a meno di due metri da lui, lo salutò dicendo in un ottimo inglese: “Salute, uomo-piovuto-dal-cielo ! Posso fare qualcosa per te ?”

  “Avevo pensato che…” borbottò Enea, quasi tra sé.

  “Siamo amici,” replicò quello. “Un po' troppo precipitosi e invadenti, è vero. Ma ciò è dovuto alla curiosità.” Gli inviò uno sguardo interrogativo e gli chiese: “Forse siamo stati in troppi ad accorrere e se non ti abbiamo fatto paura, perlomeno, devo ammettere che, insomma, non avevamo proprio un'aria amichevole…”

  “In effetti…” balbettò ancora Enea, che non riusciva a credere che quell'uomo potesse essergli d'aiuto.

  “Sei uno straniero,” fece costui, “e dovremmo portarti alla polizia a meno che tu non sia un turista con tanto di permesso, per quanto con codesto abbigliamento…”

  “Il fiume !” esclamò, sebbene con voce fioca, Enea. “C'è un fiume qua ?”

  “Certo !” rispose il russo. “Taglia in due la città di Krasnojarsk, ma è lontana più di quattro verste.”

  “Venti chilometri ?”

  “All'incirca,” disse annuendo il russo e, sempre con la testa, indicò in quale direzione.

  “Grazie, amico,” rispose Enea che, premuto, questa volta, però solo per un attimo, il dito sulla spalla dov'era installato il cheriosmato, in meno di un secondo si venne a trovare su una chiatta in navigazione, in quel momento proprio sotto la verticale dell'aviolobo, che lo aspirò.

 


 


 





 



 


 


 


 


 


 


 


 




 


 


 


 


 


 


 


 


 

 

 

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