LE RONDINI LONGEVE

Lucilla Gattini

UNA FAVOLA DELLA MEMORIA.


C'era una volta una bambina.

Viveva in una città famosa, in un quartiere non lontano dal centro, che univa ceti popolari, media e agiata borghesia in una tranquilla convivenza attraversata dai fermenti complessi e vitali dei primi anni '50. La sua era una famiglia, diciamo, normale per quello che può valere un concetto così vago. In realtà la rete parentale era composta, come spesso accade, da personaggi tra loro diversi e persino contrapposti, che gestivano i molti attriti cercando a volte un po' goffamente di non disattendere le regole della buona creanza…

In comune avevano tutti una discreta istruzione e variegati interessi culturali.

 Un'infanzia circondata dalla musica, elargita con sonora modestia da una piccola radio Marelli bianca situata nel tinello soggiorno dove si snodava la maggior parte della giornata: c'era in casa un grande salotto ma usato raramente, forse perché ritenuto poco accogliente, e praticabile soltanto pochi mesi l'anno per via del freddo. La grande caldaia a carbone pativa infatti un inguaribile letargo causato dal suo cattivo funzionamento e per scaldarsi si usava una stufa di terracotta a legna fatta esternamente a ripiani. Più tardi la bambina sospettò che questa scelta fosse in verità imputabile alla cronica mancanza di soldi, situazione dovuta al temperamento del padre, più innamorato dell'arte, del teatro e delle proprie fantasticherie che della professione di geometra… Ad ogni modo lei non soffriva certo per questo, anzi, le piaceva addormentarsi in quella stanza mentre i genitori confabulavano o commentavano trasmissioni radiofoniche. I suoni misteriosi di voci straniere che cercando le stazioni si accavallavano nell'etere e nella notte, emanavano un fascino rassicurante, destinato nel ricordo a farle battere forte il cuore per tutta la vita. Veniva poi avvolta in un piumino e portata nel suo letto.

Un corridoio molto lungo costituiva l'arteria sempre in penombra sulla quale si affacciavano le camere. Erano tutte molto luminose ma il piccolo soggiorno si radicò nella sua memoria come un luogo imbevuto di luce specialissima. Da adulta cercò di capirne la ragione con realistiche e logiche spiegazioni: la bassa statura che la costringeva a un angolo visivo poi perduto, l'impressione particolarmente suggestiva di un giorno primaverile o di un'ora estiva, un riflesso conferito all'aria e alle pareti dal sottostante giardino e dai muri delle case di fronte… Ma sapeva perfettamente che c'era qualcosa di più, che nella mente si erano certamente mescolati percezioni visive di un'età votata alle scoperte con elementi emozionali e affettivi. Dal terrazzino seguiva le evoluzioni delle rondini, generose dispensatrici di voli anche nei ritagliati spazi cittadini, le prime ad attirare la sua incantata attenzione sigillando con lei un patto indissolubile.

Mezzo secolo dopo (ma come fa il tempo a burlarci rotolando cosi?) in una sera di luglio, seduta nel suo giardino, rivide le rondini di allora. Nell'azzurro slavato che precede il crepuscolo garrivano e si rincorrevano non generazioni di uccelli rinnovate di anno in anno ma proprio quelle antiche, che invasero il suo anelante tentativo di fuggire una realtà inaccettabile consegnandola a una pena intransigente e senza sconti.

L'ospedale che imprigionava la madre, ormai priva di ragione e di coscienza, crollò sulla sua anima dalle ali ignare conosciute nella stagione remota dei primi anni.

 Mamma che in quell'alba di esistenza emanava un calore radioso talvolta brusco, era collerica e tenerissima, trionfalmente combattuta tra buon senso e incoerenza. Una presenza totalizzante, espansiva, temuta nelle esplosioni d'ira e sempre cercata nelle effusioni, capace di proiettarla nella più avvilente e afflitta insicurezza ma anche di farla sentire amata, protetta e difesa come da una roccaforte morbida e inviolabile.

Giovane e solare, era lei con la sua bellezza a rendere inimitabile la luminosità del tinello al secondo piano. La nuvola sfolgorante dei capelli ramati, il sorriso scintillante allagato dallo sguardo azzurro, il suo amore pieno di tensioni e contraddizioni e quello che dalla figlia si rifletteva acceso su lei. La voce inconfondibile e quel legame possente che non si era allentato alla nascita. E che mai diminuì.

 C'era una volta una bambina, e c'è da qualche parte una ragazza invecchiata che ha intuito tutto questo dopo aver salutato per sempre ciò che restava di sua madre, e che ancora è colta a tradimento da visioni trasognate nelle cui pieghe galleggia il pulviscolo dorato delle mattinate di giugno e sfrecciano voli di rondini.

Non è stata mai credente, lei, non è riuscita a provare nemmeno per brevi attimi uno sprazzo di fede o di trascendente illusione; però ama le favole e le piace pensare che se per assurdo ci fosse una dimensione ultra terrena ritroverebbe lì la sua personale luce e un soffuso profumo.

Si chiede anche, nel caso sia vero che la morte si annuncia con un abbagliante chiarore in fondo a un tunnel, se laggiù ad attendere lei potrebbero esserci le sue rondini ubriache di sole. Esorcismo e inventata speranza.

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